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mercoledì 20 maggio 2015

Jim, Sally, Ivan, Anya (Ronald Reagan, 16 gennaio 1984)

"(...) More than 20 years ago, President Kennedy defined an approach that is as valid today as when he announced it. ``So let us not be blind to our differences,'' he said, ``but let us also direct attention to our common interests and to the means by which those differences can be resolved.''

Well, those differences are differences in governmental structure and philosophy. The common interests have to do with the things of everyday life for people everywhere. Just suppose with me for a moment that an Ivan and an Anya could find themselves, oh, say, in a waiting room, or sharing a shelter from the rain or a storm with a Jim and Sally, and there was no language barrier to keep them from getting acquainted. Would they then debate the differences between their respective governments? Or would they find themselves comparing notes about their children and what each other did for a living?

Before they parted company, they would probably have touched on ambitions and hobbies and what they wanted for their children and problems of making ends meet. And as they went their separate ways, maybe Anya would be saying to Ivan, ``Wasn't she nice? She also teaches music.'' Or Jim would be telling Sally what Ivan did or didn't like about his boss. They might even have decided they were all going to get together for dinner some evening soon. Above all, they would have proven that people don't make wars.

People want to raise their children in a world without fear and without war. They want to have some of the good things over and above bare subsistence that make life worth living. They want to work at some craft, trade, or profession that gives them satisfaction and a sense of worth. Their common interests cross all borders.

If the Soviet Government wants peace, then there will be peace. Together we can strengthen peace, reduce the level of arms, and know in doing so that we have helped fulfill the hopes and dreams of those we represent and, indeed, of people everywhere. Let us begin now.
Thank you."

Ronald Reagan, Address to the Nation and Other Countries on United States-Soviet Relations - January 16, 1984


domenica 25 maggio 2014

È morto Wojciech Jaruzelski (da ilPost.it)

Domenica 25 maggio è morto Wojciech Jaruzelski, aveva 90 anni ed è stato l’ultimo leader comunista della Polonia. È tuttora una figura controversa della storia polacca. Fu l’avversario di Lech Walesa e del suo sindacato Solidarność, contro il quale impose la legge marziale e chiese l’intervento dell’Unione Sovietica. Ma fu anche il politico che permise alla Polonia una transizione morbida dal comunismo alle libere elezioni, più ordinata e meno sanguinosa di quella di molti altri paesi comunisti.

martedì 29 ottobre 2013

Il Colpo Di Tosse Di Mazowiecky

Con tutta la prudenza con cui prendere le cose legate alla memoria personale... io lo ricordo, quel giorno. Quando un colpo di tosse costrinse Mazowiecky a interrompere il discorso con cui si accingeva a guidare il primo governo post-comunista, nella transizione che si era aperta in Polonia; una transizione pacifica, aiutata anche dalle scelte dell'ambiguo e lucidissimo Jaruzelski (e su come si gestiscono certe transizioni dalla dittatura alla democrazia avremmo molto su cui riflettere...).​ 

Mi ricordo che ci scherzammo su, anche in casa - perdonate il dettaglio minimo e autobiografico - con mia sorella in particolare. Di fronte ai "giganti" della Storia che crollavano, un uomo mite e debole apriva - in modo definitivo - una breccia, e cambiava la storia. Ci sembrò anche simbolicamente importante.
 
Quella figura credo fosse prossoché sconosciuta al "grande pubblico" in occidente, e anche dopo ritornò un po' in ombra (con un intervallo di nuova visibilità e impegno internazionale nei Balcani, durante le guerre civili della ex Jugoslavia).

La Storia non ama i deboli, probabilmente. Ma ogni tanto la "contraria forza" di alcuni individui si fa vedere, si rende percepibile. Magari sembrano piccoli, un po' incapaci, quasi inadatti.
 
Quasi volessero ricordarci: è inutile seguire questa potenza che ci affascina.
Basta un colpo di tosse, e ogni gigante crolla.
 
A Dieu, Mazowiecky
 
Francesco Maria Mariotti
 

(...) L'opposizione polacca, fondata su Solidarnosc, era di gran lunga la più organizzata all'Est anche perché, nonostante le immagini standardizzate ed errate all'Ovest fondate solo su un certo di tipo di cattolicesimo molto tradizionale, essa era in realtà un grande Comitato di Liberazione Nazionale molto eterogeneo ed unito solo dalla volontà di giungere a una democrazia pluralista.
Tra i leaders di Solidarnosc vi era anche Mazowiecky, che dirigeva altresì il Kik, il club dell'intelligentsia cattolica, federato a livello internazionale all'organizzazione internazionale montiniana Pax romana, tuttora esistente http://www.icmica-miic.org/ prosecuzione a livello mondiale delle esperienze della Fuci e del movimento laureati di azione cattolica (oggi Meic), Kik che aveva contribuito a fondare sin dagli anni '50.(...)
Le elezioni del giugno 1989 plebiscitarono l'opposizione in modo non previsto quasi da nessuno: essa ottenne al senato addirittura 99 seggi e sarebbe stata anche in grado di paralizzare l'elezione presidenziale, in cui le due parti quasi si equivalevano. Con lo stesso pragmatismo utilizzato dai socialisti spagnoli la soluzione fu presto trovata secondo lo schema preannunciato già il 2 luglio dall'oppositore Adam Michnik al generale Jaruzelsky e richiamato da François Feito: "A voi la Presidenza, a noi il Primo ministro".
L'opposizione aggiunse a scrutinio segreto i pochi voti mancanti a Jaruzelsky e quest'ultimo nominò il dialogante Mazowiecky. Fu l'inizio della valanga incruenta che segnò la terza ondata democratica all'Est. Mazowiecky ebbe un ruolo chiave solo per pochi mesi (...)
 

E' morto a Varsavia all'età di 86 anni Tadeusz Mazowiecki, uno dei fondatori di Solidarnosc e premier polacco nel primo governo post comunista del blocco sovietico, nel 1989, che aprì la strada al crollo del Muro di Berlino. Mazowiecki, la cui foto con il segno di vittoria divenne una delle immagini simbolo della fine della Guerra fredda, era stato l'architetto della "tavola rotonda" tra le autorità comuniste fedeli all'Urss e l'opposizione che portò alle prime elezioni parzialmente libere del blocco comunista, vinte da Solidarnosc.
"E' stato il miglior premier che la Polonia abbia mai avuto", ha commentato Lech Walesa, il premio Nobel per la Pace 1983 che lo designo' alla guida del governo dopo averci fondato insieme il sindacato-partito nel 1980. Il ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski, lo ha ricordato come "uno dei padri della liberta' e dell'indipendenza in Polonia". Nei 15 mesi in cui fu primo ministro, Mazowiecki guidò il Paese nella transizione verso la democrazia e il mercato libero. Giornalista, filosofo e scrittore, Mazowiecki era nato nel 1927 a Plock, nella Polonia centrale, da una famiglia nobile. Negli anni '50 fu espulso dall'associazione cattolica Pax, controllata dai comunisti, per aver guidato un'opposizione interna al gruppo. Durante lo stalinismo in Polonia, fu accusato di essere un agente americano o una spia del Vaticano. Nel 1952 pubblicò il pamphlet 'I nemici rimangono gli stessi', su una presunta alleanza tra il movimento di resistenza anti comunista polacco e i criminali di guerra nazisti. Nel 1992 era stato nominato inviato speciale dell'Onu nell'ex Jugoslavia, dove ha partecipato attivamente alla battaglia per i diritti umani prima di dimettersi nel 1995 lamentando la mancanza di un intervento internazionale contro le atrocità in Bosnia-Erzegovina. Nel 2005 aveva fondato il Partito democratico polacco e fino al 2010 era stato consigliere del presidente Bronislaw Komorowski.


(...) Nel suo memorabile primo discorso, Mazowiecki evitò ogni accento di vendetta o caccia alle streghe. Parlò invece di disgelo e intesa nazionale, "perché il nemico comune è l'inflazione al 2200 per cento che uccide la Polonia". Ci riuscì presto, con l'appoggio di Jaruzelski e col coraggio di riforme durissime, decise dal superministro delle Finanze, Leszek Balcerowicz. Molti giovani emigrarono per cercare lavoro, ma in pochi anni lo zloty, la valuta nazionale, si agganciò prima al marco tedesco, poi all'euro. L'intesa con Kohl, con Gorbaciov ancora alla guida dell'Urss e poi con Bruxelles funzionò subito, in corsa la Polonia entrò in Ue e Nato. Oggi moltissimi dei giovani emigrati allora sono rientrati con alti incarichi economici. La situazione economica è una delle più robuste d'Europa, con disavanzo e defict in rapporto al prodotto interno lordo (rispettivamente 2,9 e 50 per cento circa) ben minori di quelli francesi o olandesi, l'economia rallenta come ovunque nella Ue ma cresce ancora un po' di più di quella tedesca. E al contrario dell'Ungheria di Orbàn, nessun ex leader della passata dittatura è vittima di processi-vendetta.
Passata la sua stagione di leader, Tadeusz viveva solo, da vedovo, in un miniappartamento vicino alla stazione Raclawicka del metrò: tv in bianco e nero, niente computer. Aveva espressamente rifiutato ogni prebenda o privilegio da ex Grande, ma quando gli chiedevi un'intervista diceva subito sì, in tedesco o francese perfetti. Fino all'ultimo, gli integralisti cattolici nella Chiesa polacca e nella destra politica polacca hanno sparato a zero su di lui come un traditore, accusandolo di "compromessi con i generali criminali". Lo odiavano anche i capi della destra nazionalpopulista guidata oggi da Jaroslaw Kaczynski. Eppure il miracolo della transizione non violenta di un Impero intero, e la stabilità e forza economica della Polonia di oggi, restano il merito storico dell'anziano vedovo cattolico liberal morto poche ore fa in un semplice ospedale pubblico di Varsavia.

mercoledì 21 agosto 2013

45 anni fa veniva repressa la "primavera di Praga"

Il 21 agosto di 45 anni fa veniva repressa nel sangue la "primavera di Praga". In occasione di questo anniversario pubblico ampi stralci di un articolo di Antonio Gambino del 25 agosto 1968.

FMM

(...) Le truppe russe, polacche, tedesco-orientali, ungheresi e perfino bulgare, sono penetrate, da varie direzioni, nel suo territorio, hanno occupato Praga e le altre città più importanti, si sono schierate al confine con il mondo occidentale. Le notizie della prime ore della mattina di mercoledì 21 agosto (quelle in cui scriviamo) non dicono di più. Ma esse contengono l’essenziale della situazione, mostrano che ancora una volta il piccolo popolo cecoslovacco è vittima di un’aggressione brutale e ingiustificata, è al centro di avvenimenti tragici, certamente destinati ad avere ripercussioni mondiali di portata incalcolabile.


Che la tensione tra Praga e Mosca non fosse finita con le formule di compromesso di Cierna e di Bratislava era apparso chiaro fin da principio: evidentemente, quello che si era chiuso all'inizio di agosto era solo il primo round di una partita complessa e lunga. Ma contro la ipotesi di una invasione armata sovietica, diretta ad eliminare con la forza il gruppo dirigente stretto intorno a Dubcˇek e a porre fine alla sua politica rinnovatrice, militavano obiezioni precise: in primo luogo la differenza (sulla quale avevano in particolare insistito i comunisti italiani nei loro colloqui con i dirigenti dei Pcus) tra l’esplosione ungherese del 1965 e l’andamento controllato della evoluzione cecoslovacca. Più in generale, un certo ottimismo (diffuso sia in Occidente che nella stessa Cecoslovacchia) nasceva dall’impossibilità di credere che nel 1968, dopo anni di insistenza sui temi della coesistenza pacifica e di un nuovo assetto continentale (fondato sullo slogan paragollista: “l’Europa agli europei”), i dirigenti di Mosca potessero nuovamente ricorrere ai metodi della tradizione zarista per richiamare all’ordine quelli che essi (oggi non meno che all’epoca di Stalin) considerano gli Stati vassalli e satelliti delI’Urss, la fascia protettiva esterna della grande madre Russia.(...)

Già da una settimana i giornali e le riviste di Mosca avevano ricominciato il loro martellamento, aggiungendo alle vecchie accuse contro gli intrighi dei “capitalisti” e dei gruppi antisocialisti interni nuove “rivelazioni” a proposito dei progetti dei “revanscisti di Bonn” per staccare l’ex regione dei Sudeti dal territorio cecoslovacco.

Questa ripresa della polemica costituiva, evidentemente, un fenomeno preoccupante. Dopo che Dubcˇek e Breznev avevano chiarito nei quattro giorni di colloqui di Cierna le rispettive posizioni, gli attacchi continui contro la Cecoslovacchia non potevano infatti essere più visti come un mezzo di pressione e di minaccia, sulla cui efficacia non ci si poteva più fare molte illusioni, ma potevano solo costituire la premessa per un intervento armato. Ed in effetti è proprio sul motivo di un pericolo esterno, oltre che sul preteso appello degli stessi dirigenti di Praga, che Mosca ha insistito per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica internazionale la sua aggressione.(...)

Usciti dal lungo periodo di compressione dello stalinismo e del novotnismo (periodo che ha assunto a Praga caratteri particolarmente tetri e biechi, proprio nel tentativo di cancellare con la violenza la realtà profonda del paese), i cechi e gli slovacchi hanno cominciato un moto evolutivo, di ricerca della propria identità nazionale e culturale, destinato evidentemente ad andare oltre ad ogni schematismo e ad ogni disciplina di partito. Se a tal moto fosse stato permesso di proseguire è certo che, in un tempo più o meno breve, un popolo che prima della seconda guerra mondiale era tra i più moderni e civili di Europa avrebbe finito per rigettare in ogni sua forma quel comunismo autoritario e primitivo che, nato trenta anni prima in un paese infinitamente più arretrato, alla fine della seconda guerra mondiale era stato imposto anche a Praga, in base alla logica della guerra fredda e dei blocchi militari.(...)

Né si poteva credere che il germe revisionista, una volta che ad esserne intaccati non erano paesi periferici come la Jugoslavia e la Romania, avrebbe risparmiato gli altri Stati satelliti: in primo luogo l’Ungheria e la Polonia. Infine, in ogni momento, il processo avrebbe potuto avere ripercussioni incontrollabili in Germania orientale, che ancora oggi costituisce il pilastro del cordone protettivo sovietico ma che, per il suo carattere di Stato artificiale, ne è al tempo stesso il punto più debole. Anche al di là delle loro intenzioni, insomma, i leader rinnovatori di Praga mettevano in crisi l’intero equilibrio europeo, concepito e realizzato da Stalin quasi 25 anni fa. (...)

Tutti i dati sembrano convergere nell’indicare che un acceso dibattito su questi temi si è svolto quasi ininterrottamente a Mosca nell’ultimo mese (e la voce non confermata delle dimissioni di Kossighin ne sarebbe una prova). La vittoria della tendenza conservatrice si è tradotta immediatamente nell’ordine ai carri armati della Santa Alleanza dell’Est di marciare su Praga.(...)