giovedì 21 maggio 2026

Israele e la Flotilla

Personalmente penso che la Flottilla e operazioni simili siano inutili e controproducenti per la "causa palestinese" (se vogliamo chiamarla così) e soprattutto per i palestinesi stessi, a cui non servono queste strane forme di "solidarietà". 

Penso anche, pur non essendo un giurista e quindi sicuramente a rischio di errore/imprecisione, che Israele possa attuare blocco navale e quindi fermare navi che tentano di superarlo. 

Ciò detto, sicuramente le scene viste ieri (anche se sono un niente rispetto a quello che succederebbe in analoga situazione - e a telecamere più che spente! - in altri paesi dell'area) non sono acccettabili per Israele, tanto da aver creato reazioni anche all'interno dell'attuale bruttissimo governo. 

Condivido una testimonianza che viene da lì, e da persona appartenente ai settori progressisti israeliani (raggiungibile su Fb)

FMM

https://www.facebook.com/share/p/1bugvo9MvY/

Gli F-35B italiani atterrano sulle strade: in Finlandia l’Aeronautica Militare prova la guerra senza basi (Difesaonline)

"In una guerra moderna, il primo bersaglio non è necessariamente l’aereo. È la pista. Lo sanno bene i finlandesi, che da decenni addestrano i propri piloti a operare lontano dalle basi principali, utilizzando tratti stradali preparati come piste d’emergenza. Lo sta imparando anche la NATO, dopo l’esperienza ucraina e dopo anni in cui la superiorità aerea occidentale è stata spesso data per scontata. Lo ha dimostrato ora anche l’Aeronautica Militare, portando i propri F-35B all’esercitazione Imminent Field 26, in Finlandia.(...)"

https://www.difesaonline.it/2026/05/21/gli-f-35b-italiani-atterrano-sulle-strade-in-finlandia-laeronautica-militare-prova-la-guerra-senza-basi/

domenica 17 maggio 2026

Zelensky: "Attacchi giustificati. Mosca fermi la guerra".

 ""Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate. Questa volta, i droni hanno raggiunto la regione di Mosca, e stiamo chiaramente dicendo ai russi: il loro Paese deve porre fine alla guerra". Così il presidente ucraino Volodymyr Zelensky rivendica le decine di droni ucraini che nella notte sono stati lanciati su Mosca e sulla regione circostante, provocando almeno tre morti e alcune decine di feriti. (...)"

https://tg24.sky.it/mondo/2026/05/17/guerra-ucraina-russia-ultime-notizie-diretta

sabato 16 maggio 2026

Edmund Phelps

Per ricordare Edmund Phelps, scomparso oggi, riprendo un articolo che presentava il suo lavoro in occasione del Nobel.

FMM

"Il Premio Nobel per l’Economia per il 2006 è stato attribuito a Edmund Phelps. Come si può leggere dalle motivazioni dell’Accademia Reale delle Scienze di Svezia, i contributi del ricercatore americano allo sviluppo della scienza economica sono stati diversi e hanno abbracciato diverse problematiche. Dalle riflessioni sulla relazione tra inflazione e disoccupazione, ai lavori sul salario di equilibrio fino allo studio del processo di accumulazione di capitale.

Possiamo considerare gli studi sul rapporto tra inflazione e disoccupazione il principale contributo di Phelps. Le ragioni sono molteplici. In primo luogo la comprensione delle cause e l’individuazione delle politiche adatte a sconfiggere l’inflazione sono tra le più importanti vittorie della scienza economica. (...)"

https://epistemes.org/2006/10/11/la-curva-di-phelps/

Per chi ha Fb, consiglio un'ottima sintesi del professor Alberto Graziani 

https://www.facebook.com/share/p/1BTHXiD6NE/

Walter Quattrociocchi: dalle echo chambers alla nuova epistemia al governo dell’IA (MentInFuga)

Intervista a Walter Quattrociocchi sulla Intelligenza Artificiale: 

"(...) Con il termine epistemia indico una condizione in cui la plausibilità linguistica viene scambiata per conoscenza. È il cuore del problema. I modelli linguistici generativi producono testi convincenti, fluidi, coerenti in superficie. Ma questa coerenza non coincide con la verità, né con la comprensione, né con la capacità di giustificare ciò che si afferma. Il sistema non sa nel senso umano del termine. 

Genera la continuazione statisticamente più compatibile con il contesto linguistico dato. Per questo la parola “allucinazione” è in parte fuorviante. Fa pensare a un errore occasionale dentro un sistema che normalmente conosce e ogni tanto devia. Ma non è così. Il problema non è che il modello, ogni tanto, “impazzisce”.

Il problema è più radicale: il modello non ha un rapporto epistemico con il mondo. Non verifica, non distingue tra vero e falso come farebbe un soggetto capace di orientarsi tra fonti, evidenze, contesti e contraddizioni. Produce output plausibili. Quando quella plausibilità si sgancia dalla realtà, vediamo l’errore. Ma il meccanismo che lo genera è lo stesso che genera anche le risposte corrette. Ecco perché il tema non è l’incidente, ma la struttura.

L’epistemia nasce proprio da questo: dal fatto che la forma del sapere viene simulata così bene da far dimenticare l’assenza della sua sostanza. (...)" 

https://www.mentinfuga.com/intervista-al-professor-walter-quattrociocchi/ 

giovedì 14 maggio 2026

Mario Draghi riceve il premio Carlo Magno (discorso)

Estratti dal testo dell’intervento dell’ex premier e presidente della Banca Centrale, ad Aquisgrana, pubblicato integralmente su laStampa

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"14 Maggio 2026

Aggiornato alle 13:13

(...) La crescita è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano. E il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista.

Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo. Decisioni dalle profonde conseguenze per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, ignorando le regole delle quali gli Stati Uniti un tempo si facevano paladini. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate. (...)

Il progetto europeo è stato costruito, deliberatamente e saggiamente, per impedire la concentrazione del potere. Dopo le catastrofi della prima metà del Novecento, gli europei stabilirono che nessuno Stato membro avrebbe dominato sugli altri.

Crearono invece un modello di governance diverso, condiviso e diffuso. Ci si affidò ad agenzie indipendenti, processi basati su regole e mercati finanziari per svolgere un lavoro che, altrove, avrebbe richiesto una scelta politica aperta. Laddove occorreva trovare accordi tra i governi, la governance europea li avvolgeva in strati di procedura che li privavano della loro carica politica. Decisioni che in un altro contesto sarebbero state divisive hanno finito per apparire amministrative.

I risultati di quel sistema sono stati straordinari. La pace su un continente un tempo definito dalla guerra. Il ritorno di nazioni che avevano trascorso generazioni dietro la Cortina di Ferro in una comunità di popoli liberi. Il mercato unico. L’euro. La libertà di muoversi attraverso confini che per secoli avevano diviso gli europei gli uni dagli altri.

Per settant’anni, questa architettura ha portato avanti l’Europa. (...)

Nulla rende tutto questo più visibile delle contraddizioni del modello economico europeo.

All’esterno, abbiamo smantellato le barriere commerciali, accolto le catene di approvvigionamento globali e costruito la più aperta delle grandi economie mondiali. All’interno, però, non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, i sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti della nostra economia avviluppate in strati di regolamentazione.

C’è dell’ironia in tutto questo. L’Europa si è affidata ai mercati per svolgere un lavoro che l’autorità politica comune non era stata messa in condizione di compiere. A quei mercati, però, abbiamo negato la scala continentale di cui avevano bisogno per avere successo. Il risultato è stato non una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica. E da questa asimmetria derivano molte delle vulnerabilità che l’Europa si trova oggi ad affrontare. (...)

Più l’Europa si riforma, meno dovrà affidarsi al debito, nazionale o comune, per compensare la propria frammentazione. Ecco perché il mercato unico e la politica industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali. Se correttamente concepiti, l’uno rafforza l’altra.

Ma quanto più l’Europa si addentra nella politica industriale e nelle tecnologie strategiche, tanto più è difficile evitare il fatto esterno centrale della nostra epoca: il nostro rapporto con gli Stati Uniti è cambiato. (...)

Ecco perché il cambiamento di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo. È anche un necessario risveglio. Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi maggiori responsabilità per la difesa del nostro continente e dei nostri vicini, allora l’Europa deve anche acquisire maggiore autonomia nel modo in cui quella difesa è organizzata, e con quell’autonomia verrà una maggiore forza nelle sue relazioni commerciali ed energetiche.

Questo non deve indebolire la relazione transatlantica o la NATO. Al contrario, porrebbe entrambe su basi più solide. (...)

Ma importanti cambiamenti sono già in corso.

L’Europa ha compiuto la sua scelta strategica più significativa degli ultimi decenni: investire nella propria difesa. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà pressappoco quanto la Russia spende ora per la sua economia di guerra pienamente mobilitata.

E l’Ucraina sta guidando una forma di integrazione pratica della difesa che l’Europa ha a lungo faticato a realizzare per disegno. I paesi stanno ordinando le stesse attrezzature perché non possono permettersi di aspettare varianti nazionali su misura. Le imprese europee producono in territorio alleato sistemi progettati dall’Ucraina.

La cooperazione in materia di difesa si sta allargando rapidamente: un recente esercizio di mappatura ha identificato più di 160 accordi di difesa bilaterali e plurilaterali tra Stati europei, il Regno Unito e l’Ucraina, la maggior parte dei quali firmati dopo l’invasione russa. Sei partnership recano una clausola di difesa reciproca.

Il compito ora è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti. Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio. Ci sono due percorsi per dare sostanza a quell’impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda. 

Uno passa attraverso coalizioni più ridotte di paesi accomunati già oggi da capacità e percezioni della minaccia affini. In pratica, gran parte della risposta militare europea è già sostenuta da un gruppo centrale: Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme agli Stati nordici e baltici che sono più vicini alla minaccia.

Non tutti i paesi devono contribuire nello stesso modo. L’Ucraina ha dimostrato che la difesa moderna non si esaurisce più in carri armati, aerei e artiglieria. Dipende anche da batterie, sensori, software e dalla capacità di adattare rapidamente le tecnologie civili. Alcuni paesi forniranno forze; altri forniranno componenti di droni, capacità cyber o logistica; altri ancora aiuteranno finanziariamente.

L’altro percorso è dare sostanza operativa all’articolo 42, paragrafo 7, la clausola di difesa reciproca dell’UE, che, sebbene giuridicamente definita e una volta invocata, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando.

Molto dipenderà da chi si unirà a questo sforzo comune.(...)

L’Europa è costretta a prendere decisioni finora evitate. E per la prima volta da molti anni, le condizioni per fare quelle scelte stanno cominciando a esistere.

C’è un’unità di diagnosi che è autenticamente nuova. La natura della difficile situazione dell’Europa è ora ampiamente compresa da governi e cittadini. La tabella di marcia per l’azione esiste e, in alcune aree, la Commissione europea sta già agendo.

Sotto la pressione di questi anni, agli europei vengono riportati alla mente valori che avevano cominciato a dare per scontati: solidarietà, democrazia, stato di diritto, protezione delle minoranze. Questa è l’eredità dell’Europa del dopoguerra. E stanno tornando visibili perché vengono messi alla prova. (...) 

paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l’azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho chiamato federalismo pragmatico.

La sua virtù è che può ricostruire insieme la capacità di realizzazione e la legittimità democratica. I paesi con la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare. E ciascuno dovrebbe entrare attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, in modo che i cittadini sappiano a cosa si è impegnato il loro governo e possano chiederne conto.

La realizzazione costruisce legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l’abitudine di agire insieme, cresce anche il senso di scopo comune. (...)

Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può fornire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che va costruito dalle fondamenta.

Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo in più. In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l’Europa agisca. Vogliono che l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà. E continuano a sostenere, con passione, i valori che rendono l’Europa degna di essere costruita e che, oggi, la rendono unica.

Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione."

https://www.lastampa.it/economia/2026/05/14/news/mario_draghi_al_premio_carlo_magno_il_discorso_integrale-15621558/

martedì 5 maggio 2026

Proteggiamo ciò che conta: la nostra democrazia (dal sito della Commissione europea)

"La democrazia merita di essere protetta

Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all'interno dell'UE ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni.

È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione.

Oggi i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno.

Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un'iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all'UE su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani.

Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita.  (...)"

https://commission.europa.eu/protect-what-matters-our-democracy_it?pk_campaign=democracy&pk_keyword=italy&pk_medium=display&pk_source=larepubblica&pk_content=press&dclid=CL2pncbOoZQDFX8wYwEdlu0fmA&gad_source=7&gad_campaignid=23734186038