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giovedì 14 maggio 2026

Mario Draghi riceve il premio Carlo Magno (discorso)

Estratti dal testo dell’intervento dell’ex premier e presidente della Banca Centrale, ad Aquisgrana, pubblicato integralmente su laStampa

***

"14 Maggio 2026

Aggiornato alle 13:13

(...) La crescita è quindi la precondizione per tutto ciò che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano. E il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista.

Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo. Decisioni dalle profonde conseguenze per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, ignorando le regole delle quali gli Stati Uniti un tempo si facevano paladini. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate. (...)

Il progetto europeo è stato costruito, deliberatamente e saggiamente, per impedire la concentrazione del potere. Dopo le catastrofi della prima metà del Novecento, gli europei stabilirono che nessuno Stato membro avrebbe dominato sugli altri.

Crearono invece un modello di governance diverso, condiviso e diffuso. Ci si affidò ad agenzie indipendenti, processi basati su regole e mercati finanziari per svolgere un lavoro che, altrove, avrebbe richiesto una scelta politica aperta. Laddove occorreva trovare accordi tra i governi, la governance europea li avvolgeva in strati di procedura che li privavano della loro carica politica. Decisioni che in un altro contesto sarebbero state divisive hanno finito per apparire amministrative.

I risultati di quel sistema sono stati straordinari. La pace su un continente un tempo definito dalla guerra. Il ritorno di nazioni che avevano trascorso generazioni dietro la Cortina di Ferro in una comunità di popoli liberi. Il mercato unico. L’euro. La libertà di muoversi attraverso confini che per secoli avevano diviso gli europei gli uni dagli altri.

Per settant’anni, questa architettura ha portato avanti l’Europa. (...)

Nulla rende tutto questo più visibile delle contraddizioni del modello economico europeo.

All’esterno, abbiamo smantellato le barriere commerciali, accolto le catene di approvvigionamento globali e costruito la più aperta delle grandi economie mondiali. All’interno, però, non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, i sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti della nostra economia avviluppate in strati di regolamentazione.

C’è dell’ironia in tutto questo. L’Europa si è affidata ai mercati per svolgere un lavoro che l’autorità politica comune non era stata messa in condizione di compiere. A quei mercati, però, abbiamo negato la scala continentale di cui avevano bisogno per avere successo. Il risultato è stato non una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica. E da questa asimmetria derivano molte delle vulnerabilità che l’Europa si trova oggi ad affrontare. (...)

Più l’Europa si riforma, meno dovrà affidarsi al debito, nazionale o comune, per compensare la propria frammentazione. Ecco perché il mercato unico e la politica industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali. Se correttamente concepiti, l’uno rafforza l’altra.

Ma quanto più l’Europa si addentra nella politica industriale e nelle tecnologie strategiche, tanto più è difficile evitare il fatto esterno centrale della nostra epoca: il nostro rapporto con gli Stati Uniti è cambiato. (...)

Ecco perché il cambiamento di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo. È anche un necessario risveglio. Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi maggiori responsabilità per la difesa del nostro continente e dei nostri vicini, allora l’Europa deve anche acquisire maggiore autonomia nel modo in cui quella difesa è organizzata, e con quell’autonomia verrà una maggiore forza nelle sue relazioni commerciali ed energetiche.

Questo non deve indebolire la relazione transatlantica o la NATO. Al contrario, porrebbe entrambe su basi più solide. (...)

Ma importanti cambiamenti sono già in corso.

L’Europa ha compiuto la sua scelta strategica più significativa degli ultimi decenni: investire nella propria difesa. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà pressappoco quanto la Russia spende ora per la sua economia di guerra pienamente mobilitata.

E l’Ucraina sta guidando una forma di integrazione pratica della difesa che l’Europa ha a lungo faticato a realizzare per disegno. I paesi stanno ordinando le stesse attrezzature perché non possono permettersi di aspettare varianti nazionali su misura. Le imprese europee producono in territorio alleato sistemi progettati dall’Ucraina.

La cooperazione in materia di difesa si sta allargando rapidamente: un recente esercizio di mappatura ha identificato più di 160 accordi di difesa bilaterali e plurilaterali tra Stati europei, il Regno Unito e l’Ucraina, la maggior parte dei quali firmati dopo l’invasione russa. Sei partnership recano una clausola di difesa reciproca.

Il compito ora è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti. Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio. Ci sono due percorsi per dare sostanza a quell’impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda. 

Uno passa attraverso coalizioni più ridotte di paesi accomunati già oggi da capacità e percezioni della minaccia affini. In pratica, gran parte della risposta militare europea è già sostenuta da un gruppo centrale: Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme agli Stati nordici e baltici che sono più vicini alla minaccia.

Non tutti i paesi devono contribuire nello stesso modo. L’Ucraina ha dimostrato che la difesa moderna non si esaurisce più in carri armati, aerei e artiglieria. Dipende anche da batterie, sensori, software e dalla capacità di adattare rapidamente le tecnologie civili. Alcuni paesi forniranno forze; altri forniranno componenti di droni, capacità cyber o logistica; altri ancora aiuteranno finanziariamente.

L’altro percorso è dare sostanza operativa all’articolo 42, paragrafo 7, la clausola di difesa reciproca dell’UE, che, sebbene giuridicamente definita e una volta invocata, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando.

Molto dipenderà da chi si unirà a questo sforzo comune.(...)

L’Europa è costretta a prendere decisioni finora evitate. E per la prima volta da molti anni, le condizioni per fare quelle scelte stanno cominciando a esistere.

C’è un’unità di diagnosi che è autenticamente nuova. La natura della difficile situazione dell’Europa è ora ampiamente compresa da governi e cittadini. La tabella di marcia per l’azione esiste e, in alcune aree, la Commissione europea sta già agendo.

Sotto la pressione di questi anni, agli europei vengono riportati alla mente valori che avevano cominciato a dare per scontati: solidarietà, democrazia, stato di diritto, protezione delle minoranze. Questa è l’eredità dell’Europa del dopoguerra. E stanno tornando visibili perché vengono messi alla prova. (...) 

paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l’azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho chiamato federalismo pragmatico.

La sua virtù è che può ricostruire insieme la capacità di realizzazione e la legittimità democratica. I paesi con la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare. E ciascuno dovrebbe entrare attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, in modo che i cittadini sappiano a cosa si è impegnato il loro governo e possano chiederne conto.

La realizzazione costruisce legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l’abitudine di agire insieme, cresce anche il senso di scopo comune. (...)

Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può fornire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che va costruito dalle fondamenta.

Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo in più. In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l’Europa agisca. Vogliono che l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà. E continuano a sostenere, con passione, i valori che rendono l’Europa degna di essere costruita e che, oggi, la rendono unica.

Il compito ora è rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può di nuovo trasformare la crisi in unione."

https://www.lastampa.it/economia/2026/05/14/news/mario_draghi_al_premio_carlo_magno_il_discorso_integrale-15621558/

lunedì 26 agosto 2019

Un percorso europeo per le riforme italiane (Maurizio Ferrera, Corriere della Sera)


"(...) La nuova Commissione avrà infatti il sostegno dei partiti tradizionalmente europeisti: popolari, socialisti e democratici, liberali. Sarebbe sbagliato però dire che la Ue è rimasta quella di sempre. La nuova legislatura sarà sicuramente meno «austera» delle due precedenti (Juncker e Barroso), meno orientata alla stabilità fiscale in quanto tale e più aperta verso i temi della crescita, dell’occupazione, della sostenibilità ambientale e sociale. Lo testimoniano innanzitutto i programmi dei partiti che ora formano la maggioranza a Strasburgo. Rispetto alle elezioni del 2014, essi hanno formulato proposte precise su tutti questi fronti (si vedano le analisi su www.euvisions.eu). Il segnale più forte viene tuttavia dall’«Agenda per l’Europa» preparata dalla neopresidente Ursula von der Leyen per il prossimo quinquennio. Una lettura attenta di questo documento sarebbe molto utile a chi sta lavorando per risolvere la crisi di governo. Vi si trovano infatti idee e proposte molto calzanti per l’Italia. In primo luogo, von der Leyen richiama l’attenzione sui temi ambientali e sulla necessità di un vero e proprio «Patto verde» europeo. Non solo per affrontare la sfida oggi più dirompente per l’intero pianeta — il cambiamento climatico — ma anche per stimolare la crescita. Economia circolare, risanamento ambientale, rilancio delle aree e delle attività rurali, investimenti massicci in sostenibilità: preso seriamente, il perseguimento di questi obiettivi avrebbe enormi ricadute in termini di Pil e occupazione. Sul versante del lavoro, la neopresidente propone un salario minimo Ue e la regolazione della cosiddetta gig economy (i lavori tramite piattaforma, che interessano un numero crescente di giovani europei). In tema di welfare, l’obiettivo prioritario è il rafforzamento della garanzia giovani, nonché di una nuova «garanzia minori» (reddito, asili, formazione primaria, salute per tutti i bambini/ragazzi in condizioni disagiate). Dato il suo successo come ministra per gli affari sociali e la famiglia in Germania, von der Leyen propone poi un piano ambizioso per le donne (conciliazione, pari opportunità, protezione contro violenze e femminicidi) e la piena realizzazione del nuovo Pilastro europeo dei diritti sociali. Inoltre, la sua Agenda insiste moltissimo sugli investimenti digitali e in capitale umano: istruzione, ricerca e sviluppo. Nel documento c’è molto altro (compresa la revisione del Regolamento di Dublino sull’immigrazione). Ma i punti menzionati sono tutti rilevantissimi anche per l’Agenda Italia. Se un nuovo governo li includesse nel programma, si tratterebbe (questa volta sì) di un cambiamento epocale rispetto agli approcci del passato, prevalentemente basati sulla difesa a oltranza dell’esistente (settori economici tradizionali, previdenza pensionistica) piuttosto che investimenti per il futuro e per l’inclusione attiva delle persone più svantaggiate. Oltre che per i contenuti, la svolta di von der Leyen merita attenzione anche per altri motivi. In vari Paesi membri non vi sono oggi i margini fiscali per muovere nelle direzioni indicate dalla neopresidente. Certo, con incisive riqualificazioni della spesa pubblica e una lotta a tutto campo contro l’evasione, un po’ di margini si potrebbero (e dovrebbero) trovare. Ma difficilmente basterebbero, almeno nel breve periodo. In Italia abbiamo una complicazione in più. Le clausole sull’Iva introdotte dal governo giallo-verde ci obbligano a trovare 23 miliardi per il 2020 e 29 per il 2021. Se non le disinneschiamo, si rischia di tarpare ancor di più le ali a una crescita già intorno allo zero. E senza crescita il debito non scende. C’è un modo per uscire da questo circolo vizioso? Immaginiamo il seguente scenario. Il nuovo governo elabora (preferibilmente con l’assistenza tecnica della Commissione) un ambizioso piano di riforme in linea con l’Agenda Ursula, indicandone anche i costi. Poi lo presenta come Nota aggiuntiva al programma di Stabilità che tutti i Paesi devono sottoporre a Bruxelles nel mese di ottobre. Come reagirebbe la Commissione? È difficile che ci risponda con un no secco. Vorrà sicuramente essere sicura che non si tratti di una richiesta opportunistica, come è già avvenuto in passato. Chiederà assicurazioni su contenuti e tempi delle riforme, forse vorrà essere coinvolta nel monitoraggio e nella valutazione in corso d’opera. Inoltre si aspetterà che la legge di Stabilità per il 2020 si allinei alle raccomandazioni di politica economica e sociale ricevute dall’Italia lo scorso giugno (ad esempio rivedere quota 100 e il reddito di cittadinanza, per renderlo più efficace). (...)"

martedì 3 dicembre 2013

Perché gli accordi di Bali sono importanti (da ilPost.it)

(...) Dal 1990 a oggi, per effetto della vituperata globalizzazione, oltre un miliardo persone è uscito dalla povertà; nei paesi emergenti una classe media di centinaia di milioni di famiglie insegue i propri desideri e le proprie aspirazioni. Guardiamo da noi: oltre un terzo del nostro prodotto interno dipende dalle esportazioni. Non fosse stata per la loro crescita, costante, che dipende sia dalla bravura delle nostre aziende che dalla domanda internazionale, la crisi degli ultimi anni sarebbe stata molto più nera: dall’export dipendono anche le speranze di una vera ripresa.

Ecco perché la conferenza ministeriale del WTO che si apre oggi qui a Bali, in Indonesia, è così importante. Perché dalle evoluzioni delle regole del commercio internazionale dipendono sia gli equilibri geo-politici, sia le opportunità di crescita da noi, in patria. Il WTO funziona come un tribunale, 159 paesi aderiscono alle sue regole. Allo stesso tempo ha il compito di guidare negoziati per aumentare gli scambi, negoziati che da oltre dieci anni non compiono passi sostanziali a parte aumentare il numero dei membri. Nello stallo, sono iniziate trattative complementari tra gruppi più piccoli di paesi, tra cui spicca quella tra USA e UE. Se le conclusioni di Bali fossero modeste o irrisorie, questi nuovi negoziati da complementari diverrebbero alternativi, segnando nuovi equilibri geo-politici, oltre che economici.(...)

I numeri di uno studio del Peterson (autorevole think tank di Washington) parlano chiaro: un accordo a Bali vale oltre 34 milioni di posti di lavoro che corrispondono a reddito aggiuntivo per 2,4 migliaia di miliardi di dollari, di cui il 45 per cento per i paesi sviluppati e il 55 per cento per i paesi in via di sviluppo. Abbastanza per giustificare l’impegno di questi giorni.

venerdì 8 novembre 2013

Difendere Draghi Con i Fatti: Riforme e Disegno Europeo

Attenzione a sottovalutare le critiche della Germania a Draghi. Attenzione anche a reagire in modo sbagliato, rimproverando ai tedeschi - come si sta facendo da tempo - l'eccessiva severità. 

Il modo migliore per "fare quadrato" attorno a Draghi è smentire con i fatti le preoccupazioni tedesche: approfittare delle azioni della BCE per andare avanti in un percorso di riforme coordinato fra i paesi europei, e sfidare la Germania, convincendola che solo con un disegno europeo di una maggiore integrazione politica ed economica si potranno fare i passi giusti per combattere la crisi, che non può essere curata - soprattutto per motivi di urgenza - solo con manovre di austerità. 

La Germania ha approfittato della possibilità di sforare la soglia del 3% a suo tempo, ma ha fatto riforme che ora sembrano funzionare, anche se problemi di eguaglianza e di precariato permanente, per esempio, sembrano esserci anche lì. 

Deve essere preparato un piano complessivo di riforme per tutta l'Eurozona, che convinca i cittadini europei - tedeschi come greci, come italiani - che nello stare insieme si conquista una forza diversa, che può sconfiggere il male terribile che rischia di rovinare definitivamente le nostre comuità.

FMM

La stampa tedesca dà eco alle critiche delle associazioni dei consumatori tedeschi, che vedono minacciati i risparmi di chi mette da parte per la vecchiaia. Il presidente dell'Associazione dei titolari di polizze assicurative, Axel Kleinlein, dichiara al Tagesspiegel che il calo dei tassi di interesse fa svanire le speranze di un'adeguata sicurezza in vecchiaia, poiché «vengono puniti quelli che risparmiano per quando saranno vecchi». Anche il presidente dell'Associazione delle società di assicurazione (Gdv), Joerg von Fuerstenwerth, parla di «segnale fatale per chi in Germania risparmia per la vecchiaia». Rimbalza sui media tedeschi la notizia della Reuters, secondo cui oltre un quarto dei 23 componenti del Consiglio direttivo della Bce, capeggiato dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, si sarebbe opposto alla decisione di abbassare i tassi di interesse. 

articoli di Elysa Fazzino e Rossella Bocciarelli - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/rPBZH

giovedì 3 ottobre 2013

Draghi: pronti a nuove misure straordinarie

La Bce manterrà la sua politica monetaria accomodante «tutto il tempo necessario». Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, nel corso di una conferenza stampa a Parigi dopo che il direttivo ha lasciato invariati i tassi allo 0,5%. Draghi ha assicurato che la Banca centrale europea è pronta a prendere in considerazione tutti gli strumenti a sua disposizione contro una ancora fragile crescita della zona Euro. «Siamo pronti a prendere in considerazione tutti gli strumenti a nostra disposizione», e la Bce, ha sottolineato, manterrà la sua politica monetaria accomodante «il tempo necessario». Draghi non ha escluso nuovi Ltro
 

martedì 30 ottobre 2012

Chiediamo l'Aiuto BCE, Prima Che Lo Imponga l'Europa

Viste le recenti novità politiche del nostro Paese - le dichiarazioni "anti-Monti" e "anti-tedesche" di Berlusconi e i risultati delle elezioni in Sicilia - è necessario capire quali potranno essere gli sviluppi in termini di situazione finanziaria del Paese, nel suo difficile rapporto con i mercati internazionali.

Con i recenti sviluppi l'Italia rischia di tornare nella scomoda posizione - nonostante gli sforzi fatti - di "Paese a rischio": considerazione ingiustificata dai fondamentali, come ha ben detto Mario Monti, ma "comprensibile" guardando alle difficoltà di un'ipotesi di scenario post-voto quanto mai incerto, sia per scadenza che per esiti.

Non è elegante citarsi, ma temo possa essere utile ripetere quanto detto in passato, in agosto (pur sperando in un diverso scenario): "(...) L'impasse però c'è e deriva dal timore che i passi avanti di questo periodo vengano dilapidati da due fattori: campagna elettorale confusa e/o inutilmente conflittuale, ed elezioni non risolutive. Da questo punto di vista l'unica possibilità di rassicurare i cittadini e i mercati che gli sforzi di questi mesi non siano vanificati da poche settimane di impazzimento politico passa per una strada molto stretta: la richiesta di aiuto alla BCE e la firma del relativo "memorandum".(...)"

Temo che non ci sia molto altro da dire, se non ribadire che l'alternativa non è più (se lo è mai stata) fra chiedere l'aiuto e non chiederlo, ma fra chiederlo noi autonomamente -  a breve, prima delle elezioni, gestendo (in qualche modo "autogestendo" con la BCE, in realtà) il relativo memorandum - e vedercelo imporre  (magari non subito, magari dopo le elezioni), sicuramente con condizioni molto più gravi e pesanti.

Cosa scegliamo?

Francesco Maria Mariotti

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mercoledì 24 ottobre 2012

La Trappola Dell'Eccesso Di Rigore (A. Quadrio Curzio su ilSole24Ore)


L'economia reale è trattata nell'ambito del «quadro di politica economica integrata» ma in modo insoddisfacente. Infatti dopo enunciati condivisibili relativi al perseguimento della economia sociale di mercato per una crescita economica competitiva con una occupazione forte e sostenibile, si riconduce il tutto alla necessità dell'equilibrio di bilancio degli Stati membri e alla flessibilità dei loro mercati di fattori e prodotti per evitare l'accumulo di squilibri. Tutto ciò è importante ma non indica una politica reale-industriale all'altezza della prima manifattura del mondo! Non vorremmo che questa impostazione riponga troppa fiducia sul fatto che basta più concorrenza per produrre più crescita. Il che è pressoché impossibile in una recessione grave come questa unita a politiche di bilancio rigide che la aggravano.
di Alberto Quadrio Curzio - Il Sole 24 Ore - leggi l'articolo integrale

mercoledì 22 agosto 2012

Chiedere l'aiuto della BCE


I giornali e i media tendono a semplificare, e forse "voltano pagina" troppo frettolosamente. Non possiamo certo dire che la crisi sia passata; d'altro canto sono innegabili alcuni segnali positivi. Di semplificazione in semplificazione, si discute ancora di Monti bis; lo stesso premier ha però detto alcune parole significative nei giorni scorsi, lasciando intendere che la fisiologia democratica richiederebbe dopo le elezioni un governo politico "normale" capace - al di là della sua persona- di continuare nelle politiche di risanamento e nel rilancio del Paese.
L'impasse però c'è e deriva dal timore che i passi avanti di questo periodo vengano dilapidati da due fattori: campagna elettorale confusa e/o inutilmente conflittuale, ed elezioni non risolutive.
Da questo punto di vista l'unica possibilità di rassicurare i cittadini e i mercati che gli sforzi di questi mesi non siano vanificati da poche settimane di impazzimento politico passa per una strada molto stretta: la richiesta di aiuto alla BCE e la firma del relativo "memorandum".
Perché questo atto avvenga però nella massima chiarezza e serenità sono necessari alcuni presupposti: naturalmente il primo è che la Corte Costituzionale tedesca approvi l'ESM e che di conseguenza vengano resi operativi protocolli di attivazione semplici, efficaci, veloci; da un altro punto di vista è necessario che già a settembre/ottobre la Spagna chieda gli aiuti della BCE, e che si percepisca da questo atto (e dal memorandum relativo) che la crisi di Madrid è nettamente distinta dalla nostra, pur essendo episodi della stessa tempesta. 
A questo punto il governo Monti dovrebbe tirare fuori tutte le carte possibili per poter arrivare alla scadenza della legislatura con una posizione dell'Italia ulteriormente rafforzata, rendendo teoricamente "inutile" l'aiuto della BCE.
Qui è il nodo e la difficoltà della cosa:

"In cantiere a questo punto ci devono essere le gru"

(...) Cosa c'è ora in cantiere?
«In cantiere a questo punto ci devono essere le gru. Direi».
Cioè?
«Mi spiego: se dovessimo iniziare oggi, a settembre, a fare le riforme perché abbiano effetto a dicembre, staremmo freschi. Adesso è il momento di attuare quello che abbiamo fatto dal 15 novembre. La gente ora deve vedere le gru nei cantieri, gli asili che aprono, i bandi che partono». 
Quindi l'agenda della crescita non esiste? 
«La nostra missione è quella di realizzare gli interventi. Non si tratta soltanto di scrivere i regolamenti ma di vigilare perché tutta la catena decisionale si attivi: dal centro alla periferia».
Un esempio.
«La riforma del lavoro: dobbiamo lasciare al prossimo governo un processo avviato tanto per la nuova assicurazione, l'Aspi, quanto per i centri di impiego. Liberalizzazioni: si deve agire concretamente sui servizi ferroviari, gli ordini i monopoli».(...)

venerdì 4 maggio 2012

W Hollande? Sì, Ma...

E' giusto oggi sperare in una vittoria di Hollande, in Francia, perché è necessario che ci sia un cambiamento, soprattutto in quel "direttorio" franco-tedesco, che troppo ha esercitato un potere che è parso a molti arrogante ed eccessivo

Al tempo stesso invito a non nutrire eccessivi sogni sulle possibilità del candidato socialista, laddove diventasse realmente Presidente, come mi auguro; non perché lui abbia particolari limiti personali; ma perché il contesto internazionale è molto complesso, e Hollande ha dato l'impressione in alcuni casi di cedere a qualche tentazione "nazionalista" (lo dico con tanto di virgolette, si badi). 

Hollande non potrà probabilmente mantenere tutte le promesse che ha fatte (d'altro canto, anche Mitterand dopo i primi entusiasmi, cambiò la sua politica...), e ho l'impressione che se il candidato socialista non corregge alcune dichiarazioni anti-finanza, i mercati potrebbero reagire non benissimo.

Certo, rimane assolutamente vero che l'attuale politica europea è da cambiare in profondità: dobbiamo attivare una proposta politica più ampia, eventualmente cambiare lo statuto della BCE (senza però scalfire la sua indipendenza, consiglio questo bell'articolo di Zingales prima di lasciarci andare a pericolose tentazioni); certo dobbiamo fare tutto il possibile per attivare la crescita.

Ma questo non possiamo farlo cedendo a una versione protezionistica dell'Europa, o peggio dei singoli Stati; né possiamo rinnegare le giuste cure di rigore che abbiamo cominciato a fare; rivederle sì, temperarle certo; rinnegarle no.

L'Europa eventualmente potrà prendere in considerazione misure di spesa- o meglio di investimento, ma gli Stati hanno già speso troppo. Troppo, comunque. Per questo il Fiscal Compact può non essere la pietra che ci affonda, ma la muraglia che ci difende. 

Speriamo che a Parigi vinca Hollande, ma io spero anche che non parli "solo francese", e non faccia scappare chi gli deve - e ci deve - prestare denaro.  Perché non possiamo costruire un'alternativa a un rapporto dialettico con i mercati: giusto non dipendere in toto da essi, ma sbagliato - e pericoloso! - immaginare una politica che si avventura in un'orgogliosa - ma alla fine poco liberale e poco democratica! - "autonomia".

Francesco Maria Mariotti

martedì 1 maggio 2012

I meriti di Monti, le speranze facili, le speranze difficili

Molte voci sembrano ripetere che l'esperienza del governo Monti stia subendo una fase di declino; cominciano a essere troppe, e mi paiono francamente un po' frettolose. Non dobbiamo certo nasconderci i limiti di un'azione che ha dovuto  fare i conti con le tensioni del paese, e le idee non sempre coerenti che segnano le proposte che piovono da una parte all'altra dello schieramento dei sostenitori (e dei contrari al governo, che comunque suggeriscono in abbondanza). Anche su questo blog si è sottolineato che rivoluzioni troppo annunciate non potevano compiersi tanto facilmente.
Ma meglio ricordare che:
1. l'Italia oggi non può permettersi un altro governo, né le elezioni anticipate, perché siamo ancora in piena crisi economica
2. Questo governo ha il merito di restituire la parola alla politica; al di là della discussione piuttosto noiosa "tecnica o politica?", nei fatti questo governo ha determinato con nettezza alcuni obiettivi, ma si è posto anche in ascolto in primis dei partiti e del Parlamento; anche per quanto riguarda la riforma del lavoro, sotto alcuni aspetti è stato dato maggior peso alla richiesta di modifiche provenienti dalla forze politiche, piuttosto che al colloquio con le forze sociali, comunque ascoltate nelle settimane precedenti. Questo passaggio in particolare non poteva che creare forti tensioni: di fatto si è messa in discussione la costituzione materiale di questo paese che prevedeva una centralità sindacale nei passaggi legislativi di riforma del lavoro. Una "ferita" - perché comunque una ferita è stata - che va ripresa in futuro, rielaborata, e superata, perché forse superato è quel modello di concertazione. Forse non del tutto, ma certo in parte sì. I dubbi che in molti hanno espresso sulla posizione della Camusso contro l'intervento di Fornero in Alenia sono un segno che dovrebbe far capire ai sindacati confederali - che dal punto di vista della dinamica "classica" delle trattative potevano avere qualche ragione a lamentarsi dell'azione del Ministro che andava al di là dei luoghi deputati della concertazione - che quella concezione non sta più in piedi, che i rapporti classici di mediazione sociale sono saltati: non lo diciamo con piacere, perché la grande confusione sotto il cielo della politica e della società aumenta il disagio dei cittadini, e la sofferenza di lavoratori e imprese; abbattere vecchi riti politici è forse giusto (anche se a volte viene fatto con troppa facilità e con troppa disinvoltura, va detto), ma certo lascia scoperte molte domande di rappresentanza. Epperò è un dato di fatto che quelle forme non riescono più a rappresentare tutti. Anche per questo l'azione di Monti ridà parola alla politica: perché la pone di fronte all'ineluttabilità di nuove scelte.
3. Sull'IMU si potrebbero dire molte cose; e sicuramente vi sono storture pesanti che vanno corrette, assurdità che il Parlamento dovrà adoperarsi  a correggere. Diciamo però tutta la verità: l'Imu è nata anche come "patrimoniale non detta, non esplicita", di fronte a necessità di cassa urgenti, e contrarietà a una vera e propria patrimoniale che forse sarebbe stata - da un certo punto di vista - più "equa".
4. Prendere sul serio i cittadini. La piccola ma significativa rivoluzione è stata introdotta un po' in silenzio, ma rispetto alla retorica che spesso accompagna i "referendum-mai-messi-in-pratica" potrebbe essere una svolta significativa: l'idea di consultare i cittadini prima di affrontare un provvedimento può essere un approccio realmente riformatore, un ascolto sincero. Ovviamente dipende anche dall'uso che verrà fatto di questo strumento in futuro. Ma certo, in un paese in cui si fanno referendum per pura politica, sapendo magari che non verranno applicati (vd. finanziamento pubblico dei partiti e quelli recenti sull'acqua, o la raccolta di firme sull'abolizione della legge elettorale), mostrare un volto più serio può essere importante. Un governo non rinuncia alla propria potestà, ma ascolta. Se all'ascolto seguiranno fatti concreti, questa sarà una risposta importante, e in netto contrasto con il populismo paternalista ("ti faccio votare sì, perché ti faccio sentire più importante, tanto poi non cambia nulla") di molti referendari.
5. Credibilità. Questo il punto principale; con il governo Monti l'Italia riacquista credibilità e capacità di azione nei confronti degli altri paesi, in particolare nell'azione in Europa. In un momento di gravissima crisi economica generale, essenziale è che chi dice Crescita non sia attaccabile sul piano della serietà e dell'attenzione ai conti pubblici. E' vero, di fronte alle cifre della disoccupazione è facile riprendere soluzioni (presunte) keynesiane, ma tali ricette non sono affatto così semplici e risolutive come può sembrare, non solo per i vincoli economici che ci siamo dati (che vanno eventualmente corretti, ma non annullati), ma anche perché non funzionano esattamente come un tempo (si pensi al fattore "grandi opere" di cui a volte non si stima come sia molto relativa - visto il peso della specializzazione necessaria - la ricaduta in termini di occupazione). Naturalmente vanno pensate a livello europeo manovre nuove; ma non possiamo illuderci con "speranze facili"; dobbiamo sapere che la ripartenza dell'economia non sarà né semplice, né veloce.

Quindi dobbiamo ancora avere pazienza; è una situazione durissima, ed è bene che le forze politiche mettano in atto tutte le possibilità di mediazione di cui sono ancora capaci per aiutare da una parte questo governo a scegliere soluzioni eque per i drammatici problemi che ci troviamo ad affrontare, dall'altra i cittadini a capire e comprendere come in questo momento sia necessaria una "speranza difficile", che resista alle tentazioni di grandi mosse risolutive, ma che crei le condizioni per riformare a fondo il nostro sistema.

Va quindi rinnovata la fiducia a un Governo che  - pur con molti difetti e anche gravi errori (come ad esempio nella vicenda dei cosiddetti "esodati") - è stato capace di fare molto, e che può segnare una strada per il futuro dell'Italia. Purché su questa strada ci si incammini con decisione, tutti assieme.

Francesco Maria Mariotti

domenica 15 aprile 2012

La tentazione pericolosa della BCE (ilSole24Ore)

La Bce può obbiettare, con qualche ragione, che la politica monetaria non è lo strumento adatto per riequilibrare l'economia europea. Un taglio dei tassi di riferimento o una politica di espansione quantitativa chiamata in un altro modo non servono a migliorare la competitività delle traballanti economie del Sud Europa. È vero. Ma senza crescita economica difficilmente potrà esserci la volontà politica di prendere misure difficili a livello nazionale. - di Barry Eichengreenn - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/YXW1I

lunedì 9 aprile 2012

Le Mosse della Turchia

Mentre cresce il numero delle vittime della repressione siriana (secondo l'opposizione i morti dell'ultima settimana sarebbero almeno mille) si avvicina l'ultimatum fissato dalle Nazioni Unite per il cessate il fuoco tra l'esercito di Assad e i ribelli (la data è il 10 aprile), ma la situazione non sembra affatto migliorata. In mattinata ci sono stati scontri anche sulla frontiera libanese e nei pressi di un campo profughi al confine tra Siria e Turchia (sono rimasti uccisi due rifugiati e ferite 21 persone, tra cui un poliziotto turco) e il ministero degli Esteri turco ha protestato ufficialmente con il messo siriano ad Ankara chiedendo  che «le forze siriane smettano di sparare immediatamente» (l'attacco al campo profughi di Kilis è un attacco contro i ribelli ma anche inderettamente contro Ankara che li protegge).
E' proprio la Turchia in questo momento la pedina da seguire per capire che direzione prenderanno i prossimi giorni. (...)


La Turchia ha sempre meno voglia di Europa (video, A.Ferrari)

Leggi anche: "(...) SÌ AL PROGRAMMA NUCLEARE CIVILE? - Per questo – secondo un altro articolo sempre sul Washington Postla Casa Bianca potrebbe accettare un programma nucleare civile iraniano purché strettamente sorvegliato. L'idea è ancora vaga (e da perfezionare) ma Obama l'avrebbe fatta arrivare agli iraniani attraverso un canale turco. Segnali prima dei contatti diplomatici diretti con l'Iran dove verrà chiesto ai mullah di procedere alla chiusura dell'impianto di Fardow. Si tratta di un sito nucleare scavato nelle viscere di una montagna e dunque difficile da monitorare.

Usa, potenziata l'intelligence sull'Iran

domenica 1 aprile 2012

L'Europa tra Scilla e Cariddi, di Mario Deaglio (laStampa, 1 aprile 2012)

(...)L’Unione europea non può semplicemente accettare una situazione del genere e continuare a inchinarsi ai mercati finanziari perdendo di vista la sostenibilità sociale delle manovre in corso e considerando gli andamenti di tali mercati come una (l’unica?) variabile indipendente, alla quale bisogna sempre adeguarsi senza discutere. Dovrebbe invece da un lato porre ordine in tali mercati, impedendo ondate speculative troppo brusche e rimuovendo l’opacità che ne caratterizza certi segmenti e dall'altro spostare in avanti gli obiettivi di pareggio dei bilanci pubblici e di riduzione dei debiti pubblici troppo frettolosamente fissati nel patto fiscale o «patto di bilancio» dei primi di marzo. Un pareggio troppo frettoloso potrebbe destabilizzare il sistema europeo per un lungo periodo.Potrebbe poi introdurre qualche forma di tassazione dei circuiti finanziari (spesso sinteticamente indicata come «Tobin tax»): gli introiti di tale imposta, come anche una parte degli introiti derivanti dalle manovre dei vari Paesi, dovrebbero essere subito reimmessi nell’economia sotto forma di misure di stimolo invece di venire passivamente sacrificati al dio Moloch del pareggio da raggiungere al più presto possibile. Se non si vuole seguire questa linea, non va scartata a priori la proposta avanzata venerdì a Cernobbio da Nouriel Roubini - l’economista turco-americano, laureato alla Bocconi che è stato uno dei pochi a prevedere la crisi - di immettere una fortissima liquidità nel sistema fino a far svalutare l’euro del 30 per cento. Per non finire nelle bocche di Scilla o sugli scogli di Cariddi l’Europa deve in ogni caso fare un salto di qualità e smetterla con il suo compiaciuto linguaggio burocratico, con le conferenze stampa annullate per nascondere i contrasti, con una visione troppo miope e troppo pericolosa.

giovedì 15 marzo 2012

A ciascuno i suoi compiti (dal Sole24Ore)


Perchè se il rigore riguarda ciascun Paese e ha effetti su tutta l'Europa e sulla sua moneta, a maggior ragione la crescita non può trovare una declinazione efficace se non a livello comunitario. «Ci sono tante case e ci sono tanti soggetti che devono fare i compiti a casa ma – ha avvertito il premier – il superamento dei problemi richiede anche il miglioramento della casa comune europea». È questa la sfida che ieri Monti ha messo sul tavolo con la Merkel e in Europa. 

venerdì 2 marzo 2012

La Verità, Vi Prego, Sui Conti (Grecia, Spagna... Europa)

Pensando al caso greco e alla situazione della Spagna (pare che i dati economici vengano rivisti in peggio rispetto a quanto detto da Zapatero prima delle elezioni), credo che sia oramai necessario pensare, costruire e programmare strumenti e procedure che mettano in grado i cittadini di conoscere i veri dati di bilancio prima delle campagne elettorali. 

Un organismo terzo, magari Dirigenti non politici della UE e della BCE che controllino lo stato dei conti pubblici un mese prima del voto, costringendo chi esce a spiegazioni sullo stato delle  cose e forzando i contendenti del futuro a fare promesse che sia possibile mantenere. 

Sarebbe una sorta di "educazione finanziaria e politica" per tutti noi, e avremmo così una procedura comune per rendere credibili le politiche dei governanti. 

Si dovrebbe in questo senso pensare anche a momenti "istituzionali" di "campagna elettorale regolata" in cui le proposte dei contendenti vengano discusse in pubblico, con trasparenza, e con l'ausilio di pareri anche di parte, ma fondati e verificabili, ovvero discutibili e falsificabili. 

La democrazia europea è sotto stress e non può continuare nel giochetto delle stime riviste, o smentite; non possiamo più tollerare campagne elettorali in cui si promettono cose che poi non possono essere mantenute perché la precedente gestione non ha fatto bene i conti. 


In Italia questa cura andrebbe fatta fin da subito, per gli Enti Locali.

E' commissariare la democrazia? O è difenderla dai suoi mali interni?

Francesco Maria Mariotti

In Spagna il disastro della gestione Zapatero si fa sempre più evidente. Dopo il dato sul deficit del 2011, molto più alto delle attese, oggi il governo di Mariano Rajoy ha tagliato la previsione della crescita per il 2012 dal +2,3% al -1,7% mentre ll target per il deficit è stato elevato al 5,8%, molto di più rispetto al precedente vincolo concordato con l’Ue, fissato al 4,4 per cento. «Il premier Zapatero ci aveva garantito che i margini operativi per un veloce rientro del deficit c’erano. È evidente che non è così», spiega un alto funzionario della Commissione europea a Linkiesta. E ora per Madrid potrebbe scattare la procedura d’infrazione.



lunedì 20 febbraio 2012

UN PIANO PER LA CRESCITA IN EUROPA


Ci incontriamo a Bruxelles in un momento rischioso per le economie europee: la crescita è in una fase di stallo, la disoccupazione è in aumento, i cittadini e le imprese si trovano di fronte a delle situazioni che sono le più difficili tra tutte quelle incontrate da molti anni a questa parte. Mentre le principali economie concorrenti stanno uscendo ad un ritmo costante dal buio della recente crisi mondiale, la turbolenza dei mercati finanziari e l’onere del debito rendono molto più duro il percorso in salita verso la ripresa in Europa.

L’Europa ha molti asset economici fondamentali ma la crisi che abbiamo davanti è anche una crisi di crescita. Gli sforzi che ciascuno di noi sta intraprendendo per rimettere le nostre finanze nazionali su una base sostenibile sono essenziali, senza di essi non potremo gettare le basi per una ripresa economica forte e duratura. Ma è necessario agire anche per rendere moderne le nostre economie, costruire una maggiore competitività e correggere gli squilibri macroeconomici. Dobbiamo ricostruire la fiducia, tra i cittadini, le aziende ed i mercati finanziari, nel fatto che l’Europa sarà capace di crescere in futuro in maniera forte e sostenibile e di mantenere la propria parte di prosperità globale.

Abbiamo discusso di questi argomenti l’ultima volta che ci siamo incontrati ed è giusto riaffrontarli di nuovo. Partendo dalle conclusioni che abbiamo raggiunto in precedenza, è arrivato il momento di mostrare leadership e di prendere decisioni coraggiose che possano portare i risultati che i nostri popoli esigono. Accogliamo con favore i passi che si stanno intraprendendo, sia a livello nazionale che a livello europeo, per affrontare questa sfida e siamo impazienti di concordare futuri passi concreti nella nostra prossima riunione, concentrando l’azione su otto priorità chiare per rafforzare la crescita.

Innanzitutto, dobbiamo portare il mercato comune alla successiva fase di sviluppo, rafforzando la governance e innalzando gli standard di attuazione. Il rapporto della Commissione al Consiglio Europeo di giugno dovrebbe fissare delle azioni chiare e dettagliate necessarie per migliorare l’attuazione e rafforzare l’esecuzione.(...)

In secondo luogo, dobbiamo aumentare i nostri sforzi per creare, entro il 2015, un mercato unico realmente digitale. L’economia digitale si sta espandendo rapidamente ma il livello di scambi internazionali rimane basso e la creatività è soffocata da una rete complessa di sistemi nazionali diversi nell’ambito del copyright. (...)

In terzo luogo, dobbiamo mantenere il nostro impegno di costituire, entro il 2014, un mercato interno autentico, efficace ed efficiente nel settore dell’energia. Tutti gli Stati Membri dovrebbero attuare il Terzo Pacchetto sull’Energia (Third Energy Package) in maniera completa, rapida e tenendo conto delle scadenze concordate. (...)

Quarto, dobbiamo raddoppiare il nostro impegno nei confronti dell’innovazione creando l’Area Europea della Ricerca, creando l’ambiente migliore possibile per gli imprenditori ed i creatori di innovazioni affinché essi possano commercializzare le proprie idee e creare posti di lavoro e mettendo l’innovazione spinta dalla domanda al centro della strategia dell’Europa nel campo della ricerca e dello sviluppo. (...)

Quinto, sono necessarie azioni decisive per offrire dei mercati globali aperti. Quest’anno dovremmo concludere degli accordi di libero scambio con India, Canada, i paesi dell’area orientale ed una serie di partner dell’ ASEAN. Dovremmo anche rafforzare i rapporti commerciali con i paesi dell’area sud. Si dovrebbe dare nuovo impeto ai negoziati commerciali con partner strategici come il Mercosur ed il Giappone, con i negoziati con il Giappone avviati prima dell’estate, a condizione che si facciano progressi circa la portata e l’ambizione di un accordo di libero scambio. I contratti attualmente sul tavolo potrebbero aggiungere altri €90 miliardi al PIL dell’Unione.

Ma dobbiamo andare ancora oltre. Dobbiamo dare un’ulteriore spinta politica all’approfondimento dell’integrazione economica con gli Stati Uniti, prendendo in esame tutte le opzioni compresa quella di un accordo di libero scambio, dobbiamo cercare di accrescere le relazioni commerciali e gli investimenti con la Russia, a seguito del suo ingresso nel WTO e dobbiamo avviare una valutazione strategica dei nostri rapporti commerciali e nel campo degli investimenti con la Cina, con l’obiettivo di rafforzare i nostri legami commerciali e consolidare l’impegno di realizzare degli scambi basati sulle regole. (...)

Sesto, dobbiamo sostenere e rendere più ambizioso il nostro programma di ridurre il peso della normative europea. (...)

Settimo, dobbiamo agire a livello nazionale e, rispettando le competenze nazionali, a livello collettivo, per promuovere un mercato del lavoro ben funzionante che offra opportunità di occupazione e, cosa fondamentale, favorisca livelli maggiori di partecipazione al mercato del lavoro da parte di giovani, donne e lavoratori più anziani. Si dovrebbe prestare particolare attenzione anche ai gruppi vulnerabili che sono stati fuori dal mercato del lavoro per lunghi periodi. (...)

Ed infine, dobbiamo assumere delle iniziative per costruire un settore dei servizi finanziari che sia solido, dinamico e competitivo, che crei posti di lavoro e offra sostegno vitale a cittadini ed imprese. Dovrebbero essere ridotte le garanzie implicite che consentono sempre di salvare le banche e che distorcono il mercato unico. Le banche, e non i contribuenti, dovrebbero farsi carico dei costi dei rischi che assumono. (...)

Ciascuno di noi riconosce che il piano che proponiamo richiede leadership e decisioni politiche difficili ma la posta in gioco è alta e le azioni in molte di queste aree avrebbero dovuto essere intraprese da tempo. Con iniziative coraggiose ed efficienti ed una forte volontà politica potremo recuperare il dinamismo dell’Europa riportare le nostre economie sulla strada della ripresa. Sollecitiamo voi ed il Consiglio Europeo e dare risposta all’appello dei nostri popoli a realizzare delle riforme e a contribuire a ristabilire la loro fiducia nella capacità dell’Europa di offrire una crescita forte e sostenibile.

Inviamo questa lettera in copia ai colleghi del Consiglio Europeo

David Cameron, Primo Ministro del Regno Unito
Mark Rutte, Primo Ministro dei Paesi Bassi
Mario Monti, Primo Ministro d’Italia
Andrus Ansip, Primo Ministro Dell’Estonia
Valdis Dombrovskis, Primo Ministro della Lettonia
Jyrki Katainen, Primo Ministro della Finlandia
Enda Kenny, Taoiseach, Repubblica d’Irlanda
Petr Nečas, Primo Ministro della Repubblica Ceca
Iveta Radičová, Primo Ministro della Slovacchia
Mariano Rajoy, Primo Ministro di Spagna
Fredrik Reinfeldt, Primo Ministro di Svezia
Donald Tusk, Primo Ministro della Polonia


mercoledì 15 febbraio 2012

Riconciliare gli Europei con l'Europa (Monti - Goulard)

(...) Sono le disfunzioni delle democrazie nazionali a contribuire ampiamente ai disordini attuali: in virtù del trattato di Maastricht, i governi dell`eurozona continuano ad assumersi il carico delle politiche economiche _e sociali e devono sorvegliarsi a vicenda. Abbiamo visto il risultato. Violando le promesse di rigore di bilancio o rinviando le riforme indispensabili, parecchi responsabili nazionali non solo hanno ingannato ì propri partner, ma hanno anche leso i propri popoli, in particolare i giovani e le generazioni future. 


La tirannia del breve termine, l`eccesso di indebitamento, pubblico o privato, il clientelismo hanno portato a un disastro che le popolazioni pagano caro. Nessuno può più sostenere che la democrazia nazionale funzioni in modo soddisfacente e che invece «l`Europa» non funzioni.


AI tempo stesso, la crisi ha accentuato il bisogno di legittimazione delle decisioni europee. La disoccupazione crea enormi danni, la precarietà e le ineguaglianze aumentano.


Troppi europei hanno la sensazione di trovarsi in un tunnel. Sono pronti a fare sforzi, se questi sono equamente ripartiti. Vogliono soprattutto capire chi decide e vogliono avere un peso sulle scelte per ritrovare dignità e speranza.


Siamo convinti che, per uscire durevolmente dalla crisi, dobbiamo ripensare la democrazia a tutti i livelli, europeo e nazionale, senza contrapporli. E giunto il momento di abbandonare le dispute istituzionali e le recriminazioni incrociate che nuocciono al bene comune. Un disarmo generale si impone al fine di riconciliare gli europei con l`Europa.(...)

Anche su certe carenze dell`azione europea, che minacciano di diventare veri e propri «buchi neri», non c`è un dibattito sufficiente: sulla necessità, per esempio, di riattivare la crescita senza nuocere alla disciplina, o ancora sulle possibilità di preservare l`equità fiscale quando, nel mercato unico, il capitale è mobile e il lavoro lo è molto meno.

La mancanza di una discussione aperta accredita anche l`impressione di un «diktat» degli Stati più potenti: Ciò è pericoloso.- Una delle virtù della costruzione europea, dal 1950, e la ragione profonda del suo successo nel preservare la pace, è quella di unire su base volontaria, nel mutuo rispetto. La stabilità non può essere imposta con la forza.(...)

L`esigenza di democrazia, di partecipazione, di trasparenza è irresistibile. A termine, riforme di grande ampiezza saranno necessarie per fortificare la dimensione parlamentare dell`Unione Europea. Come a livello nazionale, la posta in gioco è delicata, poiché consiste nell`inventare una democrazia più esigente, che eviti la demagogia e la veduta corta. Il processo sarà lento, ma un contributo può già darlo un dialogo intenso e fiducioso fra istituzioni, al di là delle frontiere.

Il testo integrale apparso sul Corriere della Seraanche in pdf

giovedì 9 febbraio 2012

Un Mondo In Attesa Di Nuove Regole (da FULM.org)


Nella confusione di un mondo che va alla ricerca di nuovi equilibri geopolitici e geoeconomici, il Fondo Monetario Internazionale sembra l'unica istituzione che riesce a tenere ferma la barra del timone in direzione dello sviluppo, considerato indispensabile quanto la stabilità. Infatti, gli Stati Uniti danno preferenza allo sviluppo rispetto alla stabilità creando dollari in grande quantità e mantenendo, insieme al Regno Unito, il disavanzo di bilancio pubblico più elevato dopo Grecia ed Egitto. La Cina ha una politica simile, ma mantiene lo yuan-renminbi strutturalmente sottovalutato, discostandosi dalla filosofia del cambio che ha ispirato il FMI. L'Unione Europea assegna priorità assoluta alla stabilità fiscale e, per ora a chiacchiere, invoca la crescita, ma lascia il cambio dell'euro alla mercé del mercato. Questa è una vera coltura di crisi dagli sbocchi imprevedibili.

Che il FMI la pensi così e prema sull'Unione Europea è certamente merito dell'elegante avvocatessa francese che lo guida, Madame Lagarde, ma è anche l'erede della concezione di come funziona il sistema economico portata avanti da Lord Keynes. Nel 1971 gli Stati Uniti hanno demolito l'Accordo del 1944 (Bretton Woods, ndr) senza preoccuparsi di costruirne uno nuovo, convinti che il mercato fosse capace di curare ogni male, a cominciare da quelli che esso stesso crea. Il «liberi tutti» ha funzionato fino alla crisi dei mutui subprime smerciati come titoli derivati e il mondo ha riscoperto che moneta e finanza richiedono una continua vigilanza delle autorità. Nel settore reale, il mercato, se competitivo e globale, ha più capacità di autoregolarsi ma, se la politica non interviene, non sa raggiungere la piena occupazione.(...)

domenica 8 gennaio 2012

A Testa Alta, per l'Italia e per l'Europa

Mario Monti finalmente smette i panni (che non sono mai stati suoi, per la verità) dello "scolaro" che deve fare "i compiti a casa", e riesce a parlare un linguaggio che non teme di alzare la voce - sia pure a suo modo - con gli alleati europei. 

Troppo spesso l'Europa ha dato la sensazione di essere un luogo dove noi dovevamo fare bene le cose, mentre altri difendevano più spudoratamente i loro interessi. 

Ora, grazie all'azione di questo governo, possiamo cominciare a giocare un ruolo più consono alla nostra dignità nazionale, per il bene nostro e dell'Europa tutta, patria nuova da (ri)costruire assieme.

Di seguito l'intervista di Monti al sole24Ore, quella a Le Figaro, l'intervista di Corrado Passera al Corriere della Sera, e alcune critiche di Vincenzo Visco sulla lotta all'evasione fiscale.

Francesco Maria Mariotti


Tocca all'Europa, quindi, non per allentare gli sforzi interni, ma per rafforzarli, per aiutare i singoli Paesi, a cominciare dall'Italia, a proseguire il proprio lavoro. Monti non lo dirà mai prima di sedersi al tavolo con Angela Merkel, ma è questo evidentemente il ragionamento che porterà avanti nei suoi colloqui, nella convinzione di poter superare così i timori tedeschi che l'iniziativa europea possa di fatto indurre i Paesi a rischio ad alleggerire i propri sforzi.
Ma quali sono le priorità dell'Europa? Cosa si aspetta l'Italia da Bruxelles per favorire l'auspicato abbassamento dei tassi (...)

L'Europe peut-elle avoir encore peur de l'Italie au moment où la Grèce et Espagne connaissent de nouvelles difficultés?
L'Europe n'a plus aucune raison d'avoir peur de l'Italie. Nous disposons d'une matière première très rare en Europe, un consensus de fond de l'opinion publique en faveur de l'intégration européenne. J'ai été commissaire européen pendant dix ans. Le président de la République italienne est un Européen très convaincu. Nous avons mis l'Europe au cœur de nos préoccupations. Centrant notre action sur le respect des contraintes européennes que Silvio Berlusconi s'est trouvé obligé d'accepter dans une situation d'urgence, y compris le retour à l'équilibre budgétaire en 2013 que nous avons traduit en mesures concrètes. Aucune crainte donc. Les Italiens ont accepté avec un flegme presque britannique les mesures très lourdes qui leur étaient imposées. Ils ont fait preuve d'un sens des responsabilités admirable. Ne faisant que trois heures de grève. Ils ont compris que les contraintes européennes sont imposées pour les générations futures. Tous les analystes conviennent que l'Italie a fait son devoir.

Quelle contribution attendez-vous de l'Europe?
Au Conseil européen des 5 et 6 décembre à Bruxelles, je me suis battu pour que le Fonds de soutien aux dettes souveraines (le FESF) soit mis en œuvre rapidement et renforcé substantiellement. Son niveau actuel reste très insatisfaisant. Pour l'instant, l'Italie reste victime d'un risque «zone euro». Il faut éliminer ce risque. On m'a surnommé le plus allemand des économistes italiens. Mais comment faire une politique européenne de croissance sans enfreindre les politiques budgétaires de rigueur? Je suis intimement convaincu que l'Europe tout entière peut trouver des avantages considérables en termes de croissance dans une intégration réelle plus poussée. Les pays de l'eurozone se sont concentrés sur l'union monétaire en délaissant l'union économique. Cela impliquerait de créer un véritable marché ouvert, étendu à tous les secteurs. Souvent les pays de la zone euro sont moins avancés que ceux qui n'ont pas adopté la monnaie unique comme le Royaume-Uni, le Danemark et la Suède. (...)


(...) E’ un’offensiva diplomatica che nessuno ricordava. «L’Europa non deve più aver paura dell’Italia» è il messaggio con cui Monti, in un’intervista a "Le Figaro", anticipa lo scambio di vedute che avrà domani a Parigi col presidente Nicolas Sarkozy, il quale poi volerà alla cancelleria federale lunedì per vedere Frau Merkel, due giorni prima del premier italiano faccia lo stesso. Il francese e la tedesca saranno poi ospiti a Roma a metà mese, ripetendo il formato a tre del 24 novembre a Strasburgo. Il 18 sarà una giornata londinese per il Professore, ricevuto del conservatore David Cameron, per un secondo tempo del match aperto a Bruxelles la notte dell’8 dicembre, quando tentò di convincere l’inglese euroscettico a non mettere i bastoni sulle ruote del rafforzamento dell’Eurozona. Confronto cruciale. Rispetto a Sarkozy, confessa il premier, «io sono più convinto che si debba associare alla costruzione europea anche i Paesi che non sono dell’euro, in particolare il Regno Unito».

Nulla è affidato al caso. Monti è consapevole che la "fase due" del piano SalvaItalia - quello della crescita avrà le polveri bagnate se in Europa non si tesserà un accordo sul coordinamento delle politiche di bilancio e una strategia per sviluppo e lavoro, basate sul rafforzamento del mercato interno. (....)



«L'Europa non riesce a decidere con visione e pragmatismo, i mercati valutano che l'Europa non ce la faccia, quindi scommettono contro; e i Paesi con un debito più alto soffrono di più. O l'Europa decide di darsi gli strumenti che qualsiasi moneta ha, vale a dire una Banca centrale in grado di garantire la liquidità e la stabilità, oppure non ci sarà crescita, e non ci sarà occupazione. La Germania è il Paese che ha avuto maggiori vantaggi dall'euro. Sono certo che svolgerà il ruolo che le compete di Paese leader, non di Paese che spacca l'Europa. L'Europa deve avere il coraggio di dire al mondo che garantisce se stessa. Altrimenti, con questi tassi di interesse, crescere è quasi impossibile».


Allora, come si fa la «vera» lotta all’evasione?

«Primo, bisogna creare le condizioni per avere una tracciabilità effettiva, non come quella prevista nella manovra Monti: la possibilità di conoscere quello che accade nell’economia. Tracciamo gli stipendi dei lavoratori dipendenti, devono essere tracciati anche gli altri redditi. Nel 2006-2008 la questione del contante l’avevo affrontata in modo del tutto diverso: la stragrande maggioranza delle transazioni sono sotto i 1000 euro. Per i pagamenti ai professionisti avevamo stabilito che sopra i 100 euro non si potessero usare i contanti. Secondo, ripristinare il fondamentale elenco clienti e fornitori, abolito da Tremonti e non reintrodotto da Monti. Terzo, la trasmissione telematica dei corrispettivi dei negozi al Fisco. Insomma, bisogna far capire alla gente che può essere controllata, e convincerla spontaneamente a comportamenti corretti».