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martedì 26 agosto 2014

Il problema del lavoro (Gianni Cuperlo)

La riflessione di Gianni Cuperlo - che trovate integrale su Facebook -  è interessante; anche se il problema dell'Italia è che il mix di interventi di cui ha bisogno è complesso; e quindi . diciamo così - i due diversi "approcci" alla crisi di cui parla Cuperlo vanno forse calibrati, e non si escludono reciprocamente. 


FMM 


"(...) Ci sono due modi per aggredire la creazione di lavoro. Uno è insistere sul fatto che le economie uscite meglio dalla crisi in termini di occupazione sono state quelle con più flessibilità (come quella tedesca, si dice sempre). L'altro mette in risalto un aspetto diverso. E cioè che non è bastata l'azione sulla flessibilità del mercato del lavoro a rendere più competitive alcune economie. La verità è che sono serviti investimenti pubblici e privati senza i quali non sarebbe aumentata la produttività, e dunque la crescita sarebbe stata semplicemente impossibile.
Sono proprio due modi di approcciare la crisi.
Il primo ha tra i suoi seguaci una lunga schiera di analisti ed esponenti della politica (da Ichino, Alesina, Giavazzi alla destra di Forza Italia e Ncd). Il secondo comincia a farsi largo anche sul piano teorico come dimostrano i saggi (spesso citati qui sopra) di Mariana Mazzucato o Thomas Piketty (a proposito, ma Bompiani si spiccia a mandare in libreria la traduzione?).
Ora, per la verità anche l'uso disinvolto del modello tedesco merita qualche osservazione. È vero che in questi anni i salari in Germania sono stati tenuti a freno (e la cosa non è stata priva di conseguenze sul versante della domanda interna) ma quella è stata la conseguenza di un accordo tra capitale e lavoro per preservare i livelli occupazionali durante l'unificazione del paese nei primi anni ’90.
Quell'accordo peraltro prevedeva di mantenere i livelli occupazionali, ma insieme a una riduzione dell'orario di lavoro (35 ore) e a investimenti in infrastrutture, ricerca e innovazione. Sono questi investimenti che hanno consentito alla Germania di distanziare altri paesi sul versante della produttività. Il vero disastro con il quale misurarsi non è, dunque, il costo del lavoro, ma la produttività.(...)"


lunedì 25 agosto 2014

Mario Draghi e l'Europa irriformabile (da Linkiesta.it)

(...) Nessuno dei quattro grandi paesi che adottano l’euro è davvero a posto, nessuno può alzare il ditino o indossare l’aureola del santo. Ma chi è in grado di convincerli a seguire la retta via? È questo il dilemma che Draghi ha posto indirettamente, ma con chiarezza. E si è scontrato contro un muro, perché nessuno oggi ha il potere di farlo, certo non la Ue che è ridotta sempre più a un club di nazioni chiassose e litigiose, ma nemmeno la Bce che pure è l’unica istituzione federale dotata di veri strumenti d’intervento. I cambiamenti principali finora sono stati compiuti sotto la pressione degli eventi, davanti a rischi drammatici come la crisi bancaria del 2008, il crack della Grecia nel 2010 o il collasso dell’euro nel 2012. E sono comunque rimasti cambiamenti a metà, accettati di mal grado dalla Germania che pure vanta il proprio europeismo federalista.

Draghi ha chiesto un’ulteriore cessione di sovranità e vuole un patto per le riforme da accompagnare al patto fiscale. Se si vuole dare all’euro una intelaiatura più solida è un passaggio inevitabile. Ma oggi non c’è consenso né tra i paesi del sud né in quelli del nord Europa. Dunque, la politica economica europea è in un cul de sac. La Bce alla fine sarà costretta a fare come la Fed se arriverà davvero una nuova tempesta finanziaria. Ma senza dietro un paracadute politico, nessuno può garantire che sia davvero efficace. Draghi lo sa e lo ha detto. Anche la sua diventerà una predica inutile?

Il rischio è ancor più forte se si passa alla riforma delle riforme, quella del sistema finanziario dove è cominciato il grande crack. Qui i passi sono stati ben più timidi di quelli compiuti dalle politiche fiscali dei governi. I grandi protagonisti, le megabanche, i supermarket della moneta, i fondi di investimento, hanno continuato ad assumere rischi come se nulla fosse e poco è cambiato del loro comportamento. Sono migliorati gli strumenti di controllo, anche se non a sufficienza, ma sono sempre interventi ex post, nulla che possa in alcun modo prevenire lo scoppio a catena di nuove bolle e una crisi sistemica. (...)

lunedì 23 dicembre 2013

La lezione inglese sul lavoro (Corriere.it)

(...) Gli Stati Uniti di Obama e il governo Cameron offrono infatti due modelli quasi speculari di come affrontare la sfida dell’occupazione dal punto di vista politico-strategico. Nel settembre 2011, Obama annunciò con la grancassa un piano molto ambizioso (chiamato, appunto, American Jobs Act : attenzione al plurale) per creare milioni di nuovi posti di lavoro.

I piatti forti del pacchetto erano la riforma dell’assicurazione contro la disoccupazione, crediti d’imposta per le nuove assunzioni, riduzione dei contributi sociali, un programma di investimenti straordinari in infrastrutture, incentivi per le piccole imprese.
Il provvedimento sarebbe costato circa 450 miliardi di dollari: una cifra molto elevata, ma grazie alla quale, secondo il presidente, «milioni di americani sarebbero tornati al lavoro e sarebbero arrivati più soldi nelle tasche di tutti i lavoratori».
Proprio per i suoi costi e per le sue eccessive ambizioni il progetto si impantanò immediatamente all’interno del Congresso e alla fine Obama si è dovuto accontentare di poco: qualche incentivo fiscale per i nuovi assunti e un nuovo schema per finanziare le piccole imprese.
Il Regno Unito ha seguito un metodo diverso per affrontare il tema lavoro: non un «Masterplan» onnicomprensivo e radicale, ma una serie di Employment Reviews (revisioni delle politiche per l’impiego), volte a realizzare concretamente tre obiettivi strategici fissati da un conciso documento ad inizio legislatura: flessibilità, efficienza, equità. In questo modo sono state però introdotte varie misure innovative.
Muovendosi in largo anticipo rispetto alle raccomandazioni Ue, lo Youth Contract («contratto giovani») ha ad esempio offerto in due anni 500 mila opportunità di lavoro o formazione a giovani fra i 18 e i 24 anni, mentre il Workprogramme («Programma lavoro»), introdotto nel 2011, ha aiutato oltre 200 mila disoccupati di lungo corso a ritrovare lavoro.
Sul piano della strategia politica, la differenza fra il modello americano e quello inglese è chiarissima. Obama voleva far colpo con un progetto «di rottura», in vista della campagna per la rielezione che avrebbe preso avvio all’inizio del 2012.
Il Congresso ha bocciato gran parte del Jobs Act , ma Obama ha vinto le elezioni, anche grazie ai suoi annunci sul fronte del lavoro. Forte del successo elettorale e del patto di coalizione, il governo Cameron-Clegg ha scelto un approccio meno roboante, ma più efficace in termini di risultati, ponendosi in un orizzonte di legislatura.(...)

mercoledì 4 dicembre 2013

Francia, Malata d'Europa?

Certo, questa non è una gara nella quale la seconda e la terza economia dell'euro bramino arrivare prime. Ma visto che insieme Francia e Italia fanno ben oltre un terzo del Pil dell'eurozona, il loro stato di salute è inevitabilmente un problema collettivo oltre che nazionale, lo spartiacque tra una crescita europea robusta e una ripresa anemica, come l'attuale. «Nell'ultimo biennio l'Italia è migliorata, la Francia no ma siccome la Francia fa parte del nucleo duro dell'euro non è esposta alla speculazione, perché tutti sanno che sarebbe aiutata dai tedeschi molto più facilmente dell'Italia» spiega Schmieding con brutale franchezza.
 
di Adriana Cerretelli - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/WI95E

Francia e Italia si stanno sforzando di trovare soluzioni più equilibrate rispetto alle linee guida in stile Troika (Commissione Ue, Bce, Fondo monetario). Parigi ha respinto con decisione le tesi delle agenzie di rating e il presidente Hollande ha confermato che non devierà dalle scelte di sovvenzionamento pubblico dei livelli occupazionali. Ma senza importanti e mirate operazioni di spending review (a cui il governo Letta sta lavorando, obbiettivo tagli per 32 miliardi) che vadano a incidere sul cosiddetto cuneo fiscale sarà molto difficile - dati gli alti livelli di debito e la bassa crescita - evitare una lunga e dolorosa fase di svalutazione interna e imponente disoccupazione strutturale. 

di Alberto Annicchiarico - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/uLz3k

La risposta è semplice: è una questione politica. Il peccato della Francia non è un debito eccessivo, una crescita economica particolarmente scarsa, una produttività scadente (dal 2000 a oggi è stata più o meno uguale a quella tedesca), una crescita insoddisfacente dell'occupazione (come sopra) o altro del genere. Il suo peccato è aver rimesso in ordine i conti pubblici alzando le tasse invece che tagliando lo Stato sociale, cosa che il Governo di Parigi è contrario a fare. Non c'è nessun dato che dimostri che si tratta di una politica disastrosa (e infatti i mercati dei titoli di Stato non sembrano preoccupati): ma a che servono i dati? 

di Paul Krugman - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/yzP6T

Tre i punti critici della Francia, secondo gli economisti del Lisbon Council: e’ uno dei paesi in cui la spesa pubblica in rapporto al pil e’ piu’ elevata; conduce politiche eccessivamente orientate all’interno con il risultato che la quota di esportazione continua a declinare; la competitivita’ e’ indebolita da un aumento eccessivo dei costi del lavoro e da norme restrittive che rendono “piu’ difficile assumere e licenziare rispetto a qualsiasi altro paese dell’Eurozona con l’eccezione della Slovenia”. Di piu’: secondo il Lisbon Council in Francia pesa enormemente “un’avversione alle riforme e le sue politiche rappresentano un rischio per tutti”

giovedì 28 novembre 2013

Dubbi Democratici - Il Populismo Che Non Governi

C'è un dato positivo, uno solo a mio avviso, nel percorso elettorale di Renzi. E cioè il tentativo - più o meno esplicito - del sindaco di Firenze di "catturare politicamente" il malcontento dei cittadini, un misto di malumore, rabbia, e a tratti disperazione che si è creato nel nostro paese con solide ragioni e che per il momento ha trovato pochi sbocchi politici, spesso non utili a un reale miglioramento delle cose. Tutta la retorica antipolitica (o meglio "anticasta") - dalla "rottamazione" in poi - avrebbe un senso, se fosse capace di sottrarre voti alla pura protesta per incanalarli verso obiettivi più concreti.

Detto ciò, però il problema dello "stile" politico che accompagna la campagna di Renzi, che oramai dura molti mesi, a me pare sia pesante; perché in realtà questione non solo di stile; ma problema di una campagna che in qualche modo si fa facilmente "populista" (mi perdonino gli amici renziani, non mi viene una parola migliore...) e che rischia di non sortire gli effetti positivi che al momento ci si aspetta.

Dal caso Ablyazov alla legge di stabilità, dal no (anche comprensibile, ma mal presentato) a grazia e indulto al caso Cancellieri, Renzi sembra voler dire di continuo: "io sono in sintonia con il paese reale, io saprò fare meglio; contro tutto ilvecchio (in cui vengono accomunati Berlusconi, Letta, e - sia pure in modo meno appariscente, ma comunque con forza - lo stesso Napolitano) io saprò vincere in nome di tutti voi, che non ne potete più di loro".

Renzi per fortuna non è solo un populista; e sicuramente alcuni contenuti (oggi Michele Emiliano a Omnibus annunciava alcune idee in tema di giustizia) possono essere interessanti.

Ma quando inizi a cavalcare la demagogia, o hai la forza di governarla (ma devi essere veramente molto bravo) o il rischio è che tu venga disarcionato, senza tanti complimenti. Magari anche senza cadute apparenti o plateali; perché forse rimarrai formalmente capo, ma la tua politica sarà sempre "sotto ricatto", sotto il ricatto della delusione, e della reazione del disincanto, che spesso colpisce gli innamoramenti politici...

Per dirla in breve, i rischi che mi sembra corra Renzi, ma con lui - purtroppo - tutti noi, sono due:

1. una volta che si critica così ripetutamente il governo (teoricamente amico) e si alzano le pretese, quando arriva il proprio turno non ci si può abbassare a nessun compromesso: si è criticato Letta su Ablyazov? Cosa succederà quando ci sarà un qualsiasi incidente di questo tipo in un futuro governo Renzi? Si volevano le dimissioni di Cancellieri? Alla prima telefonata sospetta di uno dei suoi ministri, sarà lecito scatenare la guerra... Si critica la legge di stabilità? L'anno prossimo - se ci sarà un governo Renzi (io spero ci sia ancora Letta) - si dovrà saper fare molto meglio ( e l'anno prossimo il Fiscal Compact - se non vado errato - inizia a chiedere il rientro del debito). Insomma; come ha detto lo stesso sindaco di Firenze: "non ci saranno più alibi". Ottimo, teoricamente. Ma se non si è in grado di soddisfare tutte le pretese che si sono volute alimentare facendo polemica contro il vecchio, il rischio di un "rinculo" è molto alto. 

Sono tanti gli uomini forti che hanno tentato di cambiare l'Italia con energia, promettendo Grandi Riforme o addirittura Rivoluzioni (liberali...); non pare ci siano riusciti. Perché? Qui veniamo al secondo punto, che è forse l'altra faccia del primo

2. L'idea  di politica che Renzi esprime è semplice; anche se alla fine del suo ultimo discorso alla Leopoda è sembrato voler porre un freno ("guardate che non basto io"), tutta la dinamica di questi giorni è fatalmente (anche per ragioni di competizione) focalizzata su di lui, sulla sua personale capacità, sulla forza che il capo potrà mettere nel portare avanti le sue idee. Ma questo non basta, in Italia. Per gli stessi motivi per cui sarebbe fallimentare una riforma presidenzialista, una politica dell'uomo forte può forse funzionare per qualche mese, ma va poi fatalmente a scontrarsi con il fatto che un uomo solo al comando non può gestire un paese complesso e stratificato come il nostro. 

L'impatto delle riforme - se fatte - crea inevitabilmente malcontento e lacera quella "facile alleanza" che - dietro al capo - si crea in fase elettorale, quando le promesse non vengono verificate, e non si guarda con attenzione alle conseguenze delle parole. 

L'uomo solo al comando rischia così di rimanere intrappolato nelle dinamiche parlamentari, che sempre ci saranno, e che magari prendono avvio da questioni concrete. Il capo che diceva di non voler occuparsi della bassa e volgare politica (quella che facevano i vecchi) rischia così di dover venire a compromessi molto tattici e di poco respiro (vi ricorda qualcuno? Anche Berlusconi si presentò - ed era, in un certo senso - uomo forte e nuovo)...

Non basta più - se mai è bastato - cambiare il "vertice" del paese. Una vera politica di riforme è fatta anche di "accompagnamento nel quotidiano": troppe volte belle riforme progressiste sono diventate pesanti - e vissute come negative - per la mancanza di attenzione alle quotidiane conseguenze che portavano, per la mancanza di ascolto dei cittadini coinvolti (si pensi a come è stato tradito l'art.18 dello Statuto dei lavoratori, che troppi cittadini e troppe aziende oggi vivono come nodo di privilegio, e non garanzia di diritti, come dovrebbe essere).
Ad accompagnare le riforme, forse, servirebbero buoni partiti, infatti.

Ho già scritto troppo. Solo un'ultima annotazione: poche ore fa è decaduto Berlusconi, come anni fa Craxi fu sconfitto, non proprio politicamente. Dopo la "caduta" di Craxi, non vinse la parte progressista. Anni dopo, Veltroni vinse le primarie, e cominciò a fare "pungolo" al governo Prodi, naturalmente con le migliori intenzioni. Alle successive elezioni, non vinse la parte progressista. 

Oggi pungolo al governo amico e caduta non-politica dell'avversario si fanno vicini. 

Non si fa altrettano prossima, temo, neanche questa volta, la vittoria di un'idea d'Italia laica, liberale e realmente progressista.

Francesco Maria Mariotti

venerdì 8 novembre 2013

Difendere Draghi Con i Fatti: Riforme e Disegno Europeo

Attenzione a sottovalutare le critiche della Germania a Draghi. Attenzione anche a reagire in modo sbagliato, rimproverando ai tedeschi - come si sta facendo da tempo - l'eccessiva severità. 

Il modo migliore per "fare quadrato" attorno a Draghi è smentire con i fatti le preoccupazioni tedesche: approfittare delle azioni della BCE per andare avanti in un percorso di riforme coordinato fra i paesi europei, e sfidare la Germania, convincendola che solo con un disegno europeo di una maggiore integrazione politica ed economica si potranno fare i passi giusti per combattere la crisi, che non può essere curata - soprattutto per motivi di urgenza - solo con manovre di austerità. 

La Germania ha approfittato della possibilità di sforare la soglia del 3% a suo tempo, ma ha fatto riforme che ora sembrano funzionare, anche se problemi di eguaglianza e di precariato permanente, per esempio, sembrano esserci anche lì. 

Deve essere preparato un piano complessivo di riforme per tutta l'Eurozona, che convinca i cittadini europei - tedeschi come greci, come italiani - che nello stare insieme si conquista una forza diversa, che può sconfiggere il male terribile che rischia di rovinare definitivamente le nostre comuità.

FMM

La stampa tedesca dà eco alle critiche delle associazioni dei consumatori tedeschi, che vedono minacciati i risparmi di chi mette da parte per la vecchiaia. Il presidente dell'Associazione dei titolari di polizze assicurative, Axel Kleinlein, dichiara al Tagesspiegel che il calo dei tassi di interesse fa svanire le speranze di un'adeguata sicurezza in vecchiaia, poiché «vengono puniti quelli che risparmiano per quando saranno vecchi». Anche il presidente dell'Associazione delle società di assicurazione (Gdv), Joerg von Fuerstenwerth, parla di «segnale fatale per chi in Germania risparmia per la vecchiaia». Rimbalza sui media tedeschi la notizia della Reuters, secondo cui oltre un quarto dei 23 componenti del Consiglio direttivo della Bce, capeggiato dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, si sarebbe opposto alla decisione di abbassare i tassi di interesse. 

articoli di Elysa Fazzino e Rossella Bocciarelli - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/rPBZH

Una politica monetaria comune, ma effetti asimmetrici (da laVoce.info)

(...) Prima dell’introduzione dell’euro, ogni banca centrale nazionale aveva differenti approcci verso la stabilità dei prezzi e verso la crescita economica. Dal 1999, la Bce ha sostituito le banche nazionali e ha “imposto” una politica monetaria comune a un insieme di paesi membri ancora caratterizzati da persistenti divari strutturali, ad esempio in termini di rigidità sul mercato del lavoro, competitività e livelli del debito pubblico. Un ambiente così diversificato rende il processo di decisione della Bce particolarmente difficile, dal momento che le reazioni alle sue decisioni potrebbero essere diverse tra i paesi europei. (...)

La politica monetaria unica non può agire sull’esistenza di queste asimmetrie, che presentano natura idiosincratica. In altre parole, le differenti reazioni alla manovra di politica monetaria sono prevalentemente attribuibili alle caratteristiche strutturali e socio-economiche dei singoli paesi: su di esse i Governi nazionali potrebbero incidere con appropriate politiche di riforma e di regolamentazione dei mercati. Non sorprendentemente, infatti, le restanti asimmetrie a livello di prezzi si osservano nei paesi del Mediterraneo che, storicamente, sono caratterizzate da prezzi meno flessibili e minore concorrenzialità interna.
In conclusione, i paesi dell’area euro reagiscono in maniera asimmetrica alle decisioni di politica monetaria in merito ai prezzi e alla disoccupazione, mentre non si notano differenze rilevanti in termini di Pil. Sebbene la riduzione delle asimmetrie rilevata dopo il 1999 sia coerente con gli obiettivi della Bce, le restanti divergenze esulano dagli obiettivi di politica monetaria, e quindi devono essere oggetto di adeguate politiche strutturali da parte dei governi nazionali.
Al di là dell’interesse intrinseco dei risultati del nostro studio, il primo a documentare empiricamente l’esistenza di asimmetrie nell’area euro, essi dovrebbero rappresentare un campanello di allarme per l’area euro, indirizzando i paesi verso una maggiore armonizzazione nella regolamentazione. Solo in questo caso, infatti, gli effetti della politica monetaria della Bce potranno essere maggiormente uniformi.(...)


sabato 19 ottobre 2013

Pensioni Dignitose. Il Rischioso Welfare Del Futuro

Accennavo giusto un anno fa al fatto che la rifiorma previdenziale era un "argomento che comunque fra qualche anno probabilmente dovremo riprendere in mano per capire se il valore delle nostre pensioni basterà a garantirci un'esistenza dignitosa". Non ero affatto originale (quasi mai lo sono), e in realtà il problema è come al solito che il dibattito Riforma Fornero-sì/Riforma Fornero-no nascondeva molti aspetti di lunga durata per i quali in ogni caso - come per tutte le vere riforme, che non sono decaloghi intoccabili (neanche il Decalogo "vero" - diciamo così - lo è, d'altro canto...) - si sarebbe dovuto ripensare ancora al meccanismo che tutela le persone in età non più lavorativa. 

Oggi quindi le dichiarazioni del ministro Giovannini non devono stupire, e devono piuttosto obbligarci a iniziare un ripensamento ulteriore su come intendiamo costruire il welfare futuro. Basterà rafforzare la parte privata della previdenza? E' dubbio, anche perché la parte privata si deve finanziare sottraendo soldi oggi a già magri stipendi. Riprendere un rafforzamento pubblico? Dipende da molti fattori, ma il rischio è di ritornare a distorsioni come le abbiamo vissute con il modello retributivo. 

La partita del welfare si gioca perciò anche su "come vogliamo vivere" la nostra vecchiaia, sul fatto che forse in futuro dovremo incentivare l'avvicinamento delle persone, il fatto che facciano rete. La coabitazione fra anziani soli, per esempio, incentivata per ridurre le spese. La creazione di quartieri "ad hoc" con la possibilità di gestire servizi in modo integrato, abbassandone i costi. Cose che già in parte vengono ipotizzate e forse anche sperimentate, ma che ancora faticano a prendere piede come consapevolezza pubblica. 

Richiamo in punta di piedi, perché temo molto la connessione delle cose (ma c'è, questa connessione purtroppo), il fatto che dobbiamo guardare con realismo il terribile problema del costo della sanità, che potrebbe portarci in futuro alla tentazione - grave - di un ripensamento dell'universalità del diritto alla salute, almeno inteso nel senso che debba essere sempre garantita a tutti e a tutte - indipendentemente da età e situazione personale - una cura. La china è molto scivolosa, e dobbiamo lottare perché il diritto alla salute sia sempre garantito, ma non è affatto scontato che possiamo vincere questa partita. 

La battaglia per un welfare per tutti è ancora dunque al centro dell'agenda politica europea e occidentale. Forse - approfittando del fatto che anche nei paesi che si stanno rafforzando economicamente questo tema sta diventando rilevante (vedi i conflitti in Brasile) - sta arrivando il momento di porre la questione al centro dell'agenda - mondo.

Francesco Maria Mariotti

lunedì 22 ottobre 2012

Fare Riforme Non E' Fare La Morale


Ammiro molto Elsa Fornero nella sua azione di governo (in particolare per la riforma previdenziale; argomento che comunque fra qualche anno probabilmente dovremo riprendere in mano per capire se il valore delle nostre pensioni basterà a garantirci un'esistenza dignitosa) e naturalmente non sopporto la prepotenza di chi le ha impedito di parlare (su questo episodio spero non vi siano tentennamenti nella condanna).

Detto ciò, ho l'impressione che Fornero a volte non percepisca le possibili semplificazioni che possono nascere da sue dichiarazioni (perché anche oggi le sue dichiarazioni sono state un po' semplificate, estraendo uno "slogan" da un pezzo di discorso più ampio...), diventando involontariamente la "peggiore avversaria" di se stessa e trovandosi così costretta a inseguire le sue stesse dichiarazioni per precisare.

Inoltre, nell'approccio complessivo di Fornero (ma è un problema solo suo? forse no...) si percepisce un "tono moralista" che stride con la drammaticità del momento che molti giovani si trovano a vivere; e che allontana dalla nostra attenzione il cuore del problema. 

mercoledì 22 agosto 2012

"In cantiere a questo punto ci devono essere le gru"

(...) Cosa c'è ora in cantiere?
«In cantiere a questo punto ci devono essere le gru. Direi».
Cioè?
«Mi spiego: se dovessimo iniziare oggi, a settembre, a fare le riforme perché abbiano effetto a dicembre, staremmo freschi. Adesso è il momento di attuare quello che abbiamo fatto dal 15 novembre. La gente ora deve vedere le gru nei cantieri, gli asili che aprono, i bandi che partono». 
Quindi l'agenda della crescita non esiste? 
«La nostra missione è quella di realizzare gli interventi. Non si tratta soltanto di scrivere i regolamenti ma di vigilare perché tutta la catena decisionale si attivi: dal centro alla periferia».
Un esempio.
«La riforma del lavoro: dobbiamo lasciare al prossimo governo un processo avviato tanto per la nuova assicurazione, l'Aspi, quanto per i centri di impiego. Liberalizzazioni: si deve agire concretamente sui servizi ferroviari, gli ordini i monopoli».(...)

martedì 1 maggio 2012

I meriti di Monti, le speranze facili, le speranze difficili

Molte voci sembrano ripetere che l'esperienza del governo Monti stia subendo una fase di declino; cominciano a essere troppe, e mi paiono francamente un po' frettolose. Non dobbiamo certo nasconderci i limiti di un'azione che ha dovuto  fare i conti con le tensioni del paese, e le idee non sempre coerenti che segnano le proposte che piovono da una parte all'altra dello schieramento dei sostenitori (e dei contrari al governo, che comunque suggeriscono in abbondanza). Anche su questo blog si è sottolineato che rivoluzioni troppo annunciate non potevano compiersi tanto facilmente.
Ma meglio ricordare che:
1. l'Italia oggi non può permettersi un altro governo, né le elezioni anticipate, perché siamo ancora in piena crisi economica
2. Questo governo ha il merito di restituire la parola alla politica; al di là della discussione piuttosto noiosa "tecnica o politica?", nei fatti questo governo ha determinato con nettezza alcuni obiettivi, ma si è posto anche in ascolto in primis dei partiti e del Parlamento; anche per quanto riguarda la riforma del lavoro, sotto alcuni aspetti è stato dato maggior peso alla richiesta di modifiche provenienti dalla forze politiche, piuttosto che al colloquio con le forze sociali, comunque ascoltate nelle settimane precedenti. Questo passaggio in particolare non poteva che creare forti tensioni: di fatto si è messa in discussione la costituzione materiale di questo paese che prevedeva una centralità sindacale nei passaggi legislativi di riforma del lavoro. Una "ferita" - perché comunque una ferita è stata - che va ripresa in futuro, rielaborata, e superata, perché forse superato è quel modello di concertazione. Forse non del tutto, ma certo in parte sì. I dubbi che in molti hanno espresso sulla posizione della Camusso contro l'intervento di Fornero in Alenia sono un segno che dovrebbe far capire ai sindacati confederali - che dal punto di vista della dinamica "classica" delle trattative potevano avere qualche ragione a lamentarsi dell'azione del Ministro che andava al di là dei luoghi deputati della concertazione - che quella concezione non sta più in piedi, che i rapporti classici di mediazione sociale sono saltati: non lo diciamo con piacere, perché la grande confusione sotto il cielo della politica e della società aumenta il disagio dei cittadini, e la sofferenza di lavoratori e imprese; abbattere vecchi riti politici è forse giusto (anche se a volte viene fatto con troppa facilità e con troppa disinvoltura, va detto), ma certo lascia scoperte molte domande di rappresentanza. Epperò è un dato di fatto che quelle forme non riescono più a rappresentare tutti. Anche per questo l'azione di Monti ridà parola alla politica: perché la pone di fronte all'ineluttabilità di nuove scelte.
3. Sull'IMU si potrebbero dire molte cose; e sicuramente vi sono storture pesanti che vanno corrette, assurdità che il Parlamento dovrà adoperarsi  a correggere. Diciamo però tutta la verità: l'Imu è nata anche come "patrimoniale non detta, non esplicita", di fronte a necessità di cassa urgenti, e contrarietà a una vera e propria patrimoniale che forse sarebbe stata - da un certo punto di vista - più "equa".
4. Prendere sul serio i cittadini. La piccola ma significativa rivoluzione è stata introdotta un po' in silenzio, ma rispetto alla retorica che spesso accompagna i "referendum-mai-messi-in-pratica" potrebbe essere una svolta significativa: l'idea di consultare i cittadini prima di affrontare un provvedimento può essere un approccio realmente riformatore, un ascolto sincero. Ovviamente dipende anche dall'uso che verrà fatto di questo strumento in futuro. Ma certo, in un paese in cui si fanno referendum per pura politica, sapendo magari che non verranno applicati (vd. finanziamento pubblico dei partiti e quelli recenti sull'acqua, o la raccolta di firme sull'abolizione della legge elettorale), mostrare un volto più serio può essere importante. Un governo non rinuncia alla propria potestà, ma ascolta. Se all'ascolto seguiranno fatti concreti, questa sarà una risposta importante, e in netto contrasto con il populismo paternalista ("ti faccio votare sì, perché ti faccio sentire più importante, tanto poi non cambia nulla") di molti referendari.
5. Credibilità. Questo il punto principale; con il governo Monti l'Italia riacquista credibilità e capacità di azione nei confronti degli altri paesi, in particolare nell'azione in Europa. In un momento di gravissima crisi economica generale, essenziale è che chi dice Crescita non sia attaccabile sul piano della serietà e dell'attenzione ai conti pubblici. E' vero, di fronte alle cifre della disoccupazione è facile riprendere soluzioni (presunte) keynesiane, ma tali ricette non sono affatto così semplici e risolutive come può sembrare, non solo per i vincoli economici che ci siamo dati (che vanno eventualmente corretti, ma non annullati), ma anche perché non funzionano esattamente come un tempo (si pensi al fattore "grandi opere" di cui a volte non si stima come sia molto relativa - visto il peso della specializzazione necessaria - la ricaduta in termini di occupazione). Naturalmente vanno pensate a livello europeo manovre nuove; ma non possiamo illuderci con "speranze facili"; dobbiamo sapere che la ripartenza dell'economia non sarà né semplice, né veloce.

Quindi dobbiamo ancora avere pazienza; è una situazione durissima, ed è bene che le forze politiche mettano in atto tutte le possibilità di mediazione di cui sono ancora capaci per aiutare da una parte questo governo a scegliere soluzioni eque per i drammatici problemi che ci troviamo ad affrontare, dall'altra i cittadini a capire e comprendere come in questo momento sia necessaria una "speranza difficile", che resista alle tentazioni di grandi mosse risolutive, ma che crei le condizioni per riformare a fondo il nostro sistema.

Va quindi rinnovata la fiducia a un Governo che  - pur con molti difetti e anche gravi errori (come ad esempio nella vicenda dei cosiddetti "esodati") - è stato capace di fare molto, e che può segnare una strada per il futuro dell'Italia. Purché su questa strada ci si incammini con decisione, tutti assieme.

Francesco Maria Mariotti

venerdì 6 aprile 2012

"Non sono la Thatcher dell'Italia"

La riforma del lavoro merita «analisi approfondite», non «giudizi sommari». Perché è una riforma «complessa» che avrà un impatto «forte e positivo» sull'economia italiana gettando le basi per «l'aumento della produttività e la crescita dell'economia e dell'occupazione». Mario Monti risponde così al Wall Street Journal che dopo le lodi della settimana scorsa in cui paragonava il premier italiano a Margareth Thatcher, oggi ha criticato la «resa» alla sinistra e al sindacato Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/MHUQy

venerdì 30 marzo 2012

Questa nuova fase non è una "parentesi" (lettera di Monti al Corriere)

(...)  La percezione errata è quella che porta ad attribuire essenzialmente al governo («tecnico») il merito dei rapidi cambiamenti in corso. Il forte dubbio discende da quella percezione: è il dubbio che il nuovo corso possa essere abbandonato quando, dopo le elezioni parlamentari, torneranno governi «politici».
Finché la percezione errata e il dubbio non saranno dissipati, la fase attuale verrà considerata come una interessante «parentesi», degna forse di qualche investimento finanziario a breve termine. Ma le imprese straniere, come del resto quelle italiane, saranno riluttanti a considerare l'Italia un luogo conveniente nel quale investire e creare occupazione.
Non è facile modificare le opinioni su questi due punti. Ma credo sia dovere del presidente del Consiglio cercare di farlo con ogni interlocutore. Gli argomenti che ho utilizzato a Tokyo, riportati correttamente dai corrispondenti italiani presenti, ma «letti» in Italia fuori contesto, sono stati i seguenti.
Se da qualche mese l'Italia ha imboccato risolutamente la via delle riforme, lo si deve in parte al governo, ma in larga parte al senso di responsabilità delle forze politiche che, pure caratterizzate da forti divergenze programmatiche, hanno saputo dare priorità, in una fase di emergenza, all'interesse generale del Paese.
E lo si deve anche alla grande maturità degli italiani,che hanno mostrato di comprendere che vale la pena di sopportare sacrifici rilevanti, purché distribuiti con equità, per evitare il declino dell'Italia o, peggio, una sorte simile a quella della Grecia.
E dopo le elezioni? Certo, torneranno governi «politici», come è naturale (perfino in Giappone, ho dichiarato che il sottoscritto sparirà e che il «montismo» non esiste!). Ma ritengo che ciò non debba essere visto come un rischio.
Le forze politiche sono impegnate in una profonda riflessione al loro interno e, in dialogo tra loro, lavorano a importanti riforme per rendere il sistema politico e istituzionale meno pesante e più funzionale.(...)


L'integrale della lettera di Monti sul sito del Corriere della Sera

venerdì 23 marzo 2012

La TAV è più importante dell'articolo 18

E' troppo presto, ora, per formulare giudizi definitivi sul "pacchetto lavoro" del governo Monti. Sono già stati segnalati i limiti di alcuni provvedimenti (vd. per esempio Boeri-Garibaldi su Repubblica), ma si apre una fase importante di elaborazione parlamentare che può correggere i difetti più vistosi di questo complesso di misure.

Mi pare però importante fare alcune riflessioni "a latere":

1. governo, parti sociali e partiti sembrano essere vittima di una "febbre d'attesa" che da una parte e dall'altra è stata alimentata in queste settimane: tanto alta che il risultato di oggi (per esempio rispetto alla semplificazione delle forme contrattuali) può apparire addirittura deludente; la lezione da trarre è semplice, e può servire per il futuro, anche per non leggere in termini apocalittici la fase attuale: in una materia delicata e complessa come quella del lavoro, è impossibile - in termini materiali, politici e simbolici - fare dei passaggi straordinari, repentini e totali. Insomma: impossibile la Rivoluzione; perché troppi i rapporti in essere da discutere, perché complicata la gestione delle conseguenze. Questa di Monti e Fornero non è - perché non poteva essere - LA Riforma del lavoro; è - molto più realisticamente - un primo passo che deve essere corretto in alcuni punti, rafforzato in altri, monitorato in altri ancora. Il processo che si apre oggi, perché comunque si apre un processo riformatore, non termina fra poche settimane o pochi mesi (disegno di legge o legge delega che sia); è un impegno che dobbiamo portare aventi con spirito di "cantiere aperto" per almeno una decina d'anni. Perché i passaggi vengano fatti senza traumi, perché gli effetti di alcune scelte possano essere valutati con attenzione.

2. Come si è già scritto in altri momenti, possiamo fare il miglior diritto del lavoro possibile, ma senza crescita economica i posti di lavoro diminuiranno, o comunque si abbasserà la qualità complessiva del lavoro. Parlare di lavoro non può ridursi ad una discussione giuridica, ma deve riguardare tutto quello che concerne la vita economica di un paese , e anche la vita delle persone. Oggi è fondamentale che questo paese e questa strana comunità che è l'Europa accettino la sfida del futuro, in termini di investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, che non possono essere decise dal solo libero gioco del mercato, e che devono essere realizzate a partire da una visione strategica. Ciò non vuol dire accettare necessariamente qualsiasi grande opera venga proposta, ma certo significa che dobbiamo fare i conti su come porre mano alla "materia di base" del progresso e della ricchezza delle nostre comunità. Può essere molto più importante discutere di mobilità a livello continentale, piuttosto che difendere o attaccare un dettato giuslavoristico, per quanto importante.

3. L'Europa deve tornare protagonista, come mercato realmente unitario e senza privilegi di una o più componenti; ma soprattutto deve tornare protagonista politica anche nel braccio di ferro/alleanza (le due cose sono  in qualche modo inscindibili) con le altre potenze continentali, potenze la cui "mano pubblica" è certamente presente nel favorire lo sviluppo economico. Il rischio è che l'Europa parli di libero mercato e altre potenze difendano i loro campioni (o attacchino quelli degli altri) con mezzi che non sono certo di mercato (leggi protezionistiche, spionaggio industriale e politico, svalutazione competitiva della moneta). L'Europa deve farsi portatrice di una possibilità di regolamentare questa tensione, che è già presente, ma che troppo spesso non risulta evidente a molte nostre analisi.

Il libero mercato ha bisogno non di una politica che regoli eccessivamente, ma di una politica che combatta bene le sue proprie battaglie, creando quella infrastruttura di relazioni e regole internazionali che evidentemente oggi manca.

Francesco Maria Mariotti

sabato 25 febbraio 2012

Un po' Keynes, un po' Calvino (dal Sole24Ore)


È lo Stato ora che deve fare la sua parte di pagatore affidabile. Sono in gioco 70 miliardi di mancati pagamenti ai fornitori. Se l'amministrazione pubblica – ai vari livelli – onorasse i suoi impegni, oltre a dare un doveroso segnale etico, darebbe la più forte spinta di spesa pubblica immaginabile oggi. Un po' Keynes, un po' Calvino.

mercoledì 21 dicembre 2011

Per Crescere Non Bisogna Arroccarsi (da LaStampa)


L'editoriale di Stefano Lepri apparso oggi mi pare svolga considerazioni ampiamente condivisibili: il grassetto (mio) sottolinea alcuni punti che dovremmo tenere in conto nella discussione - partita malissimo - su riforma del lavoro e articolo 18. Aggiungo altri due link: le riflessioni di Cesare Damiano sul modello danese, e una video-intervista a Pietro Ichino.

Francesco Maria 

(...) Occorrono cambiamenti profondi. Gli imprenditori dovrebbero riconoscere che una buona parte del ristagno di produttività, dopo anni di moderazione salariale, dipende da loro; oltretutto i licenziamenti, secondo l’indice Epl dell’Ocse, non sono da noi più difficili che in Germania o in Francia. I sindacati dovrebbero ammettere di non saper proporre nulla di valido per i giovani. Davvero, nella Cisl come nella Cgil, si pensa che i precari possano essere sedotti dallo slogan «un’ora di lavoro a termine pagata quanto un’ora di lavoro fisso»?


Da una parte occorre affrontare il problema dei giovani: e i sindacati devono spiegare per quali esatti motivi non gradiscono il contratto di lavoro unico che il governo Monti sta studiando, e che a molti giovani appare attraente. Per incentivarli alla sincerità, la questione dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori andrebbe momentaneamente separata. La tutela contro i licenziamenti nelle aziende sopra i 15 addetti non costituisce né un freno alla produttività né un freno alla crescita dimensionale delle imprese (lo provano i dati Istat, scrutinati a fondo dalla Banca d’Italia: nessun anomalo affollamento di imprese sotto quella soglia).


Se la materia licenziamenti va rivista, è casomai per un altro motivo. L’economia italiana deve affrontare una massiccia ristrutturazione dei processi produttivi. Sarà purtroppo necessario ridurre l’occupazione in molte aziende; un gran numero di persone dovrà spostarsi da un lavoro a un altro. Innanzitutto servirà una indennità di disoccupazione robusta ed estesa a tutti, ed è da qui che la discussione deve cominciare. Inoltre occorre dare credibili speranze che l’economia si rimetta in moto, generando posti di lavoro altrove per sostituire quelli distrutti: un pacchetto massiccio di liberalizzazioni in ogni settore darebbe il contributo migliore.(...)


Vedi anche: 


domenica 18 dicembre 2011

Riforma del lavoro? Sì, ma l'Europa deve Crescere


A proposito dell'intervista di oggi a Elsa Fornero: ho dei dubbi sulla necessità di toccare l'art.18 (si può costruire un nuovo modello di contratto senza toccarlo, a mio avviso), ma è comunque molto interessante e completa. In ogni caso rimane il fatto che senza crescita a livello continentale possiamo fare le migliori riforme del lavoro, ma avremo sempre troppa disoccupazione. L'outplacement di cui si parla in varie proposte funziona se ci sono aziende nelle quali i licenziati possono essere ricollocati. Ma se non c'è crescita, non ci saranno aziende in grado di riassorbire il personale licenziato (Si leggano in questo senso le riflessioni di Dario Di Vico sul caso Electrolux). Per questo c'è il rischio che una ottima soluzione teorica si trasformi in una situazione squilibrata, qui e ora
In questo senso c'è necessità di soluzioni a livello sistemico che il governo Monti non può fare da solo: tutta l'Europa deve muoversi.
FMM

(...) Come se ne esce? 

«Penso che un ciclo di vita che funzioni è quello che permetta ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario. Ma un contratto che riconosca che sei all'inizio della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione, e dove parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla produttività. Insomma, io vedrei bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto».

I sindacati non ci stanno a toccare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. 

«Sono abbastanza anziana per ricordare quello che disse una volta il leader della Cgil, Luciano Lama: "Non voglio vincere contro mia figlia". Noi, purtroppo, in un certo senso abbiamo vinto contro i nostri figli. Ora non voglio dire che ci sia una ricetta unica precostituita, ma anche che non ci sono totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte». 

Monti ha detto che le nuove regole si applicheranno solo ai futuri assunti. 

«Certamente penso ci voglia maggiore gradualità nell'introduzione delle nuove regole rispetto a quanto abbiamo fatto sulle pensioni». (...)