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lunedì 23 dicembre 2013

La lezione inglese sul lavoro (Corriere.it)

(...) Gli Stati Uniti di Obama e il governo Cameron offrono infatti due modelli quasi speculari di come affrontare la sfida dell’occupazione dal punto di vista politico-strategico. Nel settembre 2011, Obama annunciò con la grancassa un piano molto ambizioso (chiamato, appunto, American Jobs Act : attenzione al plurale) per creare milioni di nuovi posti di lavoro.

I piatti forti del pacchetto erano la riforma dell’assicurazione contro la disoccupazione, crediti d’imposta per le nuove assunzioni, riduzione dei contributi sociali, un programma di investimenti straordinari in infrastrutture, incentivi per le piccole imprese.
Il provvedimento sarebbe costato circa 450 miliardi di dollari: una cifra molto elevata, ma grazie alla quale, secondo il presidente, «milioni di americani sarebbero tornati al lavoro e sarebbero arrivati più soldi nelle tasche di tutti i lavoratori».
Proprio per i suoi costi e per le sue eccessive ambizioni il progetto si impantanò immediatamente all’interno del Congresso e alla fine Obama si è dovuto accontentare di poco: qualche incentivo fiscale per i nuovi assunti e un nuovo schema per finanziare le piccole imprese.
Il Regno Unito ha seguito un metodo diverso per affrontare il tema lavoro: non un «Masterplan» onnicomprensivo e radicale, ma una serie di Employment Reviews (revisioni delle politiche per l’impiego), volte a realizzare concretamente tre obiettivi strategici fissati da un conciso documento ad inizio legislatura: flessibilità, efficienza, equità. In questo modo sono state però introdotte varie misure innovative.
Muovendosi in largo anticipo rispetto alle raccomandazioni Ue, lo Youth Contract («contratto giovani») ha ad esempio offerto in due anni 500 mila opportunità di lavoro o formazione a giovani fra i 18 e i 24 anni, mentre il Workprogramme («Programma lavoro»), introdotto nel 2011, ha aiutato oltre 200 mila disoccupati di lungo corso a ritrovare lavoro.
Sul piano della strategia politica, la differenza fra il modello americano e quello inglese è chiarissima. Obama voleva far colpo con un progetto «di rottura», in vista della campagna per la rielezione che avrebbe preso avvio all’inizio del 2012.
Il Congresso ha bocciato gran parte del Jobs Act , ma Obama ha vinto le elezioni, anche grazie ai suoi annunci sul fronte del lavoro. Forte del successo elettorale e del patto di coalizione, il governo Cameron-Clegg ha scelto un approccio meno roboante, ma più efficace in termini di risultati, ponendosi in un orizzonte di legislatura.(...)

sabato 19 ottobre 2013

Pensioni Dignitose. Il Rischioso Welfare Del Futuro

Accennavo giusto un anno fa al fatto che la rifiorma previdenziale era un "argomento che comunque fra qualche anno probabilmente dovremo riprendere in mano per capire se il valore delle nostre pensioni basterà a garantirci un'esistenza dignitosa". Non ero affatto originale (quasi mai lo sono), e in realtà il problema è come al solito che il dibattito Riforma Fornero-sì/Riforma Fornero-no nascondeva molti aspetti di lunga durata per i quali in ogni caso - come per tutte le vere riforme, che non sono decaloghi intoccabili (neanche il Decalogo "vero" - diciamo così - lo è, d'altro canto...) - si sarebbe dovuto ripensare ancora al meccanismo che tutela le persone in età non più lavorativa. 

Oggi quindi le dichiarazioni del ministro Giovannini non devono stupire, e devono piuttosto obbligarci a iniziare un ripensamento ulteriore su come intendiamo costruire il welfare futuro. Basterà rafforzare la parte privata della previdenza? E' dubbio, anche perché la parte privata si deve finanziare sottraendo soldi oggi a già magri stipendi. Riprendere un rafforzamento pubblico? Dipende da molti fattori, ma il rischio è di ritornare a distorsioni come le abbiamo vissute con il modello retributivo. 

La partita del welfare si gioca perciò anche su "come vogliamo vivere" la nostra vecchiaia, sul fatto che forse in futuro dovremo incentivare l'avvicinamento delle persone, il fatto che facciano rete. La coabitazione fra anziani soli, per esempio, incentivata per ridurre le spese. La creazione di quartieri "ad hoc" con la possibilità di gestire servizi in modo integrato, abbassandone i costi. Cose che già in parte vengono ipotizzate e forse anche sperimentate, ma che ancora faticano a prendere piede come consapevolezza pubblica. 

Richiamo in punta di piedi, perché temo molto la connessione delle cose (ma c'è, questa connessione purtroppo), il fatto che dobbiamo guardare con realismo il terribile problema del costo della sanità, che potrebbe portarci in futuro alla tentazione - grave - di un ripensamento dell'universalità del diritto alla salute, almeno inteso nel senso che debba essere sempre garantita a tutti e a tutte - indipendentemente da età e situazione personale - una cura. La china è molto scivolosa, e dobbiamo lottare perché il diritto alla salute sia sempre garantito, ma non è affatto scontato che possiamo vincere questa partita. 

La battaglia per un welfare per tutti è ancora dunque al centro dell'agenda politica europea e occidentale. Forse - approfittando del fatto che anche nei paesi che si stanno rafforzando economicamente questo tema sta diventando rilevante (vedi i conflitti in Brasile) - sta arrivando il momento di porre la questione al centro dell'agenda - mondo.

Francesco Maria Mariotti

lunedì 22 ottobre 2012

Fare Riforme Non E' Fare La Morale


Ammiro molto Elsa Fornero nella sua azione di governo (in particolare per la riforma previdenziale; argomento che comunque fra qualche anno probabilmente dovremo riprendere in mano per capire se il valore delle nostre pensioni basterà a garantirci un'esistenza dignitosa) e naturalmente non sopporto la prepotenza di chi le ha impedito di parlare (su questo episodio spero non vi siano tentennamenti nella condanna).

Detto ciò, ho l'impressione che Fornero a volte non percepisca le possibili semplificazioni che possono nascere da sue dichiarazioni (perché anche oggi le sue dichiarazioni sono state un po' semplificate, estraendo uno "slogan" da un pezzo di discorso più ampio...), diventando involontariamente la "peggiore avversaria" di se stessa e trovandosi così costretta a inseguire le sue stesse dichiarazioni per precisare.

Inoltre, nell'approccio complessivo di Fornero (ma è un problema solo suo? forse no...) si percepisce un "tono moralista" che stride con la drammaticità del momento che molti giovani si trovano a vivere; e che allontana dalla nostra attenzione il cuore del problema. 

mercoledì 10 ottobre 2012

SALVIAMO LA RIFORMA. E LA NOSTRA CREDIBILITÀ (da laVoce.info)


La riforma Fornero delle pensioni è sicuramente migliorabile. Bisogna renderla più flessibile, risolvendo in questo modo il problema dei cosiddetti esodati ed esodandi. Bisogna anche porre rimedio a iniquità introdotte dai governi precedenti, come la tassa sulla totalizzazione di contributi versati ad amministrazioni diverse nel corso di una carriera lavorativa, coi cosiddetti “ricongiugimenti onerosi”, introdotta da Giulio Tremonti.

Ma sarebbe un grave e irreparabile errore oggi tornare indietro. La riforma varata dal Governo Monti ha rappresentato un punto di svolta nel dare un segnale di rigore e di attenzione all’equità intergenerazionale. L’Europa e il mondo intero guardano all’Italia, in questo momento difficile, come ago della bilancia verso la salvezza dell’euro e della coesione europea. E la riforma delle pensioni è stata fondamentale nel dare credibilità allo sforzo di risanamento del nostro paese. (...)


martedì 19 giugno 2012

Chiarezza e Trasparenza - L'intervento di Elsa Fornero al Senato

(Post collegato - Ha ragione Elsa Fornero)

(...) Sono sempre stata dell’avviso che la definizione corretta debba essere quella di lavoratori che meritano, pur con costi per la collettività, di essere salvaguardati dagli effetti del recente inasprimento dei requisiti per il pensionamento. E lo meritano in quanto, rimasti privi di lavoro, avrebbero avuto, in un arco temporale ridotto, accesso alla pensione secondo le regole previgenti. Chiunque può vedere, in questa definizione, una commistione di elementi economici, giuridici, sociali e anche etici che riduce la misurabilità oggettiva dell’aggregato.  (...) 

domenica 17 giugno 2012

Ha ragione Elsa Fornero

(con un aggiornamento del 18 giugno)
Il tema dei cosiddetti "esodati" è assai delicato, e purtroppo si presta a semplificazioni molto accentuate, con il grave rischio di fare confusione su una questione vitale per i singoli che vi siano coinvolti, e comunque importantissima anche per la collettività tutta. 
Personalmente non ho certezze granitiche, anche perché è necessario avere dati precisi per poter parlare, e da questo punto di visto a mio avviso il ministro Fornero ha ragione, quando esprime sdegno per il fatto che siano girate cifre senza adeguata spiegazione.

Segnalo di seguito un articolo di Libertiamo che mi pare metta qualche paletto per meglio orientarsi nella questione. Devo dire che non mi piace molto il tono complessivo dello scritto; per esempio non parlerei di "truffa ideologica", perché l'angoscia delle persone è grande e comprensibile, anche se sicuramente alcuni sembrano aver trovato in questo tema il "cavallo di Troia" con cui attaccare la giusta riforma delle pensioni.

venerdì 1 giugno 2012

Tutti Sbagliano


Averne avuti in passato e averne, anche in futuro, di ministri che ammettono gli errori... Certo, sarebbe meglio se questo governo smettesse alcuni atteggiamenti troppo distaccati e accademici, ma comunque lo stile di lavoro rimane al momento un esempio anche per coloro che verranno dopo. 

Speriamo che in futuro la retorica dello scontro politico (che il 99% delle volte si rivela scontro di parole inutili) non abbia la meglio e prevalga finalmente in Italia un approccio sperimentale, anti-ideologico, pragmatico. Scientifico, per dirla in una parola. 

Sarebbe - questa sì - una Grande Riforma di costumi, ben più profonda delle patacche istituzionali che ci vengono proposte. Ma ci torneremo in futuro.

L'importante è ora che venga riparato velocemente il torto fatto a quelle persone che - con brutta formula - sono state definite "esodati". 

Questione di giustizia, che non può essere ulteriormente rimandata.

Francesco Maria Mariotti

TUTTI SBAGLIANO -«È vero con gli esodati abbiamo sbagliato, tutti sbagliamo. Ma una cosa che vorrei ricordare- ha precisato- è che quando abbiamo fatto la riforma delle pensioni, l'abbiamo fatta in 20 giorni perchè il paese era sull'orlo di un baratro finanziario. Questo la gente l'ha già dimenticato. Non abbiamo avuto il lusso di un tempo di riflessione più lungo perchè altri governi in precedenza si erano presi il lusso di tempi di gradualismo eccessivi e molto molto lunghi. E noi abbiamo dovuto agire in fretta».

martedì 1 maggio 2012

I meriti di Monti, le speranze facili, le speranze difficili

Molte voci sembrano ripetere che l'esperienza del governo Monti stia subendo una fase di declino; cominciano a essere troppe, e mi paiono francamente un po' frettolose. Non dobbiamo certo nasconderci i limiti di un'azione che ha dovuto  fare i conti con le tensioni del paese, e le idee non sempre coerenti che segnano le proposte che piovono da una parte all'altra dello schieramento dei sostenitori (e dei contrari al governo, che comunque suggeriscono in abbondanza). Anche su questo blog si è sottolineato che rivoluzioni troppo annunciate non potevano compiersi tanto facilmente.
Ma meglio ricordare che:
1. l'Italia oggi non può permettersi un altro governo, né le elezioni anticipate, perché siamo ancora in piena crisi economica
2. Questo governo ha il merito di restituire la parola alla politica; al di là della discussione piuttosto noiosa "tecnica o politica?", nei fatti questo governo ha determinato con nettezza alcuni obiettivi, ma si è posto anche in ascolto in primis dei partiti e del Parlamento; anche per quanto riguarda la riforma del lavoro, sotto alcuni aspetti è stato dato maggior peso alla richiesta di modifiche provenienti dalla forze politiche, piuttosto che al colloquio con le forze sociali, comunque ascoltate nelle settimane precedenti. Questo passaggio in particolare non poteva che creare forti tensioni: di fatto si è messa in discussione la costituzione materiale di questo paese che prevedeva una centralità sindacale nei passaggi legislativi di riforma del lavoro. Una "ferita" - perché comunque una ferita è stata - che va ripresa in futuro, rielaborata, e superata, perché forse superato è quel modello di concertazione. Forse non del tutto, ma certo in parte sì. I dubbi che in molti hanno espresso sulla posizione della Camusso contro l'intervento di Fornero in Alenia sono un segno che dovrebbe far capire ai sindacati confederali - che dal punto di vista della dinamica "classica" delle trattative potevano avere qualche ragione a lamentarsi dell'azione del Ministro che andava al di là dei luoghi deputati della concertazione - che quella concezione non sta più in piedi, che i rapporti classici di mediazione sociale sono saltati: non lo diciamo con piacere, perché la grande confusione sotto il cielo della politica e della società aumenta il disagio dei cittadini, e la sofferenza di lavoratori e imprese; abbattere vecchi riti politici è forse giusto (anche se a volte viene fatto con troppa facilità e con troppa disinvoltura, va detto), ma certo lascia scoperte molte domande di rappresentanza. Epperò è un dato di fatto che quelle forme non riescono più a rappresentare tutti. Anche per questo l'azione di Monti ridà parola alla politica: perché la pone di fronte all'ineluttabilità di nuove scelte.
3. Sull'IMU si potrebbero dire molte cose; e sicuramente vi sono storture pesanti che vanno corrette, assurdità che il Parlamento dovrà adoperarsi  a correggere. Diciamo però tutta la verità: l'Imu è nata anche come "patrimoniale non detta, non esplicita", di fronte a necessità di cassa urgenti, e contrarietà a una vera e propria patrimoniale che forse sarebbe stata - da un certo punto di vista - più "equa".
4. Prendere sul serio i cittadini. La piccola ma significativa rivoluzione è stata introdotta un po' in silenzio, ma rispetto alla retorica che spesso accompagna i "referendum-mai-messi-in-pratica" potrebbe essere una svolta significativa: l'idea di consultare i cittadini prima di affrontare un provvedimento può essere un approccio realmente riformatore, un ascolto sincero. Ovviamente dipende anche dall'uso che verrà fatto di questo strumento in futuro. Ma certo, in un paese in cui si fanno referendum per pura politica, sapendo magari che non verranno applicati (vd. finanziamento pubblico dei partiti e quelli recenti sull'acqua, o la raccolta di firme sull'abolizione della legge elettorale), mostrare un volto più serio può essere importante. Un governo non rinuncia alla propria potestà, ma ascolta. Se all'ascolto seguiranno fatti concreti, questa sarà una risposta importante, e in netto contrasto con il populismo paternalista ("ti faccio votare sì, perché ti faccio sentire più importante, tanto poi non cambia nulla") di molti referendari.
5. Credibilità. Questo il punto principale; con il governo Monti l'Italia riacquista credibilità e capacità di azione nei confronti degli altri paesi, in particolare nell'azione in Europa. In un momento di gravissima crisi economica generale, essenziale è che chi dice Crescita non sia attaccabile sul piano della serietà e dell'attenzione ai conti pubblici. E' vero, di fronte alle cifre della disoccupazione è facile riprendere soluzioni (presunte) keynesiane, ma tali ricette non sono affatto così semplici e risolutive come può sembrare, non solo per i vincoli economici che ci siamo dati (che vanno eventualmente corretti, ma non annullati), ma anche perché non funzionano esattamente come un tempo (si pensi al fattore "grandi opere" di cui a volte non si stima come sia molto relativa - visto il peso della specializzazione necessaria - la ricaduta in termini di occupazione). Naturalmente vanno pensate a livello europeo manovre nuove; ma non possiamo illuderci con "speranze facili"; dobbiamo sapere che la ripartenza dell'economia non sarà né semplice, né veloce.

Quindi dobbiamo ancora avere pazienza; è una situazione durissima, ed è bene che le forze politiche mettano in atto tutte le possibilità di mediazione di cui sono ancora capaci per aiutare da una parte questo governo a scegliere soluzioni eque per i drammatici problemi che ci troviamo ad affrontare, dall'altra i cittadini a capire e comprendere come in questo momento sia necessaria una "speranza difficile", che resista alle tentazioni di grandi mosse risolutive, ma che crei le condizioni per riformare a fondo il nostro sistema.

Va quindi rinnovata la fiducia a un Governo che  - pur con molti difetti e anche gravi errori (come ad esempio nella vicenda dei cosiddetti "esodati") - è stato capace di fare molto, e che può segnare una strada per il futuro dell'Italia. Purché su questa strada ci si incammini con decisione, tutti assieme.

Francesco Maria Mariotti

venerdì 23 marzo 2012

La TAV è più importante dell'articolo 18

E' troppo presto, ora, per formulare giudizi definitivi sul "pacchetto lavoro" del governo Monti. Sono già stati segnalati i limiti di alcuni provvedimenti (vd. per esempio Boeri-Garibaldi su Repubblica), ma si apre una fase importante di elaborazione parlamentare che può correggere i difetti più vistosi di questo complesso di misure.

Mi pare però importante fare alcune riflessioni "a latere":

1. governo, parti sociali e partiti sembrano essere vittima di una "febbre d'attesa" che da una parte e dall'altra è stata alimentata in queste settimane: tanto alta che il risultato di oggi (per esempio rispetto alla semplificazione delle forme contrattuali) può apparire addirittura deludente; la lezione da trarre è semplice, e può servire per il futuro, anche per non leggere in termini apocalittici la fase attuale: in una materia delicata e complessa come quella del lavoro, è impossibile - in termini materiali, politici e simbolici - fare dei passaggi straordinari, repentini e totali. Insomma: impossibile la Rivoluzione; perché troppi i rapporti in essere da discutere, perché complicata la gestione delle conseguenze. Questa di Monti e Fornero non è - perché non poteva essere - LA Riforma del lavoro; è - molto più realisticamente - un primo passo che deve essere corretto in alcuni punti, rafforzato in altri, monitorato in altri ancora. Il processo che si apre oggi, perché comunque si apre un processo riformatore, non termina fra poche settimane o pochi mesi (disegno di legge o legge delega che sia); è un impegno che dobbiamo portare aventi con spirito di "cantiere aperto" per almeno una decina d'anni. Perché i passaggi vengano fatti senza traumi, perché gli effetti di alcune scelte possano essere valutati con attenzione.

2. Come si è già scritto in altri momenti, possiamo fare il miglior diritto del lavoro possibile, ma senza crescita economica i posti di lavoro diminuiranno, o comunque si abbasserà la qualità complessiva del lavoro. Parlare di lavoro non può ridursi ad una discussione giuridica, ma deve riguardare tutto quello che concerne la vita economica di un paese , e anche la vita delle persone. Oggi è fondamentale che questo paese e questa strana comunità che è l'Europa accettino la sfida del futuro, in termini di investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, che non possono essere decise dal solo libero gioco del mercato, e che devono essere realizzate a partire da una visione strategica. Ciò non vuol dire accettare necessariamente qualsiasi grande opera venga proposta, ma certo significa che dobbiamo fare i conti su come porre mano alla "materia di base" del progresso e della ricchezza delle nostre comunità. Può essere molto più importante discutere di mobilità a livello continentale, piuttosto che difendere o attaccare un dettato giuslavoristico, per quanto importante.

3. L'Europa deve tornare protagonista, come mercato realmente unitario e senza privilegi di una o più componenti; ma soprattutto deve tornare protagonista politica anche nel braccio di ferro/alleanza (le due cose sono  in qualche modo inscindibili) con le altre potenze continentali, potenze la cui "mano pubblica" è certamente presente nel favorire lo sviluppo economico. Il rischio è che l'Europa parli di libero mercato e altre potenze difendano i loro campioni (o attacchino quelli degli altri) con mezzi che non sono certo di mercato (leggi protezionistiche, spionaggio industriale e politico, svalutazione competitiva della moneta). L'Europa deve farsi portatrice di una possibilità di regolamentare questa tensione, che è già presente, ma che troppo spesso non risulta evidente a molte nostre analisi.

Il libero mercato ha bisogno non di una politica che regoli eccessivamente, ma di una politica che combatta bene le sue proprie battaglie, creando quella infrastruttura di relazioni e regole internazionali che evidentemente oggi manca.

Francesco Maria Mariotti

sabato 18 febbraio 2012

Prediche inutili


Il governo continui nella sua ottima azione di risanamento e di riforma del paese; per tutto il Paese - uomini e donne - c'è bisogno di creare le condizioni per la crescita, comprendendo in questo rimuovere tutti gli ostacoli che limitano di fatto l'eguaglianza, come da dettato costituzionale.

Le donne italiane non hanno bisogno di un governo che le protegga dalla brutta tv: sono professioniste, studentesse, politiche molto capaci e raggiungono spesso traguardi importanti, anche senza "quote" o "protezioni" aggiuntive (che rischiano sempre di creare condizioni di "concorrenza sleale").

(Certo, al contrario di quanto dicono alcune, non hanno inventato - perché non può esistere, in realtà - una "grammatica di genere" diversa da quella maschile, sul potere, sull'economia e sulle istituzioni). 

I cittadini  e le cittadine decideranno da soli nelle loro case cosa fare nel tempo libero, non è affare del governo.

I Ministri facciano il loro lavoro, che non è predicare dal pulpito.

Francesco Maria Mariotti

ps: eventualmente fra i compiti di questo governo c'è quello  - urgente - di riformare la RAI, ma questo è un altro discorso....

mercoledì 21 dicembre 2011

Per Crescere Non Bisogna Arroccarsi (da LaStampa)


L'editoriale di Stefano Lepri apparso oggi mi pare svolga considerazioni ampiamente condivisibili: il grassetto (mio) sottolinea alcuni punti che dovremmo tenere in conto nella discussione - partita malissimo - su riforma del lavoro e articolo 18. Aggiungo altri due link: le riflessioni di Cesare Damiano sul modello danese, e una video-intervista a Pietro Ichino.

Francesco Maria 

(...) Occorrono cambiamenti profondi. Gli imprenditori dovrebbero riconoscere che una buona parte del ristagno di produttività, dopo anni di moderazione salariale, dipende da loro; oltretutto i licenziamenti, secondo l’indice Epl dell’Ocse, non sono da noi più difficili che in Germania o in Francia. I sindacati dovrebbero ammettere di non saper proporre nulla di valido per i giovani. Davvero, nella Cisl come nella Cgil, si pensa che i precari possano essere sedotti dallo slogan «un’ora di lavoro a termine pagata quanto un’ora di lavoro fisso»?


Da una parte occorre affrontare il problema dei giovani: e i sindacati devono spiegare per quali esatti motivi non gradiscono il contratto di lavoro unico che il governo Monti sta studiando, e che a molti giovani appare attraente. Per incentivarli alla sincerità, la questione dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori andrebbe momentaneamente separata. La tutela contro i licenziamenti nelle aziende sopra i 15 addetti non costituisce né un freno alla produttività né un freno alla crescita dimensionale delle imprese (lo provano i dati Istat, scrutinati a fondo dalla Banca d’Italia: nessun anomalo affollamento di imprese sotto quella soglia).


Se la materia licenziamenti va rivista, è casomai per un altro motivo. L’economia italiana deve affrontare una massiccia ristrutturazione dei processi produttivi. Sarà purtroppo necessario ridurre l’occupazione in molte aziende; un gran numero di persone dovrà spostarsi da un lavoro a un altro. Innanzitutto servirà una indennità di disoccupazione robusta ed estesa a tutti, ed è da qui che la discussione deve cominciare. Inoltre occorre dare credibili speranze che l’economia si rimetta in moto, generando posti di lavoro altrove per sostituire quelli distrutti: un pacchetto massiccio di liberalizzazioni in ogni settore darebbe il contributo migliore.(...)


Vedi anche: 


domenica 18 dicembre 2011

Riforma del lavoro? Sì, ma l'Europa deve Crescere


A proposito dell'intervista di oggi a Elsa Fornero: ho dei dubbi sulla necessità di toccare l'art.18 (si può costruire un nuovo modello di contratto senza toccarlo, a mio avviso), ma è comunque molto interessante e completa. In ogni caso rimane il fatto che senza crescita a livello continentale possiamo fare le migliori riforme del lavoro, ma avremo sempre troppa disoccupazione. L'outplacement di cui si parla in varie proposte funziona se ci sono aziende nelle quali i licenziati possono essere ricollocati. Ma se non c'è crescita, non ci saranno aziende in grado di riassorbire il personale licenziato (Si leggano in questo senso le riflessioni di Dario Di Vico sul caso Electrolux). Per questo c'è il rischio che una ottima soluzione teorica si trasformi in una situazione squilibrata, qui e ora
In questo senso c'è necessità di soluzioni a livello sistemico che il governo Monti non può fare da solo: tutta l'Europa deve muoversi.
FMM

(...) Come se ne esce? 

«Penso che un ciclo di vita che funzioni è quello che permetta ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario. Ma un contratto che riconosca che sei all'inizio della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione, e dove parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla produttività. Insomma, io vedrei bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto».

I sindacati non ci stanno a toccare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. 

«Sono abbastanza anziana per ricordare quello che disse una volta il leader della Cgil, Luciano Lama: "Non voglio vincere contro mia figlia". Noi, purtroppo, in un certo senso abbiamo vinto contro i nostri figli. Ora non voglio dire che ci sia una ricetta unica precostituita, ma anche che non ci sono totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte». 

Monti ha detto che le nuove regole si applicheranno solo ai futuri assunti. 

«Certamente penso ci voglia maggiore gradualità nell'introduzione delle nuove regole rispetto a quanto abbiamo fatto sulle pensioni». (...)