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lunedì 5 maggio 2014

Vita in provincia – Il Jobs Act che non vi fu (da Phastidio.net)

(...) Forse è arrivato il momento di fare un minimo di fact checking su questa storia del “Jobs Act di Obama”.

Intanto, diciamo che negli Stati Uniti ci sono stati due Jobs Act. Uno, che è quello che è effettivamente nato, è l’acronimo di Jumpstart Our Business Startups, ed è finalizzato a sostenere l’imprenditorialità e lo sviluppo della piccola e media impresa essenzialmente attraverso la semplificazione della regolamentazione federale nella raccolta di capitale. Le disposizioni di quel JOBS Act hanno permesso, tra le altre cose, lo sviluppo di forme di crowdfunding d’impresa limitando notevolmente gli adempimenti. Ad esempio, tramite piattaforma web, oggi le piccole imprese possono raccogliere sino ad un milione di dollari annui di capitale da piccoli investitori-donatori, sotto ovvie regole di protezione del risparmio stabilite dalla SEC.
Inoltre, quella legge prevede l’estensione del cosiddetto “mini-IPO offering“, che ora consente di raccogliere sino a 50 milioni di dollari di capitale (in luogo dei precedenti 5), in un contesto di adempimenti SEC semplificati. Da ultimo, è stato creato il cosiddetto IPO On-Ramp, che consente alle imprese giovani e ad alto tasso di crescita di attendere un periodo sino a 5 anni dopo la quotazione in borsa prima di mettersi in regola con le disposizioni SEC in materia di revisione contabile e di disclosure al mercato.
In estrema sintesi, questo JOBS Act (Jumpstart Our Business Stratups) è un provvedimento, convertito in legge con appoggio bipartisan, che consente alle PMI la raccolta di capitale con meno intralci burocratici, pur con vincoli di tutela del pubblico risparmio e degli investitori. Ora, la domanda è la seguente: per caso questo è il modello di JOBS Act a cui Renzi si ispira, da sempre? No, ad evidenza. Non esiste alcun atto legislativo dell’attuale governo che vada in direzione anche vagamente simile a questa.
Quindi, per forza di cose, il Jobs Act di cui parla Renzi anche quando gli chiedono l’ora deve essere l’American Jobs Act. Che era costituito da un paio di disegni di legge di iniziativa presidenziale (e stampo moderatamente keynesiano), presentati a settembre 2011 e volti a ridurre quella che all’epoca era una disoccupazione alta, persistente e con una inquietante componente di lungo periodo (all’italiana, in pratica). Tra le previsioni dei due bill di Obama, vi erano la riduzione dei contributi sociali per imprenditori e lavoratori a reddito medio-basso, lo sviluppo di un piano di ammodernamento infrastrutturale e di opere pubbliche (anche attraverso la creazione di una banca specializzata, a capitale misto, pubblico e privato), l’erogazione di somme per proteggere l’occupazione di insegnanti, poliziotti e vigili del fuoco che la recessione aveva espulso dal lavoro statale, ed anche la possibilità di sviluppare il crowdfundingper le PMI.
Di fatto, solo quest’ultima previsione è diventata legge, circa un anno dopo, dei sette disegni di legge in cui i due originari bills furono spacchettati, nel tentativo di agevolarne l’approvazione, superando il fuoco di sbarramento dei Repubblicani e le perplessità di parte dei Democratici. Quindi, per amor di sintesi, l’American Jobs Act non vide mai la luce. (...)

lunedì 23 dicembre 2013

La lezione inglese sul lavoro (Corriere.it)

(...) Gli Stati Uniti di Obama e il governo Cameron offrono infatti due modelli quasi speculari di come affrontare la sfida dell’occupazione dal punto di vista politico-strategico. Nel settembre 2011, Obama annunciò con la grancassa un piano molto ambizioso (chiamato, appunto, American Jobs Act : attenzione al plurale) per creare milioni di nuovi posti di lavoro.

I piatti forti del pacchetto erano la riforma dell’assicurazione contro la disoccupazione, crediti d’imposta per le nuove assunzioni, riduzione dei contributi sociali, un programma di investimenti straordinari in infrastrutture, incentivi per le piccole imprese.
Il provvedimento sarebbe costato circa 450 miliardi di dollari: una cifra molto elevata, ma grazie alla quale, secondo il presidente, «milioni di americani sarebbero tornati al lavoro e sarebbero arrivati più soldi nelle tasche di tutti i lavoratori».
Proprio per i suoi costi e per le sue eccessive ambizioni il progetto si impantanò immediatamente all’interno del Congresso e alla fine Obama si è dovuto accontentare di poco: qualche incentivo fiscale per i nuovi assunti e un nuovo schema per finanziare le piccole imprese.
Il Regno Unito ha seguito un metodo diverso per affrontare il tema lavoro: non un «Masterplan» onnicomprensivo e radicale, ma una serie di Employment Reviews (revisioni delle politiche per l’impiego), volte a realizzare concretamente tre obiettivi strategici fissati da un conciso documento ad inizio legislatura: flessibilità, efficienza, equità. In questo modo sono state però introdotte varie misure innovative.
Muovendosi in largo anticipo rispetto alle raccomandazioni Ue, lo Youth Contract («contratto giovani») ha ad esempio offerto in due anni 500 mila opportunità di lavoro o formazione a giovani fra i 18 e i 24 anni, mentre il Workprogramme («Programma lavoro»), introdotto nel 2011, ha aiutato oltre 200 mila disoccupati di lungo corso a ritrovare lavoro.
Sul piano della strategia politica, la differenza fra il modello americano e quello inglese è chiarissima. Obama voleva far colpo con un progetto «di rottura», in vista della campagna per la rielezione che avrebbe preso avvio all’inizio del 2012.
Il Congresso ha bocciato gran parte del Jobs Act , ma Obama ha vinto le elezioni, anche grazie ai suoi annunci sul fronte del lavoro. Forte del successo elettorale e del patto di coalizione, il governo Cameron-Clegg ha scelto un approccio meno roboante, ma più efficace in termini di risultati, ponendosi in un orizzonte di legislatura.(...)