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giovedì 19 marzo 2026

Joint statement from the leaders of the United Kingdom, France, Germany, Italy, the Netherlands and Japan on the Strait of Hormuz

 "We condemn in the strongest terms recent attacks by Iran on unarmed commercial vessels in the Gulf, attacks on civilian infrastructure including oil and gas installations, and the de facto closure of the Strait of Hormuz by Iranian forces. 

We express our deep concern about the escalating conflict. We call on Iran to cease immediately its threats, laying of mines, drone and missile attacks and other attempts to block the Strait to commercial shipping, and to comply with UN Security Council Resolution 2817.

Freedom of navigation is a fundamental principle of international law, including under the United Nations Convention on the Law of the Sea.

The effects of Iran’s actions will be felt by people in all parts of the world, especially the most vulnerable. 

Consistent with UNSC Resolution 2817, we emphasise that such interference with international shipping and the disruption of global energy supply chains constitute a threat to international peace and security. In this regard, we call for an immediate comprehensive moratorium on attacks on civilian infrastructure, including oil and gas installations.

We express our readiness to contribute to appropriate efforts to ensure safe passage through the Strait. We welcome the commitment of nations who are engaging in preparatory planning.

We welcome the International Energy Agency decision to authorise a coordinated release of strategic petroleum reserves. We will take other steps to stabilise energy markets, including working with certain producing nations to increase output.

We will also work to provide support for the most affected nations, including through the United Nations and the IFIs.

Maritime security and freedom of navigation benefit all countries. We call on all states to respect international law and uphold the fundamental principles of international prosperity and security."

https://www.governo.it/it/articolo/joint-statement-leaders-united-kingdom-france-germany-italy-netherlands-and-japan-strait


martedì 8 marzo 2022

in origine la donna era veramente il sole (Laura Imai Messina)

Dalla pagina Facebook di Laura Imai Messina 
https://www.facebook.com/lauraimaimessina.writer

***

”In origine la donna era veramente il sole. Una persona autentica. Adesso la donna è luna. Luna dal volto deperito, di malata, brilla di luce altrui, da altri dipende la sua vita […]”
Hiratsuka Raichō

Ne scrissi tempo fa, di come nasce da una donna l’impero del Giappone. È la dea Amaterasu, è la luce senza la quale ”le pianure del sommo cielo e le terre immerse nelle pianure di giunco” cadono in rovina. Nessuno può prescindere da lei.

Non più allora un dio ma una dea, che domina il mondo e tutte le creature. Lei ha delicatezza e saggezza femminile, ma non per questo manca di forza e determinazione, frecce in spalla, piede scalpitante. 
Così, quando il fratello Susanowo con il suo comportamento oltraggioso la spaventa e lei si rifugia in una grotta, il mondo intero subisce una notte senza fine, malattie, un decadimento senza alternative. Tutte le creature della terra e gli altri dei si affollano fuori dalla grotta per convincerla a uscire, escogitano un modo per tirarla fuori e riportare così l’universo all’equilibrio. Sarà il riso, l’oscenità di un gioco che fa del corpo femminile un’esplosione di vita, a muovere la sua curiosità e a farle fare capolino dalla grotta. Questa sarà chiusa, il fratello Susanowo punito in modo esemplare e Amaterasu, “grande sovrana e sacra” tornerà a regnare. 

Così è narrato nel Kojiki, prima opera relativa alla storia giapponese che raccoglie racconti mitologici e di fondazione del paese.

Così, quando secoli più tardi, Hiratsuka Haru, in arte Hiratsuka Raichō (1886 – 1971), una delle figure più influenti del movimento femminista giapponese, dichiara come la donna in principio fosse il sole ma come essa fosse nel tempo divenuta invece luna, comprendiamo il significato profondo di quelle righe piene di passione. 

🌿Un augurio oggi a tutte le donne, affinchè ognuna cresca libera, libera di essere se stessa, libera di cambiare idea, libera di scegliere. E se a qualcuno viene la tentazione di dire che "è ormai ovvio", consiglio generosità e pazienza. Perchè ci sono ancora tante donne nel mondo che vedono nel loro essere nate tali una limitazione a quella stessa libertà.

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=509332480556044&id=100044378891289

martedì 1 dicembre 2020

Perché Qe e monetizzazione del debito non sono sinonimi (Tommaso Monacelli, laVoce.info)

"Quantitative easing e monetizzazione del debito sono profondamente diversi per natura e obiettivi. E soprattutto il secondo porterebbe alla perdita di uno dei beni pubblici più importanti dell’Europa di oggi: l’indipendenza della banca centrale.

(...)

Immaginiamo una banca centrale che si impegni oggi ad acquistare ogni nuova emissione di debito dello stato. Così facendo, rinuncia completamente a gestire la quantità di moneta emessa nel sistema economico. Gli agenti capirebbero facilmente che la banca centrale non avrebbe l’autonomia operativa, ad esempio, per contrarre la quantità di moneta in circolazione quando l’economia esibisse spinte inflazionistiche. Quindi, nel regime di finanziamento monetario, non solo la banca centrale alimenterebbe l’effetto inflazionistico di maggiore spesa pubblica, ma quell’effetto verrebbe amplificato dal lievitare delle aspettative di inflazione.

L’indipendenza delle banche centrali

La teoria economica ha compreso molto bene il punto e non è un caso che la conduzione della politica monetaria sia stata negli ultimi decenni svincolata da quella della politica fiscale. L’idea chiave dell’indipendenza della banca centrale ha posto le basi – nei paesi avanzati, ma gradualmente anche in molti paesi in via di sviluppo – per una riduzione permanente del livello di inflazione rispetto agli alti e costosi livelli degli anni Ottanta e Novanta. Una lezione che pare dimenticata.

Oggi è infatti molto diffusa l’idea che le recenti politiche di acquisto di titoli di stato da parte della Banca centrale europea (il cosiddetto Quantitative easing) equivalgano a un finanziamento monetario del debito. Per giunta, si dice, senza che abbia dato alcun segno di incremento dell’inflazione in Europa. Il finanziamento monetario del debito sarebbe dunque possibile senza alcun costo inflazionistico.

In realtà, il Qe è cosa ben diversa dal finanziamento monetario del debito. Mentre il secondo consiste in un impegno permanente ad acquistare i titoli di stato emessi dallo stato (e a tenerli sul proprio bilancio), il primo ha per costruzione una natura temporanea. Nessuna banca centrale che abbia operato con il Qe negli ultimi anni ha mai segnalato, in alcun modo, che i titoli di stato acquistati sarebbero stati mantenuti sul bilancio in via permanente. È un aspetto cruciale, eppure sempre ignorato nel dibattito comune. Non è un caso che la Bce non abbia mai preso alcun vincolo ad acquistare titoli di stato dei paesi europei precludendosi la possibilità di rivenderli (seppur gradualmente) in futuro. In altre parole, la banca centrale utilizza il Qe come strumento non convenzionale di politica monetaria in un quadro di piena autonomia dalla politica fiscale. Autonomia, cioè, di decidere in futuro di rivendere quei titoli per regolare la massa monetaria in circolazione quando l’inflazione dovesse ricominciare a crescere. La stessa cosa vale per il Giappone, spesso indicato come esempio virtuoso in cui la banca centrale sta acquistando quote crescenti del debito pubblico. (...)

La natura e l’obiettivo del Qe sono profondamente diversi da un regime di monetizzazione del debito. Con il Qe l’obiettivo della banca centrale è di raggiungere un rialzo graduale, ma contenuto, dell’inflazione, in linea con il target. Mantenendo l’autonomia di regolare la massa monetaria in futuro quando l’inflazione dovesse ricominciare a crescere. La monetizzazione del debito non porterebbe ad altro, prima o poi, che a una perdita di controllo sull’andamento dell’inflazione (una tassa regressiva che colpisce innanzitutto i più poveri). E soprattutto porterebbe alla perdita di uno dei beni pubblici più importanti che l’Europa possiede oggi: l’indipendenza della banca centrale."

https://www.lavoce.info/archives/71021/perche-qe-e-monetizzazione-del-debito-non-sono-sinonimi/

venerdì 14 giugno 2019

Attacco al largo dell'Oman: cosa succede nel Golfo? (ISPIOnLine)

"(...) Il ruolo del Giappone
Nelle ore in cui è avvenuto l’attacco era in corso la visita di Stato a Teheran del premier giapponese Shinzo Abe, la prima da parte di un primo ministro del Giappone dalla rivoluzione iraniana del 1979. Non si trattava però della prima volta di Abe a Teheran: suo padre Shintaro Abe compì una missione analoga nel 1983 nelle vesti di ministro degli Esteri, cercando di mediare tra Iran e Iraq nella guerra che per otto anni ha opposto i due paesi, e il giovane Shinzo, allora segretario del padre, viaggiò al suo seguito.

Il Giappone, del resto, è uno dei paesi che più importa(va) petrolio da Teheran, tanto da essere stato tra gli otto paesi che lo scorso anno avevano ricevuto le esenzioni per poter continuare ad acquistare greggio iraniano. Da questo maggio, però, per volontà dell’amministrazione Trump, anche Tokyo ha dovuto cessare le importazioni da Teheran e aumentare così i rifornimenti da altri paesi della regione, in particolar modo da Arabia Saudita e Emirati. Se Abe è intervenuto a mediare è proprio perché il Giappone ha un interesse fondamentale nella sicurezza e nella stabilità della regione mediorientale, e perché gode di buoni rapporti tanto con Washington (Abe è uno dei leader che più ha saputo dialogare con Trump) quanto con Teheran. Significativo poi che questo tentativo di mediazione sia portato avanti da una potenza occidentale, alleata degli USA, ma che non ha preso parte al negoziato sul nucleare iraniano che ha portato alla firma del JCPOA. L’Unione Europea, del resto, ha visto fallire tutti i tentativi fatti finora a questo scopo, e sembra concentrata oltre che sull’imminente passaggio di consegne presso il Servizio di azione esterna, sul tentativo di rendere operativo INSTEX, lo strumento per il commercio con Teheran, che però potrebbe non essere sufficiente a stabilizzare una situazione che nell’ultimo mese è precipitata. La missione di Abe di queste ore sembra dunque essere stata quella di mediare un accordo di “congelamento” della situazione. Trump dovrebbe quindi permettere all’Iran di riprendere in parte le proprie esportazioni di petrolio, e in cambio l’Iran non riprenderebbe le proprie attività nucleari, come ha invece minacciato di fare a partire da luglio. Solamente una volta contenuta l’emergenza si potrà cercare una mediazione più ampia su altri aspetti del contenzioso tra Washington e Teheran.

Quali scenari?
Se non è possibile stabilire con certezza le responsabilità dell’accaduto, altrettanto difficile è tratteggiare degli scenari certi. Molto dipenderà da come la crisi evolverà nelle prossime ore, ovvero se le parti in causa cercheranno di abbassare la tensione, oppure se al contrario si alzeranno i toni e si formalizzeranno accuse ufficiali. Analizzando il precedente dell’attacco dello scorso mese, a un repentino innalzamento della tensione hanno fatto seguito dichiarazioni  di apertura – sia da parte dell’Iran che da parte degli Stati Uniti – che hanno scongiurato il rischio di un’escalation, ma che non hanno risolto la situazione. Il livello di tensione attuale nella regione è infatti talmente elevato da rendere estremamente difficile la de-escalation, quantomeno perché qualsiasi strategia trovata dovrà permettere a entrambi i paesi di “salvare la faccia”: se è chiaro che nessuno dei due vuole un conflitto, e che entrambi hanno l’interesse a dialogare, è vero anche che per entrambi è difficile tornare sui propri passi. Trump dovrebbe ammettere che la sua strategia della “massima pressione” non solo non ha funzionato, ma ha prodotto conseguenze che hanno ulteriormente destabilizzato la regione, rivelandosi negative per gli stessi Stati Uniti. Dal canto suo, l’Iran dovrebbe giustificare che ha bisogno di riprendere il negoziato nonostante gli USA non abbiano tolto le sanzioni. La possibile via di uscita dall’impasse rimane però quella della diplomazia. Non è un caso che il Giappone abbia dichiarato che la situazione verrà discussa nel corso del G20 di Osaka, il 28 e 29 giugno prossimo, quando Paesi molto diversi tra loro – ma uniti dalla volontà di preservare la sicurezza e la stabilità di una delle aree più strategiche del globo – potranno discutere con gli USA e cercare una possibile mediazione. Qualunque sarà il risultato di questa mediazione, però, è difficile immaginare che Washington possa uscire dall’impasse, se non tornando sui propri passi sul tema delle sanzioni, in particolare quelle sul petrolio. Questo però equivarrebbe a ridefinire l’attuale strategia statunitense verso il Medio Oriente: una decisione difficile, ma sono sempre più numerosi i segnali che questa possa presto rivelarsi necessaria."

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/attacco-al-largo-delloman-cosa-succede-nel-golfo-23312

martedì 30 aprile 2019

Giappone: abdica Akihito, “Imperatore del popolo” (ISPIOnLine)

"(...) Il 30 aprile, all’età di ottantaquattro anni, l’imperatore Akihito cederà il trono al Principe ereditario Naruhito nella convinzione che l’età avanzata e le condizioni di salute siano diventati ostacoli insormontabili all’adempimento dei suoi doveri di imperatore. Akihito lascia un’eredità morale che sarà difficile da eguagliare. L’imperatore ha infatti sgretolato, pezzo dopo pezzo, il lascito di una monarchia inaccessibile, acquisendo una sempre maggiore corporeità nella percezione nazionale, esternalizzata in una maggiore presenza pubblica e nell’utilizzo della lingua giapponese in forma moderna. Perfino il matrimonio con l’imperatrice Michiko, una comune cittadina, prima unione di questo tipo nella storia della monarchia giapponese, lo ha avvicinato al popolo giapponese ancora di più: una condizione che è in linea con l’attuale Costituzione e che spoglia l’imperatore di una qualsiasi aura di divinità (e di qualsiasi potere politico), trasformandolo in un “simbolo dello stato e dell’unità del popolo”.
È sicuramente vero che non tutti in Giappone sono entusiasti dei successi ottenuti dall’imperatore Akihito nell’ultimo decennio nell’interazione con i propri sudditi. Molto spesso, gli studiosi più conservatori hanno accusato Akihito e la sua famiglia di aver confuso le priorità. In una recente intervista su “The Japan Times”, il costituzionalista Hidetsugu Yagi, per esempio, ha lamentato la tendenza di Akihito nel sottolineare il ruolo dell’imperatore come “simbolo” del Giappone: “[Akihito] ha stabilito un precedente riguardo a cosa significhi essere un simbolo per gli imperatori, ma quel ruolo di simbolo non è al centro di cosa significa essere imperatore. Lo status di imperatore non si concentra sull’ottenimento del consenso popolare, pertanto essere accettati dal pubblico non dovrebbe avere alcuna importanza”, ha sostenuto Yagi. Tuttavia, coloro che in Giappone auspicano di ripristinare il ruolo dell’imperatore come capo di stato sono destinati a rimanere delusi. Infatti, le priorità di Akihito sono dettate dalla Costituzione democratica post-bellica del Paese, che ne determina le azioni – insieme a quelle della famiglia imperiale – fin dal 1947, quando l’imperatore fu obbligato a rinunciare ad ogni potere militare e politico, rappresentando il Paese esclusivamente con funzione simbolica.
Il maggior grado di accessibilità di Akihito è legato al suo sforzo di ovviare alle cicatrici lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale (combattuta nel nome del padre, l’imperatore Hiroito), nonché al suo impegno nel portare conforto alle vittime delle catastrofi emerse dal conflitto. Durante i suoi trent’anni di regno, Akihito si è proposto come una figura liberale ed esposta internazionalmente, aperta e accessibile. Non a caso Akihito è stato il primo moderno monarca giapponese a condurre una visita di stato in Cina nel 1992 durante la quale ha condannato le sofferenze che il Giappone ha inflitto alla Cina durante i quasi dieci anni della seconda guerra sino-giapponese (1937-1945), culminata nello stupro di Nanchino (南京强奸Nanjing qiangjian) del gennaio 1938. Nel 2015, in occasione del settantesimo anniversario della resa giapponese nella Seconda Guerra mondiale, Akihito ha ricordato al popolo giapponese di imparare dalla storia: invito chiaramente esteso anche al primo ministro Shinzo Abe e ai suoi seguaci revisionisti. Al fine di sottolineare la propria estraneità alle affermazioni poco veritiere dei revisionisti giapponesi secondo cui il Giappone è vittima invece che colpevole, nel suo discorso del 2015, Akihito ha fatto riferimento all’incidente mancese, l’attentato perpetrato nel 1931 dall’esercito giapponese a Mukden, in Manciuria, come pretesto per accusare i terroristi cinesi: “Penso che abbia maggiore importanza per noi approfittare dell’occasione per studiare e imparare dalla storia di questa guerra a partire dall’incidente mancese del 1931, mentre prendiamo in considerazione la direzione che il nostro Paese prenderà in futuro”. Quest’affermazione è particolarmente significativa poiché l’incidente mancese del 1931 incarna l’inizio della guerra di occupazione giapponese in Cina. Menzionandolo, Akihito ha evidenziato il proprio rifiuto a sottostare alle asserzioni dei revisionisti che interpretavano il secondo conflitto sino-giapponese come una guerra di autodifesa che mirava alla “liberazione panasiatica”, ossia alla presunta liberazione dell’Asia dall’imperialismo occidentale e dal colonialismo.
Akihito si è da sempre posto a tutela della memoria degli orrori perpetrati dal suo Paese nel corso della storia, andando inevitabilmente a scontrarsi con la concezione sostenuta dalla leadership governativa di Shinzo Abe. L’impostazione di Abe pone l’accento su una forma di nazionalismo giapponese e sull’idea di un Giappone che acquisisce un tono conciliatorio nei confronti del suo passato militare, creando frizioni con la Costituzione del Paese che lo dipinge invece come campione del principio pacifista. La Costituzione del 1946, prodotto della sconfitta del Paese durante la Seconda Guerra Mondiale, include una clausola che prevede che il Giappone non possa formare un esercito, poiché “aspirando sinceramente a una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, e alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. Per conseguire l’obiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto”. Ad oggi, il Giappone si avvale di forze di autodifesa in un contesto fortemente critico che vede Abe riproporre ciclicamente una riforma della Costituzione.
Nonostante Akihito non detenga alcun potere politico, la grande popolarità di cui gode e la crescente esposizione pubblica a livello nazionale ed internazionale hanno contribuito a una rivoluzione del ruolo della monarchia giapponese e all’affermarsi una rivalità interna con il governo di Abe a causa delle posizioni diametralmente opposte sostenute dai due leader del Paese.(...)"

lunedì 23 dicembre 2013

Ora le potenze si misurano nei mari d'Asia (da ISPIonline.it)

Dopo una breve parentesi di relativa tranquillità, di recente le acque del Mar Cinese Orientale sono tornate a intorbidirsi, contribuendo all’esacerbazione delle già non idilliache relazioni tra Tokyo e Pechino e a un generale clima di tensione nella regione.
Questa situazione di preoccupante instabilità è stata innescata dalla decisione di Pechino, annunciata dal Ministero della Difesa il 23 novembre, di creare una Zona di Identificazione per la Difesa Aerea (comunemente definita adiz, Air Defense Identification Zone) che insiste su un’area geografica in cui ricadono anche le celebri Senkaku (per i giapponesi) o Diaoyu (per i cinesi), un arcipelago di isolotti completamente disabitato e inospitale da decenni al centro di una disputa tra cinesi, giapponesi e taiwanesi, che ne rivendicano la sovranità sulla base di differenti ragioni ed evidenze storiche e giuridiche.  
È bene sottolineare, in primo luogo, come la creazione di una adiz non sia una pratica vietata: non si tratta di una zona in cui il traffico aereo è contingentato o proibito, ma di una “zona di sicurezza” posta in essere per scongiurare eventuali attacchi al territorio del paese che rivendica il controllo su quello spazio aereo. In quello spazio, quindi, velivoli non identificati sono tenuti a farsi riconoscere e, laddove necessario, possono essere perfino intercettati con lo scopo di essere identificati. Non esistono accordi internazionali che regolino le adiz: gli stati non sono esplicitamente autorizzati ad istituire queste zone, ma non è neanche loro esplicitamente negata la possibilità di farlo. 
È ovvio che il concetto di adiz non è nient’altro se non un lascito della Guerra fredda: furono proprio gli Stati Uniti – in maniera unilaterale – a dare vita alla prima adiz, negli anni ’50, al fine di abbattere il rischio di possibili attacchi a sorpresa da parte dei sovietici. Oltre alla questione relativa alla sicurezza, una adiz può soddisfare molteplici necessità: limitare il rischio di collisioni aeree, combattere i traffici illeciti di droga, aumentare la trasparenza riducendo la necessità di decollo dei jet da combattimento con scopi di ispezione visiva. (...)
Due sembrano essere le questioni aperte in questo gi-nepraio innescato dalle azioni cinesi. La prima è relativa alla volontà cinese di far rispettare fermamente la sovranità nei cieli sopra le isole Senkaku/Diaoyu: uno scenario in cui velivoli cinesi e giapponesi possano un giorno fronteggiarsi in quell’area è diventata una seria possibilità e potrebbe dare il via a una escalation militare. 
La seconda questione è probabilmente più importante, in particolar modo se vagliata in senso prospettico, e fa riferimento alla possibilità che questa nuova adiz cinese rifletta una più ampia intenzione di fare ricorso alla forza per appianare qualsivoglia disputa territoriale. La Cina ha cominciato a perseguire un approccio ambivalente: in primo luogo, facendo valere unilateralmente le proprie richieste minacciando il ricorso alla forza se necessario; ed in secondo, ampliando le proprie richieste mentre acquisisce i mezzi, inclusi quelli di tipo militare, per supportarle. La nuova adiz ricade pienamente in tale strategia di condotta, che diventa in questa specifica zona geografica ad alto rischio proprio perché deve confrontarsi con altri due paesi molto dotati dal punto di vista militare. L’estensione della zona di controllo cinese potrebbe comunque indicare una mossa preliminare a cui seguirà in un futuro prossimo o remoto il tentativo di forzare il controllo delle Senkaku/Diaoyu. 
In un’altra, non necessariamente non ipotizzabile, direzione, ci si potrebbe chiedere se la prossima mossa nella complessa agenda cinese, non possa essere l’imposizione di una adiz sulla regione del Mar Cinese Meridionale, che ricalchi in qualche modo la famigerata “linea ad U” all’interno della quale i cinesi fanno ricadere la quasi totalità delle acque disputate. (...)
Insomma, l’insegnamento dietro questa storia è che nonostante la storia, il sentimento nazionalistico, o le fonti energetiche siano fattori di rilievo per l’atteggiamento cinese, la verità è che gli Stati Uniti e il Giappone – per rimanere alle Senkaku/Diaoyu – saranno costretti a modellarsi in relazione alle capacità(anche militari) e agli interessi cinesi. Ciò che stiamo vivendo ci insegna quindi che la crisi sino-giapponese sulle Senkaku/Diaoyu, piuttosto che essere risolta con le leve della diplomazia, potrebbe rappresentare il preludio per più ampi conflitti nella regione. 

domenica 1 dicembre 2013

Nello scontro Cina-Giappone è in gioco la credibilità americana (da ilSole24Ore)

NEW YORK – Si tratta di una nuova prova di debolezza di Washington ? O di una dimostrazione della maturita' politica di Barack Obama? Il mondo si interroga dopo l'inattesa richiesta dell'amministrazione Obama alle linee aere americane di informare le autorita' cinesi dei loro piani di volo nella nuova zona di difesa aerea annunciata unilateralmente giorni fa da Pechino. La sensazione generalizzata a Washington, sia al Congresso che fra gli esperti di politica estera è che le potenze straniere, dalla Russia alla Cina, ma anche paesi "nemici", dall'Iran alla Siria alla Corea del Nord, stiano approfittando della debolezza della Casa Bianca per "incassare" quanto piu' possibile nei vari contenziosi aperti in vari teatri globali per migliorare la loro posizione strategica. (...)

Sviluppi questi che hanno lasciato gli interlocutori americani con due alternative: o sono stati commessi errori gravi nella preparazione di dossier chiave per la politica estera o l'America continua a cedere su contenziosi chiave per il suo posizionamento strategico. La Corea del Nord ha annunciato ieri l'incriminazione di un veterano americano di 85 anni che si era recato in visita turistica – e nostalgica – nel primo dei "paesi canaglia".(...)

dal nostro corrispondente Mario Platero - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/LiDSH

mercoledì 27 novembre 2013

Isole Senkaku, scintille fra Usa e Cina (laStampa)

Monito di Washington a Pechino sulle isole Senkatu. Nell’arco di poche ore, prima il Dipartimento di Stato e poi il Pentagono hanno emesso comunicati scritti nei quali si chiede alla Cina di "evitare un’escalation nel Mar della Cina Orientale". Il motivo sono gli sconfinamenti nelle acque delle isole Senkatu, amministrate dal Giappone ma rivendicate da Pechino e Taipei, seguiti alla decisione di estendere su di loro lo "spazio di difesa aerea cinese". Pechino ha inoltre minacciato di "agire" se "aerei non identificati come cinesi" dovessero sorvolare le isole disabitate e Tokio ha reagito parlando di "scelta inaccettabile", capace di innescare "eventi imprevedibili". La decisione dell’amministrazione Obama di sostenere l’alleato giapponese lascia intendere la gravità delle tensioni sino-nipponiche che saranno in cima all’agenda di un viaggio in Estremo Oriente che il vicepresidente Joe Biden si appresta a fare all’inizio di dicembre.(...)

sabato 23 novembre 2013

Spada Affilata: La Cina Si Prepara Alla Guerra? (Corriere.it)

Giovedì ha volato per la prima volta un drone con motore a getto e tecnologia stealth made in China. Si chiama Lijian: Spada affilata. Verrà usato in operazioni antiterrorismo, ricognizione, combattimento, dice la stampa cinese. La tecnologia stealth (furtiva o invisibile) permette di sfuggire ai radar.


Un apparecchio senza pilota che secondo gli esperti occidentali somiglia nel disegno alle ali a forma di pipistrello dell’RQ-170 Sentinel, prodotto dalla Lockheed Martin e impiegato dagli americani fin dal 2007. La tecnologia bellica cinese è all’inseguimento. Ma si è avvicinata: l’Esercito popolare di liberazione ha già sviluppato piccoli droni per uso tattico e corto raggio e altri apparecchi senza pilota che somigliano in modo impressionante agli americani Reaper e Predator, usati nella caccia ai terroristi di Al Qaeda dal Medio Oriente al Pakistan e all’Afghanistan.

Anche i cinesi sono in grado di armare i loro droni: recentemente un alto ufficiale dell’ufficio antidroga ha detto al Quotidiano del Popolo che l’uso di un drone è stato preso in considerazione per eliminare un trafficante birmano che si nascondeva nella foresta di Myanmar ed era ricercato per l’uccisione di 13 marinai di un peschereccio cinese. Il narcotrafficante fu poi arrestato e giustiziato dopo un processo.

Un altro impiego dei droni è la ricognizione aerea e Pechino potrebbe inviarli anche a pattugliare la zona delle isole Diaoyu/Senkaku, controllate dal Giappone. Tokyo, che chiama le isole Senkaku, minaccia di aprire il fuoco sugli apparecchi che violano lo spazio aereo. Pechino, che le chiama Diaoyu, replica che l’abbattimento di un velivolo, anche senza pilota come un drone, «sarebbe un atto di guerra». (...)




martedì 19 novembre 2013

Il bluff giapponese prosegue (da Phastidio.net)

(...) La realtà giapponese però resta quella: la “crescita” sinora è stata fatta soprattutto con spesa pubblica, e poco altro; i mercati di sbocco non aiutano; malgrado il forte indebolimento dello yen, pari al 25% nominale, i prezzi a cui le aziende giapponesi esportano si sono ridotti di solo il 2% nell’ultimo anno. Questo perché le aziende hanno preferito non tagliare aggressivamente i listini prezzi, anche per non essere accusate (assieme al governo giapponese) di fare dumping (sono le gioie delle svalutazioni del cambio, bellezze), e quindi si sono “accontentate” di gonfiare i profitti. Ritenendo il deprezzamento del cambio ed i conseguenti profitti qualcosa di temporaneo, si agisce di conseguenza. Niente aumenti di stipendio fisso, solo bonus.
Il Giappone è resta un paese con un deficit fiscale enorme, con un profilo demografico pesantemente svantaggiato, e con i nodi della propria struttura economica del tutto irrisolti.(...)

lunedì 4 novembre 2013

Il caso Datagate e l'ombra della debolezza americana (da Ispionline.it)

Pur non coinvolgendoli in maniera diretta, le iniziative degli Stati Uniti nel campo della sicurezza rischiano, infatti, di alimentare i timori di una lunga serie di paesi, primi fra tutti quelli del delicato scacchiere asiatico. Ciò vale tanto per realtà come il Giappone o la Corea del Sud, che intrattengono solide relazioni con Washington sin dall’inizio degli anni Cinquanta ma che potrebbero essere in qualche modo contagiati dalla “sindrome europea”, anche alla luce del “riallineamento geopolitico” che stanno sperimentando e della relativa autonomizzazione che lo accompagna, quanto per realtà come la Cina e, per certi aspetti, l’India, che con gli Stati Uniti coltivano un rapporto più complesso, permeato da una parte da una certa diffidenza, dall’altra (almeno allo stato attuale delle cose) da considerazioni di reciproco interesse(1). Allo stesso modo, le notizie sulle attività statunitensi hanno comportato la vivace reazione di alcuni paesi dell’America Latina, primi fra tutti il Messico (che tradizionalmente gestisce in maniera difficile la prossimità fisica con il vicino nordamericano e l’influenza da questo esercitata sui suoi equilibri interni) e il Brasile, che, nonostante le difficoltà sperimentate da qualche tempo a questa parte, appare intenzionato ad affermare con crescente concretezza il ruolo politico che la posizione ricoperta in seno al gruppo del BRICs gli assegna “in potenza”(2). Anche la trasversalità di questi timori è significativa. Negli ultimi mesi l’amministrazione USA sembra, infatti, essere riuscita (forse per la prima volta dall’inizio della sua parabola politica) a coagulare un effettivo “consenso trasversale”, pur se in chiave più o meno apertamente antagonista. Per chi – in Europa soprattutto – continuava a confidare in Barack Obama per ristabilire su basi più solide un rapporto transatlantico percepito come ormai logoro, è questa, forse, la fine delle illusioni. Un simile giudizio merita, tuttavia, di essere oggetto di qualche considerazione più ampia.

domenica 27 ottobre 2013

Abe Interventista: Parole o Rischi Concreti?

Un messaggio chiaro: il Giappone reagirebbe non solo fidando nell'appoggio e nell'ombrello nucleare americano, ma confidando sulla propria forza. Del resto, per la prima volta da quanto fu stipulato il trattato di Difesa tra Stati Uniti e Giappone, le due parti hanno approntato nei minimi dettagli un piano militare congiunto per contrastare un eventuale attacco su una specifico territorio: le Senkaku, appunto, nel Mar cinese orientale. 

Dal nostro corrispondente Stefano Carrer - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/GfC7r

***

Sul Giappone scrivevo in un intervento su una ml il 26 luglio scorso

Forse è un ragionamento troppo semplicistico, ma la politica "aggressiva" di Abe in termini monetari (discutibile sotto diversi punti di vista, anche se nel breve periodo ha dato ossigeno all'economia giapponese) sembra trovare un parallelo nel campo della difesa. Entro certi limiti la cosa può essere comprensibile, ma rimane un segnale fortemente inquietante; soprattutto perché rappresenta di fatto un ulteriore incrinatura nel sistema delle relazioni internazionali, sempre più "anarchico", sia dal punto di vista economico che politico-militare. 

Inoltre, la competizione anche in termini monetari può avere il risvolto di "rovesciare" sull'esterno le dinamiche della crisi: da un lato è una comprensibile strada per prendere tempo e ossigeno, dall'altra però può rallentare la presa di coscienza della necessità di riforme interne, spostando appunto su altro - e altri paesi, dunque - la responsabilità dei problemi economici del paese. Anche in questo senso - pur con tutte le cautele nell'evitare facili automatismi o determinismi - nazionalismo economico e nazionalismo più politico-militare possono darsi una (pericolosa) mano. La speranza è che la retorica di Abe rimanga tale, ovviamente.

Però chissà, forse dovremo vedere e affrontare una qualche forma di conflitto armato potenzialmente globale (magari proprio sul versante delle "nuove potenze", vd. appunto isole Sensaku), per essere costretti a ricercare una nuova forma di collaborazione. 

Speriamo non sia così; magari "basterà" avvicinarci al rischio. E se invece deve essere una qualche forma di guerra, speriamo e prepariamoci perché le cose avvengano in modo da limitare i danni. Anche i conflitti armati sono diversi da un tempo, e non c'è da pensare a uno scenario apocalittico, credo. 
Ma l'anarchia del sistema internazionale, e l'incapacità odierna degli Stati Uniti e di altre superpotenze a esercitare una leadership globale, possono portare a costi troppo elevati e non strettamente necessari.

L'alba comunque arriverà, su questo non c'è da aver paura; ma sta a noi decidere quanto far durare la notte di questa crisi. 

Francesco Maria

(...) La riforma è motivata dai timori del Paese riguardo alle ambizioni nucleari della Corea del nord e alla disputa, attualmente in corso, sul controllo di un gruppo di isolette nel Mar della Cina orientale, chiamateSenkaku in Giappone e Diaoyu in Cina, controllate da Tokyo, ma rivendicate da Pechino. Proprio stamani, è stata segnalata dalle autorità giapponesi un'incursione nelle acque territoriali di tali isole da parte di 4 guardacoste cinesi, la quale ha reso il clima tra i due Paesi ancora più teso.
Peraltro, l'articolo 9 della Costituzione giapponese - redatto da forze di occupazione americane dopo la sconfitta del Paese nella seconda guerra mondiale - prevede l'uso delle forze militari solo nel caso diautodifesa, escludendo la possibilità di iniziare unilateralmente un'azione militare. Ma, in realtà, le "Self-Defense Forces" del Giappone sono uno degli eserciti più forti dell'Asia. La riforma in quest'ottica potrebbe comportare un'espansione dell'attività militare, ma il Ministro della Difesa Itsunori Onodera ha fatto sapere ai giornalisti che non vi è alcun cambiamento di base nella politica nazionale di "sicurezza esclusivamente difensiva", e ha negato che possano essere compiuti "attacchi preventivi" nei confronti di obiettivi nemici.(...)
Ma funzionerà? Mentre la politica monetaria sperimentale è ora ampiamente accettata come una procedura standard nell’odierna era post-crisi, la sua efficacia resta dubbia. Quasi quattro anni dopo che il mondo ha toccato il fondo sulla scia della crisi finanziaria globale, l’impatto del Qe è stato straordinariamente asimmetrico. Mentre le massicce iniezioni di liquidità sono state efficaci nello scongelare i mercati del credito e hanno messo fine alla fase peggiore della crisi – come testimonia il primo ciclo di Qe attuato dalla Fed nel biennio 2009-2010 – i successivi sforzi non hanno di Stephen S. Roach - Il Sole 24 Ore - leggi su Le illusioni di politica monetaria di Shinzo Abe 

giovedì 13 dicembre 2012

Giappone: la Costituzione pacifista e le nuove esigenze strategiche (Aspenia online)

Nell’avvicinarsi delle elezioni del 16 dicembre è tornato di grande attualità in Giappone il tema della revisione dell’articolo 9 della Costituzione, che non solo sancisce il rifiuto della guerra come mezzo di soluzione dei conflitti ma anche vieta la creazione di un apparato militare potenzialmente aggressivo. Per quanto non sia la prima volta che si apre un dibattito sull’argomento, le implicazioni di ordine strategico appaiono più rilevanti rispetto al passato, in ragione del mutato contesto in cui il Giappone si trova a muoversi, e prefigurano cambiamenti di rilievo nei rapporti con tutti i partner, regionali e globali. Gli stessi aspetti formali del dibattito, a partire dal nome e dallo stato giuridico di quelle Forze di autodifesa (SDF) che svolgono le veci delle “normali” forze armate, fanno ora presagire una svolta di sostanza circa la “responsabilità militari” di una grande potenza economica come il Giappone.(...)

Le spinte decisive appaiono però quelle dall’esterno, ovvero la crescente assertività cinese, con il connesso build up militare, e le richiese americane di un maggiore coinvolgimento di Tokyo in una strategia di “blocco” che ha l’obiettivo di garantire la stabilità regionale. Si tratta di spinte convergenti seppure di segno opposto. Stanno diventando un fattore di accelerazione per una linea di sviluppo che altrimenti sarebbe lenta e contraddittoria. In Giappone infatti il pacifismo è ben radicato nelle coscienze. Ben pochi auspicano un ritorno a quel passato militarista che proprio la Costituzione e il suo articolo 9 intendevano cancellare. Ma sempre più urgente appare agli occhi dell’opinione pubblica una risposta secca e “muscolare” a quelle che vengono percepite come provocazioni cinesi. La difesa delle pur lontanissime Senkaku è un assioma indiscutibile per tutti. L’ipotesi di chiedere un parere alla Corte internazionale di Giustizia è respinta con sdegno seppure con scarsa coerenza politica (alla stessa Corte di Giustizia ci si vuole appellare per il contenzioso con la Corea del Sud, dove sono invertiti i ruoli di chi rivendica e chi ha già il controllo di un arcipelago).(...)

Giappone: la Costituzione pacifista e le nuove esigenze strategiche (Aspenia online)

giovedì 8 novembre 2012

Non solo Washington (Rassegna stampa)


Non c'è solo Washington, nel mondo; è sempre stato così, naturalmente; ma oggi lo è ancora di più, e la palese "freddezza" dei mercati nei confronti della rielezione di Obama è segno tangibile dei nuovi limiti con cui gli Stati Uniti si muovono nel mondo. Non c'è più solo Washington, e oggi dobbiamo guardare naturalmente a Pechino, con il cambio della guardia ai vertici del Partito Comunista, avvicendamento per molti aspetti pieno di incognite; ma anche al Giappone (peraltro coinvolto in dispute con il Dragone) in crisi, e che troppo spesso viene facilmente preso a modello come economia in grado di "autosoreggersi"; tanti altri scenari - Turchia, Siria, Libano, Iran - si presentano in un mondo sempre meno "ordinato" e sempre più apparentemente "policentrico".

E in questa situazione, per noi oggi rimane aperta la ferita della Grecia, segno di un'Europa che da un lato sembra diventare consapevole degli errori che si sono fatti sul corpo vivo di Atene, ma al tempo stesso è ancora incapace di vedere una strada diversa, probabilmente impossibile fino a che Europa non sarà il nome di una nazione unita.
Tutto questo in una rassegna stampa speciale, i cui capitoli leggete nei link qui sotto.


Francesco Maria Mariotti


sulle elezioni americane leggi anche: 








Cina, il Dragone tira fuori gli artigli?


Dopo anni di discorsi improntati al pacifismo, anche quando il Parlamento approvava aumenti a doppia cifra del budget militare, ieri per la prima volta il Dragone ha tirato fuori gli artigli. «Cina deve diventare una potenza marittima per difendere risolutamente i suoi diritti e i suoi interessi territoriali» ha ammonito Hu. dal nostro corrispondente Luca Vinciguerra - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/tWMRZ

"Se non affrontiamo il problema della corruzione - ha detto Hu Jintao parlando nella sala dell'Assemblea del Popolo su piazza Tiananmen, addobbata con bandiere rosse e un'enorme falce e martello - essa potrebbe provocare una crisi del Partito e anche un crollo dello Stato". "La riforma della struttura politica è una parte importante delle riforme generali e dobbiamo prendere iniziative positive e prudenti in questa direzione", ha aggiunto Hu."La Cina non copierà mai un sistema politico occidentale". ha detto Hu Jintao, aggiungendo che la Cina continuerà sulle riforme della struttura politica per "rendere la democrazia popolare più estesa".


Eppure, di riforme in Cina ci sarebbe grande bisogno, spiega al Foglio Giovanni Andornino, docente di Relazioni internazionali dell’Asia orientale presso l’Università di Torino e vicepresidente di T.wai (Torino World Affairs Institute): “Crescendo, l’economia cinese ha creato gravi danni ambientali, sanitari e sociali. Si è trattato di una crescita diseguale, e questo ha provocato malcontento nella popolazione. Non a caso, il numero delle proteste è passato da 8.700 casi nel 1993 ai 230 mila di oggi, anche se le statistiche dell’ultimo periodo non sono ufficiali”. La crescita economica tanto sbandierata dalle autorità, poi, “è in realtà più contenuta, le cifre sono in parte gonfiate, tant’è che puntualmente a ogni trimestre vengono ritoccate al ribasso”, dice. Fare riforme con l’economia che non galoppa più come nell’ultimo decennio è difficile: “La sfida che ha davanti la prossima leadership è ardua. Tutti si attendevano che Hu Jintao e Wen Jiabao, soprattutto nel loro secondo mandato, potessero approfittare della crescita record per avviare le riforme necessarie. Invece nulla di tutto questo è avvenuto, anche perché – e lo stiamo capendo ora – Hu Jintao aveva un controllo molto parziale del Comitato centrale”. D’altronde, “se è vero che l’ex presidente ottantaseienne Jiang Zemin è influente ancora oggi nel Partito, è lecito pensare che sia stato ben più incisivo negli scorsi anni”, aggiunge Andornino. Se Pechino non è riuscita a cambiare rotta nell’ultimo decennio, quando ne aveva le possibilità ed era spinta dal successo finanziario, è probabile che non lo farà neppure da qui al 2022: “C’è la necessità di compiere scelte politiche decise e chiare, e questo la nomenclatura alla guida del paese non è in grado di farlo. Sono troppi gli interessi in gioco. Inoltre, al momento non è credibile che Xi Jinping possa cambiare le cose da solo, anche perché fa pur sempre parte di una leadership collettiva e non individuale”.




Se Tokio sembra Atene (Luigi Zingales, ilSole24Ore)


E' come se lo stato giapponese finanziasse il proprio debito in moneta, ma i suoi cittadini ossequiosi, invece di spendere questa moneta, la risparmiassero, mettendola sotto il materasso. Questa partita di giro, però, non può continuare tanto più a lungo. La coorte più numerosa di giapponesi, quelli nati immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, sta per andare in pensione. 

sabato 22 settembre 2012

Cina-Giappone, la contesa che fa paura al mondo (da laStampa)


Viste da migliaia di chilometri di distanza, le questioni in gioco sembrano banali, persino assurde. Poche piccole isole nel Mar Cinese Orientale, note in Giappone come Senkaku e in Cina come Diaoyu, una manciata di rocce, di questo stanno discutendo la seconda e la terza economia più grandi del mondo. Eppure quelle rocce hanno scatenato le più gravi manifestazioni anti-giapponesi in Cina dal 2005, mentre in decine di città cinesi si sono radunate folle per protestare al di fuori delle ambasciate e delle fabbriche e dei negozi appartenenti ai giapponesi.

Cosa ancora più inquietante, i media statali cinesi hanno riferito che «1000» barche da pesca cinesi si stanno dirigendo verso le isole contese, determinate, si presume, a far valere le rivendicazioni territoriali della Cina sulla pesca all’interno di quello che sono attualmente acque territoriali giapponesi.

Quanto seriamente dovremmo prendere questa notizia? Al tempo dell’ultima grande ondata di manifestazioni anti-giapponesi, sette anni fa, avevo fatto proprio questa domanda a un vecchio politico giapponese del partito allora al governo, Taro Aso. La sua risposta fu noncurante: “Il Giappone e la Cina si odiano a vicenda da più di mille anni - ha detto, - non dovrebbe sorprenderla che anche oggi sia così.”





lunedì 17 settembre 2012

Mille pescherecci cinesi verso le Senkaku (ANSA)


Mille pescherecci cinesi sono attesi nelle acque delle Senkaku, isole disabitate controllate dal Giappone e rivendicate dalla Cina. Gli Stati Uniti spingono per una soluzione pacifica e non prendono posizione sulle isole contese Senkaku, che agitano i rapporti tra Cina e Giappone. Lo ha detto il segretario alla Difesa, Leon Panetta, che in una conferenza stampa congiunta col collega giapponese, Satoshi Morimoto, ha spiegato che, pur tenendo fermi "gli obblighi sul trattato di Sicurezza" Washington-Tokyo, in forza del quale gli Usa sono tenuti a difendere l'alleato se aggredito, la via da seguire è la "soluzione pacifica" sulle isole contese.
Per la Cina le attività di pattugliamento marino effettuate nei giorni scorsi nelle acque delle isole Diaoyu, come vengono chiamate le Senkaku contese con il Giappone, sono state un successo. Lo ha detto un funzionario della CMS, la China Marine Surveillance, secondo quanto ha riferito l'agenzia Nuova Cina. "Il rafforzamento della legge e le attività di pattugliamento marino cinesi - ha detto Xiao Huiwu, vice capo del comando della CMS - hanno dimostrato la giurisdizione della Cina sulle isole Diaoyu e hanno avuto un ruolo importante ai fini della tutela degli interessi marittimi del paese". Venerdì scorso sei pattugliatori cinesi (anche se l'agenzia Nuova Cina ha sempre parlato di due) sono arrivati nelle acque delle Diaoyu (che i giapponesi chiamano Senkaku) per poi però allontanarsi alcune ore dopo. Secondo Xiao, la CMS intensificherà i propri controlli e le proprie attività in prossimità delle isole sempre per riaffermare la sovranità cinese e per porre fine alle violazioni. Durante il pattugliamento di venerdì scorso le navi cinesi sono arrivate fino a 1,55 miglia marine di distanza dalle Diaoyu.
La situazione preoccupa gli Stati Uniti. "E' nell'interesse di tutti, ed è nell'interesse di ognuno di noi, che Giappone e Cina mantengano buone relazioni e trovino un modo per evitare un'ulteriore escalation dei rapporti", ha spiegato oggi a Tokyo il segretario alla Difesa, Leon Panetta, nel pieno dello scontro tra le due potenze economiche dell'Estremo Oriente. (...)

venerdì 30 marzo 2012

Questa nuova fase non è una "parentesi" (lettera di Monti al Corriere)

(...)  La percezione errata è quella che porta ad attribuire essenzialmente al governo («tecnico») il merito dei rapidi cambiamenti in corso. Il forte dubbio discende da quella percezione: è il dubbio che il nuovo corso possa essere abbandonato quando, dopo le elezioni parlamentari, torneranno governi «politici».
Finché la percezione errata e il dubbio non saranno dissipati, la fase attuale verrà considerata come una interessante «parentesi», degna forse di qualche investimento finanziario a breve termine. Ma le imprese straniere, come del resto quelle italiane, saranno riluttanti a considerare l'Italia un luogo conveniente nel quale investire e creare occupazione.
Non è facile modificare le opinioni su questi due punti. Ma credo sia dovere del presidente del Consiglio cercare di farlo con ogni interlocutore. Gli argomenti che ho utilizzato a Tokyo, riportati correttamente dai corrispondenti italiani presenti, ma «letti» in Italia fuori contesto, sono stati i seguenti.
Se da qualche mese l'Italia ha imboccato risolutamente la via delle riforme, lo si deve in parte al governo, ma in larga parte al senso di responsabilità delle forze politiche che, pure caratterizzate da forti divergenze programmatiche, hanno saputo dare priorità, in una fase di emergenza, all'interesse generale del Paese.
E lo si deve anche alla grande maturità degli italiani,che hanno mostrato di comprendere che vale la pena di sopportare sacrifici rilevanti, purché distribuiti con equità, per evitare il declino dell'Italia o, peggio, una sorte simile a quella della Grecia.
E dopo le elezioni? Certo, torneranno governi «politici», come è naturale (perfino in Giappone, ho dichiarato che il sottoscritto sparirà e che il «montismo» non esiste!). Ma ritengo che ciò non debba essere visto come un rischio.
Le forze politiche sono impegnate in una profonda riflessione al loro interno e, in dialogo tra loro, lavorano a importanti riforme per rendere il sistema politico e istituzionale meno pesante e più funzionale.(...)


L'integrale della lettera di Monti sul sito del Corriere della Sera

giovedì 29 dicembre 2011

Quando cambiano gli equilibri del mondo

Come ha ben visto il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, la recente decisione di Cina e Giappone di rinunciare al dollaro per le transazioni fra i due paesi è una specie di allarme che non rigurda solo gli Stati Uniti. L'Europa è chiamata a fare la sua parte in un mondo che si sta riorganizzando, ci piaccia o no. 
E' quanto mai necessario - anche per mettere a punto una reale e duratura "soluzione" (se è possibile parlare di una soluzione, forse dovremmo dire un "tentativo di governo"...) della crisi economico-finanziaria - prendere atto del potere della Cina e "costringerla" a definire insieme a Europa e Stati Uniti una agenda complessiva che riguardi tutti i temi globali (non solo economici) oggi in campo: a partire dalla fluttuazione delle monete (da controllare in una sorta di "Serpente monetario globale"), per arrivare a temi come la concorrenza (dove è sempre più probabile il ritorno di un clima protezionistico, che almeno sul breve periodo potrebbe temperare le economie e permettere il riavvio di una domanda interna ai vari continenti), e definendo anche standard comuni per ambiente e lavoro. 
Un tavolo comune - che avrà anche inevitabili risvolti più direttamente politici, come si è già detto in passato - da "convocare" al più presto.

Francesco Maria Mariotti

(...) non c' è dubbio che l' intesa è piena di simbolismi destinati a rafforzare l' immagine di un' Asia sempre più autonoma e con una forte capacità d' attrazione. Accordi che, al di là delle ragioni tecnico-economiche che li hanno ispirati - ragioni che hanno un loro fondamento oggettivo - entro pochi anni potrebbero anche innescare nuovi processi di tipo politico. In sé la scelta di utilizzare di più yen e yuan nelle transazioni tra i due Paesi risponde all' esigenza di contenere i rischi sui cambi, ridimensionando il ruolo della valuta - il dollaro - che negli ultimi anni si è dimostrata più debole e instabile e archiviando la possibilità di ricorrere maggiormente a un euro che negli ultimi mesi ha perso credibilità e valore. Anche l' intenzione di Tokio di investire di più in titoli cinesi risponde a una ragionevole strategia di diversificazione del rischio: il Giappone, secondo solo alla Cina per l' imponenza delle sue riserve valutarie (1.300 miliardi di dollari, mentre Pechino ne ha per ben 3.200 miliardi), sta, infatti, registrando grosse perdite sui suoi massicci investimenti denominati nella valuta Usa. In questo Cina e Giappone, storiche nemiche sul campo, registrano una crescente convergenza d' interessi in campo commerciale e finanziario. Una convergenza che ha reso possibile un' intesa tra due Paesi comunque divisi da dispute territoriali (isole contese del Pacifico), che faticano a tenere a bada opinioni pubbliche attratte più dal falò dei contrapposti nazionalismi che dalle ragioni del dialogo. Proprio per questo l' accordo ha preso di sorpresa molti osservatori. E ora, davanti a una Cina che ha messo a segno un altro colpo sulla strada del riconoscimento del ruolo internazionale dello yuan, ci si chiede quanto peserà, nel lungo periodo, questo processo. (...)


(...) L'11 dicembre 2011 la Cina ha celebrato il primo decennale di adesione alla World Trade Organization; pochi giorni prima, al G20 di Cannes, il premier cinese aveva annunciato una politica di free market per l'export proveniente dai paesi più poveri del mondo. Si tratta di eventi e determinazioni che, insieme con le recenti misure neoprotezioniste verso gli Usa, mostrano che la Cina, attraverso diverse strategie, intende assumere un ruolo preminente di leadership sulla scena mondiale.