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lunedì 20 aprile 2026

Da AsiaNews: Yisca Harani: 'Aiutiamo un ospedale maronita dopo la profanazione del Cristo a Debel'

"(...) Sulla vicenda AsiaNews ha interpellato Yisca Harani, che attraverso l’ong Rfdc “monitora atti di qualsiasi natura, dalle molestie alle violenze, contro i cristiani” come spiega lei stessa. “In generale, qui [in Israele] non si verificano gravi persecuzioni contro i cristiani. La situazione - prosegue - è molto diversa rispetto alla Nigeria o ad altri luoghi”. Tuttavia, in quanto ebrea e appartenente a una “terra definita come Santa”, una vicenda come quella occorsa ieri risulta “intollerabile. Siamo impegnati nel profondo - aggiunge - a cambiare una realtà in cui alcune persone mostrano mancanza di rispetto e, come avete visto, commettono atti di vandalismo e profanazione” di simboli religiosi di primaria importanza per altre fedi. 

In risposta al gesto, l’attivista israeliana ha lanciato una campagna di raccolta fondi i cui proventi andranno a favore delle popolazioni dei villaggi cristiani in cui è avvenuta la profanazione. Il denaro raccolto verrà consegnato all’arcidiocesi maronita di Israele [l’arcieparchia di Haifa e Terra Santa, ndr] che convoglierà gli aiuti ai centri di Debel e delle zone circostanti, fra le più colpite dai raid dell’esercito in queste settimane contro obiettivi di Hezbollah. In particolare, spiega, verranno distribuiti medicinali urgenti e farmaci salvavita per malati di cancro. 

“Il motivo - sottolinea Yisca Harani - per cui ho lanciato questa raccolta fondi è un senso di solidarietà e responsabilità. Siamo responsabili del fatto che il sistema educativo nel settore religioso abbia permesso a tale estremismo di prevalere, anche se non incita attivamente le persone alla profanazione. È come se, in generale, si ignorasse tutto ciò che ha a che fare con gli altri”. Da qui la scelta di lanciare la raccolta fondi, prosegue, per la quale “molte persone mi hanno ringraziato” perché va oltre il gesto e rappresenta una “presa di posizione” forte.(...)"

https://www.asianews.it/notizie-it/Yisca-Harani%3A-'Aiutiamo-un-ospedale-maronita-dopo-la-profanazione-del-Cristo-a-Debel'-65279.html?fbclid=Iwb21leARTTitjbGNrBFNOI2V4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHhihczXz-uMMMG9ccZVzg2eCbM2Lhu3Qj0PxnmUy2OR02zmIMr3OneAttMBA_aem_hfzF9gdbTcObDEENaN0pGA

domenica 12 aprile 2026

Su gemellaggi, boicottaggi, e simili…

Condivido anche qui un ragionamento fatto da altre parti, con qualche leggero ritocco.

Il ragionamento è un "abbozzo" che magari integrerò più avanti 

FMM

***

Provo a dire due cose forse in contraddizione, però così le sento:

- trovo assurdo revocare gemellaggio Milano con Tel Aviv, per tante ragioni, alcune delle quali sono state già dette;

- ciò detto, e pur stando in una posizione politica per cui probabilmente non voterò mai più qualcosa che abbia a che fare con qualche campo largo o larghissimo che sia, trovo "comprensibile" che la politica cerchi anche mezzi di testimonianza "inutile" per cercare di dar voce alla sensazione di impotenza rispetto a ciò che succede in Medio Oriente.

Alla base di tutto mi sembra comunque di poter dire ci sia un sentimento di questo genere: per quanto importante sia lo straordinario movimento di opposizione israeliana a Netanyahu, per l'Europa e l'occidente - che vede anche la "catastrofe" della presidenza Trump - questo movimento è insufficiente. 

E non può più cancellare, temo, la sensazione che Israele stia passando il segno sotto vari punti di vista, in particolare nel rapporto sempre complicato con la legalità internazionale.

Forse dobbiamo fare i conti con il fatto che Israele e Usa da un lato ed Europa dall'altro stanno prendendo vie diverse? Avranno in futuro interessi diversi? Israele e gli Usa potrebbero essere anche nostri "nemici" in termini politici?

La guerra contro l’Iran (e di fatto anche contro il Libano...) fatta così rischia di trasformarsi in un pesantissimo boomerang. 

E l'Europa forse è "costretta" a tracciare un percorso diverso.

Allora è giusto "boicottare" Israele? No, ma cosa fare, altrimenti?

Manifestazioni con i laburisti e i pacifisti israeliani? Temo non bastino...

Un'Europa più forte forse l'unica speranza: ma per storia, per forte presenza migratoria di musulmani, per una postura israeliana sempre "difficile" diplomaticamente parlando, forse non potrà essere un'Europa "filoisraeliana"...

Francesco Maria Mariotti

(Continua, forse...)

domenica 12 gennaio 2014

Uomo di guerra, uomo di pace: la morte di Ariel Sharon (rassegna stampa)

(...) Alcune delle sue gesta vengono ancora oggi insegnate ai cadetti di West Point perchè il coraggio e l’intuito lo portano a diventare uno stratega di successo. A cominciare dal colpo di mano che rovescia le sorti della Guerra del Kippur. Congedato da pochi mesi, Sharon viene sorpreso come tanti altri dall’attacco a sorpresa di Egitto e Siria nell’ottobre 1973, si precipita sul fronte del Sinai con un’auto civile, assume la guida di un’unità di riservisti e supera le linee nemiche senza ingaggiare gli avversari: attraversa il Canale di Suez protetto dalle tenebre e crea una testa di ponte fra la Seconda e Terza Armata egiziana, tagliando i rifornimenti dell’una e isolando l’altra. È il blitz che cambia le sorti della guerra, scongiura la disfatta israeliana e porta le avanguardie di Sharon a 101 km dal Cairo. L’immagine di Sharon, con una ferita bendata sulla testa, che guida le truppe sul lato opposto del Canale gli consegna una popolarità che gli apre a strada della vita politica.   (...)

Quando Begin viene rieletto nel 1981 lo nomina ministro della Difesa ed è in questa veste che diviene il protagonista dell’operazione militare “Pace in Galilea”: l’attacco contro le basi dell’Olp in Libano in risposta all’attentato contro un diplomatico israeliano a Londra. È una guerra che Sharon spinge fino ad arrivare a Beirut. Riesce nell’intento di espellere Yasser Arafat ed i suoi guerriglieri ma rimane imbrigliato nella strage di Sabra e Chatila. Sono i campi profughi nei quali, fra il 16 e il 18 settembre, vengono uccisi fra 800 e 3.500 palestinesi per mano delle milizie falangiste cristiano maronite guidate da Elie Hobeika ma il perimetro esterno dei campi è sotto il controllo degli israeliani e la Commissione Kahan, insediata a Gerusalemme, giudica Sharon “indirettamente responsabile” del massacro per aver “ignorato il pericolo di un bagno di sangue e non aver fatto nulla per impedirlo”.  

È il momento più difficile della sua vita dal quale si risolleva grazie all’impegno del Likud che lo porta a ricoprire più ministeri fino all’elezione a premier nel febbraio 2001. A sfidarlo è la Seconda Intifada, a colpi di kamikaze dentro autobus e ristoranti, che riesce a piegare con due mosse: l’operazione “Muro di Difesa” che lancia nel 2002 dentro i territori palestinesi ordinando ai soldati di “entrare nelle città sparando” e la successiva edificazione di una barriera di separazione fra insediamenti ebraici e villaggi arabi in Cisgordania. 
Sharon si convince a tal punto della necessità della separazione fisica dai palestinesi che nell’agosto del 2005 decide l’espulsione forzata di circa 10 mila israeliani da 21 insediamenti a Gaza per consentire alla Striscia di diventare il primo nucleo del nuovo Stato di Palestina. (...)


Al momento dell’ictus era primo ministro israeliano dal 2001, ma la sua carriera politica era iniziata molto prima, con parecchi incarichi di governo. Sharon era ampiamente considerato come un rappresentante della linea dei “falchi”, meno propensa a fare concessioni nei rapporti con i palestinesi, questione centrale della politica israeliana. Dopo essersi costruito una solida reputazione come difensore dei coloni ed essere stato eletto nel partito di destra Likud, Sharon stupì molti mettendo in atto il ritiro dei soldati e l’abbandono degli insediamenti nella Striscia di Gaza, nell’estate del 2005. Tra agosto e settembre, i coloni che non avevano accettato il piano di Sharon nella ventina di insediamenti della Striscia (e in quattro insediamenti nel nord della Cisgiordania compresi nel piano) furono sgomberati con la forza dall’esercito. Poco tempo dopo, Sharon annunciò l’abbandono del Likud, mentre le sue ultime mosse gli avevano attirato grandi critiche dall’ala destra del suo partito e un inedito supporto dall’elettorato di sinistra. Nel novembre 2005 Sharon fondò Kadima, un partito centrista e liberale. Nella cruciale questione israelo-palestinese, Kadima portava avanti il principio del “riallineamento”, ovvero del ritiro parziale da alcune zone della Cisgiordania occupata.


Da molti anni circola una storia che sfiora la leggenda. A Beirut, il 30 agosto del 1982, durante l'operazione "Pace in Galilea", contrassegnata dall'invasione israeliana del Libano e dalla strage dei palestinesi a Sabra e Shatila, un cecchino israeliano inquadrò nel mirino del suo fucile Yasser Arafat. Ma non tirò il grilletto. A salvare la vita al leader palestinese fu Ariel Sharon con un ordine all'ultimo minuto del quale non è mai stata data una spiegazione convincente. Che questa vicenda sia fondata o meno, il racconto rappresenta in maniera quasi emblematica una stagione politica mediorientale segnata per mezzo secolo dall'odio che ha diviso il capo storico dei palestinesi e il generale israeliano che più di ogni altro ha contrastato nella sua vita le aspirazioni di un popolo senza Stato. 

di Alberto Negri con un articolo di Ugo Tramballi - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/I2ii8

Quel ritiro lacera il Paese, ma non ferma l'ex generale. Arik sa che la scommessa di «due Stati per due popoli» - ratificata per la prima volta da un leader israeliano - si gioca in Cisgiordania e a Gerusalemme.
Per realizzarla non esita a promettere ai palestinesi la gran parte della Cisgiordania. Subito dopo si sbarazza del Likud e dà vita ad un nuovo partito centrista battezzato Kadima ovvero «avanti». Rapito dall'ennesima battaglia visionaria, non si cura dei rischi banali affrontati nel corso di una vita disordinata dove neppure colesterolo, obesità e alta pressione frenano una smodata voglia di cibo. Il primo avvertimento arriva il 18 dicembre 2005 quando un piccolo ictus lo appanna per qualche minuto. Ma Arik non tollera i rinvii. Si rialza la sera stessa, riprende la corsa verso quelle elezioni dove solo la vittoria di Kadima può garantire la realizzazione del suo progetto di pace. Ma il 4 gennaio 2006 l'ictus morde ancora. Per gli otto anni successivi vegeta in quel mondo di ombre dove la vita non è più tale e la morte non lo è ancora. I palestinesi forse non andranno al suo funerale, ma un giorno dovranno ammetterlo, solo la malattia e la morte hanno impedito ad Arik di vincere anche in tempo di pace e trasformarsi nel migliore dei loro nemici.
(...) Sharon, nella vita, ha conosciuto tutto. E’ stato un uomo di guerra e un abile combattente, ma è stato anche l’ineffabile bugiardo che, da ministro della difesa, costrinse alle dimissioni il suo primo ministro Menachem Begin, dopo la strage di Sabra e Chatila. Strage che fu compiuta dai falangisti cristiani libanesi, mentre i soldati israeliani occupanti si voltavano dall’altra parte. E’ stato un oltranzista, che non si vergognava di dire in pubblico che il presidente palestinese Yasser Arafat doveva «essere ucciso». 
Ma è stato anche il leader che, vinte le elezioni e diventato primo ministro, decise di ritirarsi unilateralmente dalla Striscia di Gaza, smantellando tutti gli insediamenti ebraici che vi si trovavano. E’ stato l’anima della destra più estrema del Likud, ma poi non ha esitato ad abbandonare il partito, ritenuto troppo estremista, per virare verso il centro e fondare il partito moderato Kadima, che poi, senza di lui, si è quasi spento lentamente. Ho incontrato Sharon non so quante volte. Ho scritto su di lui articoli durissimi, ma la sua forza era di non portare rancore, soprattutto verso i giornalisti. Posso dire che Ariel Sharon era quasi indispettito di fronte alla piaggeria di tanti zelanti sostenitori mediatici dell’ultima ora. Preferiva le domande dirette, anche le più sgradevoli.
Nell’ultima intervista che mi ha dato, promise solennemente che avrebbe compiuto «passi dolorosi». Mi guardò dritto negli occhi e disse: «Non mi crede? Vedrà di persona, e poi la riceverò per un’altra intervista». Pochi mesi dopo, decise l’uscita da Gaza. Ma quel che mi colpiva di Sharon era poco politico e molto personale: l’incontenibile piacere quando si parlava di buon cibo e di ristoranti. A Roma mi parlò del Bolognese, ma a Milano il suo palato aveva lasciato il cuore. Ricevendomi per un’intervista assieme al direttore Ferruccio de Bortoli, fece un «dotto preambolo» sulle qualità gastronomiche del ristorante Rigolo, che si trova in Largo Treves, a pochi passi da via Solferino, la sede del Corriere della sera. Ricordava dettagliatamente, a distanza di anni, alcuni piatti.
E’ strano che un generale abbia il culto dell’ironia. Sharon l’aveva. (...) Più di una volta, da primo ministro, mi aveva detto: «Non voglio che i libri di storia mi ricordino come uomo di guerra. Voglio essere ricordato come uomo di pace». Chissà cosa avrebbe fatto, Ariel Sharon, negli ultimi otto anni, tra la prima e la seconda morte. Non lo sapremo mai. Però possiamo dirgli: «Riposi in pace, signor primo ministro».

venerdì 27 dicembre 2013

Autobomba in Libano

Questa mattina intorno alle 9 e 40 ora locale, le 8 e 40 in Italia, un'autobomba è esplosa nel centro di Beirut, in Libano. La zona è quella degli alberghi e dei commerci, distante meno di un chilometro dal luogo dove fu ucciso l'allora premier Rafik Hariri e non lontano dal Serail, l'ufficio dell'attuale premier Najib Mikati. L'esplosione ha causato la morte di un ex ministro, Mohammed Chatah, attuale consigliere di Saad Hariri, il figlio dell'allora premier, Rafik, ucciso anche lui in un attentato (...)

http://www.ilfoglio.it/soloqui/21239

L’esplosione è avvenuta poco prima che cominciasse una riunione della coalizione del 14 marzo, in una casa di Hariri nel cuore di Beirut, tra la banca centrale e il palazzo del governo. I feriti sarebbero una settantina ma come sempre succede in questi casi c’è da aspettarsi che il bilancio delle vittime e dei morti salga col procedere della giornata. Poco prima di Natale un’autobomba era esplosa a un posto di blocco della milizia sciita di Hezbollah nella valle della Bekaa. All’inizio di dicembre attentatori suicidi avevano parzialmente colpito l’ambasciata iraniana, nel sud della capitale, uccidendo diversi feriti. Ma lungo tutto l’anno il Libano, con solo brevi pause, è stato sfigurato da ordigni esplosivi, come quello in agosto a Tripoli, nel nord del paese, che ha ucciso 42 persone davanti a una moschea sunnita. 

La stagione delle autobomba è il frutto avvelenato della guerra civile in Siria che fin dall’inizio è tracimata nel vicino Libano, sia a livello di combattenti che a livello di profughi. Come spesso è accaduto nella sua storia, il Libano diventa la scacchiera su cui potenze regionali e internazionali giocano la loro sanguinosa partita per la supremazia in Medio Oriente. (...)

lunedì 16 dicembre 2013

Tensione al confine Israele - Libano

Notizie appena arrivate (scrivo che sono le 0:28...) e che sono da prendere con la massima cautela in attesa di ulteriori dettagli.

FMM

AGI) - Gerusalemme, 15 dic. - Ci sarebbe una vittima tra i soldati israliani che in serata sono finiti nel mirino di truppe libanesi. Lo riferiscono fonti della sicurezza di Beirut citate dal quotidiano locale 'The Daily Star'. In precedenza la tv di Hezbollah, al Manar, aveva sostenuto che un soldato israeliano sarebbe stato ucciso ma mancano conferme indipendenti.(...)


An Israeli soldier was killed on Sunday evening by shots fired from Lebanese territory. The shooter was evidently a Lebanese soldier.
Israel has lodged a complaint with the Lebanese government and with the United Nations, but it does not seem as though this incident will lead to a broader confrontation between the two countries.
The soldier's family has been informed of his death.
Around 8:30 P.M. an Israeli military vehicle moving near the border with Lebanon was struck by six or seven bullets fired from a light firearm, evidently from a relatively short distance. The incident occurred just east of an Israel Defense Forces post in Rosh Hanikra. 
The IDF did not immediately respond to the incident.(...)

martedì 19 novembre 2013

Libano, attentato all’ambasciata iraniana (da laStampa.it)

(...) L’attentato è stato rivendicato dalle Brigate Abdullah Azzam, un gruppo qaedista che opera in Libano. «È stato «il martirio di due eroi sunniti libanesi», ha dichiarato un portavoce, Sirajeddin Zreikat. Sembra quindi confermato che l’attacco affonda le radici nella guerra civile nella vicina Siria, dove i gruppi qaedisti si sono uniti alla lotta armata contro il regime di Damasco. L’Iran è il maggior alleato regionale del presidente Bashar al-Assad. Il gruppo qaedista, oltre a chiedere che vengano liberati dalle carceri libanesi i suoi miliziani, minaccia altri attentati se Hezbollah non si ritirerà dalla Siria. (...)

domenica 16 dicembre 2012

Libano del Sud, dove si combatte per i cuori e le menti della popolazione (ilSole24Ore)

(...) La missione Leonte è anche questo: un taglio di nastri e una festa. Iniziata nel settembre 2006 con lo sbarco del San Marco sulla spiaggia di Tiro (in realtà i primi arrivarono in elicottero, causa mare agitato), è arrivata al tredicesimo avvicendamento di truppe italiane. Israele ed Hezbollah congelati in un fragile cessate il fuoco non hanno smesso di pensare che prima o poi dovranno chiudere i conti lasciati aperti dalla guerra di allora. Adesso c'è anche la Siria in fiamme, giusto oltre il confine a Est, che potrebbe contagiare il Libano. I problemi sono sempre lì e ai vecchi se ne sono aggiunti di nuovi (...)
dal nostro inviato Ugo Tramballi - Il Sole 24 Ore - leggi su Libano del Sud, dove si combatte per i cuori e le menti della popolazione

lunedì 19 novembre 2012

Guerra Inutile, Senza Un Nuovo Ordine


Per l'ennesima volta ci troviamo angosciati a seguire gli scenari di guerra del Medio Oriente. Per l'ennesima volta Hamas - con calcolato "azzardo" - decide di sparare razzi su Israele, tentando di colpire anche le città più importanti; per l'ennesima volta Israele reagisce come sa fare, e come ritiene giusto fare; come è giusto che faccia, da molti punti di vista.
Ma la sensazione è inevitabilmente del solito muro contro muro; della "trappola", del cunicolo di angoscia e terrore nel quale anche le giuste ragioni di Gerusalemme rischiano di infangarsi e di diventare non-ragioni, e torti. 

Perché fare una guerra male, anche se giusta - lo avete già letto spesso su questo blog - può essere peggio che non farla.
Può essere, scrivo; perché spero che le capacità tecniche, e la lucidità politica di una parte dell'establishment di Israele (più l'esercito che il governo, dal mio punto di vista) sia capace di calcolare e pazientare fino all'estremo, affinché non sia necessario passare ad atti più duri.

Ancora non è chiaro mentre scrivo (sera del 19 novembre 2012, è notizia di pochi minuti fa la telefonata di Obama a Morsi e Netanyahu) quale sarà la prossima mossa di Israele, né quelle di Hamas. L'ipotesi di tregua è importante, e sarebbe da sfruttare, ma i preparativi di Israele sembrano a uno stadio troppo avanzato per non pensare che comunque sia difficilissimo un passo indietro. Ma speriamo in novità positive.

Parlo soprattutto di Israele, non perché pensi - come altri fanno - che sia di Gerusalemme la colpa di quanto avviene; parlo soprattutto di Israele perché stato democratico, e con il quale altri stati democratici possono definire relazioni aperte, esplicite e forti, nel consenso e nel dissenso; non parlo di Hamas, perché il livello con cui si può contrattare con Hamas non appartiene - per il momento - al classico schema delle relazioni internazionali, ma si gioca quasi (quasi!) solo sui rapporti di forza; può essere giocato sul versante delle trattative separate, dei contatti informali; può - e deve, se possibile - essere giocato all'ombra. Nel patteggiamento continuo, snervante e a tratti immorale, ma inevitabile, che comunque c'è sempre, anche con il peggior nemico.

Ma non se ne esce, e non se ne uscirà, finché l'intero scacchiere medioorientale non sarà costretto a un cambiamento di posizione, che è cosa diversa - si badi - dal "semplice" cambiamento delle leadership a cui abbiamo assistito con la cosidetta primavera araba.

giovedì 8 novembre 2012

Non solo Washington (Rassegna stampa)


Non c'è solo Washington, nel mondo; è sempre stato così, naturalmente; ma oggi lo è ancora di più, e la palese "freddezza" dei mercati nei confronti della rielezione di Obama è segno tangibile dei nuovi limiti con cui gli Stati Uniti si muovono nel mondo. Non c'è più solo Washington, e oggi dobbiamo guardare naturalmente a Pechino, con il cambio della guardia ai vertici del Partito Comunista, avvicendamento per molti aspetti pieno di incognite; ma anche al Giappone (peraltro coinvolto in dispute con il Dragone) in crisi, e che troppo spesso viene facilmente preso a modello come economia in grado di "autosoreggersi"; tanti altri scenari - Turchia, Siria, Libano, Iran - si presentano in un mondo sempre meno "ordinato" e sempre più apparentemente "policentrico".

E in questa situazione, per noi oggi rimane aperta la ferita della Grecia, segno di un'Europa che da un lato sembra diventare consapevole degli errori che si sono fatti sul corpo vivo di Atene, ma al tempo stesso è ancora incapace di vedere una strada diversa, probabilmente impossibile fino a che Europa non sarà il nome di una nazione unita.
Tutto questo in una rassegna stampa speciale, i cui capitoli leggete nei link qui sotto.


Francesco Maria Mariotti


sulle elezioni americane leggi anche: 








Siria, Libano, Iran...


Siria e Libano su un piano inclinato (AffarInternazionali)


Ogni qualvolta ci si accinga a parlare di accadimenti in Medioriente, quella parte del mondo in cui niente è come sembra, ci si rende conto dell’estrema complessità del tema. Siria e Libano, ad esempio, sono paesi dove la realtà statuale è emersa abbastanza di recente - risale a una novantina d’anni fa – i cui confini politici sono stati disegnati a tavolino dalla Società delle Nazioni, o comunque dall’Occidente, con stecca, squadra e tratti di inchiostro a china. 

Così come in tutta la regione, dall’Arabia Saudita al Kuwait, dall’Oman alla Giordania. Ora si dice che il conflitto in Siria stia contagiando il Libano. Ma stiamo davvero assistendo a qualcosa di nuovo? Chi può avere interesse a farlo? Solo la storia può venire in soccorso.



Iraneide (dalla pagina FB di Guido Olimpio - 8 novembre 2012)

All'alba del 1 novembre due caccia iraniani Su25 hanno sparato su un drone americano disarmato. Non lo hanno colpito. Il drone era a circa 16 miglia dalla costa iraniana nel Golfo Persico. Gli iraniani volevano creare un incidente alla vigilia del voto? O qualcuno non e' contento delle trattative segrete condotte dal regime con gli Usa sul nucleare?

venerdì 19 ottobre 2012

Esplosione a Beirut (analisi di Guido Olimpio - Corriere)

(...) Primo) Da mesi il Libano è teatro di tensioni e violenze, specie nel nord, che oppongono elementi contrari ad Assad e gruppi sponsorizzati da Damasco.

Secondo) Dal territorio libanese si sviluppa una “pipeline” che porta armi e volontari arabi allo schieramento ribelle in Siria. Anche il Corriere ha documentato come ambienti vicini ai sauditi usino la zona come piattaforma per rifornire gli avversari di Assad.
Terzo) Il movimento pro-iraniano Hezbollah e buon alleato di Damasco partecipa alla guerra civile in Siria con nuclei di combattenti. Una presenza negata ma provata dai funerali dei miliziani caduti in battaglia al fianco del regime.
Quarto) Nei villaggi al confine si sono verificati spesso scontri e sconfinamenti: è una zona usata per mille traffici e dunque utile per chi vuol far arrivare armi ai ribelli in Siria. In passato queste stesse rotte sono state usate dai siriani per inviare materiale bellico agli Hezbollah.
Quinto) Da settimane c’erano allarmi sui rischi di attentati in Libano. (...)

giovedì 9 giugno 2011

La guerra costa. Ci tocca scegliere

L'ottimo articolo di Mario Deaglio di ieri va letto per vari motivi, prima di tutto per la sfida che pone a una politica che - approfittando dei fallimenti del mercato - torna a occupare un posto in prima fila nella vita delle comunità. 
Per quanto riguarda i temi di questo blog invece mi preme sottolineare un brevissimo passaggio: "(...) E’ inevitabile che molte missioni militari all’estero debbano essere terminate. (...)".

Da qualche tempo ormai, si alternano voci e analisi che indicano un ripensamento complessivo del nostro impegno internazionale, (ma non vale solo per l'Italia). Probabilmente questo è inevitabile, perché è evidente che fare la guerra costa. Quindi nessuno scandalo se le necessità finanziarie ci spingono a rivedere il nostro ruolo internazionale. Certo è però che un "ritiro" da alcuni scenari è una operazione quanto mai delicata (anche per le ricadute sulla nostra credibilità internazionale), e andrebbe gestita con prudenza, senza dichiarazioni avventate, senza fasi interlocutorie troppo lunghe, ma anche senza fretta.

Importante è anche sapere che - per dirla in una battuta - il nemico ascolta: beninteso, i terroristi, i talebani in Afghanistan, o Hezbollah in LIbano non seguono certo la nostra rassegna stampa quotidiana, ma le "vibrazioni" della politica italiana e occidentale, e soprattutto eventuali "ipotesi di lavoro concrete" rilevano - evidentemente o "sotto traccia" - in ambasciate, università, convegni, contatti di intelligence. Punti, luoghi che sono sicuramente "sotto osservazione".

Da questo punto di vista, anche il recente attentato contro i nostri soldati in Libano può essere letto come "test" per capire se la comunità internazionale "tiene" la posizione, o se il nervosismo sale. Nel secondo caso si accresce la probabilità di un'intensificazione degli attacchi, per tentare di "convincerci" che sarebbe bene abbandonare quella missione.
Se proprio dobbiamo scegliere, dunque, meglio essere netti e mostrare al mondo le nostre priorità: chiudiamo l'inutile guerra in Libia, ridiscutiamo i tempi dell'Afghanistanma rimaniamo in Libano.
Francesco Maria Mariotti