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giovedì 21 maggio 2026

Israele e la Flotilla

Personalmente penso che la Flottilla e operazioni simili siano inutili e controproducenti per la "causa palestinese" (se vogliamo chiamarla così) e soprattutto per i palestinesi stessi, a cui non servono queste strane forme di "solidarietà". 

Penso anche, pur non essendo un giurista e quindi sicuramente a rischio di errore/imprecisione, che Israele possa attuare blocco navale e quindi fermare navi che tentano di superarlo. 

Ciò detto, sicuramente le scene viste ieri (anche se sono un niente rispetto a quello che succederebbe in analoga situazione - e a telecamere più che spente! - in altri paesi dell'area) non sono acccettabili per Israele, tanto da aver creato reazioni anche all'interno dell'attuale bruttissimo governo. 

Condivido una testimonianza che viene da lì, e da persona appartenente ai settori progressisti israeliani (raggiungibile su Fb)

FMM

https://www.facebook.com/share/p/1bugvo9MvY/

lunedì 27 aprile 2026

Un Brutto 25 Aprile

(Testo originariamente pubblicato su Fb)

Sul brutto 25 aprile appena trascorso, appoggio un paio di note e poi richiamo in commento altri post, sicuramente più utili:

1) da tempo, forse anche per una diversa mia autocollocazione politica rispetto al passato, credo che la manifestazione di Milano (in particolare, ma anche altre manifestazioni) non rappresenti(no) più un evento centrale e realmente significativo per la celebrazione della Liberazione, in quanto troppo evidentemente "teatro" di "rappresentazioni altre" rispetto alla vicenda storica e politica del 1945;

2) in questi anni, inoltre, è proprio la centralità della Liberazione stessa che è (forse) venuta meno: per tante ragioni in parte concatenate, il disfarsi (rifarsi) dell'ordine mondiale non può che significare anche il ricombinarsi delle "memorie comuni" e il loro venir messe in discussione in modo radicale, e a tratti "violento"; il terremoto di questi anni è anche il risultato di "scosse" generate già fin dal 1989, almeno;

3) sta nascendo una Europa altra, su faglie diverse? Con nemici diversi? La guerra di "Resistenza" dell'Ucraina (se vogliamo chiamarla così, anche se forse è molto di più) potrà essere un nuovo evento "fondante", che integra - se non addirittura sostituisce - la memoria del 1945, che si vorrebbe così centrale ancora oggi?

Per quanto riguarda i gravi episodi di ieri, in questo senso "sintomi" di dinamiche ben più ampie, integro più tardi e più sotto- come accennato- con altri contributi.

FMM

(Per vedere gli altri contributi si veda questo mio post su Fb https://www.facebook.com/share/p/1GCeGUBfyY/ )

domenica 12 aprile 2026

Su gemellaggi, boicottaggi, e simili…

Condivido anche qui un ragionamento fatto da altre parti, con qualche leggero ritocco.

Il ragionamento è un "abbozzo" che magari integrerò più avanti 

FMM

***

Provo a dire due cose forse in contraddizione, però così le sento:

- trovo assurdo revocare gemellaggio Milano con Tel Aviv, per tante ragioni, alcune delle quali sono state già dette;

- ciò detto, e pur stando in una posizione politica per cui probabilmente non voterò mai più qualcosa che abbia a che fare con qualche campo largo o larghissimo che sia, trovo "comprensibile" che la politica cerchi anche mezzi di testimonianza "inutile" per cercare di dar voce alla sensazione di impotenza rispetto a ciò che succede in Medio Oriente.

Alla base di tutto mi sembra comunque di poter dire ci sia un sentimento di questo genere: per quanto importante sia lo straordinario movimento di opposizione israeliana a Netanyahu, per l'Europa e l'occidente - che vede anche la "catastrofe" della presidenza Trump - questo movimento è insufficiente. 

E non può più cancellare, temo, la sensazione che Israele stia passando il segno sotto vari punti di vista, in particolare nel rapporto sempre complicato con la legalità internazionale.

Forse dobbiamo fare i conti con il fatto che Israele e Usa da un lato ed Europa dall'altro stanno prendendo vie diverse? Avranno in futuro interessi diversi? Israele e gli Usa potrebbero essere anche nostri "nemici" in termini politici?

La guerra contro l’Iran (e di fatto anche contro il Libano...) fatta così rischia di trasformarsi in un pesantissimo boomerang. 

E l'Europa forse è "costretta" a tracciare un percorso diverso.

Allora è giusto "boicottare" Israele? No, ma cosa fare, altrimenti?

Manifestazioni con i laburisti e i pacifisti israeliani? Temo non bastino...

Un'Europa più forte forse l'unica speranza: ma per storia, per forte presenza migratoria di musulmani, per una postura israeliana sempre "difficile" diplomaticamente parlando, forse non potrà essere un'Europa "filoisraeliana"...

Francesco Maria Mariotti

(Continua, forse...)

giovedì 29 ottobre 2015

“MARATONA PER YITZHAK RABIN” - 4 novembre 2015

Sinistra per Israele vi invita a partecipare a 

MARATONA PER YITZHAK RABIN”

mercoledì 4 novembre 2015, ore 20.30 MILANO

SALA ALESSI,PALAZZO MARINO -  PIAZZA DELLA SCALA 2
Serata in ricordo del Primo Ministro di Israele e Premio Nobel per la pace nel ventennale del suo assassinio.

La memoria di un uomo di pace nell’avvicendarsi delle immagini, dei suoni e delle parole

(Si ringrazia per la collaborazione il gruppo consiliare del PD)​


***
Sinistra per Israele celebra Yitzhak Rabin a vent’anni dal suo brutale assassinio avvenuto per mano di Yigal Amir, un ebreo israeliano religioso fanatico al punto di sentirsi investito dalla missione di “salvare il progetto della Grande Israele”, che Rabin aveva cominciato a smantellare.
L’appuntamento è il 4 novembre, alle 20.30, nella Sala Alessi di Palazzo Marino, dove politici, giornalisti, cittadini leggeranno brani in onore di Rabin.
Durante la serata Miriam Camerini e Manuel Buda proporranno brani musicali, sarà proiettato un breve filmato del
Centro Rabin di Tel Aviv e verrà illustrata l’iniziativa della Sinistra per Israele per intitolare a Milano una via a Yitzhak Rabin, premio Nobel per la Pace.
A vent’anni dalla sua morte in Israele nessuno è stato capace di raccoglierne l’eredità, fatta di coraggio, lealtà e credibilità. Ci hanno provato prima Barak e poi Olmert, ma le loro iniziative di pace sono fallite. Oggi lo stato ebraico è governato da chi non solo non crede nella pace con i palestinesi, ma anche si attiva per screditarne la prospettiva.
Al popolo israeliano si prospetta un conflitto infinito da gestire con la forza delle armi e iniziative politiche fasulle.
Il contrario di quello che proponeva Rabin. Oggi il Medio Oriente non è più lo stesso, ma la necessità di pace e
conciliazione non è venuta meno ed è ancora più necessaria.
Serve visione politica, capacità di leadership.
In Rabin abbiamo visto tutto questo e come Sinistra per Israele auspichiamo che in Israele qualcuno finalmente ne raccolga l’eredità per riprendere il cammino della pace oggi lontana più che mai.

giovedì 31 luglio 2014

Qualche Precisazione Su Israele e Palestina

Il mio "appello" è stato condiviso - con maggiore o minore adesione - da diversi amici su Facebook; in una delle discussioni da esso scaturite, ho provato a precisare ulteriormente il mio pensiero, tentando di spiegare meglio il senso del mio discorso; approfitto quindi per condividere anche questa parte di ragionamento:

1) Israele ha già fatto diverse guerre contro Hamas, più o meno con le stesse dinamiche di quella attuale. E ora siamo di nuovo allo stesso punto. Israele - per dirla in breve - sembra vincere la guerra militare, ma il problema  poi sembra rimanere tale e quale;

2) la tattica militare di Israele - assolutamente comprensibile da alcuni punti di vista, si badi - sta di fatto portando Israele su un metaforico (ma neanche tanto) "banco degli imputati" di fatto nascondendo le giuste ragioni che hanno portato all'intervento. Per dirla come ho scritto in un altro commento in questo blog, puoi avere ottime ragioni per entrare in guerra ma se colpisci scuole e ospedali, è inevitabile che il sangue che non sei riuscito ad evitare (anche se magari la maggiore responsabilità è di Hamas che usa "scudi umani") occulti le tue pur ottime ragioni;

3) in breve, come altre volte e in altre zone, la guerra fatta senza politica crea danni eccessivi e alla fine porta chi la fa a una sconfitta politica;

4) la mia proposta è che Israele freni l'attività militare che ora di fatto appare senza visione, e ponga il mondo di fronte alle sue responsabilità, dicendo:"Io mi fermo, ma ora insieme poniamo e risolviamo il problema dei terroristi di Gaza; ora gestiamo la transizione a una Palestina democratica che accetti Israele". Per far questo - per far vedere che Gerusalemme non cerca la guerra per la guerra - è necessario che la tregua sia effettiva per qualche giorno. Solo così secondo me Israele può "sganciarsi" dalla trappola in cui si sta infilando.

Preciso ulteriormente che non ho dubbi sulle ottime ragioni di Israele contro Hamas. Ma è un fatto che ora Israele sta mettendo in imbarazzo anche i suoi migliori amici (vd. la rabbia di Obama e Kerry); magari ottiene di fatto un periodo di tranquillità, ma rischia di compromettere le possibilità di costruire un percorso più profondo, che è ormai ineludibile.

Questo percorso pù profondo probabilmente -purtroppo, dico io, ma la politica estera è dura da digerire - passa anche per una qualche trattativa con l'odioso Hamas. O comunque con chi sia in grado di mantenere la parola su un qualche "accordo". 

Ulteriore precisazione, che mi pare inutile, ma in queste discussioni bisogna dire tutto: non mi fido per niente di Hamas, ma i nemici - e quindi gli interlocutori a una trattativa - non si scelgono. 

E la trattativa probabilmente potrebbe essere fallimentare; ma per guadagnare la legittimazione a un eventuale nuova guerra Israele deve prima mostrare tutta la "apertura" possibile anche verso il terribile nemico. Perché non si possa dire che non si è fatto tutto il possibile (e purtroppo con questo governo, temo che di Israele si possa dire che "non ha fatto tutto il possibile")

Il mio ragionamento quindi non era un voler dire "Israele ha torto marcio", o - forse peggio - "Hamas non ha responsabilità". Il mio ragionamento era un allarme per la mancanza di orizzonte che sembra contrassegnare la guerra di Israele, e che condanna Gerusalemme all'isolamento.

Piaccia o no, stante anche il sistema di comunicazione di massa che segue questa guerra e che inevitabilmente sovraespone qualsiasi azione di guerra, stante l'attuale "sbilanciamento di percezione" che sembra non vedere le gravi responsabilità di Hamas nel lancio di missili; stante tutto questo: Israele deve fare una mossa diversa, inaspettata, capace di parlare a tutto il mondo, una mossa - mi vien da dire - di "non-violenza", di tregua unilaterale, che dica "noi non cerchiamo la guerra per la guerra". 

Oggi purtroppo il mondo vede un'Israele "incastrata" nell'ansia di fare una cosa teoricamente giusta, drammaticamente sbagliata nella pratica. Israele deve "sbloccarsi". 

Sorprenda il mondo, coltivi la forza della politica. Allora sì, l'eventuale uso dei bombaradamenti avrà - forse - un senso. Ma soprattutto, Israele avrà un futuro.

mercoledì 30 luglio 2014

Israele Ha Molte Ragioni, Ma Ora si Fermi

Anche solo per pochi giorni. Anche solo per "tattica".
Anche solo per "interesse" a non finire nell' abisso della condanna internazionale.

Anche solo per non alimentare la rabbia dei nemici e la stanchezza degli amici che potrebbero arrendersi prima o poi, e rassegnarsi al fatto che i governi di Israele si suicidano mostrandosi stupidi nella prosecuzione di scelte teoricamente giuste ma scellerate dal punto di vista operativo.

Israele si fermi. Permetta qualche giorno di respiro.
Se Hamas continuerà il lancio dei razzi, il mondo capirà l'eventuale ripresa dell'operazione dell'esercito.

Israele ha moltissime ragioni. Moltissime, avendo di fronte il terrorismo fondamentalista di Hamas e i suoi continui attacchi, con missili o con attentati eseguiti attraverso i tunnel che ora giustamente si tenta di distruggere.

Quindi Israele ha moltissime ragioni. Ma ora Israele si fermi.

Perché la sensazione che sta dando anche chi lo ama, non è né di sicurezza né di coraggio. Ma è quello di una scelta senza futuro. Senza futuro.

Israele si fermi!

Francesco Maria Mariotti

venerdì 11 luglio 2014

Ancora Guerra In Medio Oriente

Difficile ragionare freddamente su quanto succede in Medio Oriente; prevale la stanchezza, e forse lo scetticismo, verso quella che sembra essere una sorta di "guerra eterna" con qualche momento di pausa. 

Ma forse in questo frangente così drammatico possiamo provare a vedere alcuni segni di speranza realistica.

L'atteggiamento dei genitori dei tre ragazzi israeliani uccisi, che hanno solidarizzato con la famiglia del ragazzo palestinese, per esempio; la netta e dura reazione del Governo israeliano contro l'orribile omicidio del ragazzo palestinese, e il coraggio di incriminare i suoi assassini come "terroristi"; le manifestazioni che si sono svolte contro le degenerazioni della violenza.

Tutto questo può voler dire per Israele iniziare un cammino, una riflessione profonda - e dura - sulla necessità di fermare a tutti i costi l'estremismo interno e sui rischi connessi al perdurare di una situazione di stallo nei rapporti con il "mai nato" stato palestinese.

E proprio questo sembra essere il punto dolente, la questione che rimane irresolubile "unilateralmente": con chi discutere? Lo stato palestinese non nascerà fino a quando le forze che vogliono governarlo (che si chiamino Hamas o Fatah, o altro nome) non saranno in grado di stabilire un'unica legge, e un monopolio della forza.

Le diverse reazioni nella galassia palestinese rispetto all'orrore del rapimento e uccisione dei tre giovani israeliani è stato il segno più grave di questa non-unità, e della incapacità (prima ancora della non-volontà) di voler contrastare nettamente qualsiasi violenza.

La possibilità di essere Stato è una condizione politica che i palestinesi devono giocarsi in un conflitto interno, per decidere chi governerà i territori, attuali e futuri. Non c'è pace senza una linea di comando certa; non c'è tregua che tenga, non c'è speranza.

Questa guerra possa essere un inizio, e non solo l'ennesima tragedia.

Francesco Maria

***

(...) Diversi sono gli equilibri geopolitici, nuove sono le minacce, e non esistono più mediatori credibili. Per questo, se la guerra terrestre alla fine ci sarà, avrà tutto l’impeto di una guerra «nuova», non di una semplice ripetizione del dramma. E fermarla sarà molto più difficile (...)​
Ai capi di Hamas, che è sempre stata un ombrello di diverse organizzazioni estremiste, restano soltanto gli aiuti finanziari dal Qatar. Si vede in queste ore che malgrado il suo isolamento ha ricevuto missili più moderni e a più lunga gittata, provenienti forse dall’Iran, ma di sicuro non attraverso la vecchia rotta siriana in fiamme da tre anni. L’Egitto è diventato nemico, Damasco lotta per sopravvivere, Hezbollah è impegnato a sostenere Assad, con i tagliagole dell’Isis si potrebbe parlare ma il loro Califfato non è ancora maturo. Davvero stupisce che Hamas abbia tentato un governo di unione con il frustrato Mahmoud Abbas e la Cisgiordania, che le divisioni interne si siano moltiplicate e che la violenza sia riesplosa, prima con il sequestro e l’uccisione dei tre studenti israeliani cui ha fatto da contraltare l’orrendo assassinio di un adolescente palestinese, poi con la ripresa dei lanci di razzi e missili contro Israele?

E poi c’è Israele, appunto. Irritato per l’atteggiamento occidentale verso l’Iran. Disorientato e anche impaurito dagli sconvolgimenti che rischiano di creare roccaforti jihadiste in Siria e in Iraq mentre anche la Giordania è vicina all’esplosione. Deciso ad escludere ogni dialogo con un governo palestinese che comprendesse Hamas (la cui leadership, è giusto ricordarlo, continua a rifiutare ogni riconoscimento dello Stato ebraico). Tentato in definitiva di dare il colpo di grazia al nemico in difficoltà, ma più insicuro di altre volte in un contesto regionale che non lo favorisce. 

Troppe debolezze perché non ci sia una guerra.



​Ma la preoccupazione del governo israeliano, secondo alcuni esperti, è quella del vuoto. Il vuoto creato in questi anni dall’instabilità nata nella regione dal disfarsi delle rivolte arabe – nel Sinai egiziano, nella Siria della guerra civile – è stato riempito e sfruttato da movimenti estremisti islamici. La Striscia di Gaza è dal 2007 controllata da Hamas e da gruppi palestinesi che hanno costruito un arsenale. “Se Israele colpisce mortalmente Hamas, chi riempirà il vuoto governativo? – ha scritto Nahum Barnea sul quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth – Gaza rischia di trasformarsi in anarchia come la Somalia o rifugio per organizzazioni terroristiche affiliate ad al Qaida. In altre parole, Hamas è male, ma non il male peggiore”. L’editorialista israeliano non è il solo a chiedersi se Netanyahu sia di fronte a un “dilemma”, come scrive il Daily Telegraph: indebolire il gruppo di Gaza perché spara razzi sulle città israeliane o evitare il vuoto di potere? C’è Abu Mazen, certo, ma non ha un potere politico abbastanza solido da riempire una pericolosa assenza di governo​
Siamo alla terza operazione, quella iniziata lunedì. Israele è determinata. Vuole infliggere un durissimo colpo al movimento islamico. Questa volta, però, Hamas, è più isolata. Il Governo di unità formato in giugno con l'Anp dopo otto anni di crisi, è finora un'entità solo sulla carta. Hamas, peraltro, non può più contare sui Fratelli musulmani, sunniti anche loro ma dichiarati fuori legge in Egitto. Da quando si è schierata con i ribelli siriani, i suoi solidi rapporti con alleati strategici come l'Iran, la Siria di Bashar al Assad e gli Hezbollah libanesi (tutte forze sciite) si sono raffreddati. Hamas ha compreso che i raid israeliani, e le inevitabili vittime civili palestinesi, serviranno a ricompattare la popolazione
di Roberto Bongiorni - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/uTcNA1
La crisi scoppiata tra Israele e Hamas in seguito al ritrovamento dei corpi di tre giovani coloni e all’uccisione di un giovane palestinese non accenna a placarsi. La spirale di violenze si è rapidamente estesa dalla Cisgiordania a Gaza, dove le forze di sicurezza israeliane hanno risposto duramente al lancio di oltre 200 razzi delle fazioni palestinesi più estremiste con l’operazione Protective Edge, che da lunedì a oggi ha causato 53 vittime e circa 500 feriti tra gli abitanti della Striscia. In questo contesto di violenza crescente, l’eterogeneo esecutivo di Netanyahu, alla ricerca di una linea, ha minacciato un intervento di terra a Gaza, mobilitando 40 mila riservisti. L’Autorità palestinese di Abu Mazen sembra sempre più debole e marginalizzata, mentre la tensione continua a salire anche in Cisgiordania e a Gerusalemme, dove sta lentamente tornando lo spettro del terrorismo e di una nuova Intifada. Il riacuirsi della crisi israelo-palestinese ha però nuove e ancor più inquietanti incognite rispetto al passato, soprattutto perché si inserisce in un quadro regionale estremamente instabile. (...)

Nel campo palestinese, il riflesso dello tsunami regionale ha una conseguenza strategica: entrambe le sue leadership storiche sono in agonia. Per questo hanno dovuto inventare un improbabile “governo” di unità nazionale. Abu Mazen si era ridotto a fare il poliziotto per conto di Netanyahu, venendo per ciò remunerato e vezzeggiato da europei e americani. Ma la pax cisgiordana degli ultimi anni, culminata nel record del 2012 (zero morti israeliani in Giudea e Samaria), è stata minata dal recente assassinio di tre ragazzi israeliani e dalle rappresaglie che ne sono seguite.

In questa vicenda è venuta in piena luce la crisi di Hamas, che ha perso il controllo di centinaia di gruppuscoli jihadisti o financo “lupi solitari” che agiscono in proprio ma sono in grado di condizionare le agende altrui, Israele incluso. L’atroce uccisione di Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel è stata subito attribuita da Netanyahu a Hamas. Quanto meno, è una semplificazione.

A compiere quel crimine sono probabilmente stati alcuni killer della tribù dei Qawasameh, basata a Hebron, che si dedica da tempo a compiere attentati per screditare la leadership di Hamas ogni volta che questa cerca di costruirsi una qualche legittimità internazionale. Una scheggia, non un referente militare della peraltro divisa leadership di Gaza.

La rappresaglia contro la Striscia non potrà dunque portare a risultati duraturi, perché i mille clan jihadisti non sono bersaglio da missile. Favorirà, al contrario, la radicalizzazione di altri giovani palestinesi. Spirale infinita, ma non uguale a se stessa. A ogni giro di provocazione e rappresaglia, il gioco di violenze e controviolenze diventa più rischioso. La crisi potrà essere sedata, magari a lungo. Non risolta.

sabato 14 giugno 2014

Scenari Da Guerra Mondiale?

Cosa può succedere se in Israele i ragazzi rapiti non venissero trovati in breve tempo, e si scoprisse che sono stati rapiti con l'appoggio di uno degli Stati nemici? La tensione e la guerra potrebbe intrecciarsi anche con quanto sta succedendo in Iraq?

La pessima scelta statunitense di non intervenire esplicitamente in Iraq, l'interventismo iraniano (benvenuto da un lato, ambiguo come sempre dall'altro), il possibile scivolare della questione del rapimento dei ragazzi israeliani in una guerra, la non risolta situazione siriana: scenari distinti che però possono incontrarsi, involontariamente forse, ma inesorabilmente. 

L'idea di lasciare spazio all'Iran - forse implicita in questa sorta di "desistenza" americana - può avere un senso (se ne discuteva in realtà già ai tempi della guerra di Bush junior come "effetto-non-voluto-anche-se-non-certo-imprevisto...")-, ma può essere un azzardo pesante, e comunque non risolve il problema di una eventuale escalation, di fronte alla quale Teheran probabilmente non è nelle condizioni per una reazione efficace di lungo periodo.

Temo che Obama e Clinton - e con loro noi europei - dovremo presto rivedere il distacco che in questo momento sembra segnare il nostro rapporto con l'area medioorientale.

Come forse già altre volte si è detto, l'importante è essere pronti, anche ad approfittarne.
Se succederà, sarà interessante capire come si muoveranno Russia e Cina, sempre presenti, spesso silenziose (immagino e spero che non si aspetti il volo dei droni per contattare Mosca e Pechino).

Chissà che una "guerra mondiale" non possa essere lo sblocco della situazione che aspettiamo da tempo, anche per costringere il mondo a trovare una nuova governance globale, non solo dal punto di vista politico

Francesco Maria

14/06/2014 - Tutte le forze armate di Israele sono in stato di allerta e pronte ad intervenire se la situazione, di per se già estremamente drammatica, dovesse precipitare. Uno scenario che in brevissimo tempo potrebbe trasformare il Medio Oriente in una polveriera.
Tre adolescenti israeliani sono attualmente dispersi. Presumibilmente sono stati rapiti da alcuni terroristi palestinesi.
I tre adolescenti, Eyal Yifrah di 19 anni, ed i sedicenni Gilad Shaar e Naftali Frenkel 16, sono stati visti l'ultima volta giovedì notte, nella zona di Gush Etzion.
L’esercito israeliano è in allerta massima, con preavviso di richiamo già emanato per tutte le riserve. Tutte le forze schierate lungo i confini sono pronte a qualsiasi scenario. I terroristi palestinesi non sono nuovi a questi rapimenti che utilizzano come merce di scambio per ottenere il rilascio dei prigionieri custoditi dentro le prigioni israeliane.
Ogni reparto dei servizi segreti israeliani è stato praticamente schierato per un dispiegamento che viene definito senza precedenti. Le ricerche si stanno concentrando in Giudea e Samaria. L’intera nazione resta con il fiato sospeso e l’opinione pubblica preme per una liberazione immediata dei tre ragazzi ecco perché la tensione potrebbe precipitare in brevissimo tempo.(...)

domenica 8 giugno 2014

"Impotente" Preghiera? Forse Non Solo...

Generalmente sono molto realista in  politica estera e non sono un fan di Papa Francesco, che mi pare avere aspetti non banali di antimodernità nel suo bagaglio culturale, ma va detto che in un paesaggio politico difficile come quello medioorientale, anche un momento di "impotente" preghiera forse può servire; perché magari nel frattempo ci sono i contatti informali, e qualcosa oggi si saranno detti; perché forse l'opinione pubblica di Israele e Palestina potrebbero esserne influenzati; perché in generale tutto può servire a cambiare il clima, e a "far vedere" che un dialogo è possibile. Niente illusioni, ma fra la retorica esagerata dei cronisti di oggi  ("giornata storica"...) e il cinismo esasperato che dice "non serve a nulla", forse questo è stato un passaggio non forte, ma importante. Non potente, ma comunque fatto di cui tener conto. La politica è strana, a volte. E anche la realpolitik non spiega tutto.  

Aperitivo d'autore: Israele, la paura, la speranza (11 giugno 2014)

Milano | 11 giugno 2014

Nell'ambito degli «Aperitivi d'autore», la Libreria Terra Santa propone:

Israele
La Paura La Speranza
Dal progetto sionista al sionismo realizzato

mercoledì 11 giugno 2014
Libreria Terra Santa - ore 18.30
via Gherardini, 2 Milano
Intervengono:

• Bruno Segre
, autore e giornalista

• Francesco Maria Mariotti, membro dell'associazione Sinistra per Israele

• Paolo Zanini, esperto di politica mediorientale della Santa Sede

Introduce Giuseppe Caffulli, direttore della rivista Terrasanta

giovedì 27 marzo 2014

Presentazione di "Israele, la paura, la speranza" di Bruno Segre - Milano, 2 aprile 2014

Segnalo un evento che mi pare molto interessante; ho letto il libro di Bruno Segre - una raccolta di suoi articoli dal 1970 ad oggi - e credo valga la pena ascoltare la sua voce saggia e laica per riflettere in un'ottica di lungo periodo sul conflitto medio orientale.

Dal progetto di "nuova educazione" che si sperimentò nei kibbutz, all'Israele che scopre dentro di sé un pericoloso estremismo con l'assassinio di Rabin; dal mondo dei fondamentalismi religiosi che sembravano negli ultimi anni aver preso la direzione degli eventi e del "vocabolario" medioorientale alla speranza (ora forte, ora un po' più timida) della presidenza Obama.

Il "racconto" - mi permetto di chiamarlo così - di Segre è una riflessione completa sulle stagioni del sionismo, un riassunto di storia nel quale provare a "specchiarsi" per capire anche - al di là del conflitto israelo -palestinese - dove stiamo andando, verso quale possibile civiltà l'apparente disordine di questi anni ci sta portando

Francesco Maria Mariotti

***
Libreria Claudiana e Sinistra per Israele,
in occasione dell'uscita del libro di

BRUNO SEGRE
 , 


ISRAELE LA PAURA LA SPERANZA
Dal progetto sionista al sionismo realizzato

Edito da Wingsbert House

Vi invitano a partecipare all’ incontro con:

Anna Momigliano, Giornalista e scrittrice
Luciano Belli Paci, Sinistra per Israele Milano
Stefano Jesurum, Giornalista e scrittore

«Mentre seguivo con partecipazione le vicende politiche e culturali di Israele e del Medio Oriente, mi sono reso conto che nella cultura politica coagulatasi 
attorno al progetto sionista erano presenti ab origine, e ancora oggi continuano a fronteggiarsi, due linee di pensiero e di azione ben distinte. Una 
di esse fa leva prevalentemente sulla speranza, l’altra sulla paura. (…) 
Israele riuscirà ad assicurarsi un futuro soltanto se saprà mettere la sordina alla paura e restituire voce e dignità alla speranza».

Sarà presente l'autore

MILANO
Mercoledì 2 aprile 2014, ore 18.30

 
 
LIBRERIA CLAUDIANA
Via Francesco Sforza, 12

domenica 12 gennaio 2014

Uomo di guerra, uomo di pace: la morte di Ariel Sharon (rassegna stampa)

(...) Alcune delle sue gesta vengono ancora oggi insegnate ai cadetti di West Point perchè il coraggio e l’intuito lo portano a diventare uno stratega di successo. A cominciare dal colpo di mano che rovescia le sorti della Guerra del Kippur. Congedato da pochi mesi, Sharon viene sorpreso come tanti altri dall’attacco a sorpresa di Egitto e Siria nell’ottobre 1973, si precipita sul fronte del Sinai con un’auto civile, assume la guida di un’unità di riservisti e supera le linee nemiche senza ingaggiare gli avversari: attraversa il Canale di Suez protetto dalle tenebre e crea una testa di ponte fra la Seconda e Terza Armata egiziana, tagliando i rifornimenti dell’una e isolando l’altra. È il blitz che cambia le sorti della guerra, scongiura la disfatta israeliana e porta le avanguardie di Sharon a 101 km dal Cairo. L’immagine di Sharon, con una ferita bendata sulla testa, che guida le truppe sul lato opposto del Canale gli consegna una popolarità che gli apre a strada della vita politica.   (...)

Quando Begin viene rieletto nel 1981 lo nomina ministro della Difesa ed è in questa veste che diviene il protagonista dell’operazione militare “Pace in Galilea”: l’attacco contro le basi dell’Olp in Libano in risposta all’attentato contro un diplomatico israeliano a Londra. È una guerra che Sharon spinge fino ad arrivare a Beirut. Riesce nell’intento di espellere Yasser Arafat ed i suoi guerriglieri ma rimane imbrigliato nella strage di Sabra e Chatila. Sono i campi profughi nei quali, fra il 16 e il 18 settembre, vengono uccisi fra 800 e 3.500 palestinesi per mano delle milizie falangiste cristiano maronite guidate da Elie Hobeika ma il perimetro esterno dei campi è sotto il controllo degli israeliani e la Commissione Kahan, insediata a Gerusalemme, giudica Sharon “indirettamente responsabile” del massacro per aver “ignorato il pericolo di un bagno di sangue e non aver fatto nulla per impedirlo”.  

È il momento più difficile della sua vita dal quale si risolleva grazie all’impegno del Likud che lo porta a ricoprire più ministeri fino all’elezione a premier nel febbraio 2001. A sfidarlo è la Seconda Intifada, a colpi di kamikaze dentro autobus e ristoranti, che riesce a piegare con due mosse: l’operazione “Muro di Difesa” che lancia nel 2002 dentro i territori palestinesi ordinando ai soldati di “entrare nelle città sparando” e la successiva edificazione di una barriera di separazione fra insediamenti ebraici e villaggi arabi in Cisgordania. 
Sharon si convince a tal punto della necessità della separazione fisica dai palestinesi che nell’agosto del 2005 decide l’espulsione forzata di circa 10 mila israeliani da 21 insediamenti a Gaza per consentire alla Striscia di diventare il primo nucleo del nuovo Stato di Palestina. (...)


Al momento dell’ictus era primo ministro israeliano dal 2001, ma la sua carriera politica era iniziata molto prima, con parecchi incarichi di governo. Sharon era ampiamente considerato come un rappresentante della linea dei “falchi”, meno propensa a fare concessioni nei rapporti con i palestinesi, questione centrale della politica israeliana. Dopo essersi costruito una solida reputazione come difensore dei coloni ed essere stato eletto nel partito di destra Likud, Sharon stupì molti mettendo in atto il ritiro dei soldati e l’abbandono degli insediamenti nella Striscia di Gaza, nell’estate del 2005. Tra agosto e settembre, i coloni che non avevano accettato il piano di Sharon nella ventina di insediamenti della Striscia (e in quattro insediamenti nel nord della Cisgiordania compresi nel piano) furono sgomberati con la forza dall’esercito. Poco tempo dopo, Sharon annunciò l’abbandono del Likud, mentre le sue ultime mosse gli avevano attirato grandi critiche dall’ala destra del suo partito e un inedito supporto dall’elettorato di sinistra. Nel novembre 2005 Sharon fondò Kadima, un partito centrista e liberale. Nella cruciale questione israelo-palestinese, Kadima portava avanti il principio del “riallineamento”, ovvero del ritiro parziale da alcune zone della Cisgiordania occupata.


Da molti anni circola una storia che sfiora la leggenda. A Beirut, il 30 agosto del 1982, durante l'operazione "Pace in Galilea", contrassegnata dall'invasione israeliana del Libano e dalla strage dei palestinesi a Sabra e Shatila, un cecchino israeliano inquadrò nel mirino del suo fucile Yasser Arafat. Ma non tirò il grilletto. A salvare la vita al leader palestinese fu Ariel Sharon con un ordine all'ultimo minuto del quale non è mai stata data una spiegazione convincente. Che questa vicenda sia fondata o meno, il racconto rappresenta in maniera quasi emblematica una stagione politica mediorientale segnata per mezzo secolo dall'odio che ha diviso il capo storico dei palestinesi e il generale israeliano che più di ogni altro ha contrastato nella sua vita le aspirazioni di un popolo senza Stato. 

di Alberto Negri con un articolo di Ugo Tramballi - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/I2ii8

Quel ritiro lacera il Paese, ma non ferma l'ex generale. Arik sa che la scommessa di «due Stati per due popoli» - ratificata per la prima volta da un leader israeliano - si gioca in Cisgiordania e a Gerusalemme.
Per realizzarla non esita a promettere ai palestinesi la gran parte della Cisgiordania. Subito dopo si sbarazza del Likud e dà vita ad un nuovo partito centrista battezzato Kadima ovvero «avanti». Rapito dall'ennesima battaglia visionaria, non si cura dei rischi banali affrontati nel corso di una vita disordinata dove neppure colesterolo, obesità e alta pressione frenano una smodata voglia di cibo. Il primo avvertimento arriva il 18 dicembre 2005 quando un piccolo ictus lo appanna per qualche minuto. Ma Arik non tollera i rinvii. Si rialza la sera stessa, riprende la corsa verso quelle elezioni dove solo la vittoria di Kadima può garantire la realizzazione del suo progetto di pace. Ma il 4 gennaio 2006 l'ictus morde ancora. Per gli otto anni successivi vegeta in quel mondo di ombre dove la vita non è più tale e la morte non lo è ancora. I palestinesi forse non andranno al suo funerale, ma un giorno dovranno ammetterlo, solo la malattia e la morte hanno impedito ad Arik di vincere anche in tempo di pace e trasformarsi nel migliore dei loro nemici.
(...) Sharon, nella vita, ha conosciuto tutto. E’ stato un uomo di guerra e un abile combattente, ma è stato anche l’ineffabile bugiardo che, da ministro della difesa, costrinse alle dimissioni il suo primo ministro Menachem Begin, dopo la strage di Sabra e Chatila. Strage che fu compiuta dai falangisti cristiani libanesi, mentre i soldati israeliani occupanti si voltavano dall’altra parte. E’ stato un oltranzista, che non si vergognava di dire in pubblico che il presidente palestinese Yasser Arafat doveva «essere ucciso». 
Ma è stato anche il leader che, vinte le elezioni e diventato primo ministro, decise di ritirarsi unilateralmente dalla Striscia di Gaza, smantellando tutti gli insediamenti ebraici che vi si trovavano. E’ stato l’anima della destra più estrema del Likud, ma poi non ha esitato ad abbandonare il partito, ritenuto troppo estremista, per virare verso il centro e fondare il partito moderato Kadima, che poi, senza di lui, si è quasi spento lentamente. Ho incontrato Sharon non so quante volte. Ho scritto su di lui articoli durissimi, ma la sua forza era di non portare rancore, soprattutto verso i giornalisti. Posso dire che Ariel Sharon era quasi indispettito di fronte alla piaggeria di tanti zelanti sostenitori mediatici dell’ultima ora. Preferiva le domande dirette, anche le più sgradevoli.
Nell’ultima intervista che mi ha dato, promise solennemente che avrebbe compiuto «passi dolorosi». Mi guardò dritto negli occhi e disse: «Non mi crede? Vedrà di persona, e poi la riceverò per un’altra intervista». Pochi mesi dopo, decise l’uscita da Gaza. Ma quel che mi colpiva di Sharon era poco politico e molto personale: l’incontenibile piacere quando si parlava di buon cibo e di ristoranti. A Roma mi parlò del Bolognese, ma a Milano il suo palato aveva lasciato il cuore. Ricevendomi per un’intervista assieme al direttore Ferruccio de Bortoli, fece un «dotto preambolo» sulle qualità gastronomiche del ristorante Rigolo, che si trova in Largo Treves, a pochi passi da via Solferino, la sede del Corriere della sera. Ricordava dettagliatamente, a distanza di anni, alcuni piatti.
E’ strano che un generale abbia il culto dell’ironia. Sharon l’aveva. (...) Più di una volta, da primo ministro, mi aveva detto: «Non voglio che i libri di storia mi ricordino come uomo di guerra. Voglio essere ricordato come uomo di pace». Chissà cosa avrebbe fatto, Ariel Sharon, negli ultimi otto anni, tra la prima e la seconda morte. Non lo sapremo mai. Però possiamo dirgli: «Riposi in pace, signor primo ministro».

sabato 19 ottobre 2013

I Rischi del Rifiuto dell'Arabia Saudita

L'Arabia Saudita rinuncia al seggio nel Consiglio di Sicurezza. La notizia è al tempo stesso interessante ed inquietante. Perché in questi anni l'ONU di fatto è stata superata su molti dossier (vedi la guerra contro l'Iraq di George Bush junior), ma in qualche modo la comunità internazionale tentava di tornare in quel luogo di discussione, per quanto debole e bistrattato. 

Insomma, una delegittimazione de facto, che però tentava sempre di salvare le apparenze, salvare il fatto che l'ONU dovesse rimanere - alla fine dei giochi, magari, ma comunque in qualche modo presente - il luogo deputato in cui discutere le cose del mondo, almeno le principali. In questo senso il rifiuto di Riyad rischia di essere un precedente pericoloso, scivoloso. Utilizzabile anche da altri stati. 

Il rischio è a due facce, pero; perché vale anche per l'Arabia Saudita che potrebbe - se non gioca bene questa carta, anche mediatica - mettersi in un angolo: acquisire visibilità per poco, ma poi non avere forza politica (che è cosa diversa dalla forza economica, che c'è, e con la quale Riyad sta giocando pesantemente per esempio sulla piazza egiziana) per far fruttare questa posizione. In ogni caso, un problema del quale il mondo - e gli Stati Uniti, il cui operato è sempre più discutibile, da questo punto di vista - deve occuparsi.

FMM

Mentre la prima positiva tornata di colloqui sul nucleare iraniano comincia a far credere all’occidente che un accordo con Teheran sia davvero possibile, Riad sbatte la porta in faccia all’Onu rinunciando al seggio appena ottenuto al Consiglio di Sicurezza in polemica con la politica internazionale sulla Siria a suo dire fallimentare. 

Il regno saudita non ha mai fatto mistero di aver mal digerito l’intesa tra Mosca e Washinton sulla distruzione delle armi chimiche di Assad, convinto che si tratti di un escamotage russo per regalare tempo al regime contro cui si battono i ribelli armati in gran parte proprio da Riad. Il nuovo corso inaugurato dal neoeletto presidente Rohani poi, ha moltiplicato i motivi di apprensione allineando sempre più la posizione di re Abdullah a quella israeliana, una comunanza d’interessi e strategie che si estende dall’Egitto (entrambi i paesi guardano con favore al golpe militare che ha deposto Morsi), a Gaza (dove Hamas non è benvisto da nessuno dei due), fino ovviamente all’Iran, di cui l’Arabia Saudita teme le mire espansionistiche nella regione almeno quanto Israele contrasta le ambizioni nucleari. 

Adesso, a sorpresa, il gran rifiuto.(...)

mercoledì 7 agosto 2013

Mettere la verità degli altri nelle nostre vite (S.Jesurum, Sette, Corriere della Sera)

(...) AMICIZIE VERE. L’inizio è struggente: «Questa che tu non leggerai è la conclusione di ciò che avrebbe potuto essere un’amicizia ebraico-araba. Avrebbe potuto essere e non è stata che in piccola parte perché, nelle attuali condizioni storiche, ogni tentativo di amicizia vera tra un ebreo e un arabo è destinato a fallire». Il problema era – esattamente così come è anche oggi, ed ecco il motivo per cui la lettera viene riproposta – che uno dei due ragazzi era un convinto sionista, realtà che l’altro rifiutava radicalmente. Quando scoppiò la guerra, Sergio aveva detto a Ibrahim che per lui non ci sarebbe stato problema: «Se vincono gli arabi, tu sei arabo, se vincono gli israeliani, tu sei israeliano. Per me, invece, c’è una sola soluzione possibile». Poi i due amici si persero. Questo è il confitto mediorientale, una faccenda terribilmente difficile, triste, complessa, amara per la dimensione umana prima ancora che per una questione politica e/o ideologica. (...)

venerdì 30 novembre 2012

La Palestina Diventa "Stato Osservatore" dell'ONU: Passo Avanti?


L'odierna decisione dell'ONU può essere valutata in diversi modi: dal punto di vista ideale è sostanzialmente corretta, e benvenuta nel momento in cui tende a voler rafforzare - in teoria - la parte moderata delle forze palestinesi, rappresentate da Abu Mazen. il problema è che in questo caso - avviene spesso, per la verità - l'orizzonte diplomatico e quello più "realpolitik" possono scontrarsi: il riconoscimento della Palestina - contravvenendo alla dimensione bilaterale degli accordi di Oslo - può legittimare un abbandono delle trattativa da parte di Israele, soprattutto se alle prossime elezioni Netanyahu uscisse vincitore; ma soprattutto è da capire se parlando di Palestina parliamo ancora effettivamente di un solo stato o se oramai in campo abbiamo due entità più o meno separate; e ancor più rilevante è capire  - in questo contesto - se la parte che si vorrebbe aiutare (Abu Mazen) è in grado di reggere un eventuale "scontro" con Hamas, o comunque in generale una "competizione" anche solo dal punto di vista politico e diplomatico. Detta brevemente: chi rappresenta effettivamente - non in termini ideali, ma in termini di concreto monopolio della forza e controllo politico, tanto per parlarci chiaro - l'interesse, le speranze, le possibilità di futuro dei palestinesi? 

Se da questo voto Abu Mazen traesse realmente la forza per "riprendere" la guida di tutto il popolo palestinese e del processo di pace, allora l'evento di oggi sarà stato un vero passo in avanti. Ma è purtroppo anche possibile uno scenario molto più confuso e conflittuale, e allora la giornata di oggi potrebbe rivelarsi una amara illusione.

Festeggiamo questo voto, e anche la capacità di muoversi del governo Monti. 
Ma i dubbi di Israele e USA non sono infondati. 
Ed è bene non illudersi sul futuro della pace.

Francesco Maria Mariotti

(segue rassegna stampa)

lunedì 19 novembre 2012

Guerra Inutile, Senza Un Nuovo Ordine


Per l'ennesima volta ci troviamo angosciati a seguire gli scenari di guerra del Medio Oriente. Per l'ennesima volta Hamas - con calcolato "azzardo" - decide di sparare razzi su Israele, tentando di colpire anche le città più importanti; per l'ennesima volta Israele reagisce come sa fare, e come ritiene giusto fare; come è giusto che faccia, da molti punti di vista.
Ma la sensazione è inevitabilmente del solito muro contro muro; della "trappola", del cunicolo di angoscia e terrore nel quale anche le giuste ragioni di Gerusalemme rischiano di infangarsi e di diventare non-ragioni, e torti. 

Perché fare una guerra male, anche se giusta - lo avete già letto spesso su questo blog - può essere peggio che non farla.
Può essere, scrivo; perché spero che le capacità tecniche, e la lucidità politica di una parte dell'establishment di Israele (più l'esercito che il governo, dal mio punto di vista) sia capace di calcolare e pazientare fino all'estremo, affinché non sia necessario passare ad atti più duri.

Ancora non è chiaro mentre scrivo (sera del 19 novembre 2012, è notizia di pochi minuti fa la telefonata di Obama a Morsi e Netanyahu) quale sarà la prossima mossa di Israele, né quelle di Hamas. L'ipotesi di tregua è importante, e sarebbe da sfruttare, ma i preparativi di Israele sembrano a uno stadio troppo avanzato per non pensare che comunque sia difficilissimo un passo indietro. Ma speriamo in novità positive.

Parlo soprattutto di Israele, non perché pensi - come altri fanno - che sia di Gerusalemme la colpa di quanto avviene; parlo soprattutto di Israele perché stato democratico, e con il quale altri stati democratici possono definire relazioni aperte, esplicite e forti, nel consenso e nel dissenso; non parlo di Hamas, perché il livello con cui si può contrattare con Hamas non appartiene - per il momento - al classico schema delle relazioni internazionali, ma si gioca quasi (quasi!) solo sui rapporti di forza; può essere giocato sul versante delle trattative separate, dei contatti informali; può - e deve, se possibile - essere giocato all'ombra. Nel patteggiamento continuo, snervante e a tratti immorale, ma inevitabile, che comunque c'è sempre, anche con il peggior nemico.

Ma non se ne esce, e non se ne uscirà, finché l'intero scacchiere medioorientale non sarà costretto a un cambiamento di posizione, che è cosa diversa - si badi - dal "semplice" cambiamento delle leadership a cui abbiamo assistito con la cosidetta primavera araba.

giovedì 15 novembre 2012

Sarà Una Grossa Escalation (Europaquotidiano.it)


Con le elezioni in programma all'inizio dell'anno prossimo, nessun partito israeliano vorrà mostrarsi incerto sul da farsi, di fronte a un “attacco allo stato ebraico”. Il problema è – al solito – che fare.
Il ministro della difesa Ehud Barak ha fatto sapere di aver allertato trentamila riservisti dell'esercito. Alcuni mezzi militari si sono già avvicinati al confine con Gaza. Lo stesso Nathan Thrall spiega però che le opzioni di terra – un'invasione completa della Striscia, oppure solo di alcune aree – comportano rischi enormi e potrebbero non raggiungere l'obiettivo di fermare Hamas.
Il presidente egiziano Mohamed Morsi ha annunciato che invierà il suo primo ministro a Gaza, già da domani. In Egitto i rapporti tra esercito e Fratelli musulmani sono ancora tesi: una guerra al confine è un'ipotesi che spaventa, e Morsi farà il possibile per evitarla.
I media israeliani stasera parlano della possibilità di un'invasione di terra già domani. E in queste ore una nuova scarica di razzi di Tsahal sta colpendo Gaza. Senza un intervento politico, l'escalation non può che andare avanti.


Israele - Gaza: guerra "elettorale" o messaggio all'Iran?


La guerra di Bibi può al massimo confermare gli elettori attuali, ma certamente non gli consentirà di conquistarne di nuovi. Senza contare gli aspetti veri e propri di merito militare: Hamas negli ultimi undici anni ha lanciato verso Israele qualcosa come 12.000 razzi, e l’operazione ha lo scopo dichiarato di eliminare tale capacità d’attacco. Se il governo israeliano ha ritenuto necessario colpire Hamas, lo ha fatto aspettando che terminassero le elezioni americane, per evitare eccessivi imbarazzi al nuovo presidente – chiunque egli fosse stato.
Alla fine, i motivi esteri sembrano prevalere su quelli elettorali domestici. L’operazione «Pillar of Defence» è un ballon d’essai per dare una svolta agli eventi mediorientali, e in particolare per rendere chiaro all’Iran il fatto che la condiscendenza americana verso i piani nucleari sta cambiando. C’è una prova assoluta di questo: il Dipartimento di Stato americano mercoledì ha emanato un comunicato in cui si attribuiva ad Hamas l’intera responsabilità del conflitto. Le parole esatte sono state: «Sosteniamo il diritto d’Israele di difendersi, e incoraggiamo Israele a intraprendere qualsiasi iniziativa per evitare vittime civili». Finalmente – sospirano a Gerusalemme Ovest – Obama ha preso posizione in favore d’Israele.
Leggi il resto: Stefano Casertano su Linkiesta

Evidentemente, una rappresaglia così violenta in questo momento, rende il quadro regionale ancora più teso, come se non bastasse la guerra civile siriana con il rischio che essa contagi il Libano e intacchi il già precario equilibrio giordano. Ed è appena il caso di accennare al fatto che l’omicidio di 9 persone a Gaza non potrà che costringere lo stesso Morsi ad assumere una posizione molto dura nei confronti del governo di Tel Aviv. Si tratta cioè di un vero e proprio regalo fatto alla componente più radicale dei Fratelli Musulmani (di cui Hamas è una lontana filiazione) e dei salafiti. Tutto questo proprio nel momento in cui il presidente Obama sembrava intenzionato a proseguire nella coraggiosa e cauta apertura di credito verso il regime egiziano, proprio allo scopo di concorrere alla stabilizzazione dell’intera regione. La cosa più triste, pensando alla tradizione democratica di Israele e alla straordinaria levatura morale di tanti dei suoi intellettuali, è dover prevedere che questo attacco sarà probabilmente interpretato dalle opinioni pubbliche arabe come una risposta indiretta alle «primavere» di questi due anni. Il fatto, sottolineato da tutti i commentatori, che esse avessero sostanzialmente disertato i più consueti «luoghi» dell’odio anti-israeliano, rischia di diventare solo un ricordo.

Ma c'è un precedente, anche per il tipo di operazione che l'esercito israeliano sta realizzando: l'operazione Piombo Fuso di quattro anni fa. Anche allora, l'Idf aveva intrapreso un assalto su Hamas, presentato pubblicamente come destinato a ripristinare la tranquillità a Sud. Ma anche se la pianificazione militare era stata esemplare, il campo di applicazione dell'operazione non sembrava essere stato pienamente determinato da quelli che lo avevano programmato.
L'esercito israeliano pensava di ferire Hamas o di estromettere Hamas? Lo stesso Idf non lo sapeva, perché i suoi amministratori politici - in particolare il ministro della difesa Ehud Barak - vacillavano. E mentre l'operazione si svolgeva in tre settimane d'inverno, la mancanza di chiarezza diveniva evidente, e dannosa.
Due anni prima, l’incertezza dei capi politici sugli obiettivi militari aveva avuto ripercussioni ancora più gravi nei 34 giorni della seconda guerra del Libano. Con un primo ministro inesperto come Ehud Olmert, e un non adatto ministro della difesa Amir Peretz, così un'operazione limitata si è trasformata in una vera e propria guerra, con conseguenze prevedibilmente tristi.
Barak ha detto mercoledì che gli obiettivi dell'operazione Pillar of Defense servivano a sostenere la capacità deterrente di Israele, ad attaccare le infrastrutture di lancio dei razzi, a danneggiare gravemente le cellule terroristiche di Gaza e a ridurre gli attacchi contro i cittadini di Israele. Obiettivi lodevoli, naturalmente, che la maggior parte degli israeliani avrebbe facilmente condiviso. Ma piuttosto vaghi, troppo.
Leggi il resto: La saggezza di Israele sarà capire quando fermarsi