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sabato 18 maggio 2019

CAOS LIBIA/ Così Onu, Nato e Ue la regalano allo stato islamico (Michela Mercuri, ilSussidiario.Net)

"(...) Se l’Europa brancola nel buio, la Nato è decisamente in un vicolo cieco. L’alleanza atlantica che nel 2011, in un solo mese, aveva trovato un accordo per bombardare Gheddafi ora non riesce neppure ad emanare una dichiarazione d’intenti. Nel già menzionato vertice di Bruxelles l’inviato Onu Ghassan Salamé e Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, hanno convenuto sulla necessità di aiutare la Libia a “costruire istituzioni di sicurezza efficaci se il governo lo richiederà”. Qualcuno, forse, dovrebbe ricordare agli alleati atlantici che a Tripoli, sede del Governo di accordo nazionale, voluto e  riconosciuto, nel 2015, dalle Nazioni Unite è in corso una guerra tra Haftar e le milizie fedeli a Serraj, l’uomo che, a scanso di equivoci, proprio l’Onu aveva messo alla guida di questo governo e l’uomo che in questi giorni ha provato, con un tour europeo, a chiedere una maggiore collaborazione per una de-escalation del conflitto ai più che riluttanti “amici dell’Europa”. È evidente che sostenere Serraj vorrebbe dire, per i più, perdere gli amici sauditi, emiratini ed egiziani. Troppi sono gli interessi dei singoli per sacrificarli per una linea comune.
In questo scenario desolante trovano spazio i jihadisti delle più disparate sigle. Alcuni si sono mescolati tra i combattenti, altri invece hanno colto l’occasione per tentare di rinsaldare la propria immagine. Lo stato islamico ha rivendicato un attentato nei dintorni di Sebha, nella regione meridionale del Fezzan, contro forze dell’Esercito nazionale libico di Haftar. Secondo quanto riportato dal Daily Express – che cita fonti dell’intelligence britannica – al Baghdadi, in fuga dalla Siria, sarebbe in Libia per tentare di farne la nuova roccaforte dell’Isis. Notizia non confermata ma che quantomeno insinua un dubbio.
Né questo allarme né il numero crescente di morti e sfollati pare, però, smuovere più di tanto le cancellerie mondiali. Se da un lato è vero che la partita si gioca nel Golfo, è anche vero che le istituzioni internazionali, con un maggiore impegno, potrebbero quantomeno tentare un dialogo tra le parti, in primo luogo con i vari sponsor regionali fin qui lasciati ai margini. Viceversa la Libia, dopo la Siria, sarà l’ennesimo fallimento dell’Europa e della Nato e più in generale di quel sistema multilaterale di alleanze che dal ’45 in poi abbiamo pretenziosamente chiamato “Occidente”. 

venerdì 5 aprile 2019

Libia Fuori Controllo? L'Ora Di Haftar?

"La Libia di nuovo ostaggio della guerra. Nel giorno in cui il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, mette piede a Tripoli per la sua prima storica visita nel Paese, Khalifa Haftar dichiara guerra alla capitale. Così il presidente Fayez al Sarraj è costretto a dichiarare l’emergenza nazionale e mettere in allerta i caccia pronti al decollo, mentre le unità anti-terrorismo di Misurata si preparano a stroncare l’avanzata delle unità dell’Esercito nazionale libico comandato dal generale. «Eccoci, Tripoli. Eccoci, Tripoli. Eroi, l’ora é suonata, é venuto il momento» del «nostro appuntamento con la conquista», tuona l’uomo forte della Cirenaica in un messaggio in cui annuncia l’avvio dell’«Operazione per la liberazione di Tripoli». Nell’audio, postato sulla pagina Facebook dell’Ufficio stampa del Comando generale delle Forze armate libiche, il generale dice anche: «Colui che depone le armi é salvo. Colui che resta a casa é sicuro. Colui che sventola bandiera bianca é in sicurezza». (...) La vicenda ha messo in allarme titta la comunità internazionale: Guterres, ha esortato le fazioni libiche ad evitare una escalation per consentire lo svolgimento della conferenza nazionale prevista fra dieci giorni a Ghadames. «Non ci può essere una conferenza nazionale in queste circostanze», ha detto il segretario generale nella punto stampa che era stato programmato proprio da Tripoli nel corso del suo viaggio nel Paese maghrebino. Viaggio che avrebbe dovuto proprio rilanciare gli sforzi del suo inviato, Ghassan Salame, a sostegno dellla «roadmap» per la stabilizzazione della Libia il cui passaggio chiave sarebbe stata la conferenza nazionale prevista a Ghadames dal 14 al 16 aprile. (...)"


"I governi di Francia, Italia, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti hanno rilasciato un comunicato congiunto in cui si dicono profondamente preoccupati per i combattimenti vicino a Garian, in Libia, e sollecitano tutte le parti ad allentare immediatamente le tensioni, che ostacolano le prospettive di mediazione politica delle Nazioni Unite. “In questo momento delicato di transizione in Libia – afferma la nota – le posizioni militari e le minacce di un’azione unilaterale rischiano di spingere la Libia verso il caos. Crediamo fermamente che non esista una soluzione militare al conflitto in Libia. I nostri governi si oppongono a qualsiasi azione militare in Libia e ritengono responsabile qualsiasi fazione libica che faccia scaturire ulteriori conflitti civili”. I governi hanno rinnovato il loro supporto all’Inviato Speciale delle Nazioni Unite, Ghassan Salame, (...)".

lunedì 16 febbraio 2015

Incubo Libia: Ancora Guerra Senza Chiarezza?

Chi scrive non aveva alcun dubbio che il panorama libico sarebbe stato tragico per l'Italia (tutti i post recenti sulla Libia li trovate qui, per quelli del 2011 segnalo Guerra Senza Orizzonte e Etica dell'Intervento). Oggi ho l'impressione che si parli di intervento militare con la stessa estrema facilità (e poca consapevolezza) con cui nel 2011 si diceva che fosse necessario abbattere Gheddafi, senza saper bene cosa fare dopo.

Per questo è assolutamente necessario che - nel decidere di entrare in guerra - si chiariscano gli obiettivi dell'intervento, e si guardi con lucidità alla situazione sul terreno: a quel che si capisce - infatti - la dinamica rende complicato anche solo individuare il nemico (o "i nemici"?). 

Appare semplice dire "combattiamo contro l'Isis"; ma non si può entrare in una guerra civile e illudersi di combattere contro un solo nemico, sperando magari di avere una vittoria facile. Anzi, come altri conflitti "asimmetrici" che abbiamo visto nel recente passato, la guerra può non essere "risolutiva", può voler dire una quasi certa "non-vittoria", con alti prezzi in vite umane (e non solo).

E dunque la chiarezza strategica (mai facile per definizione in una guerra) vuol dire anche capire  e tentare di "prevedere" le diversi ipotesi di "compromesso d'uscita". Ovvero: come e quando fermarsi per accettare una non-vittoria magari simulando - e dichiarando - un successo ("Missione compiuta")?

Fino a che punto spingersi con i prezzi da pagare, con i morti da sopportare, i prigionieri, i compromessi inevitabili con gli alleati, o magari con una parte dei nemici, se si verificasse che è troppo difficile sconfiggerli? 

Come si può intuire, non sono cose di cui probabilmente si può discutere in qualche talk-show; ma purtroppo forse neanche troppo apertamente in Parlamento.

"Cappello" ONU, NATO o qualsiasi altro sia, è necessario che l'Italia tenga presenti questi elementi, e li esprima chiaramente, se non con la pubblica opinione, almeno con chi vorrà partecipare a questo intervento. Forse è impossibile avere tutte le risposte ora, ma è doveroso porsi nella giusta "disposizione d'animo", che non consente di cavarsela semplicemente aprendo un dibattito come quelli cui siamo abituati, molto dicotomici (Pace vs guerra) e poco concreti.

Un'ultima considerazione: una guerra di questo tipo può fare male - molto male - a una democrazia come quella italiana. Siamo già in un clima in cui qualsiasi discussione legislativa è fatta a colpi di "gufi e rosiconi" contro "golpisti"; è altissimo il rischio che un clima bellico - e non di una guerra-videogame come ci sono sembrate quelle del recente passato - possa portare ad accentuare i toni del dibattito, compromettendo il già non sano clima complessivo

Devono essere attivate tutte le "sentinelle democratiche" (a partire dalla nostra personale razionalità) che possano vigilare affinché la comunità civile non si distrugga in un eccesso di contrapposizione o - forse peggio - in una sorta di "unanimità bellica forzata" estesa a tutta la società. La discussione e la critica sono beni essenziali di una democrazia. 

E' bene che tutti i partiti, a partire da quelli di governo, e tutti i massmedia, si sforzino di conservare apertura mentale e coraggio del dissenso. 

Se la guerra in Libia si dovesse trasformare in una sorta di "guerra interna" avremmo perso tutti, al di là di qualsiasi risultato militare.

Francesco Maria Mariotti

***

Di seguito rassegna stampa con le posizioni di Mimmo Candito, Romano Prodi, Vincenzo Camporini.


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Sento parole di guerra, per la Libia. Vedo politici che alzano al vento del consenso proclami di impegno militare, muscoli in rodaggio, campagne africane sul bel suol d'amore. Calma, calma. Nessuna spedizione militare è possibile se, prima, non si definisce un obiettivo politico, e se una strategia militare non abbia il supporto di una coerenza di forze in campo.


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Ritorno alla prima domanda. Le cancellerie occidentali cosa dovrebbero fare in questo momento secondo lei?

Occorre senza dubbio uno sforza per produrre un minimo risultato nel tentativo di fare sedere tutti gli interlocutori al tavolo e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale.


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"Nulla si può fare senza l'Onu, ma alle Nazioni Unite manca una guida" E sugli scenari della situazione in Libia, l'ex premier avverte: "Nulla si può fare senza l'Onu, ma l'Onu ha poche armi, e il problema di oggi è che nelle Nazioni Unite nessuna Potenza ha un ruolo catalizzatore, di guida". "In questo caso, però - prosegue il fondatore dell'Ulivo - siamo nella situazione ideale per l'intervento delle Nazioni Unite, perché tutte le grandi potenze hanno paura dell'Isis".  


***

Come è stato possibile arrivare a tale scenario?

Perché siamo stupidi. Abbiamo promosso la caduta di Gheddafi, un dittatore odioso che tuttavia garantiva ordine in un’area dominata da sentimenti tribali. E abbiamo abbandonato a se stesso un territorio grande e abitato da appena 6 milioni di persone. Una caratteristica che ha consentito grandi opportunità di manovra a chi possiede sistemi d’arma moderni. Ecco la ragione delle operazioni militari eclatanti compiute di volta in volta dai gruppi che si contrappongono con ferocia.

venerdì 27 dicembre 2013

Il destino del Sud Sudan (ThePostInternazionale)

Segnalo questa notizia, anche perché mi pare importante notare il tentativo di leader africani - pur con l'appoggio di altre potenze mondiali - di risolvere una grave crisi del continente.
FMM
I leader africani di Kenya e Etiopia sono arrivati giovedì in Sud Sudan per discutere della crisi che affligge il Paese. In una serie di incontri, cercheranno di mediare tra il presidente Salva Kiir e l'ex vice presidente Riek Machar, accusato di aver tentato il colpo di stato in Sud Sudan.
Il ministro dell'informazione  Michael Makuei Leuth ha fatto presente che il governo del Sud Sudan non ha ancora preso contatti formali con Machar. Al Jazeera riporta che Machar non prenderà parte agli incontri previsti per oggi.Le forze militari governative stanno pian piano riprendendo in controllo della città di Bentiu prima nelle mani dei militanti di Machar. La zona è ricca di petrolio e quindi è molto importante per l'economia del paese. (...)

Sud Sudan, Guerra Annunciata

Migliaia di sud sudanesi sono rimasti uccisi in una settimana di aspri combattimenti tra le forze del presidente del Sud Sudan Salva Kiir e del suo rivale Riek Machar. Lo ha reso noto in serata Toby Lanzer, capo della missione umanitaria delle Nazioni Unite nel Paese africano. 

«MIGLIAIA DI MORTI - «Non c’è alcun dubbio per me, il bilancio è di migliaia di morti», ha detto Toby Lanzer. In Sud Sudan la situazione è sfuggita di mano, le vendette tra le diverse fazioni politiche e gruppi etnici vanno avanti senza sosta ormai da parecchi giorni con attacchi e uccisioni mirate. Sono state ritrovate fosse comuni con 75 corpi di cui 34 sembrano appartenere a persone del gruppo etnico Dinka, mentre gli altri 41 non sono ancora stati identificati. Una fossa comune è stata scoperta a Bentiu, mentre altre due sono state rinvenute nello Stato di Juba, a Jebel-Kujur e Newsite. Non è chiaro di chi sia la responsabilità degli omicidi, personale Onu sta indagando sul posto.(...)



(...) Purtroppo bisogna fare i conti anche con i giornalisti che vogliono essere i primi a dare notizie e non le verificano, le esagerano, danno notizie solo da una delle due parti, e cosi facendo alimentano il conflitto, amplificano straordinariamente le tensioni, creano la psicosi. Mi è capitato di sentire un keniano evacuato il quale parlava concitatamente di pulizia etica in atto a Juba con uccisioni casa per casa, di torture e di stupri. Ad una domanda precisa e insistente ha finito con l'ammettere che lui non ha visto niente, che alla notizia degli scontri si è chiuso in casa ed ha saputo tutto dalle emittenti straniere. Come noi a Nairobi.
 
I fatti verificati, anche da un amico giornalista che ha visitato Juba per poche ore, sono comunque gravissimi e le vittime ormai si contano a migliaia. In un breve collegamento via facebook con Yida un amico sud-sudanese mi racconta episodi tremendi accaduti fra dinka e nuer. Finora i nuba non sono stati coinvolti.
  
Tutto era scritto a lettere chiare. Antipatico dirlo, ma mi era stato facile prevedere quello che sta succedendo in un blog dello scorso luglio. Sorprende che la comunità internazionale non sia intervenuta per tempo dopo tutte le dichiarazioni di sostegno al “paese piu giovane del mondo”? Niente più ci sorprende. Neanche che adesso la comunità internazionale esprima il solito finto stupore e faccia i soliti inefficaci interventi diplomatici.
 
La responsabilità è tutta e primariamente dei leader. Inutile cercare colpevoli esterni. Può esser vero che alcune forze estranee cerchino di approfittare della guerra per trarne vantaggi (forniture petrolifere), è certamente vero che il governo del Sudan, a Khartoum, gongola e probabilmente sta alimentando le tensioni. Ma non sono fattori determinanti. Il fattore determinante degli scontri è che i leader sud-sudanesi, che hanno studiato a Mosca e negli Stati uniti, usano la loro preparazione e competenza al servizio esclusivo delle propria sete di potere e trascinano le loro genti in avventure tanto inavvedute quanto criminali. Un peso gravissimo che condizionerà per molti anni ancora la possibile rinascita del Sud Sudan.


(...) Purtroppo, questa descrizione è riduttiva e riferita solo ad un segmento della società sudsudanese, ma mi ricorda quanto quel che sta accadendo in Sud Sudan - 1000 morti solo in questa settimana, a seguito dei 'disordini' successivi ad un tentativo di colpo di stato - fosse tristemente nell'aria ancor prima che il Sud Sudan ottenesse quella (giusta) indipendenza. Si veniva da decenni di guerra civile letteralmente scolpiti sulla pelle di una popolazione che già sapeva che l'indipendenza implicava solo la progressiva (tutt'altro che sicura) regolazione dei problemi con Khartum, ma non certo di quelli interni. In Sud Sudan esistono molte identità tribali - per giunta in conflitto tra loro - ma è tutta da verificare l'esistenza di quella nazionale.
Ora mi immagino questi ragazzi - che facevano a gara per mettersi in posa davanti al bovino più possente e strabuzzavano gli occhi di fronte alla loro immagine immortalata da una macchina fotografica digitale, un'immagine che fino a quel momento avevano visto solo riflessa sull'acqua di un torrente - nascosti tra i cespugli mentre si sparano tra di loro. Vigili e preoccupati, oltre che dai proiettili 'nemici', dagli assalti notturni dei leoni. Dal morso di un serpente. Dal veleno di scorpioni grandi come scarpe da trekking.
Pochi minuti dopo aver scattato queste foto - sulla via del ritorno a bordo di una jeep - ho assistito in lontananza all'esecuzione a sangue freddo di un ladro di bestiame, colto in flagrante. Cinquanta metri da me, non di più. Ricordo nitidamente come la cosa mi scioccò tutto sommato meno del previsto. Era passato un mese dal mio arrivo in Sud Sudan e la militarizzazione di un'area sottosviluppata trasmetteva sensazioni sinistre, ogni tanto. Il misfatto, non raro, era largamente prevedibile. Come un giorno di pioggia: poteva accadere, chiunque lo sapeva.(...)

lunedì 16 dicembre 2013

Tensione al confine Israele - Libano

Notizie appena arrivate (scrivo che sono le 0:28...) e che sono da prendere con la massima cautela in attesa di ulteriori dettagli.

FMM

AGI) - Gerusalemme, 15 dic. - Ci sarebbe una vittima tra i soldati israliani che in serata sono finiti nel mirino di truppe libanesi. Lo riferiscono fonti della sicurezza di Beirut citate dal quotidiano locale 'The Daily Star'. In precedenza la tv di Hezbollah, al Manar, aveva sostenuto che un soldato israeliano sarebbe stato ucciso ma mancano conferme indipendenti.(...)


An Israeli soldier was killed on Sunday evening by shots fired from Lebanese territory. The shooter was evidently a Lebanese soldier.
Israel has lodged a complaint with the Lebanese government and with the United Nations, but it does not seem as though this incident will lead to a broader confrontation between the two countries.
The soldier's family has been informed of his death.
Around 8:30 P.M. an Israeli military vehicle moving near the border with Lebanon was struck by six or seven bullets fired from a light firearm, evidently from a relatively short distance. The incident occurred just east of an Israel Defense Forces post in Rosh Hanikra. 
The IDF did not immediately respond to the incident.(...)

sabato 23 novembre 2013

Iran: Scelte Rischiose?

GINEVRA - «Siamo vicini a un accordo». Arriva da Teheran la notizia che, dopo tre giorni intensi di negoziati a Ginevra, l’Iran e le potenze occidentali avrebbero trovato un’accordo sullo spinoso dossier nucleare. Venerdì sera il viceministro iraniano Abbas Araqchi, secondo quanto ha riferito l’agenzia stampaMehr, ha soffiato sul fuoco della speranza di un’intesa dopo che a innescare le aspettative erano stati poco prima gli Stati Uniti annunciando che il segretario di Stato John Kerry era in partenza per Ginevra. Secondo quanto poi aveva riferito laPress Tv, sulla base di fonti negoziali, la questione si sarebbe sbloccata quando i delegati del 5+1 avrebbero accettato di riconoscere il diritto di Teheran ad arricchire in proprio l’uranio. (...) 

LA CAUTELA USA - Un tam-tam di voci seguite anche alle dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Kavad Zarif che, ancora prima da Ginevra, aveva parlato di progressi «del 90 per cento», anche se restano da risolvere «una o due questioni». Dal Dipartimento di Stato Usa comunque resta un filo di cautela sulla questione: «Il segretario si recherà a Ginevra con l’obiettivo di continuare a dare una mano per far ridurre le divergenze, e progredire sempre di più verso un accordo», ha spiegato il portavoce Jen Psaki spiegando che Kerry si sarebbe consultato con l’alto rappresentante dell’Unione Europea, Catherine Ashton, e con la delegazione di negoziatori sul posto e che comunque la sua partenza in ogni caso «non costituisce una previsione sull’esito» dei negoziati. Venerdì a Ginevra era arrivato anche il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov.(...)

giovedì 21 novembre 2013

Iran: Trattativa Continua?

Il testo dell’intesa

Il testo di partenza, secondo fonti di più Paesi coinvolti nella sua redazione, prevede un «accordo in due fasi» con un «quadro interinale» destinato a essere sostituito da una «"intesa generale» entro sei mesi. Gli elementi del «quadro interinale» - Interim Framework Agreement - sono tre. Primo: l’Iran congela la produzione di uranio arricchito al 20 per cento. Secondo: l’Iran non attiva nuove centrifughe per arricchire l’uranio al 3,5 per cento. Terzo: l’Iran accetta un più rigido sistema di ispezioni internazionali nei propri siti nucleari. In cambio l’Iran ottiene una riduzione delle sanzioni su esportazione di greggio e di commercio in petrolchimici, auto, oro e componenti di aerei per un valore stimato di almeno 20 miliardi di dollari.

I nodi da sciogliere

La seduta plenaria a Ginevra fra i rappresentanti dei 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna più Germania) e l’Iran viene aggiornata dopo appena 10 minuti lasciando spazio ai bilaterali per tentare di sciogliere numerosi nodi. Anzitutto il diritto di arricchire uranio che l’Iran rivendica e Washington non vuole riconoscere perché la formula di compromesso proposta da Teheran - «abbiamo il diritto ma gli altri possono non riconoscerlo» - solleva obiezioni. Collegato a tale «diritto» c’è la questione delle centrifughe di ultima generazione IR-2m che Teheran possiede, non ha ancora attivato e non si trova obbligata dalla bozza a consegnare o distruggere. Poiché, secondo il rapporto dell’Agenzia atomica dell’Onu (Aiea) del 14 novembre, l’Iran possiede 196 kg di uranio arricchito al 20 per cento - 10 in più di agosto - e per confezionare un’atomica ne servono 220-250 kg il traguardo potrebbe essere superato con poche settimane di attività delle nuove centrifughe.


Leggi anche il dossier dell'ISPI

martedì 19 novembre 2013

L’Onu copre la campagna di Assad per fare “arrendere i civili” (da ilFoglio)

Il sito del mensile americano Foreign Policy accusa le Nazioni Unite di essere complici del governo del presidente Bashar el Assad, che blocca sistematicamente ogni assistenza umanitaria ai civili siriani. In particolare l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) nasconde al pubblico notizie essenziali sulle operazioni di Assad contro la sua popolazione. L’ufficio di New York teme che se divulgasse i dettagli la pressione internazionale contro Damasco aumenterebbe enormemente e preferisce salvare un po’ di credito per negoziare con gli assadisti un ultimo, risicato margine di accesso degli aiuti umanitari al paese.(...) Secondo un articolo recente dell’inviato del Wall Street Journal a Damasco, Sam Dagher, l’esercito siriano usa una “strategia della fame” per piegare la resistenza di alcune zone densamente popolate da civili che restano fuori dal controllo del governo e appoggiano l’insurrezione armata. Gli ufficiali siriani riassumono esplicitamente così: “Li affamiamo finché non si arrendono”. Tra le aree assediate dall’esercito c’è anche l’immensa periferia agricola della capitale, chiamata Ghouta, che ad agosto è stata colpita da un attacco con armi chimiche che ha fatto più di mille morti e dove ora in molti settori il cibo non è fatto passare. Il quartiere dove la situazione è peggiore è Moadamiyeh, dove i rifornimenti e i medicinali non arrivano da mesi. I civili rimasti sono arrivati a mangiare gli animali domestici e l’erba, ci sono casi di morte per malnutrizione e i soldati siriani hanno chiuso un tratto di autostrada che scavalca la zona perché alcuni abitanti caritatevoli di Damasco lanciavano sacchetti di cibo dai finestrini nella certezza che sarebbero stati raccolti dagli abitanti allo stremo. La corrispondenza di Dagher è stata poi confermata da numerosi pezzi giornalistici, che però non hanno fatto rumore, come se la Siria avesse ormai abituato al peggio.(...)

lunedì 11 novembre 2013

Nassiriya 10 Anni Dopo

Alcuni link per ricordare la strage di Nassiriya, del 12 novembre 2003.
Dieci anni da una strage che ci fece comprendere la durezza di quella guerra e della guerra in genere, e che toccò in maniera indelebile tutti gli italiani, unendo la nazione indipendentemente dal consenso all'intervento militare in Iraq. 

FMM


(...) L'attentato provoca 28 morti, 19 italiani e 9 iracheni. Gli italiani sono:
  • i carabinieri
    • Massimiliano Bruno, maresciallo aiutante, Medaglia d'Oro di Benemerito della cultura e dell'arte
    • Giovanni Cavallaro, sottotenente
    • Giuseppe Coletta, brigadiere
    • Andrea Filippa, appuntato
    • Enzo Fregosi, maresciallo luogotenente
    • Daniele Ghione, maresciallo capo
    • Horacio Majorana, appuntato
    • Ivan Ghitti, brigadiere
    • Domenico Intravaia, vice brigadiere
    • Filippo Merlino, sottotenente
    • Alfio Ragazzi, maresciallo aiutante, Medaglia d'Oro di Benemerito della cultura e dell'arte
    • Alfonso Trincone, Maresciallo aiutante
  • i militari dell'esercito
    • Massimo Ficuciello, capitano
    • Silvio Olla, maresciallo capo
    • Alessandro Carrisi, primo caporal maggiore
    • Emanuele Ferraro, caporal maggiore capo scelto
    • Pietro Petrucci, caporal maggiore
  • i civili
    • Marco Beci, cooperatore internazionale
    • Stefano Rolla, regista (...)







Il Ministero della Difesa, in occasione del 10° anniversario della strage di Nassiriya avvenuta il 12 novembre 2003, celebra la “Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace”.
Nell’ambito delle commemorazioni, sarà consegnata ai familiari delle vittime della strage di Nassiriya -nella quale persero la vita 19 persone: 12 Carabinieri, 5 militari dell’Esercito, un regista e un responsabile della cooperazione del Ministero degli Affari Esteri - la “Medaglia della Riconoscenza”(...)



Il ministero della Difesa ricorderà martedì il decimo anniversario della strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, con la "Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace". (...) in particolare, sarà consegnata ai familiari delle vittime della strage - nella quale persero la vita 19 persone: 12 carabinieri, 5 militari dell'Esercito e 2 giornalisti - la "Medaglia della Riconoscenza".



(...) Il 16 ottobre 2003, il Consiglio di Sicurezza approvava all'unanimità la risoluzione (1511 sull'Iraq del 16 ottobre 2003) che gettava le basi per una partecipazione internazionale e delle Nazioni Unite alla ricostruzione politica ed economica dell'Iraq e al mantenimento della sicurezza.
Tale risoluzione, adottata ai sensi del capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite, si concentrava su tre aree principali: la leadership irachena e il passaggio dei poteri dall'Autorità Provvisoria della Coalizione al popolo iracheno; il mantenimento di condizioni di sicurezza a opera di una forza multinazionale sotto comando unificato; la partecipazione internazionale e delle Nazioni Unite al finanziamento dei progetti di ricostruzione e di ripresa.
Essa contemplava tra l'altro che "il conseguimento della sicurezza e della stabilità è fondamentale per riuscire a portare a termine con successo il processo politico" e per far si che le Nazioni Unite lavorassero nel Paese, la risoluzione autorizzava una "forza multinazionale sotto comando unificato a prendere tutti i provvedimenti necessari per contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Iraq".
La risoluzione disponeva, altresì, che l'Autorità Provvisoria della Coalizione "restituisca, prima possibile, le responsabilità e l'autorità di Governo alla popolazione dell'Iraq" e chiedeva all'Autorità, al Consiglio di Governo iracheno e al Segretario Generale delle Nazioni Unite di tenere informato il Consiglio di Sicurezza sui progressi compiuti.(...)

sabato 19 ottobre 2013

I Rischi del Rifiuto dell'Arabia Saudita

L'Arabia Saudita rinuncia al seggio nel Consiglio di Sicurezza. La notizia è al tempo stesso interessante ed inquietante. Perché in questi anni l'ONU di fatto è stata superata su molti dossier (vedi la guerra contro l'Iraq di George Bush junior), ma in qualche modo la comunità internazionale tentava di tornare in quel luogo di discussione, per quanto debole e bistrattato. 

Insomma, una delegittimazione de facto, che però tentava sempre di salvare le apparenze, salvare il fatto che l'ONU dovesse rimanere - alla fine dei giochi, magari, ma comunque in qualche modo presente - il luogo deputato in cui discutere le cose del mondo, almeno le principali. In questo senso il rifiuto di Riyad rischia di essere un precedente pericoloso, scivoloso. Utilizzabile anche da altri stati. 

Il rischio è a due facce, pero; perché vale anche per l'Arabia Saudita che potrebbe - se non gioca bene questa carta, anche mediatica - mettersi in un angolo: acquisire visibilità per poco, ma poi non avere forza politica (che è cosa diversa dalla forza economica, che c'è, e con la quale Riyad sta giocando pesantemente per esempio sulla piazza egiziana) per far fruttare questa posizione. In ogni caso, un problema del quale il mondo - e gli Stati Uniti, il cui operato è sempre più discutibile, da questo punto di vista - deve occuparsi.

FMM

Mentre la prima positiva tornata di colloqui sul nucleare iraniano comincia a far credere all’occidente che un accordo con Teheran sia davvero possibile, Riad sbatte la porta in faccia all’Onu rinunciando al seggio appena ottenuto al Consiglio di Sicurezza in polemica con la politica internazionale sulla Siria a suo dire fallimentare. 

Il regno saudita non ha mai fatto mistero di aver mal digerito l’intesa tra Mosca e Washinton sulla distruzione delle armi chimiche di Assad, convinto che si tratti di un escamotage russo per regalare tempo al regime contro cui si battono i ribelli armati in gran parte proprio da Riad. Il nuovo corso inaugurato dal neoeletto presidente Rohani poi, ha moltiplicato i motivi di apprensione allineando sempre più la posizione di re Abdullah a quella israeliana, una comunanza d’interessi e strategie che si estende dall’Egitto (entrambi i paesi guardano con favore al golpe militare che ha deposto Morsi), a Gaza (dove Hamas non è benvisto da nessuno dei due), fino ovviamente all’Iran, di cui l’Arabia Saudita teme le mire espansionistiche nella regione almeno quanto Israele contrasta le ambizioni nucleari. 

Adesso, a sorpresa, il gran rifiuto.(...)

mercoledì 28 agosto 2013

L’attacco alla Siria sarà uno strike di punizione oppure “Kill Assad”? (ilFoglio.it)

(...) Ieri però il Wall Street Journal già spiegava in un editoriale ambizioso che l’obiettivo dell’intervento dovrebbe essere il regime change a Damasco e che: “The problem is Assad”. “Lanciare un po’ di missili cruise da distanza di sicurezza sarebbe la risposta peggiore”, scrive il Wsj, gettando le fondamenta teoriche di ogni possibile piano per uccidere il presidente siriano. Questa opzione “Kill Assad” richiede come detto un accordo politico sottobanco con l’establishment governativo siriano (che in passato qualche frattura l’ha mostrata) e anche un secondo accordo con l’opposizione non jihadista, perché accetti una riconciliazione. Vasto programma, come si vede. Sembra un’acrobazia diplomatica a bassa probabilità di riuscita.(...) 
Chris Harmer è l’autore di uno studio ampiamente circolato (ne ha parlato anche il Foglio, venerdì scorso in prima pagina) sulla fattibilità di uno strike con soli missili contro la Siria. Harmer è un analista navale specializzato nel targeting, nell’acquisizione di bersagli, e sostiene che è possibile paralizzare l’aviazione siriana con un numero limitato di strike, senza rischi e dal costo limitato. Però mette in guardia in un secondo studio pubblicato dal sito Understandingwar: se prima non c’è una definizione strategica di cosa si vuole ottenere da una guerra, allora intervenire è inutile, forse è peggio. “Le azioni tattiche in assenza di obiettivi strategici di solito sono senza senso e spesso controproducenti”, scrive. “Concetti come gli ‘strike punitivi’ per fare deterrenza contro l’uso di armi chimiche non si possono tradurre in una scelta di bersagli. Intraprendere un’azione militare per provare che l’America non starà a guardare non è una strategia. Non è nemmeno un buon criterio per la pianificazione di un’operazione, perché non offre ai militari un traguardo che possono raggiungere” (...)

Siria: Ancora Una Guerra Senza Politica?

Provo a dire alcune cose sulla situazione siriana, di seguito potete leggere articoli e commenti per poter approfondire. 

1. Da quel che si legge, le informazioni sul presunto utilizzo di armi chimiche sono tutt'altro che certe. Perché Assad avrebbe colpito in modo così plateale quasi a voler provocare gli USA? Oltre al dubbio razionale sui moventi (vd. in senso diverso l'articolo di Anna Momigliano su Panorama), vi sono in realtà dubbi anche sulle immagini che sono state fatte girare dai media (si veda un altro degli articoli proposti di seguito, tratto da il Giornale).

2. Torna dunque prepotente - come per la Libia - il tema della gestione delle informazioni, della verificabilità delle stesse; dell'inevitabile "torsione politica" che si insinua anche nella notizia più limpida, da un certo punto di vista.

3. E dunque, torna di nuovo la riflessione sulla capacità della politica di "fare filtro" rispetto alle spinte mediatiche, che troppo spesso assumono la forma di "emozioni guidate"; di fronte ad esse il decisore politico dovrebbe porsi "in contrasto" o almeno con la capacità di declinarle e governarle. Capacità che sembra totalmente scomparsa; siamo passati da una politica che pretendeva di guidare il mondo - sbagliando per eccesso di "dirigismo" - a una politica schiava delle pulsioni dell'immediato. Che sempre pulsioni sono, anche laddove si presentino sotto forma di una normatività che si pretende etica.

4. Cosa succederà "dopo"? Questa la domanda che bisogna porsi, rispetto a un possibile intervento in campo siriano. Si vuole arrivare a deporre Assad? E chi trionferebbe? Milizie qaediste, forse. Un rischio che dobbiamo avere ben presente. E che probabilmente trattiene ancora la decisione finale.

5. Altro fattore negativo, che sembra farsi presente anche in questo intervento: la semplificazione della guerra in dinamica tecnologica. In questo momento - tra le altre cose - si ipotizzano attacchi aerei per tre giorni; pare valere ancora l'idea che la guerra "dall'alto" sia meglio gestibile, come se ciò non comportasse rischi tangibili, come se le dinamiche politiche potessero essere "sterilizzate" attraverso la superiorità teconologica. Una rischiosa illusione.

Provo a concludere: per combattere bene una guerra, bisogna saper costruire "attorno" una politica, che è  - anche, per certi aspetti molto banalmente  - la capacità di tenere assieme mezzi e fini. 

Laddove ci fosse capacità di rapportare i mezzi scelti a fini coerenti e realmente gestibili, sarebbe paradossalmente poco importante istruire indagini su presunte armi chimiche. 

Si faccia la guerra, dunque, se si è capaci di costruire un nuovo ordine. Ma se non lo si è - e in questo momento nessuno ne è capace - allora è il caso di riflettere molto attentamente, e - forse - attendere.

Francesco Maria Mariotti


È un limite, certo. Ma al tempo stesso è il segnale - e l'auspicio - che si tratti di un intervento limitato, nei numeri e nello spazio temporale. Obama non vuole altri impegni bellici a lunga scadenza, che dissanguino uomini ed economia. Era restio ad agire in Libia, figuriamoci che effetto gli fa un ginepraio qual è la Siria. Per questo ha dato spazio a forze speciali e droni. Ora spera di «punire» Assad senza rimanere intrappolato in uno scacchiere che sinora gli ha procurato solo guai. Ha provato a tenersi lontano dal Medio Oriente, ma le questioni regionali hanno finito per risucchiarlo. E poi, facendo l'errore di invocare le famose linee rosse sull'uso delle armi chimiche, si è spinto nell'angolo da solo. Una volta che hai tracciato il limite invalicabile, non puoi far finta che non esista. Al Congresso, dove pure ci sono degli interventisti, aspettano spiegazioni dal presidente. Le hanno sollecitate.

Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, dice che chi sostiene di avere prove certe sull’attacco con armi chimiche di mercoledì scorso alla periferia di Damasco dovrebbe condividerle, perché il fatto è troppo importante e ne derivano conseguenze enormi (l’intervento armato internazionale, che sembra imminente). Chiediamo al ministro: “Si riferisce a Israele? Secondo la stampa tedesca, gli israeliani avrebbero intercettato le comunicazioni dell’esercito siriano durante l’attacco e il loro ministro dell’Intelligence, Yuval Steinitz, sostiene che è ‘chiaro come il cristallo’ che la responsabilità è del governo siriano. Deve condividere?”. Bonino, annuisce, “dico a chiunque abbia informazioni che provano con certezza cosa è successo. Non dico che dovrebbero essere portate a me, o a Roma, ma esistono organi internazionali come il Consiglio di sicurezza. I francesi lo hanno già fatto, hanno portato tutto il loro dossier sugli attacchi chimici di marzo alle Nazioni Unite. Quello che io mi auguro davvero, proprio per evitare che ciascuno tiri dalla sua parte, e tutti hanno una parte… Vorrei che queste dichiarazioni, tra l’altro spesso così perentorie, trovassero un luogo di esame, dove possono essere depositate e condivise 
Il giornalista Phil Sands aggiunge: le unità siriane che hanno bombardato con i razzi chimici non sapevano quello che stavano facendo. Sands è il corrispondente da Damasco del giornale The National (Emirati Arabi Uniti), ha lasciato la capitale a marzo dopo cinque anni. Scrive che secondo le sue fonti gli ufficiali militari siriani coinvolti nell’attacco chimico ora stanno tentando di prendere le distanze e insistono di non avere saputo che i razzi contenessero sostanze tossiche. “Gente vicina al regime ci ha detto che i missili gli sono stati consegnati poche ore prima dell’attacco”, dice una fonte a Damasco. “Non arrivavano dall’esercito ma dall’intelligence dell’aviazione militare, per ordine di Hafez Makhlouf. Gli ufficiali dicono che non sapevano ci fossero armi chimiche. Anche qualcuno tra quelli che li hanno trasportati dice che non aveva idea di cosa ci fosse – pensava fossero armi convenzionali”.

Tel Aviv. Le chiamate al 171, centralino del servizio postale israeliano che distribuisce alla popolazione le maschere anti-gas, sono triplicate nelle scorse ore, assieme al numero di cittadini che si è presentato ai centri di distribuzione in tutto il paese. Si intensificano infatti in questi giorni gli indizi di una possibile operazione militare americana contro la Siria, dopo i presunti attacchi chimici che mercoledì avrebbero ucciso nei sobborghi di Damasco centinaia di persone. Per molti israeliani, il timore è quello che un attacco militare degli Stati Uniti e dei loro alleati possa rendere Israele, vicino della Siria e del Libano con i quali è formalmente in guerra, il più ovvio obiettivo di una rappresaglia armata. Le parole di alcuni funzionari siriani sarebbero una non troppo velata minaccia alla sicurezza nazionale, scrive il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, riportando una frase del ministro dell’Informazione di Damasco: “Un attacco americano infiammerebbe tutto il medio oriente”. Minacce esplicite sono venute da Khalaf Muftah, ex aiutante del ministro, oggi funzionario del partito Baath. In caso di attacco “Israele finirà nel mirino”, ha detto ieri in un’intervista radio. “Abbiamo armi strategiche e siamo capaci di rispondere”.

Eppure questa volta, forse, chi vede il regime siriano prossimo alla fine potrebbe non sbagliarsi. Perché ieri il segretario di Stato americano John Kerry ha pronunciato un discorso durissimo, che lascia intendere che Obama, a breve, potrebbe fare quello che, beh, per mesi ha fatto di tutto per evitare: attaccare la Siria. “C’è una ragione, se il mondo ha messo al bando, completamente, l’utilizzo di armi chimiche”, e “c’è una ragione se il presidente Obama ha chiarito, davanti al regime di Assad, che questa norma internazionale non può essere violata senza conseguenze”, ha detto Kerry (...) Cosa succede in Siria? (Anna Momigliano su Rivista Studio)
Gli scettici fanno notare che qualcosa, dal punto di vista meramente razionale, non quadra: «Per quale ragione Assad avrebbe dovuto usare le armi chimiche, sapendo da tempo che Obama non le avrebbe tollerate?», ha scritto per esempio Marcello Foa del Giornale. «È come se un conducente lanciasse l’auto a 200 km all'ora in una zona in cui il limite è 80, pur essendo stato informato della presenza di un autovelox e, dietro l’angolo, di un posto di blocco. Non ha senso».
Eppure, dal punto di vista del regime siriano, un senso l'utilizzo del gas nervino potrebbe avercelo. Le spiegazioni sono due. Forse Assad ha commesso un errore di valutazione, convinto che Obama non avrebbe preso provvedimenti concreti. Oppure ha voluto provocare gli Usa. Una cosa che, per quanto strano possa sembrare, rientra nel modo di pensare di Assad. Che, come riferiscono suoi ex collaboratori passati dalla parte dell'opposizione, è convinto che la sua forza consista proprio nella sua capacità di essere sopravvissuto, in più occasioni, agli attacchi dell'Occidente. Dottor Bashar, Mister Assad (A.Momigliano su Panorama)
Le immagini di Ghouta, la località dove il governo avrebbe usato i gas sono devastanti dal punto di vista emozionale, ma assai ambigue dal punto di vista documentale. La contraddizione più evidente è la mancanza di protezioni da parte dei presunti sanitari arrivati a soccorrere le vittime. L'altra è la sistematica plateale teatralità con cui i bambini deceduti vengono allineati davanti agli obbiettivi. Ad Halabja nel marzo 1988 i gas di Saddam non fecero distinzione tra vittime e soccorritori e sterminarono chiunque non si fosse allontanato. A Ghouta nessuno fugge, non c'è un clima di panico e gli ospedali continuano a funzionare. Siria ed Egitto come la Libia: islamisti campioni di inganni (ilGiornale.it)
A una settimana dal presunto attacco con armi chimiche che il 21 agosto avrebbe fatto centinaia di vittime alla periferia di Damasco, gli Stati Uniti e i paesi europei sembrano pronti alla rappresaglia contro il governo siriano. Ma qualsiasi intervento andrà calcolato attentamente, scrive la stampa europea.

domenica 25 agosto 2013

Siria: Si Avvicina l'Intervento?

(...) I russi sanno cosa vogliono a Damasco, una transizione controllata, non gli americani che pure condividono in parte le preoccupazioni Mosca. Al Congresso, pochi giorni fa, il capo di stato maggiore americano Martin Dempsey è stato esplicito: «Nessuno nel fronte dei ribelli è in grado di garantire i nostri interessi. Qui non ci sono moderati che possono prendere il potere». È un dato di fatto: il Free Syrian Army sponsorizzato dai turchi è un ombrello di formazioni variegate e litigiose mentre imperversano i gruppi jihadisti di al-Qaida e di Jabat al Nusra. Se sarà guerra sarà una guerra al buio, ha spiegato il comandante in capo Dempsey, veterano del Golfo e dell'Iraq. «Un intervento Usa - ha detto - non risolverebbe i problemi religiosi, tribali e settari della Siria». E neppure quelli del Medio Oriente intorno. Forse la Siria merita qualche cosa di meglio di uno sparo nel buio. 
di Alberto Negri - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/Ged9G

(...) La rapidità con la quale stanno riunendosi gli organismi consultivi per discutere di opzioni militari lascia intendere che qualcosa sta davvero muovendosi sul piano militare. Nei giorni scorsi soni entrati in azione nel sud i primi reparti di ribelli dell'Esercito Siriano Libero addestrati e armati in territorio giordano dai consiglieri militari statunitensi come ha raccontato Le Figaro. "Un primo gruppo di 300 uomini, senza dubbio sostenuto da israeliani e giordani così come da uomini della Cia, avrebbe attraversato la frontiera il 17 agosto e un secondo gruppo li avrebbe raggiunti due giorni dopo"– scrive il quotidiano francese. Se Washington ha deciso di intervenire con le armi le opzioni disponibili sono almeno cinque. (...)
di Gianandrea Gaiani - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/qdmBC

sabato 24 agosto 2013

I dilemmi di un intervento (da laStampa.it)

Consiglio caldamente l'articolo di oggi di Roberto Toscano, a mio modesto avviso molto condivisibile, sui dilemmi relativi a un eventuale intervento in Siria. 

Toscano fa riferimento anche alle questioni analoghe che sono sorte nel caso della Libia. Sappiamo come è andata. 

Su queste problematiche mi permetto di riproporre una mia riflessione che partiva appunto dall'ipotesi di intervento in Libia, e un'altra breve riflessione sulla Siria.

FMM

In Siria, la cosiddetta «comunità internazionale» (a ben vedere, si tratta piuttosto di Usa e Ue) è forse alle soglie di un intervento militare, ma mai come in questo caso risulta evidente tutta la riluttanza dei Paesi che dovrebbero impegnare uomini e risorse imbarcandosi in un’impresa militare dalle problematiche motivazioni e soprattutto dalle imprevedibili conseguenze. 
Lo strazio del popolo siriano viene ormai da lontano, e le perdite umane hanno superato la quota centomila, senza contare i milioni di profughi nei Paesi limitrofi. Perché non si è fatto nulla finora, e perché invece una decisione di agire potrebbe essere presa nei prossimi giorni?  

La questione fondamentale si riferisce all’uso delle armi chimiche, che già un anno fa era stato definito dal presidente Obama come una «linea rossa» il cui attraversamento avrebbe imposto una reazione di tipo militare. Le foto pubblicate negli ultimi giorni non lasciano dubbi sulla quantità di vittime (per maggiore strazio, anche tanti bambini) i cui corpi sono apparentemente intatti, rafforzando il sospetto che siano morti come effetto dell’impiego di armi chimiche. Il regime siriano, di cui è ben noto il possesso di grandi depositi di questo tipo di armi e che sarebbe difficile sospettare di scrupoli morali, nega di essere responsabile, e ritorce l’accusa sui ribelli. Ma l’accusa è resa poco credibile dal fatto che le forze anti-Assad non dispongono né di aerei né di missili, mentre le armi chimiche non si possono impiegare senza questi vettori. Per quanto riguarda il principale sospetto, d’altra parte, sorge un dubbio di natura politica: possibile che, sapendo che proprio l’impiego delle armi chimiche è stato individuato come possibile giustificazione di un intervento, il governo di Assad (che fra l’altro ultimamente non sta perdendo terreno militarmente, ma anzi appare in vantaggio rispetto ai ribelli) abbia deciso di correre il rischio di impiegare contro civili armi chimiche, fra l’altro a poca distanza dalla capitale, e anzi a pochi chilometri da dove alloggiano gli ispettori inviati dalle Nazioni Unite per indagare sulla denuncia di precedenti episodi di utilizzo di armi chimiche? 

Si impone quindi un immediato chiarimento, senza aspettare i tempi lunghi che caratterizzano la burocrazia Onu, e soprattutto senza tergiversazioni da parte del governo siriano. L’intervento di Mosca, che ha esortato il suo alleato siriano a collaborare immediatamente con l’indagine, rivela tutta la drammatica urgenza della situazione. 
Obama vede che ci si sta avvicinando alla sua «linea rossa», eppure ieri mattina, in una sua intervista alla Cnn, non ha fatto mistero delle sue esitazioni, quando ha detto che bisogna stare molto attenti a non buttarsi a capofitto in situazioni difficili impegnandosi in «interventi costosi» che potrebbero «aggravare nella regione i risentimenti nei nostri confronti». (...)

Certo, è moralmente comprensibile, di fronte agli orrori della guerra in Siria, esclamare «bisogna fare qualcosa!», ma come si fa a dire che sia ingiustificato, e sintomo di scarsa capacità politica se non addirittura di carenza di sensibilità morale, chiedersi, come fa Obama, come intervenire, con quali prospettive, con quali conseguenze? 
Mai come di fronte al caso siriano è diventato importante distinguere etica della convinzione da etica della responsabilità. Seguendo l’imperativo categorico della prima, mettiamo certo a tacere la nostra coscienza, ma in fin dei conti ci laviamo le mani dalle conseguenze della nostra azione. I romani dicevanofiat justitia, pereat mundus: va fatta giustizia, anche se il mondo dovesse perire.  (...)

Sempre nel caso libico, poi, sono emerse tutte le contraddizioni dell’applicazione concreta del principio dell’«intervento umanitario». Un intervento che è moralmente inattaccabile ed anche legalmente sostenibile – esistono precise norme internazionali contro il genocidio – laddove si verifica per proteggere civili innocenti dalle stragi di un potere assassino (come sarebbe dovuto accadere nel 1994 nel caso del Rwanda, quando quasi un milione di persone sono state sterminate senza che si ritenesse necessario intervenire), ma che certo cambia di segno quando si verifica in sostegno ad una delle parti che si confrontano in una guerra civile. In Siria non si è intervenuti all’inizio, quando Assad represse con la violenza pacifiche manifestazioni di protesta, e si dovrebbe intervenire oggi, quando nel corso di uno scontro militare vengono messi in atto (dalle due parti, anche se con ogni evidenza principalmente da chi ha strutture militari organizzate) crimini di guerra e crimini contro l’umanità.  

Sconfiggere il dittatore – fino a ieri, va detto, cordiale interlocutore dei Paesi che oggi dovrebbero contribuire a rovesciarlo militarmente – ma per sostituire il suo regime con chi e con quali forze politiche? Passare, come nell’Iraq del dopo-Saddam, da una dittatura laica ad un feroce scontro settario? Come sempre accade quando le sorti di un Paese si decidono con lo scontro militare, nello schieramento anti-Assad stanno prevalendo quelli che combattono meglio, non quelli che darebbero più garanzie per una futura Siria di pace, rispetto dei diritti umani e convivenza fra comunità: i salafiti, e un gruppo, Al Nusra, apertamente schierato con Al Qaeda. E’ concepibile che gli aerei della Nato possano fare da sostegno aereo a combattenti di Al Qaeda? 
E infine, come facciamo a non chiederci quali prospettive si aprirebbero nell’intera regione se si verificasse un intervento militare occidentale?  

E allora, andiamoci piano a criticare Obama, e in particolare ad ironizzare sul suo richiamo alla necessità di un’azione della comunità internazionale condotta sul piano politico-diplomatico e non militare. 
Il punto di partenza è che né Assad né i ribelli possono pensare di prevalere sul terreno militare, e di conseguenza la prosecuzione dello scontro militare può soltanto portare alla devastazione del Paese.  
Si devono coinvolgere nella soluzione gli Stati che appoggiano materialmente, e non solo politicamente, le due parti in lotta: da una parte Russia e Iran, e dall’altra Arabia Saudita, Turchia, Qatar. Solo loro, e non certo un’America e un’Europa prive di strumenti reali, potranno convincere le parti dell’inevitabile rinuncia al loro obiettivo massimo di eliminazione totale dell’avversario e accettare un compromesso, che dovrà probabilmente comportare, fra l’altro, l’uscita di scena di Assad ma non dell’attuale regime, e garanzie alle minoranze (alawiti, cristiani) che temono il prevalere delle tendenze sunnite più radicali. 
Un cammino difficile, ma certo meno disastroso e in fondo più realista di quello di un’internazionalizzazione, con un intervento americano ed europeo, dello scontro militare.