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venerdì 27 dicembre 2013

Siria: Belgio, fino a 5.000 europei combattono per Al Qaeda

(AGI) - Bruxelles, 27 dic. - La rete terroristica di Al Qaeda ha inviato in Siria tra i 4.000 e i 5.000 combattenti europei, con passaporto di Paesi dell'area Schengen. E' quanto rivelano fonti dell'intelligence belga citate dal quotidiano francofono Le Soir. (..)

sabato 7 dicembre 2013

Rischio Libia

Libia/Nella piu' assoluta indifferenza continuano in Libia agguati e attentati. Particolarmente difficile la situazione a Bengasi dove si verificano omicidi quotidiani, spesso i target sono ufficiali e militari. Giovedi' e' stato invece assassinato un giovane professore americano che insegnava chimica nella scuola internazionale. 

Lo hanno freddato mentre faceva jogging. Forse una vendetta per la cattura da parte degli Usa dell'esponente integralista Al Libi. Pochi giorni fa il "portavoce" (un americano convertito) di Al Qaeda aveva invitato sul web a colpire i cittadini Usa.




(...) mentre faceva jogging da solo, è stato ucciso Ronnie Smith, un professore statunitense di chimica che insegnava nella International School di Bengasi, città da cui partì la rivolta anti-Gheddafi del 2011 ma che oggi è diventata il simbolo dell'instabilità del paese.

Smith era uno dei pochissimi stranieri che sono ancora rimasti a Bengasi e in tutta la Cirenaica: dopo la morte dell'ambasciatore Stevens, la presenza occidentale a Bengasi è stata ridotta al minimo, anche il console italiano Guido De Sanctis venne fatto partire dopo un attentato contro la sua auto blindata.  L'ultimo a partire il console malese, richiamato alla Valletta dopo che perfino a lui, considerato da tutti "un libico" erano arrivate minacce di morte.

Originario del Texas, 33 anni, sposato e con un figlio piccolo, Smith era arrivato a Bengasi alla fine del 2012, per insegnare chimica alla Scuola internazionale. Su Internet, nelle loro bacheche, i ragazzi della scuola lo ricordano come un uomo generoso, che aveva offerto tutto se stesso alla causa del popolo, dei giovani libici.

Ma Bengasi ormai è una città in cui la sicurezza è sfuggita di mano a tutti perché nessuno controlla il potere e le forze di polizia. Solo oggi sono stati assassinati 3 militari, ieri altri 2, nella notte un terzo è sfuggito a un attentato. (...)




(ANSA) - TRIPOLI, 4 DIC - L'assemblea nazionale libica ha votato per far diventare la legge islamica (sharia) la base di tutte le leggi e delle istituzioni statali del Paese, con una decisione che potrà avere un impatto fra l'altro sulla normativa finanziaria. (...)

lunedì 25 novembre 2013

Siria - Quali Vie di Uscita?

(...) Il pessimo stato in cui versa è l’effetto diretto delle spaccature fra quelli che sono (o che erano) i suoi principali sponsor regionali e internazionali. Turchia e Qatar, un tempo i due supporter più importanti dell’Esercito Libero e della Coalizione nazionale siriana, oggi sembrano aver deciso di rivedere completamente il proprio impegno “in prima linea”. Da una parte Ankara sta cominciando ad ammettere gli errori di calcolo commessi quando due anni e mezzo fa quando decise di puntare tutto su una rapida caduta di Assad; recrudescenza degli attacchi curdi, centinaia di migliaia di rifugiati nell’est del paese, continui incidenti di confine e, soprattutto, l’inaspettata tenacia del regime di Damasco hanno costretto Erdogan a rivalutare la propria politica siriana e ad adottare un più basso profilo. Dall’altra il Qatar si sta ancora leccando le ferite dopo il clamoroso scacco subito con la caduta di Morsi in Egitto che ha frantumato l’ambizioso disegno qatarino di divenire una potenza regionale di primo piano spodestando gli alleati-rivali sauditi attraverso il sostegno alla Fratellanza musulmana internazionale.

Oggi il nuovo “padrino” dell’opposizione siriana è l’Arabia Saudita (seguita silenziosamente dagli Emirati Arabi Uniti), che dopo il golpe in Egitto ha frettolosa-mente giocato il proprio “asso piglia tutto” diventando il primo sponsor del nuovo regime militare al Cairo e spodestando gli uomini del Qatar dai posti chiave dell’Esercito Libero e della Coalizione nazionale siriana. Lo scopo che guida la mano di Riyadh in Siria è ovviamente in primo luogo la volontà di sottrarre allo storico nemico, l’Iran, il suo alleato chiave nel mondo arabo. Ma non solo. Col tempo e con il crescere delle milizie legate ad al-Qaeda sul territorio siriano è diventato di primaria importanza per i sauditi anche arginare il fenomeno qaedista. Dopo il grave scorno subito dal mancato attacco statunitense – che ha portato a un raffreddamento probabilmente senza precedenti nei rapporti fra Riyadh e Washington – i sauditi sembrano aver deciso di far da sé, alla solita maniera: addestramento e armamento di salafiti “buoni” per contrastare i salafiti “cattivi”, con buona pace dei valori laici e di unità nazionale che guidavano i primi passi della rivoluzione siriana. La pressione saudita ha portato all’ulteriore smantellamento dell’Esercito libero siriano, che ha visto un’ulteriore scissione interna guidata dalle brigate più intrise di valori religiosi. Queste ultime, quasi un terzo del totale, sono andate a formare “l’Esercito dell’Islam”, finanziato da Riyadh con l’intenzione di creare una forza islamista in grado di contrastare le formazioni di al-Nusra e di al-Qaeda in Iraq e nel Levante, espressioni dirette della galassia jihadista internazionale in Siria.(...)


Si sarebbe tentati dal dire che è l’effetto dell’accordo del P5+1 (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu più i tedeschi) con Teheran sul nucleare, ma sarebbe troppo facile. Anche se sarebbe sbagliato non valutarlo come segno di un clima che sta cambiando. L’Onu ha annunciato che, dopo tanti rinvii, la conferenza internazionale per trovare una soluzione alla crisi siriana di terrà finalmente a Ginevra il 22 gennaio. 

Il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, mentre partecipava oggi al Media forum italo-russo insieme con la collega Emma Bonino, ha sottolineato: “La conferenza si poteva fare prima di gennaio se non ci fosse stato l’egoismo politico dell’opposizione siriana”.  

Come è noto l’opposizione è un complicato arcipelago composto da forze che si rifanno a vari sponsor come l’Arabia Saudita e la Turchia, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, e altre, molto forti sul campo, che si rifanno all’estremismo salafita vicino all’icona terroristica di Al Qaeda.  

Il grosso ostacolo finora era che nessun gruppo, neppure quelli più moderati voleva trattare con Assad. (...) 

martedì 19 novembre 2013

Le nuove violenze in Libia (da ilPost)

Un articolo de ilPost che riassume le ultime vicende libiche. L'articolo è di ieri è non è aggiornato alla notizia del rilascio del numero 2 dell'intelligence.

FMM

(...) La rivalità tra le varie milizie rispecchia gli scontri interni al traballante governo libico: i gruppi più laici fanno riferimento al ministero della Difesa, mentre i gruppi islamisti fanno capo al ministero dell’Interno. Chi comanda chi, comunque, non sempre è chiaro. Lo stesso Parlamento è diviso su linee simili, con l’Alleanza delle Forze Nazionali – coalizione elettorale che raggruppa circa 60 movimenti politici libici di ispirazione moderata e laica – che si scontra con il braccio politico del movimento islamista dei Fratelli Musulmani.

In ogni caso la manifestazione di venerdì, e il conseguente sciopero di tre giorni indetto dalla città,sono stati considerati segnali positivi da diversi commentatori ed esperti di Libia: è stata la prima occasione dalla caduta di Gheddafi in cui gli abitanti di Tripoli si sono uniti per chiedere di cacciare le milizie dai quartieri della capitale. La richiesta sembra poter dare i suoi frutti: in un comunicato congiunto diffuso domenica dal Consiglio cittadino di Misurata e dal Consiglio degli anziani, si dice che tutte le milizie armate della città che operano a Tripoli – senza alcuna eccezione – dovranno abbandonare la capitale nel giro di 72 ore.(...)

Libia - Jihadisti Fra Gli Immigrati?

(ASCA) – Bruxelles, 18 nov – “Tra i disperati non escludo che ci siano anche persone appartenenti a gruppi jihadisti”. Lo afferma il ministro degli Esteri, Emma Bonino, in conferenza stampa a Bruxelles al termine del consiglio Affari esteri. “Non parlo di minaccia terroristica, ma di minaccia alla sicurezza”, precisa. La minaccia arriva dalla Libia, paese “con elevato grado di fragilita’ e senza controllo del territorio”(...)



(ASCA) – Bruxelles, 18 nov – I servizi segreti e di sicurezza italiani “ci hanno sempre messo in guardia” sui rischi che rappresenta la Libia per il nostro paese. Lo afferma il ministro della Difesa, Mario Mauro, in conferenza stampa a Bruxelles. La situazione, spiega, non e’ delle migliori. “La Libia e’ un paese con cinque milioni di persone e 30 brigate armate l’una contro l’altra, alcune anche impegnate nei traffici”. Quella libica, riconosce, “e’ una realta’ frammentata in cui si infiltrano gruppi di diverse tendenze, ma ne abbiamo parlato con i servizi che ci hanno sempre messo in guardia”. Il problema, ammette Mauro, “e’ di complessita’ estrema”(...)


domenica 8 settembre 2013

Siria: Una Guerra Del Secolo Scorso?

I dubbi sull'eventuale intervento degli Stati Uniti in Siria aumentano di giorno in giorno, anche se non riguardano l'eventuale commercio di armi (che è da sempre un fenomeno parallelo alle guerre e non può essere di per sé motivo di un sì o un no); al tempo stesso cominciano a esserci ricostruzioni più o meno puntuali sul "piano di azione" di Obama. 

Una via - molto stretta e impervia - che sarebbe contrassegnata da due fattori: bombardamento mirato e appoggio alle fazioni "laiche" antiAssad. Il tempo che il Congresso ha dato a Obama - tre mesi - non può bastare sicuramente a "completare l'opera" (se c'è in mente un'opera qualsiasi); forse si deciderà di proseguire "sottotraccia", dopo la fase dei bombardamenti.  

Una scommessa del genere è veramente rischiosa, a partire dal fatto che la distinzione fra guerriglieri "laici" e "integralisti" può essere molto difficile a farsi nel concreto dello scenario siriano (si legga l'articolo de ilPost sotto riportato)

Ulteriore passaggio della stessa idea è che dopo il bombardamento - sempre più annunciato, sempre meno rinviabile - si riesca a costringere le parti a una trattativa; questo però io credo voglia dire qualcosa che non viene esplicitato, mi pare: 1. non indebolire troppo Assad, in modo da non rischiare la frana di tutto; e soprattutto 2. minacciare - se non addirittura colpire - anche parte degli insorti. 

Ovvero tradurre in termini militari l'ondivago - ma non irrazionale - atteggiamento che secondo alcuni analisti - Daniel Pipes, per esempio - dovrebbe contrassegnare - e forse ha contrassegnato - l'azione dei servizi statunitensi (e non solo) in Siria. Ovvero: non far prevalere nessuno dei contendenti. 

Cinico, ma potenzialmente efficace. Ma anche questo tentativo di "portare tutti al tavolo delle trattative" probabilmente è molto difficile da concretizzare. E in ogni caso, basta un niente perché il cerino dia il via ad un fuoco troppo grande , e quasi ingestibile.

Come fa rilevare Guido Olimpio sul Corriere della Sera sono gli stessi generali statunitensi a porre dubbi, a non vedere una concreta linea politica, precondizione necessaria perché la guerra, o comunque un intervento militare seppur limitato, funzioni.

Al di là di questo mio tentativo - probabilmente poco riuscito - di improvvisarmi stratega per capire come andrà a finire, mi sembra molto interessante il finale dell'articolo che Maurizio Molinari ha scritto nei giorni scorsi, segnalando l'ambiguo atteggiamento della Cina. Quasi - dice - a voler significare che il caso Siria appartiene al secolo scorso, non è rilevante per il mondo che si sta costruendo nel XXI secolo.

Già il fenomeno del terrorismo internazionale - volendo, ma è un ragionamento mio - può essere letto come il tentativo estremo di una parte del mondo di rimanere "protagonista" mentre arrivavano segnali evidenti che - per dirla con toni pseudoromantici (e insopportabili) - "la Storia si spostava ad Oriente". Una violenza che nasceva nelle terre protagoniste di una fetta importante della nostra storia energetica, per esempio; storia che andava e va molto rimodulandosi, a partire dalla ricerca di nuove fonti (di cui si è già detto).

Forse la Siria sarà una nuova conferma di questa tendenza, che comprende anche un maggiore "distacco" degli Usa dal ruolo di gendarme del mondo? O la guerra riuscirà a trattenere ancora il mondo nel "secolo breve", mettendo quindi in dicussione gli assetti che vanno a disegnarsi?

Ancora non possiamo dirlo, ma certo l'esito di questo passaggio storico non sarà irrilevente neanche per noi. Non possiamo tifare per la guerra, ma se sarà - e se sarà più lunga del previsto - potrebbero aprirsi spazi impensati di protagonismo per le società occidentali, e per l'Europa in particolare. Sarebbe il caso di prepararsi all'appuntamento, se verrà.

Francesco Maria Mariotti

Il capo di Stato maggiore Martin Dempsey, parlando nell’aprile di quest’anno davanti alla Commissione difesa del Senato, non potrebbe essere più chiaro: "Prima di agire dobbiamo prepararci a quello che viene dopo". I pianificatori temono un vuoto di potere in Siria o una vittoria di forze radicali. A metà maggio, mentre aumentano le segnalazioni sull’uso dei gas, Obama presiede una riunione. Dempsey parte all’offensiva contro Kerry chiedendogli se è consapevole dei rischi che si corrono in caso di un’iniziativa militare. Per i testimoni non se le mandano a dire. Dal Pentagono aggiungono: quelli del Dipartimento di stato hanno una "visione romantica" della ribellione mentre in Siria è in corso una guerra settaria. Riemerge il dilemma di sempre legato ad un eventuale post-Assad. Un’operazione massiccia può aprire le porte ad una vittoria qaedista, ma restare a guardare rischia ugualmente di favorire i "radicali". Rimbomba la domanda dei giorni della campagna in Libia: "Chi sono i ribelli?". Quesito che ha solo risposte incerte.

Guido Olimpio, Corriere della Sera, 8 settembre 2013

Il tassello più importante dello scenario americano sono i ribelli perché Washington ritiene che «dopo i duri colpi inferti al regime» saranno le loro unità a prendere l’iniziativa, esercitando una massiccia pressione contro un regime in affanno. Stiamo parlando delle unità dei ribelli non-jihadiste, addestrate in Turchia e Giordania da istruttori americani, francesi e britannici grazie ad armi fornite da Paesi del Golfo ed ora in arrivo dagli Usa. Alcune di queste unità potrebbero assumere il controllo di singole aree, ai confini con Giordania e Turchia, e le forze jihadiste di Jubat al-Nusra vengono considerate «non così efficienti come alcuni reputano». A dimostrarlo sarebbe il fatto che «ogni volta che si sono trovate davanti i pashmerga curdi hanno battuto in ritirata».(...)
È in una Siria con Assad indebolito e i ribelli rafforzati, che l’amministrazione si propone, a intervento finito, di rilanciare i colloqui per la «transizione», contando sul fatto che il regime non avrà più la forza per opporsi.
Ecco i piani anti-Assad del Pentagono, la Stampa 6 settembre



​Prevedere l’inutilità sostanziale dei raid progettati da Obama non comporta affatto negare la necessità di un intervento militare contro la Siria, ma rafforza la constatazione dell’assoluta mancanza da parte dell’attuale Amministrazione americana di una visione concreta degli attori della crisi siriana, peggiorata da una dottrina errata sulle dinamiche del medio oriente. Questo preclude la strada all’unico intervento militare utile e decisivo. Per punire Assad per l’uso di armi chimiche basterebbe fornire armamenti ai ribelli laici (autoblindo e armamento medio e leggero), senza alcun impiego di Forze armate occidentali. Lo scenario siriano presenta una caratteristica politico-militare unica, che non c’era in Libia, in Iraq e in Afghanistan: l’impegno a fianco dei ribelli laici di più di diecimila disertori dell’esercito di Damasco, inclusi gli ufficiali, con eccellente professionalità, ma con armamenti quasi nulli. La principale remora a questa opzione, che avrebbe potuto e dovuto essere dispiegata sin dal 2012, è nota: la presenza in Siria di consistenti nuclei di terroristi islamici. La giusta preoccupazione di non fornire armi ai qaidisti era ed è però facilmente risolvibile. Come ha dimostrato il reportage di Elizabeth O’Bagy pubblicato dal Wall Street Journal e tradotto dal Foglio il 3 settembre, sul terreno le forze dei disertori e dei ribelli nazionalisti sono ben distinte da quelle dei qaidisti, con relativi checkpoint nelle zone liberate. Ma soprattutto è diversificato il retroterra logistico degli uni e degli altri. Turchia, Giordania e Kurdistan iracheno ospitano le retrovie dei disertori e dei nazionalisti e controllano che non vi siano infiltrazioni qaidiste. Il nord del Libano, invece, dove sono impiantate consistenti forze sunnite e islamiste, sostenute da Arabia Saudita e Qatar, è il “santuario” dei qaidisti. Se Barack Obama lavorasse a una coalizione con il fidato re Abdullah II di Giordania (avversario storico degli islamisti, come dei Fratelli musulmani), con il premier turco Recep Tayipp Erdogan (meno fidato, ma pur sempre un democratico e un membro della Nato) e con Massoud Barzani, presidente del Kurdistan iracheno, unica regione democratica del mondo arabo, che sostiene i curdi siriani in armi anche contro i qaidisti, potrebbe rapidamente organizzare una catena di rifornimenti militari determinante per punire Assad per l’uso di armi chimiche e sconfiggere l’Internazionale sciita dei pasdaran iraniani e di Hezbollah.

C’è una via politico-militare seria contro Assad, ma non è quella scelta da Obama, di Carlo Panella (il Foglio, 5 settembre 2013)

Dalla Turchia arriva la notizia della defezione dal regime siriano di Ali Habib, capo di stato maggiore dal 2004 al 2009, poi ministro della Difesa fino al 2011: è il generale alawita più alto in grado ad abbandonare il presidente Assad. La defezione di Habib è interessante non soltanto perché tradisce una spaccatura all’interno dell’establishment alawita, in teoria il più leale con la famiglia Assad, ma anche perché lascia intravedere una possibile, futura mediazione tra opposizione e governo. 

La fuga del generale dev’essere stata un’operazione complessa, perché secondo fonti del Foglio era stato confinato in un piccolo appartamento della capitale senza più le sue guardie del corpo personali ed era sorvegliato dal governo, a partire dal tardo 2011. Habib aveva presentato al presidente Assad un piano per negoziare pacificamente con i manifestanti della città di Hama, che allora ospitava le proteste di piazza più grandi della Siria. Assad aveva rifiutato la proposta e aveva ordinato invece di usare la forza e di sparare. Il capo dell’intelligence siriana, Jamil Hassan, aveva visitato il generale proponendogli la creazione di un consiglio militare agli ordini dei servizi segreti e non più del ministero della Difesa, per agire con più efficacia. Habib aveva rifiutato in entrambi i casi: niente spari contro le proteste di Hama e niente subordinazione ai servizi, era stato dimesso dal posto di ministro ed era caduto in disgrazia. Proprio per questo a Damasco il suo nome circolava molto nel 2011 come possibile candidato alla guida di un governo di transizione, che sostituisse Assad e trattasse con l’opposizione, il tutto con la benedizione di Mosca. L’opposizione lo aveva persino riconosciuto come possibile interlocutore, perché non ha responsabilità nella repressione. Poi si era fermato tutto. Fino a due giorni fa.

Il generale che può fare pace in Siria, di Daniele Ranieri (il Foglio, 6 settembre 2013)                                    

Nel video Issa dice, puntando la pistola alla testa di uno dei sette prigionieri: “Per cinquant’anni sono stati complici nella corruzione. Giuriamo al Signore del Trono, questa è la nostra promessa: ci vendicheremo”. Alla fine della recitazione, il comandante e poi gli altri uomini armati sparano ai soldati prigionieri. Secondo la ricostruzione del NYTimes, Issa è animato da un odio feroce nei confronti della minoranza alawita, quella a cui appartiene Assad, e negli ultimi mesi ha gestito un campo di addestramento vicino al confine turco e si è rifornito di armi presso parenti e soci in affari. In un caso anche dal Consiglio Militare Supremo dell’Esercito Libero Siriano, sostenuto dall’Occidente: una prova, scrive Chivers, della situazione estremamente complessa e della difficoltà di fare distinzioni chiare tra i ribelli.

Un dilemma per l'Occidente (ilPost)


Nel duello di San Pietroburgo fra Putin e Obama, evidenziato da scambi di sguardi gelidi al summit e posizionamenti di navi da guerra nel Mediterraneo Orientale, ciò che colpisce è la scelta di Pechino. Xi Jinping si è schierato con Putin, ma evitando la sfida aperta a Obama. La Cina affianca il proprio veto pro-Assad all’Onu a quello di Putin ma poi Xi smorza i toni, parla con Obama di scambi commerciali, investimenti hi-tech e lotta ai cambiamenti climatici. Dando l’impressione di considerare il duello siriano più come un residuo del secolo passato che la genesi dei equilibri di quello nuovo, oramai inoltrato. 


mercoledì 28 agosto 2013

Siria: Ancora Una Guerra Senza Politica?

Provo a dire alcune cose sulla situazione siriana, di seguito potete leggere articoli e commenti per poter approfondire. 

1. Da quel che si legge, le informazioni sul presunto utilizzo di armi chimiche sono tutt'altro che certe. Perché Assad avrebbe colpito in modo così plateale quasi a voler provocare gli USA? Oltre al dubbio razionale sui moventi (vd. in senso diverso l'articolo di Anna Momigliano su Panorama), vi sono in realtà dubbi anche sulle immagini che sono state fatte girare dai media (si veda un altro degli articoli proposti di seguito, tratto da il Giornale).

2. Torna dunque prepotente - come per la Libia - il tema della gestione delle informazioni, della verificabilità delle stesse; dell'inevitabile "torsione politica" che si insinua anche nella notizia più limpida, da un certo punto di vista.

3. E dunque, torna di nuovo la riflessione sulla capacità della politica di "fare filtro" rispetto alle spinte mediatiche, che troppo spesso assumono la forma di "emozioni guidate"; di fronte ad esse il decisore politico dovrebbe porsi "in contrasto" o almeno con la capacità di declinarle e governarle. Capacità che sembra totalmente scomparsa; siamo passati da una politica che pretendeva di guidare il mondo - sbagliando per eccesso di "dirigismo" - a una politica schiava delle pulsioni dell'immediato. Che sempre pulsioni sono, anche laddove si presentino sotto forma di una normatività che si pretende etica.

4. Cosa succederà "dopo"? Questa la domanda che bisogna porsi, rispetto a un possibile intervento in campo siriano. Si vuole arrivare a deporre Assad? E chi trionferebbe? Milizie qaediste, forse. Un rischio che dobbiamo avere ben presente. E che probabilmente trattiene ancora la decisione finale.

5. Altro fattore negativo, che sembra farsi presente anche in questo intervento: la semplificazione della guerra in dinamica tecnologica. In questo momento - tra le altre cose - si ipotizzano attacchi aerei per tre giorni; pare valere ancora l'idea che la guerra "dall'alto" sia meglio gestibile, come se ciò non comportasse rischi tangibili, come se le dinamiche politiche potessero essere "sterilizzate" attraverso la superiorità teconologica. Una rischiosa illusione.

Provo a concludere: per combattere bene una guerra, bisogna saper costruire "attorno" una politica, che è  - anche, per certi aspetti molto banalmente  - la capacità di tenere assieme mezzi e fini. 

Laddove ci fosse capacità di rapportare i mezzi scelti a fini coerenti e realmente gestibili, sarebbe paradossalmente poco importante istruire indagini su presunte armi chimiche. 

Si faccia la guerra, dunque, se si è capaci di costruire un nuovo ordine. Ma se non lo si è - e in questo momento nessuno ne è capace - allora è il caso di riflettere molto attentamente, e - forse - attendere.

Francesco Maria Mariotti


È un limite, certo. Ma al tempo stesso è il segnale - e l'auspicio - che si tratti di un intervento limitato, nei numeri e nello spazio temporale. Obama non vuole altri impegni bellici a lunga scadenza, che dissanguino uomini ed economia. Era restio ad agire in Libia, figuriamoci che effetto gli fa un ginepraio qual è la Siria. Per questo ha dato spazio a forze speciali e droni. Ora spera di «punire» Assad senza rimanere intrappolato in uno scacchiere che sinora gli ha procurato solo guai. Ha provato a tenersi lontano dal Medio Oriente, ma le questioni regionali hanno finito per risucchiarlo. E poi, facendo l'errore di invocare le famose linee rosse sull'uso delle armi chimiche, si è spinto nell'angolo da solo. Una volta che hai tracciato il limite invalicabile, non puoi far finta che non esista. Al Congresso, dove pure ci sono degli interventisti, aspettano spiegazioni dal presidente. Le hanno sollecitate.

Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, dice che chi sostiene di avere prove certe sull’attacco con armi chimiche di mercoledì scorso alla periferia di Damasco dovrebbe condividerle, perché il fatto è troppo importante e ne derivano conseguenze enormi (l’intervento armato internazionale, che sembra imminente). Chiediamo al ministro: “Si riferisce a Israele? Secondo la stampa tedesca, gli israeliani avrebbero intercettato le comunicazioni dell’esercito siriano durante l’attacco e il loro ministro dell’Intelligence, Yuval Steinitz, sostiene che è ‘chiaro come il cristallo’ che la responsabilità è del governo siriano. Deve condividere?”. Bonino, annuisce, “dico a chiunque abbia informazioni che provano con certezza cosa è successo. Non dico che dovrebbero essere portate a me, o a Roma, ma esistono organi internazionali come il Consiglio di sicurezza. I francesi lo hanno già fatto, hanno portato tutto il loro dossier sugli attacchi chimici di marzo alle Nazioni Unite. Quello che io mi auguro davvero, proprio per evitare che ciascuno tiri dalla sua parte, e tutti hanno una parte… Vorrei che queste dichiarazioni, tra l’altro spesso così perentorie, trovassero un luogo di esame, dove possono essere depositate e condivise 
Il giornalista Phil Sands aggiunge: le unità siriane che hanno bombardato con i razzi chimici non sapevano quello che stavano facendo. Sands è il corrispondente da Damasco del giornale The National (Emirati Arabi Uniti), ha lasciato la capitale a marzo dopo cinque anni. Scrive che secondo le sue fonti gli ufficiali militari siriani coinvolti nell’attacco chimico ora stanno tentando di prendere le distanze e insistono di non avere saputo che i razzi contenessero sostanze tossiche. “Gente vicina al regime ci ha detto che i missili gli sono stati consegnati poche ore prima dell’attacco”, dice una fonte a Damasco. “Non arrivavano dall’esercito ma dall’intelligence dell’aviazione militare, per ordine di Hafez Makhlouf. Gli ufficiali dicono che non sapevano ci fossero armi chimiche. Anche qualcuno tra quelli che li hanno trasportati dice che non aveva idea di cosa ci fosse – pensava fossero armi convenzionali”.

Tel Aviv. Le chiamate al 171, centralino del servizio postale israeliano che distribuisce alla popolazione le maschere anti-gas, sono triplicate nelle scorse ore, assieme al numero di cittadini che si è presentato ai centri di distribuzione in tutto il paese. Si intensificano infatti in questi giorni gli indizi di una possibile operazione militare americana contro la Siria, dopo i presunti attacchi chimici che mercoledì avrebbero ucciso nei sobborghi di Damasco centinaia di persone. Per molti israeliani, il timore è quello che un attacco militare degli Stati Uniti e dei loro alleati possa rendere Israele, vicino della Siria e del Libano con i quali è formalmente in guerra, il più ovvio obiettivo di una rappresaglia armata. Le parole di alcuni funzionari siriani sarebbero una non troppo velata minaccia alla sicurezza nazionale, scrive il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, riportando una frase del ministro dell’Informazione di Damasco: “Un attacco americano infiammerebbe tutto il medio oriente”. Minacce esplicite sono venute da Khalaf Muftah, ex aiutante del ministro, oggi funzionario del partito Baath. In caso di attacco “Israele finirà nel mirino”, ha detto ieri in un’intervista radio. “Abbiamo armi strategiche e siamo capaci di rispondere”.

Eppure questa volta, forse, chi vede il regime siriano prossimo alla fine potrebbe non sbagliarsi. Perché ieri il segretario di Stato americano John Kerry ha pronunciato un discorso durissimo, che lascia intendere che Obama, a breve, potrebbe fare quello che, beh, per mesi ha fatto di tutto per evitare: attaccare la Siria. “C’è una ragione, se il mondo ha messo al bando, completamente, l’utilizzo di armi chimiche”, e “c’è una ragione se il presidente Obama ha chiarito, davanti al regime di Assad, che questa norma internazionale non può essere violata senza conseguenze”, ha detto Kerry (...) Cosa succede in Siria? (Anna Momigliano su Rivista Studio)
Gli scettici fanno notare che qualcosa, dal punto di vista meramente razionale, non quadra: «Per quale ragione Assad avrebbe dovuto usare le armi chimiche, sapendo da tempo che Obama non le avrebbe tollerate?», ha scritto per esempio Marcello Foa del Giornale. «È come se un conducente lanciasse l’auto a 200 km all'ora in una zona in cui il limite è 80, pur essendo stato informato della presenza di un autovelox e, dietro l’angolo, di un posto di blocco. Non ha senso».
Eppure, dal punto di vista del regime siriano, un senso l'utilizzo del gas nervino potrebbe avercelo. Le spiegazioni sono due. Forse Assad ha commesso un errore di valutazione, convinto che Obama non avrebbe preso provvedimenti concreti. Oppure ha voluto provocare gli Usa. Una cosa che, per quanto strano possa sembrare, rientra nel modo di pensare di Assad. Che, come riferiscono suoi ex collaboratori passati dalla parte dell'opposizione, è convinto che la sua forza consista proprio nella sua capacità di essere sopravvissuto, in più occasioni, agli attacchi dell'Occidente. Dottor Bashar, Mister Assad (A.Momigliano su Panorama)
Le immagini di Ghouta, la località dove il governo avrebbe usato i gas sono devastanti dal punto di vista emozionale, ma assai ambigue dal punto di vista documentale. La contraddizione più evidente è la mancanza di protezioni da parte dei presunti sanitari arrivati a soccorrere le vittime. L'altra è la sistematica plateale teatralità con cui i bambini deceduti vengono allineati davanti agli obbiettivi. Ad Halabja nel marzo 1988 i gas di Saddam non fecero distinzione tra vittime e soccorritori e sterminarono chiunque non si fosse allontanato. A Ghouta nessuno fugge, non c'è un clima di panico e gli ospedali continuano a funzionare. Siria ed Egitto come la Libia: islamisti campioni di inganni (ilGiornale.it)
A una settimana dal presunto attacco con armi chimiche che il 21 agosto avrebbe fatto centinaia di vittime alla periferia di Damasco, gli Stati Uniti e i paesi europei sembrano pronti alla rappresaglia contro il governo siriano. Ma qualsiasi intervento andrà calcolato attentamente, scrive la stampa europea.

domenica 25 agosto 2013

Siria: Si Avvicina l'Intervento?

(...) I russi sanno cosa vogliono a Damasco, una transizione controllata, non gli americani che pure condividono in parte le preoccupazioni Mosca. Al Congresso, pochi giorni fa, il capo di stato maggiore americano Martin Dempsey è stato esplicito: «Nessuno nel fronte dei ribelli è in grado di garantire i nostri interessi. Qui non ci sono moderati che possono prendere il potere». È un dato di fatto: il Free Syrian Army sponsorizzato dai turchi è un ombrello di formazioni variegate e litigiose mentre imperversano i gruppi jihadisti di al-Qaida e di Jabat al Nusra. Se sarà guerra sarà una guerra al buio, ha spiegato il comandante in capo Dempsey, veterano del Golfo e dell'Iraq. «Un intervento Usa - ha detto - non risolverebbe i problemi religiosi, tribali e settari della Siria». E neppure quelli del Medio Oriente intorno. Forse la Siria merita qualche cosa di meglio di uno sparo nel buio. 
di Alberto Negri - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/Ged9G

(...) La rapidità con la quale stanno riunendosi gli organismi consultivi per discutere di opzioni militari lascia intendere che qualcosa sta davvero muovendosi sul piano militare. Nei giorni scorsi soni entrati in azione nel sud i primi reparti di ribelli dell'Esercito Siriano Libero addestrati e armati in territorio giordano dai consiglieri militari statunitensi come ha raccontato Le Figaro. "Un primo gruppo di 300 uomini, senza dubbio sostenuto da israeliani e giordani così come da uomini della Cia, avrebbe attraversato la frontiera il 17 agosto e un secondo gruppo li avrebbe raggiunti due giorni dopo"– scrive il quotidiano francese. Se Washington ha deciso di intervenire con le armi le opzioni disponibili sono almeno cinque. (...)
di Gianandrea Gaiani - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/qdmBC

mercoledì 12 dicembre 2012

Siria come la Libia?

Andiamo verso una nuova Libia? Il riconoscimento americano della Coalizione degli insorti come rappresentante legittimo del popolo siriano, seguita oggi anche dalla dichiarazione europea di Marrakesh dello stesso tenore, segna una svolta forse ancora maggiore dello schieramento dei Patriot della Nato ai confini della Turchia. Anche se la Francia e altri Paesi che fanno parte del gruppo "Amici della Siria" affermano di non essere pronti di Alberto Negri - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/nc8uh

Se i generali parlano con i ribelli via Skype. Dai media sale un ronzio inverificabile sulla possibilità di un’imminente azione militare a favore dei ribelli. Il numero domenicale del Times – quello di solito dedicato agli scoop – sostiene che l’Amministrazione Obama sta cedendo ai ribelli uno stock di armi pesanti comprato dalla Libia, residuato funzionante degli arsenali di Gheddafi, e ora intende appoggiare i ribelli in guerra, lasciando perdere gli aiuti “non letali”. Pochi giorni prima il Times aveva intervistato una fonte militare dentro il Pentagono, che aveva assicurato: “Siamo in standby, siamo pronti a intervenire nel giro di pochi giorni”. Ieri altra stampa inglese, Guardian e Independent, raccontavano di un meeting – poche settimane fa – tra il capo di stato maggiore britannico, il generale David Richards, e generali di Francia, Stati Uniti e Turchia, più due paesi arabi che già hanno partecipato alle operazioni in Libia, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti (manca l’Italia). Il giornale francese Figaro venerdì ha pubblicato la notizia che militari francesi sono entrati in Siria per parlare con i ribelli e avere un quadro esatto, e gli incontri sono avvenuti tra il confine libanese e la capitale Damasco. Anche militari americani e inglesi si sono incontrati con i ribelli, scrive il Figaro, ma dietro il confine turco, “per paura di rapimenti”. Il Pentagono passerebbe giornate a parlare con i ribelli dentro la Siria via Skype. Decidere di chi fidarsi e di chi no potrebbe essere il compito più pericoloso, più che la reazione armata di Assad. 
http://www.ilfoglio.it/soloqui/16151

mercoledì 14 novembre 2012

Ora Tocca Alla GIordania? (G.Olimpio)

Dalla pagina FB di Guido Olimpio:


Tutto ribolle/ Ora Giordania.

Commando armato ha attaccato posto di polizia a Irbid. Un terrorista ucciso, una dozzina di agenti feriti. Nel paese da giorni ci sono proteste contro il re. Poche settimane fa erano stati arrestati militanti qaedisti legati ai ribelli jihadisti in Siria. Un brutto segnale. 
(14 nov)