Visualizzazione post con etichetta immigrazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta immigrazione. Mostra tutti i post

lunedì 20 aprile 2026

Mattarella vigila sull'incentivo agli avvocati per il rientro dei migranti

"(...) L’idea di prevedere un incentivo di 615 euro per gli avvocati i cui assistiti scelgono di tornare volontariamente nel proprio Paese ha sollevato un’ondata polemica. E la convinzione (...) che la trovata del governo (...) sia incostituzionale. Anche a Palazzo Chigi ovviamente sanno che il Colle è in allarme da giorni (...)"

https://roma.corriere.it/notizie/politica/26_aprile_20/decreto-sicurezza-quirinale-alta-attenzione-rimpatri-c20c9770-fe98-4e41-9089-ba710220cxlk.shtml

sabato 7 settembre 2019

Sul Governo cosiddetto "Conte-bis"

[Scritto il 5 settembre come post su Fb]

Commento del tutto personale, e "a prima vista", da approfondire e magari da rivedere: ottima scelta per ministero dell'Interno, vista la situazione. Brutte, molto, su Giustizia e Esteri.
Su Economia vedremo, potrebbe essere scelta interessante, se Commissione europea "apre" e se saremo capaci di muoverci come sistema-Paese.

In breve: forse questo governo era un tentativo da fare. Magari riuscirà. Ma.

Ma molta parte del paese, come ho già scritto, non capisce, temo; e forse ha anche "perso" dei passaggi, magari più seguiti e conosciuti dagli appassionati che seguono la politica anche in vacanza. E questa gestione "tutta estiva" della crisi può creare grandissime difficoltà.

Un monito, già scritto: la gestione della questione migratoria e della sicurezza non può "ribaltarsi" in brevissimo tempo; un nuovo stile (non "cattivista", diciamo) deve comunque essere contrassegnato da rigore, lucidità, e capacità di dialogo con tutti i cittadini, soprattutto con chi è più esasperato e abbandonato. Altrimenti si rischia di fare un regalo a chi fomenta odio e divisione.

Un ulteriore monito che riguarda anche situazione in UK e Europa in genere. Le questioni che il "sovranismo" - "nazionalismo" pone (in modi inaccettabili) alle nostre democrazie rimangono tutte in piedi.

Attenzione a non perdere di vista la necessità di risposte di lungo periodo, che non passano attaverso "vittorie politico-parlamentari".

(Su Giustizia magari ci tornerò su più avanti)

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10220698566955445&id=1274444055

giovedì 16 maggio 2019

Guai economici, conflitti etnici, e spopolamento: la Russia fa più pena, che paura(Massimo Nava su Linkiesta)

Interessante Massimo Nava. Chissà se sul medio lungo periodo questo può portare a un cambio di politica e un avvicinamento alle ragioni "europee"
FMM

"(...) Nonostante l’apparente adesione ai movimenti populisti e xenofobi e a modelli nazionalisti la Russia di oggi vive in modo drammatico le stesse contraddizioni delle società europee che pretenderebbe di condizionare. E le soluzioni non sono molto diverse. Si chiamano welfare e immigrazione se il grande nemico è la demografia con i suoi alleati (stili di vita, emancipazione della donna, crisi economica). In Russia il flusso migratorio è fortemente controllato ma abbastanza incoraggiato per coprire servizi e lavori che i giovani russi non vogliono fare. Soprattutto in taxi, alberghi e ristoranti, basta osservare volti e tratti del personale. Gli abitanti in più della Russia futura saranno ucraini, uzbeki, moldavi e prima o poi cinesi."

domenica 5 maggio 2019

Engy Riead: «Chiamarci stranieri a questo punto è sbagliato. Io sono qui da 16 anni. Voglio la cittadinanza. Poter votare. E lavorare in un ospedale pubblico» (Nuove Radici)

Engy Riead, 26 anni, egiziana, in Italia da 16, medico, membro di presidenza di Amsi, l’associazione dei camici bianchi in Italia, lavora in una struttura privata perché nel pubblico, non avendo la cittadinanza, non le è consentito. Nella sua condizione ci sono 19 mila medici che diventano 80 mila se si considerano i parasanitari: «Sbagliato considerarci stranieri, medici stranieri. Sono in Italia da così tanto tempo che ci vorrebbe un’altra parola per definirci».

Dottoressa Riead, come è finita in Italia la sua famiglia?

«Mio padre ci veniva già per lavoro dalla fine degli anni Ottanta. Già allora lavorava come cuoco. Cosa che fa anche adesso, cuoco della cucina romana più tradizionale. Alla fine ha deciso di riunire a Roma tutta la famiglia. Io sono arrivata da piccola, ho fatto in tempo ad iscrivermi alla terza elementare. A luglio dell’anno scorso mi sono laureata in Medicina».

È cittadina italiana?

«Ho un permesso di soggiorno. Alla mia famiglia non era mai venuto in mente di richiedere la cittadinanza. Alla fine l’hanno ottenuta. Con loro anche mia sorella in quanto minorenne. Io e mio fratello siccome abbiamo più di 18 anni la stiamo ancora aspettando. Io la aspetto dal 2013. In teoria una risposta avrei dovuto averla in quattro anni. Adesso dipende dal Ministero dell’Interno».

Lavora ma per questo non può lavorare nelle strutture pubbliche…

«Esatto. Mi sono laureata a luglio dell’anno scorso nei canonici sei anni. Medicina è una facoltà che richiede grande impegno. All’inizio nel mio corso eravamo in 200 ma ci siamo laureati in 20. Per noi stranieri è importante dimostrare quello che valiamo anche nello studio».

Sono medico in una struttura privata e sto aspettando di fare il test per la specializzazione in Medicina legale. Ma quello di poter lavorare in un ospedale pubblico, in un Policlinico universitario, rimane un grande sogno per tanti medici come me. Dopo tutti questi anni di studio, alla fine vorrei solo fare il lavoro che mi piace nel Paese che mi piace.(...)"

mercoledì 10 aprile 2019

Segnalazione: Siamo razzisti? O forse siamo stanchi di essere soli? (Nuove Radici)

Segnalo che il sito Nuove Radici ha pubblicato un mio intervento, in cui tento di comprendere alcune delle dinamiche che segnano il difficile rapporto fra italiani e immigrazione.
Spero possa servire a capire, prima di giudicare.

In ogni caso, approfittatene per approfondire la conoscenza di Nuove Radici, un bell'esperimento portato avanti da Cristina Giudici e altri, e che merita di essere seguito

Buon tutto

Francesco Maria Mariotti

"Approfitto della presenza di Nuove Radici.World e degli stimoli che mi sono pervenuti dalla lettura dei vostri interventi per proporre un ragionamento sul perché — di questi tempi — in tanti, temo, abbiamo rischiato di diventare razzisti. Forse razzisti è parola grossa, ma a volte ci si sente “condannati” così, quando si esprimono dubbi sull'immigrazione e sulle politiche di accoglienza; e così ci si sente sempre più soli. Non mi pare di essere affetto da “etnocentrismo” o cose simili, in realtà; ma da “solitudine” sì; e credo di non essere solo, come accennavo: non siamo razzisti ma cittadini che si sentono poco rispettati nella loro intelligenza, da un progressismo (chiamiamolo così, con qualche timore per la semplificazione) che ha fretta (comprensibile, sotto alcuni aspetti, visti i ritardi italiani), ma molto poco “attento” a dinamiche collettive tutto sommato elementari. (...)
È anche per questo che a mio avviso è stato “disastroso”, dal punto di vista politico (e direi etico, se non fosse parola troppo impegnativa), portare avanti la battaglia per una legge — per quanto giusta come potrebbe essere quella sulla cittadinanza — presentandola come un’istanza suprema, spartiacque di civiltà.
Al di là della questione nel merito, la cui complessità non può essere risolta sulla base di slogan, potrebbe anche essere utile tentare di capire alcune reazioni che si provocano nel tessuto sociale: in un momento di grave crisi economica, l’estensione della cittadinanza forse viene percepita anche come ulteriore concorrenza dell’immigrato rispetto al cittadino già italiano.
Si dirà: “ma facciamo pochi figli, gli immigrati ci pagano le pensioni”, e via così dicendo; il che è vero, ma non dovrebbe stupire che sottolineando questa “dipendenza” aumentino ansia e timori, nel confermare la sensazione che l’Italia rischia di non farcela “da sola”. (...)

Andando da richiamo morale a richiamo morale: l’emergenza umanitaria è stata in questi mesi messa spesso al centro dell’attenzione per giustificare l’accoglienza; naturalmente questo è sacrosanto, nel momento in cui donne e uomini fuggono da morte o sofferenze pressoché certe. Ma anche qui, temo che si sia sottovalutato l’impatto duplice e ambivalente di un tale richiamo. (...) 
Un incendio fa paura. Di per sé; e mentre chiamiamo i pompieri comunque guardiamo attentamente cosa succede, e se le fiamme da quel palazzo non rischino di venire verso noi. E se per caso sorge il sospetto che fra quelle persone ci sia proprio uno di quelli che ha usato con leggerezza il gas o i fiammiferi nella casa in fiamme… beh, forse saremmo molto guardinghi nell'accettare la vicinanza dei fuggitivi. Perché sembra così inaudito ad alcuni che i sentimenti si mischino e che gli esseri umani abbiano difficoltà a essere totalmente solidali con chi scappa da una tragedia? Cosa c’è di difficile nel capire che — in una situazione di emergenza — mentre si dà un bicchiere d’acqua, è legittimo e normale (e sano, per un “animale” sociale che si vuole autoconservare!) che “si tenga d’occhio” chi arriva? Che si abbia paura che l’emergenza si scarichi anche su chi aiuta? È una “doppiezza”, un’ambiguità, inevitabile. È legato a questa difficoltà a capire questa mescolanza di cose, mi pare, l’errore più tragico dello schieramento progressista, (...)
c’è chi preferisce inorgoglirsi delle buone azioni, dei richiami contro l’indifferenza, dei paragoni con la seconda guerra mondiale e con la battaglia contro il nazismo. Forse c’è qualcosa di vero, ma si sono persi molti compagni di strada, su questa “via alla santità”. Di fatto aprendo le porte alla situazione attuale, alle “inutili cattiverie” dei porti chiusi, alle decisioni affrettate e dannose sulla protezione umanitaria. (...)"

sabato 2 febbraio 2019

Segnalazione articolo: Caso Sea Watch, riassunto a bocce ferme (da LucaLovisio.ch)

Sul caso della Sea Watch, segnalo un articolo interessante; si possono ovviamente non condividere tutti i passaggi, ma mi sembra che possa essere importante per ragionare non emotivamente su tutti gli aspetti del problema

FMM

lunedì 28 gennaio 2019

Migranti: le guerre lampo che non funzionano, l'opposizione che non convince

Ho raccolto alcuni articoli reperiti su varie fonti; mi sembra riassumano bene la difficoltà politica di questa fase, fra azioni governative poco utili (se non addirittura dannose per la sicurezza e gli interessi italiani) e un'opposizione poco convincente, che affronta la questione migrazione con argomenti e toni che rischiano di sembrare solo "moralistici", a tratti contraddittori, e - temo - alla fine controproducenti. 

Sullo sfondo, principe tra le altre cose, la questione libica, mai in pace dopo la guerra senza orizzonte del 2011, con una strada diplomatica sempre più difficile, con il dubbio - per quel poco che comprendo - che il coinvolgimento del nostro paese debba passare prima o poi attraverso nuovi interventi militari, o - forse più probabile - attraverso la delega ad altri (il generale Haftar? il figlio di Gheddafi?) che possano "unificare" il paese (se ancora possibile). 

Qui trovate estratti degli articoli; ovviamente è consigliato leggere i testi integrali.
Spero possano essere d'aiuto.

Francesco Mariotti

"(...) La forza di Salvini sta dunque qui, nello strappo «barbarico» che lo spinge dove la sinistra non osa. Come con l’azzardo estremo della chiusura (nominale) dei porti, che ha svelato tanta ipocrisia europea e che però si sta riproponendo in queste ore con la nuova odissea di una nave Sea Watch e 47 profughi, così il vicepremier leghista strappa sui Cara. Solo che da qui cominciano i problemi. Perché chiudere Castelnuovo di botto, con un blitzkrieg, è un’avventura sciagurata in quanto, oltre a colpire diritti soggettivi, mette per strada almeno un quinto degli ospiti. La pattuglia degli Invisibili si ingrossa ulteriormente e le cose andranno peggio nei prossimi mesi con la cacciata progressiva dai centri di chi non ha più la protezione umanitaria ma non può essere rimpatriato in mancanza di accordi coi Paesi d’origine: a migliaia (130 mila in due anni secondo l’Ispi) finiranno nel limbo dei né espulsi e né accolti, in mano alla criminalità.

Dunque la forza di Salvini è anche la sua debolezza, la filosofia della guerra lampo lo imprigiona. Temendo di essere raggiunto da problemi insolubili prima di incassare il dividendo elettorale promesso dai sondaggi, il vicepremier procede per strattoni e fughe in avanti. Si tratta invece di cambiare paradigma: un problema che non riguarda solo lui o il suo governo ma noi europei nell'insieme. Lungimiranti come gattini ciechi, ci siamo ridotti in 500 milioni a litigare su chi apre o chiude i porti a qualche centinaio di profughi sulle navi Ong, mentre l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, ci spiegava che in tutto il pianeta 68,5 milioni di persone nel solo 2017 sono state in fuga da guerre e persecuzioni. La zona più critica di questo disordine mondiale è l’Africa: sono 29 gli Stati coinvolti in guerre o guerriglie e 259 le milizie dal Burkina-Faso al Sudan, dalla Nigeria al Congo alla Somalia e, ovviamente, alla Libia che, al momento, non è neppure più uno Stato (dunque non si capisce in base a quale finzione possa essere titolare di una zona Sars, Search and Rescue, dove infatti non si viene salvati ma condotti a morte). Il summit di Ouagadougou ha previsto che nel 2030, causa desertificazione, saranno 135 milioni i «profughi climatici» e di essi 60 milioni saliranno dall’Africa sub sahariana al Nord Africa e (infine) all’Europa. Di fronte a questi dati enormi appaiono assai miopi due visioni.

La prima, della destra sovranista, riduce migrazioni bibliche a epifenomeno di un fenomeno criminale: il traffico di esseri umani degli scafisti con la «complicità» di alcune Ong. Sostenere che fermate le Ong si fermino i viaggi è contraddetto dalla realtà (arrivano tuttora boat people a Lampedusa): l’unico risultato è tornare a prima del 2013 e di Mare Nostrum, con più naufragi e morti. La seconda visione, tuttavia, è altrettanto fuorviante, ed è quella irenica della sinistra altermondista: mentre accogliamo tutti basta aprire relazioni amichevoli, insegnare mestieri sul posto e sarà fatta, gli africani si riscatteranno da soli. Non è così. E non solo perché, ovviamente, non possiamo accogliere tutti, pena conflitti sociali ingestibili. Il primo passo, perché questo sogno di riscatto sia reale, è garantire dalle varie Boko Haram, Ansar al-Shari’a e milizie criminali assortite i nostri tecnici, maestri, medici: significa essere disposti a combattere. Il secondo passo è evitare che gli investimenti umanitari finiscano nei conti offshore dei mille dittatorelli locali. Per questo le liti con i tedeschi sulla missione Sophia o coi francesi sul loro presunto neocolonialismo sono nocive per tutti: il piano Marshall africano di cui parla Antonio Tajani ha senso solo se siamo in grado di seguire e proteggere quei miliardi di euro; un esercito comune europeo, domani, ci sarebbe necessario almeno quanto una vera unione bancaria.

Nell'immediato i soccorsi sono doverosi. Ma più doveroso ancora, per governi europei degni di questo nome, sarebbe mettere adesso le premesse perché, domani, 375 milioni di giovani africani, che nei prossimi 15 anni saranno in età per lavorare, possano farlo senza scappare. (...)"


"La paura ci rende pazzi, come ha detto papa Francesco, ma ci porta anche all’insonnia della ragione. Per ogni migrante espulso, cacciato da un centro di accoglienza, a causa dell’abrogazione della protezione umanitaria, che lascia per strada chi aveva un permesso di soggiorno in scadenza o scaduto. La paura rende pazzi, ma c’è un ma. Chi per anni ha studiato le sbagliate o mancate politiche di accoglienza, fatte alla rinfusa, perché c’erano esseri umani da salvare e il resto veniva dopo, sempre dopo, ora, davanti al putiferio scatenato dal piano di chiusura dei grossi centri di accoglienza, storce un po’ il naso. Sono anni che organizzazioni autorevoli della società civile, Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) in primis, denunciano le falle di un sistema di accoglienza fatto di maxi centri per migranti. A discapito di un modello alternativo di accoglienza diffusa, in cui la distribuzione dei richiedenti asilo sui territori permette di non intaccare i fragili equilibri sociali e di garantire un’integrazione concreta e mirata.

Giusto opporsi alle norme che frenano quella parziale integrazione realizzata. Restare umani è un imperativo.

Ma in molti di quei centri che dovranno essere chiusi, che non dovevano essere creati, 6 mila persone nei Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) e i nei Cas (137 mila persone), c’era già la manovalanza per le mafie locali e straniere. Ascolto da anni i racconti dei volontari, pazzi anche loro ma di rabbia, perché vedono la mala gestione di molti centri, dove si chiudono gli occhi davanti alla tratta delle nigeriane, al racket dell’elemosina e allo spaccio di stupefacenti. (...)"


"(...) Tre giorni fa, per cominciare, Salvini ha detto che Sophia, la missione europea di contrasto al traffico di esseri umani nel Mediterraneo, può concludersi in qualsiasi momento, avendo “come ragione di vita che tutti gli immigrati soccorsi vengano fatti sbarcare solo in Italia”. Salvini forse non lo sa, ma come è stato ricordato bene ieri da Repubblica il mandato di Sophia non prevede il salvataggio dei migranti bensì unicamente la lotta a scafisti e trafficanti d’armi e l’addestramento della Guardia costiera libica, indispensabile per fare quello a cui Salvini tra un mojito e un altro non sembra essere interessato: occuparsi di come aiutare Serraj a governare i flussi che partono dalla Libia. Colpire Sophia, dunque, non significa colpire l’Europa ma significa colpire l’Italia.
E lo stesso atteggiamento autolesionista Salvini lo ha messo in campo quando il governo del cambiamento si è occupato di altri dossier. Uno su tutti: la modifica del trattato di Dublino. Il trattato di Dublino, come sapete, prevede che il primo stato membro in cui viene registrata una richiesta di asilo è responsabile della richiesta d’asilo del rifugiato e nel contratto di governo Salvini e Di Maio hanno promesso di voler portare avanti “la revisione del Regolamento di Dublino e l’equa ripartizione dei migranti tra tutti i paesi dell’Ue”. Anche qui, l’atteggiamento avuto finora dal governo è stato controproducente. I campioni del sovranismo tendono a non ricordarlo, ma lo scorso anno il Parlamento europeo ha approvato una legge – non votata dal Movimento 5 stelle e addirittura bocciata dalla Lega – che cancella il criterio che il primo paese di accesso debba essere quello in cui il migrante presenta la richiesta d’asilo. Il problema è che alla fine di giugno il primo Consiglio europeo a cui ha partecipato il presidente Conte ha creato le condizioni per non modificare mai più quel trattato, accettando il principio imposto dai paesi di Visegrád che ogni modifica del trattato di Dublino debba essere decisa all’unanimità dei paesi dell’Unione europea (è sufficiente dunque che uno dei paesi europei amici di Salvini ponga il veto alla modifica del trattato per non modificarlo più). (...)"

sabato 5 settembre 2015

Profughi e confini (Davide Giacalone)

Sul dramma dell'immigrazione, propongo un articolo che mi pare possa 
​essere di ​interess​e, per cercare di leggere con razionalità il problema.

F​rancesco Maria Mariotti
​​
***
"(...) La Germania ha unilateralmente deciso di accogliere i siriani, conquistandosi un posto nella bacheca della bontà. E’ stata una scelta in contrasto con l’ipotesi di una politica europea comune, proprio perché unilaterale. Sta di fatto che, da quel momento, complice l’enorme pressione sulle frontiere ungheresi, tutta la riflessione sull’immigrazione è concentrata sui siriani. Errore.

Intanto perché i profughi, quindi coloro i quali hanno diritto ad essere soccorsi e accolti, non vengono solo da lì. Se si vuole una politica comune si deve parlare tutti e di tutti, altrimenti si tratta di una scelta politica fatta da un solo Paese. Non c’è alcun dubbio sul fatto che i profughi abbiano diritto all’asilo.
I problemi sono tre: a. chi sono, come li si riconosce; b. quale è il limite oltre al quale vanno redistribuiti non solo dentro l’Ue, ma anche fuori, perché troppi; c. quale è la condizione in cui ci si pone il problema della guerra che li fa scappare, lavorando per farla cessare, il che comporta considerare come propria la guerra all’Is e come non desiderata l’alleanza di Assad. E comporta che ai turchi che si decidono a non offrire più coperture all’Is non si consenta di bombardare i curdi. Questi sono i dilemmi da affrontare, se dietro al piagnucolio non s’intende coprire le decisioni politiche di altri.Le quote obbligatorie hanno un senso a fronte della comune politica, altrimenti, sia nella versione accoglienza che in quella del pagamento, in vil denaro, per mancata accoglienza, diventano supporto a politiche estere non comuni. 

​(...) ​Se è problema comune allora comune deve essere la politica d’accoglienza, il che comporta comune amministrazione delle frontiere esterne, salvaguardando le conquiste (Shengen) in quelle interne.Se così non si procede non solo l’invocazione di più Europa e più integrazione si traduce in un gargarismo ipocrita, ma l’Italia si troverà in guai peggiori, perché il resto della pressione migratoria, fatta di gente in carne e ossa, di drammi umani, di bambini proiettati verso la speranza di una vita migliore, resterà problema di chi li vede alla propria frontiera, di chi va a salvarli dalla morte per annegamento, di chi deve sobbarcarsi il gravosissimo e necessario compito di rifiutarli e rispedirli indietro. Non essendo neanche in grado di farlo. (...)"

giovedì 22 maggio 2014

I dati sull’immigrazione nel mondo (da ilPost)

(...) Le conclusioni principali del documento, in breve
– I flussi migratori verso i paesi dell’OCSE sono rimasti costanti tra il 2011 e il 2012 a circa 4 milioni. Dal 2007 al 2012 sono però diminuiti del 14%.
– Tra il 2011 e il 2012 i flussi migratori verso l’Italia sono diminuiti del 19%, quelli verso la Spagna sono diminuiti del 22% – e le stesse quote sono dimezzate rispetto al 2007 – e quelli verso il Regno Unito sono diminuiti dell’11% e hanno raggiunto il livello più basso dal 2003.
– I flussi migratori verso la Germania sono aumentati di un terzo tra 2011 e 2012. La Germania ora è il secondo paese dell’OCSE con il più alto flusso di immigrazione, dopo gli Stati Uniti.
– La migrazione verso l’Unione Europea da paesi esterni all’Unione è calata del 12%, seguendo il trend di diminuzione iniziato nel 2008.
– I flussi migratori verso gli Stati Uniti, che sono il primo paese dell’OCSE per numero di immigrati, sono diminuiti del 3%.(...)

martedì 20 maggio 2014

Il Disastro Della Libia, La Non-Politica Italiana, Le Poche Cose da Fare

Il disastro della Libia - che questo minuscolo blog aveva segnalato come probabile fin dai tempi della retorica della "guerra di liberazione" - è ora davanti a noi. 

Di fronte a quanto sta succedendo dobbiamo porre alcune questioni, contingenti e di lungo periodo:

1. la classe dirigente italiana - non solo quella politica, ma in questo caso soprattutto quella politica - sembra totalmente incapace di opporre una qualsiasi "resistenza" alle campagne mediatiche che di volta in volta sorgono e muoiono nel volgere di pochissimo tempo; campagne brevi, forse anche non "intenzionali", ma che sono in grado di provocare gravissime distorsioni negli scenari politici; questa "fragilità culturale" del sistema italiano rischia di essere una tara insopportabile per qualsiasi strategia politica ed economica che voglia vedere una rinascita di questo Paese.

2. La distinzione destra-sinistra, o quella riformisti-conservatori vale poco di fronte a discorsi di strategia nazionale; in questo senso possiamo dismettere tranquillamente molti dei dibattiti che abbiamo fatto in questi anni, e anche negli ultimi tempi. Se si perdono di vista i "fondamentali", se sfuggono le "occasioni di crescita", discutere del numero di contratti da stipulare in un anno serve a ben poco.

3. Sembra fare eccezione allo sconsolante panorama italiano, l'ex premier Romano Prodi, che ha almeno la libertà e la spregiudicatezza di vedere la centralità della questione energetica, messa a rischio da questa situazione come da quella ucraina (vd. il post dedicato alla proposta)

4. Per arrivare al caso concreto Libia: purtroppo il tempo è poco e le cose da fare non sono molte; da quel che si percepisce in maniera confusa forse è impossibile "guidare" le cose, conviene "accompagnarle", tentando di sfruttare al meglio i cambiamenti in atto, contrattando duramente con i nostri alleati. Provo ad azzardare alcune questioni, anche se non ho competenze strategiche:

4.1. Si tenti di capire se nell'azione paramilitare ora in atto c'è l'appoggio degli americani e dei francesi, e ci si accordi con loro sul cosa fare; sia detto con poca ipocrisia: meglio un golpe ben fatto che il disordine, c'è poco da discutere di fronte all'ipotesi di una guerra civile, che ormai è già in corso. 

4.2. Per essere più chiari, qualsiasi scelta deve avere per noi un "ritorno"; se un governo non-fondamentalista - anche se di stampo militare - può portare una stabilità a noi utile, allora si appoggi con tutte le forze questa sorta di "colpo di stato".

4.3. La scelta deve essere chiara e condivisa dalle forze occidentali che operano nell'area; gli Stati Uniti ci chiesero di operare per la sicurezza di quel Paese e noi dobbiamo imporre che qualsiasi passaggio venga condiviso. L'Afghanistan non è per noi vitale come il Mediterraneo: anche se sarebbe giusto teoricamente continuare ancora la missione a Kabul, facciamo capire quali sono le nostre priorità.

4.4. Da parte della Francia dobbiamo essere in grado di avere lealtà e cooperazione: la possibile "bomba migratoria" che potrebbe nascere da un peggioramento della situazione non può che riguardare anche loro: è il caso di dirlo apertamente; se non ci aiutano in modo chiaro, la situazione sfuggirà di mano e il "disastro" colpirà anche loro.

4.5. Si ponga il problema libico anche in sede ONU, e con le nuove superpotenze come la Cina, che ha fortissimi interessi in Africa: se la situazione non si risolve in breve tempo, avremo - lo abbiamo già, in realtà - uno stato fallito. Deve essere chiaro che tutta la comunità internazionale deve aiutarci a garantire una qualche forma di stabilità, anche nel caso si dovesse accettare una sorta di spartizione di fatto della Libia. Se ci deve essere una qualche forma di "amministrazione controllata" di questi territori, noi dobbiamo poter essere protagonisti di qualsiasi passaggio.

4.6. Abbiamo portato in Italia personale militare libico per addestramento; a quale parte dell'esercito appartenevano? Siamo in grado di capire con chi abbiamo condiviso la nostra esperienza militare? abbiamo mantenuto contatti? questi contatti possono aiutarci?

4.7. Massima allerta sul fronte delle investigazioni, anche interne: quali sono i rischi effettivi di immigrazione di fanatici con intenzioni violente? Anche questa minaccia va condivisa con tutti gli alleati, chiarendo che se non ci danno una mano a gestire la situazione, i rischi non saranno solo dell'Italia.

Il tempo è pochissimo, e queste sembrano le poche cose da fare. E forse non solo queste, visto che è sempre necessario giocare su più tavoli. In questo momento è necessario essere realisti e spregiudicati.

Francesco Maria Mariotti

In Libia le forze armate comandate dal generale deposto Khalifa Hiftar hanno dichiarato guerra al terrorismo jihadista mettendo in dubbio l'autorità del governo di Tripoli. Venerdì scorso, il generale 71enne ha lanciato un'offensiva bombardando alcuni quartieri della città orientale di Bengasi. A Tripoli, i gruppi armati messi insieme dal "generale", hanno assaltato il parlamento. La sede dell'assemblea nazionale è stata evacuata dopo essere stata circondata da diversi veicoli corazzati entrati nella capitale dalla strada che la collega all'aeroporto di Tripoli. 



La volontà del generale Hiftar è quella di riuscire laddove il governo centrale di Tripoli ha fallito sin dal rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi: ristabilire la sicurezza nel paese riunendo in un unico esercito le diverse milizie che detengono il controllo della Libia sul terreno. L'offensiva dell'esercito parallelo di Hiftar ha generato un'escalation nei combattimenti contro le brigate degli integralisti islamici con un'intensità di sparatorie e bombardamenti che ricorda quella del 2011. Il governo libico, dopo il weekend, ha imposto una no-fly zone sui cieli di Bengasi, dove si contano al momento 70 morti e circa 140 feriti in seguito all'offensiva militare.


Dopo l'occupazione del parlamento, il generale Mokhtar Farnana, membro delle forze di Hiftar, si è rivolto alla televisione nazionale annunciando la formazione di un'assemblea costituente composta da 60 membri che dovrebbe prendere il posto dell'attuale parlamento. Rivendicando l'assalto, Farnana ha affermato di avere l'appoggio del popolo libico e di aver dichiarato guerra al terrorismo islamico.


Hifter è un personaggio un po' misterioso: schierato contro Gheddafi durante la rivolta di tre anni fa, originariamente vicino agli islamisti, fondatore di un partitino che non ha ottenuto neppure un seggio al Parlamento, se ne è andato in esilio volontario in America dove- secondo voci non confermate - avrebbe preso domicilio a pochi chilometri dalla sede della Cia a Langley. Rientrato in Libia all'inizio di quest'anno, è già stato coinvolto in una rivolta contro il potere costituito in febbraio, risoltasi in nulla. Adesso ci sta riprovando, assicurando di non cercare il potere ma di puntare solo a riportare l'ordine in un Paese in cui i poteri del governo si fermano a pochi metri dal Palazzo e, a causa del caos provocato dall'esistenza di 170 diverse milizie l'una contro l'altra armate, la produzione petrolifera, unica fonte di entrate, è precipitata da 1,5 milioni a 250-300 mila barili l'anno. In questo quadro, appare assai significativo che il generale, rifiutando l'etichetta di golpista, abbia chiesto l'aiuto internazionale per «rimuovere il cancro del terrorismo dalla Libia».


Potrebbe diventare, Haftar, l'uomo forte che riprende il controllo di una situazione sfuggita di mano a tutti, come dimostrano non solo il crollo dell'estrazione degli idrocarburi, la fuga delle imprese straniere (negli ultimi mesi ci sono stati anche i rapimenti di tre lavoratori italiani) ma anche le incontrollate partenze di massa dai suoi porti di profughi africani diretti in Italia? Nelle cancellerie occidentali, e nelle grandi compagnie petrolifere, molti sicuramente se lo augurano, anche perché in seguito alla crisi ucraina le forniture di gas e di greggio dalla Libia sono tornate ad essere più importanti.



Il nome di Khalifa Haftar non è nuovo nella storia recente della Libia. Daniele Raineri, giornalista italiano del Foglio che si occupa soprattutto di paesi arabi e Medio Oriente, aveva raccontato di Haftar già lo scorso febbraio, dopo che l’ex generale aveva fatto circolare un messaggio video in uniforme in cui chiedeva alle forze armate di «salvare» il paese. In quell’occasione, Raineri aveva raccontato la storia di Haftar:

"Nel 1983 era il comandante delle truppe di terra libiche quando Muammar Gheddafi ordinò l’invasione del confinante Ciad, poi disertò e andò a vivere in America (Virginia), per tornare in Libia quando scoppiò la rivoluzione contro Gheddafi nel 2011 a cercare un ruolo di primo piano. Nel luglio dell’anno scorso il generale della rivoluzione contro Gheddafi (secondo lui) oppure ora semplice colonnello (secondo altre fonti) ha fatto circolare un piano in dieci punti per tirare fuori il paese dallo stallo politico. Due punti importanti: uno è il congelamento del Congresso nazionale e l’instaurazione di un governo provvisorio, pronto a dichiarare lo stato d’emergenza per – è l’altro punto – combattere contro le milizie e sbarazzarsi finalmente di loro. Il proposito di combattere contro le milizie ribelli che a più di due anni dalla morte di Gheddafi non si sono ancora rassegnate al dopoguerra, non si fanno domare e rendono la Libia uno stato spezzettato in tante signorie guardate da jeep con mitragliatrici è l’unico punto che consegna a Haftar tanti consensi fra i libici, stanchi dell’instabilità."


domenica 4 maggio 2014

Aggrappati all’Europa (di Davide Giacalone)

Segnalo questo interessante articolo di Davide Giacalone; la proposta di creare zone "europee" nelle quali gestire l'arrivo dei profughi mi pare molto interessante, l'unica che permetta una reale condivisione di questo drammatico problema a livello comunitario .

FMM

"(...) Tutto ciò conferma che non si troverà alcuna soluzione ragionevole se non si considererà la difesa delle frontiere un problema collettivo ed europeo. Il che non comporta, come si fa ora, che i paesi non direttamente esposti paghino un obolo (sempre insufficiente) a quelli che si trovano in prima linea, ma che l’intera faccenda diventi di competenza e giurisdizione europea. Siamo nel pieno di una campagna elettorale, sarebbe un tema da porsi. Sicuramente più interessante del modo dialettale e grossolano con cui sono state impostate le varie propagande. Qui ho già avuto modo d’illustrare quella che penso essere una via seria: si individuino zone extraterritoriali, quindi non italiane, spagnole, cipriote eccetera, dove valga un diritto europeo dell’immigrazione; si qualifichino in quel modo i centri d’accoglienza ove i migranti vengono immediatamente condotti; da qui parta lo smistamento, l’accoglienza e il respingimento, a seconda dei casi, a cura di autorità non nazionali, ma dell’Unione. Non solo diventerà un problema di tutti, ma unica sarà la dottrina da applicarsi, senza ipocrisie di buoni e cattivi, senza esposizione alle speculazioni propagandistiche ed elettorali. Sappiamo quanti ne possiamo accogliere, sappiamo fin dove ci conviene, sappiamo in quali casi siamo obbligati all’accoglienza e sappiamo, infine, che senza respingimenti e rimpatri efficienti, sicuri e tempestivi saremo travolti da una marea non arginabile. Lo sappiamo, ma non riusciamo a farlo.(...)"

domenica 22 dicembre 2013

E' politica, quella dei bei gesti?

Non vorrei sempre fare il bastian contrario, ma ho qualche dubbio sul bel gesto (indubbiamente bello e coraggioso) del giovane deputato pd Khalhd Chaouki che si è rinchiuso nel centro di Lampedusa. I deputati avrebbero altri mezzi - le ispezioni, per esempio - per far prevalere le tesi politiche e difendere i cittadini. 

Il rischio è che involontariamente questi bei gesti (come lo sciopero della fame per la legge elettorale, per esempio, gesto diversissimo ma analogo per "violenta non violenza") siano sistemi un po' "ricattatori" ("non esco finché...") che delegittimano di fatto l'istituto parlamentare e non risolvono il problema. 

Nell'urgenza imposta dal parlamentare, probabilmente verrà in qualche modo "tappato il buco", magari verrà risolto il problema di alcune persone (magari gli attualmente presenti), ma difficilmente verrà governato sul serio il problema. E comunque rimane discutibile il mettere in gioco il proprio corpo e la propria persona. 

Capisco l'intento molto nobile - un po' come quando un ambasciatore si infila fra profughi in guerra per tutelare delle vite umane (ma un ambasciatore è un ambasciatore, un parlamentare un parlamentare) - ma rimango perplesso sulla torsione "testimoniale" che sta prendendo la politica italiana. 

Se un parlamentare si mettesse a digiunare con i malati di Stamina e si lasciasse morire se il ministero non la autorizzasse, dovremmo pensare che quella "cura" (si fa per dire) è giusta? Si è persa completamente la capacità di creare le propspettive di una discussione generale e razionale sui problemi?

giovedì 5 dicembre 2013

La Tragedia Di Prato, Il Futuro Di Una Comunità

Trasformare la tragedia in opportunità dovrebbe essere il senso della politica. Quanto successo a Prato non meraviglia, ci dice di un percorso che non può essere portato avanti solo sul fronte della repressione, anche se non devono esserci timidezze su questo versante.

Viene infatti da domandarsi: si conoscono i nomi di chi guida la mafia cinese in Italia? E' possibile accordarsi con la Cina per rimpatri immediati di chi si verificasse essere responsabile di queste forme di schiavitù? Stiamo facendo veramente tutto il possibile a livello di persecuzione legale dei capi perché questa mafia non si radichi irreparabilmente nella nostra società?

La partita più importante è quella però che la comunità cinese - le nuove generazioni soprattutto - dovrà giocare con se stessa, sfidandosi all'integrazione nella legalità. La democrazia italiana può crescere solo se si usano sapientemente durezza e incentivazione politica, inclusione e esclusione.

Perché comunque cittadinanza non è - forse non può essere - totale apertura; né ovviamente chiusura impaurita.

La posta in palio è costruire una comunità che può vincere la scommessa del futuro, facendo giustizia dell'orrore esplicito di questi giorni, e dei tanti piccoli orrori silenziosi che l'hanno preceduto e lo seguiranno.


FMM

(...) Da un lato una comunità cinese paludata con la tendenza a vivere di regole impenetrabili, dall’altro l’emorragia di un distretto ormai lontano dai fasti che ne fecero uno dei miti fondativi della Terza Italia. Ma un conto sono i cinesi di Prato, un altro i cinesi di Cina. La difficoltà del nostro tessile non è dovuta alla presenza cinese in città. Confondere i piani serve solo da alibi per coprire un sistema industriale spesso incapace di tenere il passo dell’innovazione. Dal distretto non sono mai emersi gli emuli di Benetton, Tod’s o Zegna, ossia brand capaci di imporsi sui mercati con propri prodotti. Un gran lavoro per il mondo della moda ma poco distintivo e riconosciuto. Questo è un punto importante, troppo spesso nascosto sotto l’alibi dell’invasione cinese.(...)
Claudio Bettazzi, attuale presidente della Cna di Prato, è titolare di un laboratorio per filati da guglieria e lavora gomito a gomito con Wang. Sua moglie è impiegata proprio in un’azienda cinese. Anche suo figlio ha amici cinesi così come alle feste di paese, intorno a Prato, spuntano le prime coppie miste. Certo preoccupano gli abusi e la criminalità interna alla comunità, ma c’è un pezzo di seconda generazione che si sta integrando. Nel frattempo cominciano a intuirsi i vantaggi commerciali di una presenza così radicata. A Prato arrivano parenti cinesi facoltosi che comprano agli Outlet, gustano il buon vino, alloggiano negli alberghi della zona. Nessuno fa il francescano ma solo così si sviluppano occasioni di business. La stessa veglia funebre dell’altra sera, con mille cinesi che hanno reso omaggio ai loro caduti, è un fatto nuovo e sintomatico che va consolidato. È come fossero usciti all’improvviso dall’ombra dei laboratori, si sono fatti visibili alla comunità locale, dicendo di voler rispettare le leggi italiane. Siamo solo all’inizio di un lungo percorso, ma se si riusciranno a fare passi avanti sulla trasparenza, le regole, l’integrazione e le vere ragioni di una crisi di sistema del nostro tessile, senza accampare facili scuse, forse il rogo non sarà successo invano.


Per non andare tanto distante riavvolgiamo il nastro allo scorso anno. 7 dicembre 2012, commissione parlamentare antimafia. A parlare davanti ai commissari è l’allora prefetto di Firenze Luigi Varratta: «All'interno della mafia cinese – afferma - sono state distinte tre tipologie criminali. Rilevante è quella delle triadi, che opera nel settore dello sfruttamento dei clandestini, del gioco d'azzardo, della prostituzione e dei centri di benessere. Qualche giorno fa è stata condotta a Firenze un'operazione congiunta, tra Forze dell'ordine, Inps, Inail, Asl e Direzione provinciale del lavoro, su 11 centri di benessere gestiti da cinesi. Per due centri è stata sospesa l'attività per mancanza di autorizzazione. Va detto che non è stata notata presenza di clandestini; le irregolarità più importanti rilevate riguardano l'aspetto fiscale e l'assunzione di lavoratori in nero. A parte queste attività, il settore nel quale la criminalità gialla è più permeata è quello della contraffazione, in virtù del fatto che il tessile e la pelletteria sono molto floridi in Toscana. Stesso scenario troviamo anche Prato, Pistoia e nel Valdarno fiorentino. Dagli elementi che abbiamo sulla presenza della criminalità cinese si può forse dire che questa criminalità, che tra quelle straniere è quella che rappresenta il maggior pericolo per la sicurezza e per la legalità del territorio non solo fiorentino, ma toscano in generale, potrebbe diventare la quarta o quinta mafia».



(...) La storia della Chinatown in riva al Bisenzio è rimasta per troppo tempo sotto traccia, sono stati compiuti errori macroscopici dalle amministrazioni locali e dalle autorità nazionali quando si sono chiusi tutte e due gli occhi mentre nasceva un distretto parallelo del tessile-abbigliamento, un agglomerato industriale che ha via via fatto dell’illegalità il modello di business vincente.
Sia chiaro, il declino di Prato e della sua straordinaria storia di imprenditoria dei tessuti non è avvenuto per esclusiva colpa dei cinesi (i nuovi arrivati si sono posizionati con il loro “pronto moda” a valle delle manifatture locali) ma è nato comunque qualcosa di storto. Abbiamo permesso che nel cuore della civilissima Toscana in centinaia di laboratori clandestiniimprenditori cinesi senza scrupolo obbligassero i loro connazionali più deboli e ricattabili a lavorare come schiavi.
A dormire accanto alle macchine da cucire, ad allattare i bambini rubando il tempo alla produzione. Grazie a questo tipo di sfruttamento il distretto cinese di Prato si è rivelato negli anni una straordinaria macchina da soldiche ha venduto sui mercati di mezza Europa quantità incredibili di un made in Italy griffato di lavoro illegale, intimidazione ed evasione fiscale.
Se è questa la storia che c’è dietro il rogo di Prato è necessario chiedersi cosa fare, come conciliare la convivenza con le comunità cinesi con il pieno rispetto della nostra civiltà e dei diritti elementari del lavoro. Non possiamo tollerare zone franche ma in parallelo dobbiamo essere capaci di costruire un dialogo che veda protagoniste le autorità dei due Paesi e passi, però, anche dentro la società civile.(...)

martedì 19 novembre 2013

Libia - Jihadisti Fra Gli Immigrati?

(ASCA) – Bruxelles, 18 nov – “Tra i disperati non escludo che ci siano anche persone appartenenti a gruppi jihadisti”. Lo afferma il ministro degli Esteri, Emma Bonino, in conferenza stampa a Bruxelles al termine del consiglio Affari esteri. “Non parlo di minaccia terroristica, ma di minaccia alla sicurezza”, precisa. La minaccia arriva dalla Libia, paese “con elevato grado di fragilita’ e senza controllo del territorio”(...)



(ASCA) – Bruxelles, 18 nov – I servizi segreti e di sicurezza italiani “ci hanno sempre messo in guardia” sui rischi che rappresenta la Libia per il nostro paese. Lo afferma il ministro della Difesa, Mario Mauro, in conferenza stampa a Bruxelles. La situazione, spiega, non e’ delle migliori. “La Libia e’ un paese con cinque milioni di persone e 30 brigate armate l’una contro l’altra, alcune anche impegnate nei traffici”. Quella libica, riconosce, “e’ una realta’ frammentata in cui si infiltrano gruppi di diverse tendenze, ma ne abbiamo parlato con i servizi che ci hanno sempre messo in guardia”. Il problema, ammette Mauro, “e’ di complessita’ estrema”(...)


sabato 9 novembre 2013

Ritornare a Occuparsi delle ex-Colonie?

Non è una novità, già in passato se ne è parlato, e forse è solo la parola "colonie" che può "spaventare" un po', far pensare che dobbiamo tornare a occupare altri paesi.

Naturalmente non è questo; al di là della prima impressione il ragionamento è molto semplice: ci sono "naturali" (diciamo così) "zone di influenza" di ogni paese, che in qualche modo corrispondono a quelli che erano appunto possedimenti coloniali, e che comunque rimangono legate alla nostra storia, pur se in modo diverso. 

Anche l'operazione Pellicano (1991-1993) in Albania, in qualche modo rispondeva a questa logica, anche se forse non ancora esplicitamente. Oggi ne parliamo un po' più apertamente, e dovremmo anche intuire che - al di là di una logica di "prevenzione" (anche rispetto all'immigrazione) - ritornare protagonisti anche in suolo africano può assumere un valore ulteriore in termini di orizzonte anche per la nostra economia, oltre che per la nostra politica estera. Vale per la strana missione in LIbia, potrebbe e dovrebbe valere anche per altre situzioni.

In ogni caso le nostre ex-colonie, attraverso i migranti, continuano a essere nostre compagne di viaggio. Conviene non subire questa "vicinanza" e tentare di renderla un buon affare per tutti, Europa compresa.

FMM

In Europa c’è chi pensa che l’Italia dovrebbe fare di più. Dicono che la tragedia di Lampedusa ha messo a nudo tutte le debolezze della politica comune dell’immigrazione e non solo. A Roma i paesi del Nord contestano il basso numero di rifugiati accolti, lo fanno senza considerare che da noi non si arriva in aereo ma salvati uno a uno in alto mare, però lo fanno. 

Nei palazzi dell’Ue c’è invece chi imputa al governo un’eccessiva timidezza diplomatica. «Avete titolo per avviare un processo mirato a fermare le partenze dei migranti in Somalia ed Eritrea», dicono a Bruxelles: «Compito duro, certo, ma vedete altra possibilità?». La task force di tecnici che lavora per rafforzare il pattugliamento di Frontex nel Mediterraneo è riconvocata per il 20 novembre, due settimane prima della riunione dei ministri degli Interni che tenterà di scrivere il percorso verso una e più efficace strategia europea. Molti temono che non basti e che l’ondata migratoria si gonfierà in inverno per riversarsi in Sicilia quando la buona stagione calmerà il mare. Bisogna farli restare a casa. Coi siriani - 15 mila solo in Libia - «c’è nulla da fare», dicono a Bruxelles. Ma coi profughi del Corno d’Africa, lo scenario appare diverso. (...)

domenica 13 ottobre 2013

Abolire La Bossi-Fini? Non Ora

Si discute se cambiare o abolire la Bossi-Fini. Probabilmente la riflessione è opportuna e necessaria, ma non è il caso - a mio avviso - di portare avanti in questo momento l'azione di riforma. Cambiare? Forse, ma non ora. 

Ora è necessario unire il Paese nella risposta all'emergenza, magari "sterilizzando" le ricadute più pesanti e inaccettabili del reato di immigrazione (per es. l'accusa di favoreggiamento a chi soccorre i caduti in mare), reato che peraltro - se non erro - non è neanche inserito in quella legge, ma era l'oggetto di un provvedimento successivo; la discussione sulle norme per l'immigrazione deve essere fatta in un altro momento, con maggiore cognizione di tutti i fattori in campo; facendo "rete" e "integrazione" fra le varie legislazioni europee, evitando di dare un segnale di "instabilità legislativa" ai nostri cittadini. 

Ora dobbiamo avere il massimo consenso sulle necessarie azioni di emergenza. E per avere il massimo di consenso è il caso di "congelare" la discussione sulla legislazione.

Ora soccorriamo le donne e gli uomini che fuggono dal bisogno e dalle torture; ora evitiamo le ricadute più pesanti della legislazione. Poi affronteremo con attenzione le riflessioni legislative necessarie.

FMM

giovedì 8 agosto 2013

Marcinelle, Europa

Marcinelle: la tragedia richiama ad una riflessione ancora attuale sui temi della piena integrazione degli immigrati e della sicurezza nei luoghi di lavoro

"Desidero esprimere sentimenti di ideale vicinanza a quanti partecipano alle cerimonie in ricordo della orribile sorte dei minatori, italiani e non, che persero la vita al Bois du Cazier 57 anni fa". Lo ha scritto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato in occasione del 57° anniversario della tragedia di Marcinelle.


"La commemorazione delle 262 vittime deve costituire - ha continuato il Capo dello Stato - potente richiamo ad una riflessione ancora attuale sui temi della piena integrazione degli immigrati così come su quelli della sicurezza nei luoghi di lavoro. Il concreto accoglimento di queste istanze umane e civili e la piena affermazione di questi diritti fondamentali debbono essere perseguiti con la massima attenzione dalle istituzioni e da tutte le forze sociali".

"In questo giorno dedicato al ricordo del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, rivolgo - ha concluso il Presidente Napolitano - il mio pensiero di solidarietà ai familiari delle vittime della tragedia di Marcinelle e di ogni altra nella quale sono periti nostri emigranti".