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lunedì 20 aprile 2026

Mattarella vigila sull'incentivo agli avvocati per il rientro dei migranti

"(...) L’idea di prevedere un incentivo di 615 euro per gli avvocati i cui assistiti scelgono di tornare volontariamente nel proprio Paese ha sollevato un’ondata polemica. E la convinzione (...) che la trovata del governo (...) sia incostituzionale. Anche a Palazzo Chigi ovviamente sanno che il Colle è in allarme da giorni (...)"

https://roma.corriere.it/notizie/politica/26_aprile_20/decreto-sicurezza-quirinale-alta-attenzione-rimpatri-c20c9770-fe98-4e41-9089-ba710220cxlk.shtml

venerdì 19 luglio 2019

Von der Leyen: “L'Europa dialoghi con la Russia ma da una posizione di forza” (laStampa)

Mi sembra intervista interessante, da molti punti di vista.

FMM

"(...) Dalla necessità di un “nuovo inizio” sul tema delle migrazioni alla volontà di «sfruttare meglio i margini offerti dalla flessibilità» per ciò che riguarda i criteri del patto di stabilità e di crescita, la presidente von der Leyen si annuncia come un’interlocutrice attenta alle preoccupazioni italiane. Non solo si oppone a qualsiasi forma di Ital-Exit, ma riconosce che «le differenze tra Sud e Nord dell’Europa, così come quelle tra Est e Ovest, vanno ricomposte evitando un’eccessiva emotività nel dibattito, che possa far sentire esclusi o respinti alcuni degli Stati membri».  Anche sul caso che ha contrapposto il vicepremier italiano Matteo Salvini a Carola Rackete si è mostrata attenta a pesare le parole: «In tutto il mondo il dovere è salvare le persone dall’angoscia di trovarsi in alto mare, ma questo non significa che tutti debbano venire in Europa».

Pur riconoscendo che su alcuni dossier non è ancora in grado di offrire soluzioni e proposte – prima su tutte la questione catalana, che «intende approfondire in tutti i suoi dettagli» – von der Leyen ha assicurato che ascolterà molto e cercherà un approccio comprensivo nella soluzione dei problemi. Vale anche per Brexit: «L’accordo non è morto, se ci sono buone ragioni che il governo britannico vuole offrire all’Ue per un’estensione dei suoi termini, sono pronta ad ascoltarle». Le maggiori cautele le ha espresse a proposito della Russia di Vladimir Putin: «La Russia è nostra vicina e resterà la nostra vicina – ha detto - ma l’esperienza degli ultimi anni ci dice che il Cremlino non perdona alcuna debolezza, quindi l’Europa deve essere disponibile al dialogo da una posizione di forza». Trasparenza e contrasto alle fake-news: «Questa è la forza dei paesi liberi con la stampa libera».

La versione integrale dell’intervista concessa dalla Presidente Ursula von der Leyen alla Stampa e ad altri quotidiani europei (The Guardian, Le Monde, Sueddeutsche Zeitung e La Vanguardia) sarà disponibile nell’edizione di domani, 20 luglio."

https://www.lastampa.it/esteri/2019/07/18/news/von-der-leyen-l-europa-dialoghi-con-la-russia-ma-da-una-posizione-di-forza-1.37105568

sabato 2 febbraio 2019

Segnalazione articolo: Caso Sea Watch, riassunto a bocce ferme (da LucaLovisio.ch)

Sul caso della Sea Watch, segnalo un articolo interessante; si possono ovviamente non condividere tutti i passaggi, ma mi sembra che possa essere importante per ragionare non emotivamente su tutti gli aspetti del problema

FMM

lunedì 28 gennaio 2019

Migranti: le guerre lampo che non funzionano, l'opposizione che non convince

Ho raccolto alcuni articoli reperiti su varie fonti; mi sembra riassumano bene la difficoltà politica di questa fase, fra azioni governative poco utili (se non addirittura dannose per la sicurezza e gli interessi italiani) e un'opposizione poco convincente, che affronta la questione migrazione con argomenti e toni che rischiano di sembrare solo "moralistici", a tratti contraddittori, e - temo - alla fine controproducenti. 

Sullo sfondo, principe tra le altre cose, la questione libica, mai in pace dopo la guerra senza orizzonte del 2011, con una strada diplomatica sempre più difficile, con il dubbio - per quel poco che comprendo - che il coinvolgimento del nostro paese debba passare prima o poi attraverso nuovi interventi militari, o - forse più probabile - attraverso la delega ad altri (il generale Haftar? il figlio di Gheddafi?) che possano "unificare" il paese (se ancora possibile). 

Qui trovate estratti degli articoli; ovviamente è consigliato leggere i testi integrali.
Spero possano essere d'aiuto.

Francesco Mariotti

"(...) La forza di Salvini sta dunque qui, nello strappo «barbarico» che lo spinge dove la sinistra non osa. Come con l’azzardo estremo della chiusura (nominale) dei porti, che ha svelato tanta ipocrisia europea e che però si sta riproponendo in queste ore con la nuova odissea di una nave Sea Watch e 47 profughi, così il vicepremier leghista strappa sui Cara. Solo che da qui cominciano i problemi. Perché chiudere Castelnuovo di botto, con un blitzkrieg, è un’avventura sciagurata in quanto, oltre a colpire diritti soggettivi, mette per strada almeno un quinto degli ospiti. La pattuglia degli Invisibili si ingrossa ulteriormente e le cose andranno peggio nei prossimi mesi con la cacciata progressiva dai centri di chi non ha più la protezione umanitaria ma non può essere rimpatriato in mancanza di accordi coi Paesi d’origine: a migliaia (130 mila in due anni secondo l’Ispi) finiranno nel limbo dei né espulsi e né accolti, in mano alla criminalità.

Dunque la forza di Salvini è anche la sua debolezza, la filosofia della guerra lampo lo imprigiona. Temendo di essere raggiunto da problemi insolubili prima di incassare il dividendo elettorale promesso dai sondaggi, il vicepremier procede per strattoni e fughe in avanti. Si tratta invece di cambiare paradigma: un problema che non riguarda solo lui o il suo governo ma noi europei nell'insieme. Lungimiranti come gattini ciechi, ci siamo ridotti in 500 milioni a litigare su chi apre o chiude i porti a qualche centinaio di profughi sulle navi Ong, mentre l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, ci spiegava che in tutto il pianeta 68,5 milioni di persone nel solo 2017 sono state in fuga da guerre e persecuzioni. La zona più critica di questo disordine mondiale è l’Africa: sono 29 gli Stati coinvolti in guerre o guerriglie e 259 le milizie dal Burkina-Faso al Sudan, dalla Nigeria al Congo alla Somalia e, ovviamente, alla Libia che, al momento, non è neppure più uno Stato (dunque non si capisce in base a quale finzione possa essere titolare di una zona Sars, Search and Rescue, dove infatti non si viene salvati ma condotti a morte). Il summit di Ouagadougou ha previsto che nel 2030, causa desertificazione, saranno 135 milioni i «profughi climatici» e di essi 60 milioni saliranno dall’Africa sub sahariana al Nord Africa e (infine) all’Europa. Di fronte a questi dati enormi appaiono assai miopi due visioni.

La prima, della destra sovranista, riduce migrazioni bibliche a epifenomeno di un fenomeno criminale: il traffico di esseri umani degli scafisti con la «complicità» di alcune Ong. Sostenere che fermate le Ong si fermino i viaggi è contraddetto dalla realtà (arrivano tuttora boat people a Lampedusa): l’unico risultato è tornare a prima del 2013 e di Mare Nostrum, con più naufragi e morti. La seconda visione, tuttavia, è altrettanto fuorviante, ed è quella irenica della sinistra altermondista: mentre accogliamo tutti basta aprire relazioni amichevoli, insegnare mestieri sul posto e sarà fatta, gli africani si riscatteranno da soli. Non è così. E non solo perché, ovviamente, non possiamo accogliere tutti, pena conflitti sociali ingestibili. Il primo passo, perché questo sogno di riscatto sia reale, è garantire dalle varie Boko Haram, Ansar al-Shari’a e milizie criminali assortite i nostri tecnici, maestri, medici: significa essere disposti a combattere. Il secondo passo è evitare che gli investimenti umanitari finiscano nei conti offshore dei mille dittatorelli locali. Per questo le liti con i tedeschi sulla missione Sophia o coi francesi sul loro presunto neocolonialismo sono nocive per tutti: il piano Marshall africano di cui parla Antonio Tajani ha senso solo se siamo in grado di seguire e proteggere quei miliardi di euro; un esercito comune europeo, domani, ci sarebbe necessario almeno quanto una vera unione bancaria.

Nell'immediato i soccorsi sono doverosi. Ma più doveroso ancora, per governi europei degni di questo nome, sarebbe mettere adesso le premesse perché, domani, 375 milioni di giovani africani, che nei prossimi 15 anni saranno in età per lavorare, possano farlo senza scappare. (...)"


"La paura ci rende pazzi, come ha detto papa Francesco, ma ci porta anche all’insonnia della ragione. Per ogni migrante espulso, cacciato da un centro di accoglienza, a causa dell’abrogazione della protezione umanitaria, che lascia per strada chi aveva un permesso di soggiorno in scadenza o scaduto. La paura rende pazzi, ma c’è un ma. Chi per anni ha studiato le sbagliate o mancate politiche di accoglienza, fatte alla rinfusa, perché c’erano esseri umani da salvare e il resto veniva dopo, sempre dopo, ora, davanti al putiferio scatenato dal piano di chiusura dei grossi centri di accoglienza, storce un po’ il naso. Sono anni che organizzazioni autorevoli della società civile, Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) in primis, denunciano le falle di un sistema di accoglienza fatto di maxi centri per migranti. A discapito di un modello alternativo di accoglienza diffusa, in cui la distribuzione dei richiedenti asilo sui territori permette di non intaccare i fragili equilibri sociali e di garantire un’integrazione concreta e mirata.

Giusto opporsi alle norme che frenano quella parziale integrazione realizzata. Restare umani è un imperativo.

Ma in molti di quei centri che dovranno essere chiusi, che non dovevano essere creati, 6 mila persone nei Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) e i nei Cas (137 mila persone), c’era già la manovalanza per le mafie locali e straniere. Ascolto da anni i racconti dei volontari, pazzi anche loro ma di rabbia, perché vedono la mala gestione di molti centri, dove si chiudono gli occhi davanti alla tratta delle nigeriane, al racket dell’elemosina e allo spaccio di stupefacenti. (...)"


"(...) Tre giorni fa, per cominciare, Salvini ha detto che Sophia, la missione europea di contrasto al traffico di esseri umani nel Mediterraneo, può concludersi in qualsiasi momento, avendo “come ragione di vita che tutti gli immigrati soccorsi vengano fatti sbarcare solo in Italia”. Salvini forse non lo sa, ma come è stato ricordato bene ieri da Repubblica il mandato di Sophia non prevede il salvataggio dei migranti bensì unicamente la lotta a scafisti e trafficanti d’armi e l’addestramento della Guardia costiera libica, indispensabile per fare quello a cui Salvini tra un mojito e un altro non sembra essere interessato: occuparsi di come aiutare Serraj a governare i flussi che partono dalla Libia. Colpire Sophia, dunque, non significa colpire l’Europa ma significa colpire l’Italia.
E lo stesso atteggiamento autolesionista Salvini lo ha messo in campo quando il governo del cambiamento si è occupato di altri dossier. Uno su tutti: la modifica del trattato di Dublino. Il trattato di Dublino, come sapete, prevede che il primo stato membro in cui viene registrata una richiesta di asilo è responsabile della richiesta d’asilo del rifugiato e nel contratto di governo Salvini e Di Maio hanno promesso di voler portare avanti “la revisione del Regolamento di Dublino e l’equa ripartizione dei migranti tra tutti i paesi dell’Ue”. Anche qui, l’atteggiamento avuto finora dal governo è stato controproducente. I campioni del sovranismo tendono a non ricordarlo, ma lo scorso anno il Parlamento europeo ha approvato una legge – non votata dal Movimento 5 stelle e addirittura bocciata dalla Lega – che cancella il criterio che il primo paese di accesso debba essere quello in cui il migrante presenta la richiesta d’asilo. Il problema è che alla fine di giugno il primo Consiglio europeo a cui ha partecipato il presidente Conte ha creato le condizioni per non modificare mai più quel trattato, accettando il principio imposto dai paesi di Visegrád che ogni modifica del trattato di Dublino debba essere decisa all’unanimità dei paesi dell’Unione europea (è sufficiente dunque che uno dei paesi europei amici di Salvini ponga il veto alla modifica del trattato per non modificarlo più). (...)"

venerdì 7 febbraio 2014

I Migranti di Sochi (da BalcaniCaucaso.org)

Lavoratori clandestini, costretti a spezzarsi la schiena per un tozzo di pane, tenuti in condizioni di semi-schiavitù. Sfruttati per costruire gli impianti grazie ai quali gli sportivi e gli appassionati di tutto il mondo potranno celebrare, a partire da oggi e per le prossime due settimane, il mito della fratellanza olimpica. È stata questa la sorte di 123 lavoratori, serbi e serbo bosniaci, che solo recentemente sono riusciti a ritornare a casa dopo aver lavorato nei cantieri edili di Sochi, la città russa dove oggi si aprono i giochi invernali.

A denunciare la situazione dei lavoratori migranti a Sochi ci aveva già pensato un rapporto di Human Rights Watch, pubblicato esattamente un anno fa sotto il titolo di "Corsa verso il basso". “Per preparare i giochi invernali del 2014”, si può leggere nel documento, “la Russia ha dovuto trasformare radicalmente Sochi, una città costiera sul Mar Nero, costruendo impianti sportivi, hotel di lusso, oltre che infrastrutture e sistemi di comunicazione modernissimi”. Per fare ciò, e concludere quest'opera faraonica con il minimo costo, la Russia ha fatto ricorso anche “a 16.000 immigrati provenienti dall'estero”, impiegati spesso in condizioni durissime: gli operai lavorano per “turni di dodici ore, senza aver diritto a giorni di riposo”, e dopo che “sono stati loro confiscati il passaporto e il permesso di lavoro, per fare sì che non si ribellino e per renderne impossibile la fuga”.(...)

“Abbiamo vissuto un'esperienza orrenda”, ha raccontato alla televisione BHRT Radovan Biserčić, uno dei serbo-bosniaci che hanno lavorato a Sochi. “Uno dei nostri colleghi è morto, uno è stato ucciso e un altro, che ha avuto un attacco di cuore, è sparito e non sappiamo tuttora che fine abbia fatto. I nostri ricordi degli ultimi tre mesi sono dolorosissimi”, continua Biserčić, “siamo andati in Russia perché volevamo i soldi, ma invece abbiamo avuto la prigione. Vivevamo in una casa che ci eravamo costruiti noi, con le nostre mani”, ricorda l'uomo. “Il pavimento era di cemento, non c'era spazio sufficiente per dormire, né per andare al bagno o per farsi la doccia”.
I lavoratori serbi e serbo bosniaci sono andati a Sochi convinti di poter sfuggire alla disoccupazione e guadagnare uno stipendio molto più alto di quello che in media viene loro corrisposto a casa.
Darko Glišić, di Višegrad, è arrivato in Russia grazie a un amico di Belgrado, Nikola, che un giorno gli ha presentato Raško Tankošić. Tankošić ha creato una propria agenzia che si occupa di inviare operai edili in Russia, e promette a Glišić un salario che va dai sei agli otto dollari all'ora.
La paga media, in Bosnia Erzegovina, è di 425 € al mese soltanto. La cifra promessa da Tankošić non è faraonica. Ma è una paga onesta, e tanto basta a convincere Darko a partire.
“Lavoravamo duro, ma ogni volta che si finiva un edificio, Raško ci dava al massimo cento euro”, ricorda Glišić a Radio Sarajevo. “Noi eravamo convinti che tutto sarebbe stato pagato alla fine. Le condizioni di vita lì erano orrende, disastrose, venti persone dormivano in un'unica stanza disadorna, senza potersi lavare, in letti senza materassi”.
Poi, un giorno, la polizia russa compie un controllo a sorpresa. Trenta lavoratori vengono arrestati, gli altri in qualche modo riescono a scappare. Ma sono senza documenti e con pochissimi soldi in tasca: “Io sono sfuggito alla prigione russa, per fortuna”, racconta sempre Glišić, “ma sono rimasto praticamente subito senza i pochi soldi che ero riuscito a guadagnare”.(...)

Dopo la scoperta di questo sistema di sfruttamento, poco in realtà è stato fatto per punire i responsabili. Lo stesso 23 gennaio, la polizia serba ha arrestato Dušan Kukić, di Čačak (Serbia), a capo di una delle agenzie responsabili di aver procurato operai alla costruzione di Sochi. Ma secondo Saša Simić, presidente del sindacato serbo per gli operai edili, resta ancora moltissimo lavoro da fare. Questa potrebbe essere soltanto la punta dell'iceberg. “Ci potrebbero essere più di 40.000 serbi che lavorano in Russia oggi; il loro numero esatto purtroppo non è possibile saperlo”, ha dichiarato Simić a Radio Slobodna Evropa.
Secondo Simić, il fenomeno rischia di aggravarsi anche in vista dell'organizzazione della Coppa del mondo di calcio in Russia nel 2018: “I nostri lavoratori sono competenti, e tra i peggio pagati della regione”. Facile quindi pensare che in pochi saranno in grado di resistere alle proposte di partire per la Russia.(...)

sabato 9 novembre 2013

Ritornare a Occuparsi delle ex-Colonie?

Non è una novità, già in passato se ne è parlato, e forse è solo la parola "colonie" che può "spaventare" un po', far pensare che dobbiamo tornare a occupare altri paesi.

Naturalmente non è questo; al di là della prima impressione il ragionamento è molto semplice: ci sono "naturali" (diciamo così) "zone di influenza" di ogni paese, che in qualche modo corrispondono a quelli che erano appunto possedimenti coloniali, e che comunque rimangono legate alla nostra storia, pur se in modo diverso. 

Anche l'operazione Pellicano (1991-1993) in Albania, in qualche modo rispondeva a questa logica, anche se forse non ancora esplicitamente. Oggi ne parliamo un po' più apertamente, e dovremmo anche intuire che - al di là di una logica di "prevenzione" (anche rispetto all'immigrazione) - ritornare protagonisti anche in suolo africano può assumere un valore ulteriore in termini di orizzonte anche per la nostra economia, oltre che per la nostra politica estera. Vale per la strana missione in LIbia, potrebbe e dovrebbe valere anche per altre situzioni.

In ogni caso le nostre ex-colonie, attraverso i migranti, continuano a essere nostre compagne di viaggio. Conviene non subire questa "vicinanza" e tentare di renderla un buon affare per tutti, Europa compresa.

FMM

In Europa c’è chi pensa che l’Italia dovrebbe fare di più. Dicono che la tragedia di Lampedusa ha messo a nudo tutte le debolezze della politica comune dell’immigrazione e non solo. A Roma i paesi del Nord contestano il basso numero di rifugiati accolti, lo fanno senza considerare che da noi non si arriva in aereo ma salvati uno a uno in alto mare, però lo fanno. 

Nei palazzi dell’Ue c’è invece chi imputa al governo un’eccessiva timidezza diplomatica. «Avete titolo per avviare un processo mirato a fermare le partenze dei migranti in Somalia ed Eritrea», dicono a Bruxelles: «Compito duro, certo, ma vedete altra possibilità?». La task force di tecnici che lavora per rafforzare il pattugliamento di Frontex nel Mediterraneo è riconvocata per il 20 novembre, due settimane prima della riunione dei ministri degli Interni che tenterà di scrivere il percorso verso una e più efficace strategia europea. Molti temono che non basti e che l’ondata migratoria si gonfierà in inverno per riversarsi in Sicilia quando la buona stagione calmerà il mare. Bisogna farli restare a casa. Coi siriani - 15 mila solo in Libia - «c’è nulla da fare», dicono a Bruxelles. Ma coi profughi del Corno d’Africa, lo scenario appare diverso. (...)