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domenica 1 dicembre 2013

Rischio Ucraina: L'Europa Batta Un Colpo

Ci sono momenti in cui le comprensibili attenzioni diplomatiche devono far posto a posizioni nette, e in questo senso l'Unione Europea dovrebbe dare segno di "accorgersi" di quanto sta succedendo in Ucraina.

Sia chiaro: come in tutte le contrapposizioni di questo tipo, è facile che all'interno delle manifestazioni filo-UE  non tutti i gruppi di attivisti siano presentabili; e può darsi che sia giusto tentare una mediazione. 

Epperò c'è il rischio che a furia di troppa diplomazia, l'Unione europea si incastri nelle sue paure e appaia troppo prudente.

La sfida ucraina forse è da prendere in altro modo, perché quando i paesi della nostra Comunità riusciranno a dire qualcosa di univoco e forte sulla politica, oltre che sull'economia, anche buona parte della percezione della crisi potrebbe essere sconfitta. 

Il mondo deve sapere che Europa non significa solo "ordine economico", ma soprattutto libertà. Ed è per quella libertà - di pensiero, di azione, di fede - che si tenta di fare "ordine" nell'economia. 

In un momento in cui gli USA forse stanno diventando troppo timidi, anche senza l'uso delle armi si può mostrare che esistono alternative ai soffocanti "liberi mercati" russo e cinese.

Speriamo di non perdere l'occasione.

FMM

Il presidente ucraino, Viktor Ianukovich, ha detto che farà tutto il possibile per avvicinare il Paese all’Unione europea. Ma la protesta non si ferma. A Kiev e in altre città dell’Ucraina migliaia di persone stanno protestando da dieci giorni contro la decisione del governo di congelare la firma di un accordo di associazione con l’Ue. E oggi almeno 20 mila sono scesi in piazza a Kiev: manifestazioni e scontri con la polizia davanti al palazzo dell’amministrazione presidenziale ucraina: lo riferisce la tv pubblica ucraina, citata da Itar-Tass. Uditi anche colpi d’arma da fuoco dalla vicina via Bankovskaya, l’area è avvolta dal fumo dei lacrimogeni. Secondo la Reuters, i manifestanti pro Ue hanno usato un trattore per sfondare le linee di polizia. Sono intervenuti i Berkut, le teste di cuoio, per sgomberare le migliaia di manifestanti che presidiavano via Bankovskaya, dove si trova la sede presidenziale: cariche e manganellate per tutti, compresi alcuni giornalisti, ai quali sono state distrutte le telecamere. (...)


Più di 100.000 manifestanti ucraini favorevoli all’Unione europea in piazza a Kiev, sfidando il divieto del governo che ha proibito i cortei in centro. Gli attivisti del partito nazionalista di opposizione hanno occupato il municipio di Kiev e contemporaneamente hanno proclamato lo sciopero generale. In mattinata gli attivisti si sono radunati nel parco Taras Shevchenk e poi hanno marciato verso Piazza dell’Indipendenza, dove hanno abbattuto le transenne erette attorno a un albero di Natale per scoraggiare gli assembramenti.



“La firma degli accordi di Vilnius rappresenta per noi quello che la caduta del muro ha rappresentato per la Germania 24 anni fa” ha dichiarato l’ambasciatore ucraino presso l’Unione europea (Ue) Konstantyn Yelisieiev, chiarendo però che l’accordo non intende rappresentare un pericolo per gli interessi commerciali di Mosca.



Questi toni europeistici assunti dalla dirigenza ucraina cominciano però ad attenuarsi e, stando alle dichiarazioni del primo ministro Mychola Azarov: la priorità sarebbe la normalizzazione delle relazioni commerciali con Mosca. Un passo indietro è stato fatto anche dal presidente Viktor Yanukovich che ha citato delle stime per cui l’adeguamento agli standard europei costerebbe all’Ucraina tra i 9 e i 45 miliardi di euro. Ora il paese non può permetterseli.

In un primo momento anche Bruxelles ha tentennato, lasciando trasparire la disponibilità ad aspettare il 2014, quando Yanukovich sarà alle prese con le imminenti elezioni presidenziali.

Al contrario Varsavia, è rimasta il grande sponsor della svolta europea di Kiev, invitando il presidente ucraino a firmare subito l’accordo perché se da un lato rischia di perdere il treno degli investimenti provenienti dalla Russia, dall’altro può salire al volo su quello europeo.

Tuttavia recentemente, l’Ue ha fatto capire di puntare a concludere l’atteso accordo di associazione. Lo dimostrano le dichiarazioni della cancelliera tedesca Angela Merkel che ha ventilato la prospettiva di “concrete opportunità e reale solidarietà” per il governo di Kiev. A farle eco quelle del ministro Emma Bonino che ha ribadito la disponibilità dell’Unione perfino alla “convocazione di un Consiglio affari esteri alla vigilia del vertice di Vilnius”. 




martedì 19 novembre 2013

Libano, attentato all’ambasciata iraniana (da laStampa.it)

(...) L’attentato è stato rivendicato dalle Brigate Abdullah Azzam, un gruppo qaedista che opera in Libano. «È stato «il martirio di due eroi sunniti libanesi», ha dichiarato un portavoce, Sirajeddin Zreikat. Sembra quindi confermato che l’attacco affonda le radici nella guerra civile nella vicina Siria, dove i gruppi qaedisti si sono uniti alla lotta armata contro il regime di Damasco. L’Iran è il maggior alleato regionale del presidente Bashar al-Assad. Il gruppo qaedista, oltre a chiedere che vengano liberati dalle carceri libanesi i suoi miliziani, minaccia altri attentati se Hezbollah non si ritirerà dalla Siria. (...)

Libia - Jihadisti Fra Gli Immigrati?

(ASCA) – Bruxelles, 18 nov – “Tra i disperati non escludo che ci siano anche persone appartenenti a gruppi jihadisti”. Lo afferma il ministro degli Esteri, Emma Bonino, in conferenza stampa a Bruxelles al termine del consiglio Affari esteri. “Non parlo di minaccia terroristica, ma di minaccia alla sicurezza”, precisa. La minaccia arriva dalla Libia, paese “con elevato grado di fragilita’ e senza controllo del territorio”(...)



(ASCA) – Bruxelles, 18 nov – I servizi segreti e di sicurezza italiani “ci hanno sempre messo in guardia” sui rischi che rappresenta la Libia per il nostro paese. Lo afferma il ministro della Difesa, Mario Mauro, in conferenza stampa a Bruxelles. La situazione, spiega, non e’ delle migliori. “La Libia e’ un paese con cinque milioni di persone e 30 brigate armate l’una contro l’altra, alcune anche impegnate nei traffici”. Quella libica, riconosce, “e’ una realta’ frammentata in cui si infiltrano gruppi di diverse tendenze, ma ne abbiamo parlato con i servizi che ci hanno sempre messo in guardia”. Il problema, ammette Mauro, “e’ di complessita’ estrema”(...)


sabato 28 settembre 2013

Così la Farnesina riorganizza i consolati sulle rotte energetiche (da ilFoglio.it)

Una volta era la via della seta. Oggi è la strada dell’energia e degli affari. Così, spinto anche da esigenze dettate dalla continua stretta sui conti pubblici, il ministro degli Esteri Emma Bonino ha cominciato a ridisegnare la mappa dei consolati italiani all’estero con un obiettivo: puntare sui paesi emergenti che non conoscono crisi economica e sono forti nel campo energetico e industriale. Per questo, a breve, nasceranno tre nuovi consolati: ad Ashgabat, capitale del Turkmenistan, a Chongqing in Cina e a Ho Chi Minh in Vietnam dove ormai ci sono più aziende che risaie. A presentare il piano alle commissioni Affari esteri di Camera e Senato è stata Marta Dassù, viceministro che sta seguendo il dossier in modo scrupoloso.
“Il nostro paese vive sull’estero, esiste un’Italia fuori dall’Italia, perché il nostro paese dipende fortemente dall’import di energie e materie prime e possiamo rilanciarci solo guardando ai nuovi mercati”, ha detto il numero due della Farnesina. Insomma basta alla vecchia logica dei consolati per vecchi emigrati, che oramai sono più che integrati con i paesi dove vivono, e più presenza verso quei paesi che crescono a velocità doppia o più che doppia rispetto al nostro. Così, visto che il capitolo a favore dell’emigrazione dopo i tagli della spending review avviata dal governo Monti l’anno scorso è ridotto a un miliardo e trecento milioni di euro, per far nascere le nuove strutture bisogna chiudere 14 sedi. E bisogna farlo a tappe spedite. Una prima tranche prevede la soppressione entro il prossimo 30 novembre di otto consolati. Cancellato quello di Tolosa in Francia, quello di Mons in Belgio, via quello di Spalato in Croazia e Scutari in Albania, così come quello ad Alessandria d’Egitto, di Sion, Neuchâtel e Wettingen in Svizzera. Su queste chiusure, tranne qualche voce sparuta, ad esempio su Spalato e Scutari, in teoria strategici in quanto i Balcani fanno parte delle politiche di sviluppo di molte aziende italiane, non si sono levate mozioni d’ordine.(...)