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sabato 7 settembre 2019

Sul Governo cosiddetto "Conte-bis"

[Scritto il 5 settembre come post su Fb]

Commento del tutto personale, e "a prima vista", da approfondire e magari da rivedere: ottima scelta per ministero dell'Interno, vista la situazione. Brutte, molto, su Giustizia e Esteri.
Su Economia vedremo, potrebbe essere scelta interessante, se Commissione europea "apre" e se saremo capaci di muoverci come sistema-Paese.

In breve: forse questo governo era un tentativo da fare. Magari riuscirà. Ma.

Ma molta parte del paese, come ho già scritto, non capisce, temo; e forse ha anche "perso" dei passaggi, magari più seguiti e conosciuti dagli appassionati che seguono la politica anche in vacanza. E questa gestione "tutta estiva" della crisi può creare grandissime difficoltà.

Un monito, già scritto: la gestione della questione migratoria e della sicurezza non può "ribaltarsi" in brevissimo tempo; un nuovo stile (non "cattivista", diciamo) deve comunque essere contrassegnato da rigore, lucidità, e capacità di dialogo con tutti i cittadini, soprattutto con chi è più esasperato e abbandonato. Altrimenti si rischia di fare un regalo a chi fomenta odio e divisione.

Un ulteriore monito che riguarda anche situazione in UK e Europa in genere. Le questioni che il "sovranismo" - "nazionalismo" pone (in modi inaccettabili) alle nostre democrazie rimangono tutte in piedi.

Attenzione a non perdere di vista la necessità di risposte di lungo periodo, che non passano attaverso "vittorie politico-parlamentari".

(Su Giustizia magari ci tornerò su più avanti)

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10220698566955445&id=1274444055

martedì 6 maggio 2014

Sicurezza Non E' Giustizia (su stadi, ordine pubblico, presunte trattative e simili)

Probabilmente ho già utilizzato questa citazione, tanto mi piace la scena del film. Ne "Le Invasioni barbariche", fortunato film di qualche anno fa, uno dei figli del protagonista tenta di procurarsi della droga per aiutare il padre morente a sopportare il dolore; viene raggiunto in macchina dal poliziotto che aveva contattato per avere informazioni e hanno un interessante colloquio sul mondo che si dipana davanti a loro. Cito un paio di battute a memoria, sicuramente sbagliando qualche dettaglio, ma spero mantenendo il senso.

Dopo aver visto una persona in cerca di droga, Il figlio dice al poliziotto: "Ma non li arrestate", e il poliziotto: "Ma la sua è una mania"... segue descrizione da parte del poliziotto dei "passaggi" di ruolo fra le varie etnie nel traffico di droga. E a questo punto il figlio: "Ma scusi, lei cosa fa in tutto questo?" E il poliziotto: "Faccio il mio mestiere, il guardiano della pace".

In questo scambio sembra ben tratteggiato la tensione fra una visione - passatemi l'aggettivo - "ingenua" della funzione degli operatori della sicurezza, e una che può apparire disincantata, forse addirittura cinica.

Eppure, a ben vedere, la visione del poliziotto risponde - come deve - a una logica di sicurezza, che - e qui forse è il nodo da osservare con più attenzione - non è la logica della giustizia.

Nell'idea di giustizia vogliamo vedere il "dare a ognuno il suo", il premio per chi fa bene, la punizione contro chi fa il male. Per la giustizia abbiamo i tribunali, abbiamo i giudici, abbiamo le sentenze. Qualcosa che inevitabilmente "astrae" anche dal contesto (almeno in parte), perché deve assicurare il diritto, in un certo senso - almeno idealmente - al di là di qualsiasi altra considerazione.

Non è possibile tutto ciò, nella logica della sicurezza e in particolare della sicurezza vista con la lente dell'ordine pubblico.

La logica della sicurezza e dell'ordine pubblico inevitabilmente è logica "politica", deve gestire alcune dinamiche collettive e deve quindi sempre fare un bilanciamento di costi e benefici; e non deve - appunto - ottenere il "giusto", ma un più banale "utile immediato", la tutela della tranquillità sociale.

Appunto, come si diceva nel film, gli operatori della sicurezza devono essere "guardiani della pace". Devono quindi arrestare tutti i criminali? ma questa è una mania, potremmo dire con il poliziotto del film...

E dunque, per andare alle cose di cui si discute in questi giorni, ammesso e non concesso che ci sia stata una qualche "trattativa" (io personalmente non credo ci sia stata, almeno intesa in un senso di deliberato accordo volontario, quando invece molto probabilmente c'è stato un "tira e molla" molto più banale, "improvvisato", legato a una situazione di tensione...); bene, ammesso e non concesso che ci sia stata questa "trattativa", cosa altro si doveva fare in quel momento?

Sottolineo "in quel momento", proprio perché prima ho specificato che oggetto della sicurezza è un "utile immediato" (i poliziotti in questo senso, in questo contesto di ordine pubblico, non sono come agenti dei servizi segreti che magari possono decidere di sacrificare un bene immediato per un bene superiore, o agenti che indagano su qualche reato, e che possono decidere di rinviare un arresto - o scelte simili - per motivi inerenti l'indagine, magari per arrivare a obiettivi più importanti; tutte queste sono situazioni che prevedono un lasso temporale disteso, situazioni che permettono - e richiedono - un ragionamento di medio o addirittura lungo periodo).

In quello stadio c'erano famiglie con bambini: era possibile non tenere in considerazione le richieste della tifoseria più accanita? Forse; ma con quali conseguenze immediate? era gestibile un'evacuazione dello stadio senza creare tensioni e coinvolgere i cittadini in una possibile guerriglia?

Lasciamo stare considerazioni sulle politiche che si potevano o si potrebbero adottare, o confronti con altri paesi. Questi sono discorsi "dall'alto". Stiamo "sul campo" (letteralmente, quasi, in questo caso), stiamo nella situazione concreta di quel momento

Oppure, se vogliamo fare un esperimento mentale per una situazione analoga, fate finta di essere a guida della polizia in una manifestazione in cui una parte del corteo comincia a rovesciare cassonetti e a danneggiare auto: è sempre consigliabile reagire? o non è inevitabile tener conto delle dinamiche del corteo, accettare qualche cassonetto rovesciato o bruciato, ma evitare scontri che possano coinvolgere più pesantemente anche altre persone nella "battaglia"?

Non so voi; io non ho una risposta secca e facile: se provate a darla, scommetto che non troverete la "risposta giusta", ma forse la "meno sbagliata possibile".

La sicurezza e l'ordine pubblico vivono di una perenne instabilità, di una totale "provvisorietà"; la scelta di un momento può essere sbagliata il momento successivo. Sorvegliare e garantire la pace non è un esercizio che possa accettare l'astrazione.

Prima di lasciarsi andare a retorica e vesti stracciate contro "la resa dello stato", perciò, pensiamo che molte famiglie sono tornate a casa incolumi, l'altra sera, nonostante l'aria grave che pesava sullo stadio. L'esito della serata poteva essere drammaticamente diverso. 

E' andata bene, forse, così. O almeno: è andata molto meno male di come si stava profilando all'inizio. Questa è la sicurezza, inevitabilmente cosa ingiusta e amara. Ma buona.

Francesco Maria Mariotti

domenica 27 ottobre 2013

Nicoletta Giorgi, Primo Presidente Donna dei Giovani Avvocati

Nicoletta Giorgi, 38 anni, padovana, è il primo presidente donna della storia dell'associazione italiana giovani avvocati, ed è anche, dagli anni '90, il primo leader degli under 45 che arriva da una città del nord. (...)

Quale sarà la priorità della sua presidenza? 

Certamente il contratto per i praticanti e i collaboratori di studio. Penso alla subordinazione prevista dal Dl 276/2003 che regola le prestazioni continuative e personali. Ci sono troppi colleghi che mandano avanti gli studi senza alcun riconoscimento. Il contratto riconoscerebbe il cambiamento da anni in atto nella nostra professione, e introdurrebbe le tutele che spettano a chi lavora in via esclusiva. (...)

Più in generale, quali sono le sue idee, per risolvere i problemi della giustizia? 

Un migliore funzionamento della giustizia passa per l'ultimazione del processo telematico e un radicale cambiamento della gestione degli Uffici. Sarebbe opportuno introdurre la figura del Direttore generale del tribunale: un "laico" che diriga e controlli efficienza e raggiungimento degli obiettivi. Penso poi alle camere arbitrali come alternativa alla giurisdizione e a una riforma generale del sistema giudiziario penale e carcerario. 

di Patrizia Maciocchi - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/6kUsM

sabato 21 settembre 2013

Intervento del Presidente Napolitano all'incontro di studio in ricordo di Loris D'Ambrosio

Parto naturalmente dal titolo e dalla funzione di magistrato di cui Loris D'Ambrosio era orgogliosamente portatore. Il titolo di "impiegati pubblici", riferibile in Costituzione anche ai magistrati, non dovrebbe mai essere usato in senso spregiativo ma non può peraltro oscurare - da nessun punto di vista - la peculiarità e singolare complessità delle funzioni giudiziarie. Non c'è nulla di più impegnativo e delicato che amministrare giustizia, garantire quella rigorosa osservanza delle leggi, quel severo controllo di legalità, che rappresentano - come ho avuto più volte occasione di ribadire - "un imperativo assoluto per la salute della Repubblica". Anche la considerazione della peculiarità di questa funzione, e l'inequivoco rispetto per la magistratura che ne è investita, sono invece stati e sono spesso travolti nella spirale di contrapposizioni tra politica e giustizia che da troppi anni imperversa nel nostro paese.

Il superamento di tale fuorviante conflitto, gravido di conseguenze pesanti per la vita democratica in Italia, ha rappresentato l'obbiettivo costante del mio impegno fin dall'inizio del mandato di Presidente, e nessuno più di Loris D'Ambrosio mi ha aiutato a definirne i termini e le condizioni. E nulla è stato più paradossale e iniquo che vedere anche Loris divenire vittima di quello che il professor Fiandaca ha chiamato "un perverso giuoco politico-giudiziario e mediatico". La cui impronta mistificatoria si è fatta risentire proprio oggi forse in non casuale coincidenza con questo incontro.

giovedì 22 settembre 2011

Ratzinger: politica e diritto, per un'ecologia dell'uomo - Angelo Scola: rivedere gli stili di vita


Ci sarebbe molto da dire sul discorso di Benedetto XVI al Bundestag: c'è l'ottimismo di fondo - che fa la grandezza e il limite di questo pensiero - del riconoscere nella ragione l'impronta più forte della creazione di Dio (cosa vera, ma da tenere sempre in tensione con il fatto che è parte dell'umano, ed è stato quindi "accettata" da Dio nell'Incarnazione - se così possiamo dire - anche la nostra irrazionalità...). 

E' comunque importantissima  - in questi tempi, ed è la cifra di questo papato - la sottolineatura che il pensiero cristiano ha scelto la filosofia - e dunque il tentativo di un discorso totalmente umano e razionale, al di là della fede nel divino - come traccia per fondare un proprio discorso giuridico, comunitario, politico.

Certo, c'è in questo un tratteggiare una storia del pensiero cristiano e "occidentale" che - complice la sintesi inevitabile di un discorso - non può che apparire troppo coerente, apparentemente senza quegli strappi e quelle forzature che anche la storia delle idee presenta.

E si potrebbe discutere all'infinito del concetto di "natura", che se da un lato rimane un punto fondamentale della dottrina cattolica (e per certi aspetti è assolutamente positivo, soprattutto se inteso come "limite" alla "volontà di potenza" dell'uomo, come in queste parole di Ratzinger), dall'altra presenta sfaccettature che ogni volta rimangono non pienamente spiegate, con il rischio di presupporre nella natura ciò che è anche un "prodotto" di cultura e storia.

Detto ciò, il discorso rimane - anche per chi si sente lontano dalla Chiesa - un bellissimo affresco che vale come richiamo potente alle coscienze di noi europei, soprattutto nel ricordarci che la nostra comunità politica nasce dall'incontro fra Gerusalemme, Atene e Roma. Nel ricordarci insomma che gli europei sono "derivati da", non "originali", e dunque mai "puri".

Approfitto anche per segnalare una intervista di Angelo Scola, nuovo arcivescovo di Milano, del 2009: una lettura della crisi economica che anche qui risente delle semplificazioni inevitabili di un commento che è "pastorale" e non certo tecnico, ma che rimane interessante, in questo periodo, soprattutto per la chiarezza con cui si stacca da una visione "maligna" del mercato e della proprietà privata, spesso in voga anche in parte del mondo cattolico.

Francesco Maria

(...) La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto?
(...) Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto “gli inviolabili e inalienabili diritti dell'uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”. Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione (...) 
Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé.
(...) A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza 
dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico. Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Grazie per la vostra attenzione.


(...) Come uscirne, appunto?Credo sia necessario riequilibrare l’economia di mercato nella direzione di subordinare l’uso dei beni al valore e alla dignità del soggetto personale e comunitario. In questo senso, nella crisi è contenuto un invito profondo a mutare i nostri stili di vita.
Si tratta di ridurre i consumi, di “decrescere”, come afferma qualcuno?
No, non si tratta tanto di non consumare o di consumare di meno: al centro ci deve essere l’interrogarci su come consumare. Dobbiamo in primo luogo chiederci in che modo il consumo dilata e rende dignitosa la vita del soggetto e della comunità. In questo senso vedo un’analogia con il tema degli affetti: in che modo, infatti, gli affetti esaltano e compiono la persona e la comunità? Solo se sono vissuti nella ragionevolezza di un amore ordinato.
E i consumi?
Se sono assunti dentro la ragionevolezza dei beni materiali necessari ad espandere la dignità dell’uomo, occupano un posto importante nella nostra vita. Altrimenti producono squilibrio.
Lei, Eminenza, sta cioè invitando a riconoscere meglio i fini e i mezzi nell’economia?
Esattamente. Se si riporta il soggetto al cuore dell’economia di mercato, allora inesorabilmente si equilibra il rapporto fra il soggetto stesso e l’uso dei beni. In ciò basta ricordare il grande e antico insegnamento della Chiesa, proprio già dei tempi di san Tommaso, secondo cui tutto ci è dato in uso. La proprietà privata consiste nel fatto che tutto ci è dato in uso, ma la destinazione dei beni è universale. E qui si innesta un altro e basilare elemento: si esce dalla crisi ritrovando speranza non solo a partire dal primato del soggetto, ma anche dal fatto che la speranza che abbiamo delineato è per sua natura solidale.
Il che, tradotto nel concreto delle scelte economiche, cosa significa?
Che noi non usciremo dalla crisi se non sapremo andare incontro alle situazioni estreme di povertà - cominciando dalle persone che qui da noi, in Italia, perdono il lavoro, immigrati compresi - per andare ai bisogni dell’Africa. Il che vuol dire, per esempio, guardare alla povertà e alla miseria africane non solo come a problemi da affrontare per un dovere di giustizia e in un impeto di carità, ma come a opportunità per riequilibrare il mercato.All’incirca com’è accaduto in questi ultimi anni con la Cina?
Certamente. Nel rispetto, però, di tutti i diritti dell’uomo e della società. Noi occidentali, così come siamo troppo ignavi verso l’Africa, siamo colpevoli circa la modalità con cui la Cina non sta affrontando il problema dei diritti dell’uomo.