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giovedì 27 marzo 2014

Presentazione di "Israele, la paura, la speranza" di Bruno Segre - Milano, 2 aprile 2014

Segnalo un evento che mi pare molto interessante; ho letto il libro di Bruno Segre - una raccolta di suoi articoli dal 1970 ad oggi - e credo valga la pena ascoltare la sua voce saggia e laica per riflettere in un'ottica di lungo periodo sul conflitto medio orientale.

Dal progetto di "nuova educazione" che si sperimentò nei kibbutz, all'Israele che scopre dentro di sé un pericoloso estremismo con l'assassinio di Rabin; dal mondo dei fondamentalismi religiosi che sembravano negli ultimi anni aver preso la direzione degli eventi e del "vocabolario" medioorientale alla speranza (ora forte, ora un po' più timida) della presidenza Obama.

Il "racconto" - mi permetto di chiamarlo così - di Segre è una riflessione completa sulle stagioni del sionismo, un riassunto di storia nel quale provare a "specchiarsi" per capire anche - al di là del conflitto israelo -palestinese - dove stiamo andando, verso quale possibile civiltà l'apparente disordine di questi anni ci sta portando

Francesco Maria Mariotti

***
Libreria Claudiana e Sinistra per Israele,
in occasione dell'uscita del libro di

BRUNO SEGRE
 , 


ISRAELE LA PAURA LA SPERANZA
Dal progetto sionista al sionismo realizzato

Edito da Wingsbert House

Vi invitano a partecipare all’ incontro con:

Anna Momigliano, Giornalista e scrittrice
Luciano Belli Paci, Sinistra per Israele Milano
Stefano Jesurum, Giornalista e scrittore

«Mentre seguivo con partecipazione le vicende politiche e culturali di Israele e del Medio Oriente, mi sono reso conto che nella cultura politica coagulatasi 
attorno al progetto sionista erano presenti ab origine, e ancora oggi continuano a fronteggiarsi, due linee di pensiero e di azione ben distinte. Una 
di esse fa leva prevalentemente sulla speranza, l’altra sulla paura. (…) 
Israele riuscirà ad assicurarsi un futuro soltanto se saprà mettere la sordina alla paura e restituire voce e dignità alla speranza».

Sarà presente l'autore

MILANO
Mercoledì 2 aprile 2014, ore 18.30

 
 
LIBRERIA CLAUDIANA
Via Francesco Sforza, 12

lunedì 9 gennaio 2012

Guerra Non di Missili, Ma di Monete (da ilFoglio)


(...) Lo spread tra il tasso di strada e il tasso ufficiale è la reazione dell’economia reale dell’Iran alla legge firmata sabato dal presidente americano, Barack Obama, che punisce le transazioni con la Banca centrale di Teheran. Le nuove sanzioni entreranno in vigore tra 60 giorni e l’applicazione più stretta comincerà tra sei mesi: in sostanza mettono tutti – anche le Banche centrali dei governi – davanti a una scelta definitiva: chi fa affari con la Banca centrale iraniana non può più fare affari con gli Stati Uniti (che hanno un mercato da cui nessuno vuole chiudersi fuori). Il presidente Obama si è concesso una clausola che gli consente permessi temporanei da 120 giorni per ragioni di interesse nazionale o per salvaguardare la stabilità del mercato energetico, e una seconda clausola esclude le sanzioni contro paesi che abbiano già tagliato gli affari con l’Iran. 

Si tratta di misure già imposte alle imprese americane, ma ora l’Amministrazione spera di essere seguita anche dai paesi europei, per renderle più efficaci. Considerato che dalla Banca centrale dell’Iran, la Banca Markazi, passa il denaro pagato dai governi e dagli acquirenti stranieri per onorare i contratti petroliferi e che quel denaro è l’80 per cento dei proventi del governo, è come se Washington stesse per bloccare lo Stretto di Hormuz economico degli iraniani, non in mare ma negli uffici del Mirdamad Boulevard nella capitale. 

Le sanzioni fanno parte del National Defense Authorization Act, un pacchetto di leggi contro il terrorismo, ma rischiano di avere riflessi importanti sul mercato del petrolio e di conseguenza anche sull’economia mondiale(...)
 

(...) Il governatore Mahmoud Bahmani ha gettato agli acquirenti iraniani 200 milioni di dollari in un giorno per fermare la svalutazione, il governo ha dato pubbliche rassicurazioni sul fatto che la moneta si è ripresa il 20 per cento del suo valore. L’economia reale però non mente e se la settimana scorsa nei negozi della capitale si poteva trovare l’iPhone 4 da 16 giga della Apple per 9.400.000 rial, due giorni fa il prezzo è salito a 14.500.000 rial (il prezzo vero è rimasto invariato, attorno ai 650 dollari americani). Gli iraniani perdono fiducia nella moneta nazionale e tentano di liberarsi del capitale in rial e di passare ad altri asset, come il dollaro americano o persino, in mancanza di meglio, l’acciaio, che tende a conservare meglio il suo valore in confronto al soldo. 

Così, mentre i lanci dell’agenzia di stato Fars dicono che “una portaerei americana scappa dal Golfo inseguita da unità navali dell’Iran”, i cambiavaluta nella capitale alzano sulla porta il cartello “chiuso” oppure lavorano a mezzo servizio con l’ordine di non vendere dollari alla gente che già si organizza in lunghe file. “Supremazia”, così il regime ha chiamato i dieci giorni di esercitazioni navali nello Stretto di Hormuz per mostrare i muscoli alla Quinta flotta degli Stati Uniti nel Golfo, si conclude con il divieto materiale fatto agli iraniani di comprare dollari americani(...)
 

giovedì 22 settembre 2011

Ratzinger: politica e diritto, per un'ecologia dell'uomo - Angelo Scola: rivedere gli stili di vita


Ci sarebbe molto da dire sul discorso di Benedetto XVI al Bundestag: c'è l'ottimismo di fondo - che fa la grandezza e il limite di questo pensiero - del riconoscere nella ragione l'impronta più forte della creazione di Dio (cosa vera, ma da tenere sempre in tensione con il fatto che è parte dell'umano, ed è stato quindi "accettata" da Dio nell'Incarnazione - se così possiamo dire - anche la nostra irrazionalità...). 

E' comunque importantissima  - in questi tempi, ed è la cifra di questo papato - la sottolineatura che il pensiero cristiano ha scelto la filosofia - e dunque il tentativo di un discorso totalmente umano e razionale, al di là della fede nel divino - come traccia per fondare un proprio discorso giuridico, comunitario, politico.

Certo, c'è in questo un tratteggiare una storia del pensiero cristiano e "occidentale" che - complice la sintesi inevitabile di un discorso - non può che apparire troppo coerente, apparentemente senza quegli strappi e quelle forzature che anche la storia delle idee presenta.

E si potrebbe discutere all'infinito del concetto di "natura", che se da un lato rimane un punto fondamentale della dottrina cattolica (e per certi aspetti è assolutamente positivo, soprattutto se inteso come "limite" alla "volontà di potenza" dell'uomo, come in queste parole di Ratzinger), dall'altra presenta sfaccettature che ogni volta rimangono non pienamente spiegate, con il rischio di presupporre nella natura ciò che è anche un "prodotto" di cultura e storia.

Detto ciò, il discorso rimane - anche per chi si sente lontano dalla Chiesa - un bellissimo affresco che vale come richiamo potente alle coscienze di noi europei, soprattutto nel ricordarci che la nostra comunità politica nasce dall'incontro fra Gerusalemme, Atene e Roma. Nel ricordarci insomma che gli europei sono "derivati da", non "originali", e dunque mai "puri".

Approfitto anche per segnalare una intervista di Angelo Scola, nuovo arcivescovo di Milano, del 2009: una lettura della crisi economica che anche qui risente delle semplificazioni inevitabili di un commento che è "pastorale" e non certo tecnico, ma che rimane interessante, in questo periodo, soprattutto per la chiarezza con cui si stacca da una visione "maligna" del mercato e della proprietà privata, spesso in voga anche in parte del mondo cattolico.

Francesco Maria

(...) La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto?
(...) Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto “gli inviolabili e inalienabili diritti dell'uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”. Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione (...) 
Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé.
(...) A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza 
dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico. Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace. Grazie per la vostra attenzione.


(...) Come uscirne, appunto?Credo sia necessario riequilibrare l’economia di mercato nella direzione di subordinare l’uso dei beni al valore e alla dignità del soggetto personale e comunitario. In questo senso, nella crisi è contenuto un invito profondo a mutare i nostri stili di vita.
Si tratta di ridurre i consumi, di “decrescere”, come afferma qualcuno?
No, non si tratta tanto di non consumare o di consumare di meno: al centro ci deve essere l’interrogarci su come consumare. Dobbiamo in primo luogo chiederci in che modo il consumo dilata e rende dignitosa la vita del soggetto e della comunità. In questo senso vedo un’analogia con il tema degli affetti: in che modo, infatti, gli affetti esaltano e compiono la persona e la comunità? Solo se sono vissuti nella ragionevolezza di un amore ordinato.
E i consumi?
Se sono assunti dentro la ragionevolezza dei beni materiali necessari ad espandere la dignità dell’uomo, occupano un posto importante nella nostra vita. Altrimenti producono squilibrio.
Lei, Eminenza, sta cioè invitando a riconoscere meglio i fini e i mezzi nell’economia?
Esattamente. Se si riporta il soggetto al cuore dell’economia di mercato, allora inesorabilmente si equilibra il rapporto fra il soggetto stesso e l’uso dei beni. In ciò basta ricordare il grande e antico insegnamento della Chiesa, proprio già dei tempi di san Tommaso, secondo cui tutto ci è dato in uso. La proprietà privata consiste nel fatto che tutto ci è dato in uso, ma la destinazione dei beni è universale. E qui si innesta un altro e basilare elemento: si esce dalla crisi ritrovando speranza non solo a partire dal primato del soggetto, ma anche dal fatto che la speranza che abbiamo delineato è per sua natura solidale.
Il che, tradotto nel concreto delle scelte economiche, cosa significa?
Che noi non usciremo dalla crisi se non sapremo andare incontro alle situazioni estreme di povertà - cominciando dalle persone che qui da noi, in Italia, perdono il lavoro, immigrati compresi - per andare ai bisogni dell’Africa. Il che vuol dire, per esempio, guardare alla povertà e alla miseria africane non solo come a problemi da affrontare per un dovere di giustizia e in un impeto di carità, ma come a opportunità per riequilibrare il mercato.All’incirca com’è accaduto in questi ultimi anni con la Cina?
Certamente. Nel rispetto, però, di tutti i diritti dell’uomo e della società. Noi occidentali, così come siamo troppo ignavi verso l’Africa, siamo colpevoli circa la modalità con cui la Cina non sta affrontando il problema dei diritti dell’uomo.