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sabato 7 dicembre 2013

Rischio Libia

Libia/Nella piu' assoluta indifferenza continuano in Libia agguati e attentati. Particolarmente difficile la situazione a Bengasi dove si verificano omicidi quotidiani, spesso i target sono ufficiali e militari. Giovedi' e' stato invece assassinato un giovane professore americano che insegnava chimica nella scuola internazionale. 

Lo hanno freddato mentre faceva jogging. Forse una vendetta per la cattura da parte degli Usa dell'esponente integralista Al Libi. Pochi giorni fa il "portavoce" (un americano convertito) di Al Qaeda aveva invitato sul web a colpire i cittadini Usa.




(...) mentre faceva jogging da solo, è stato ucciso Ronnie Smith, un professore statunitense di chimica che insegnava nella International School di Bengasi, città da cui partì la rivolta anti-Gheddafi del 2011 ma che oggi è diventata il simbolo dell'instabilità del paese.

Smith era uno dei pochissimi stranieri che sono ancora rimasti a Bengasi e in tutta la Cirenaica: dopo la morte dell'ambasciatore Stevens, la presenza occidentale a Bengasi è stata ridotta al minimo, anche il console italiano Guido De Sanctis venne fatto partire dopo un attentato contro la sua auto blindata.  L'ultimo a partire il console malese, richiamato alla Valletta dopo che perfino a lui, considerato da tutti "un libico" erano arrivate minacce di morte.

Originario del Texas, 33 anni, sposato e con un figlio piccolo, Smith era arrivato a Bengasi alla fine del 2012, per insegnare chimica alla Scuola internazionale. Su Internet, nelle loro bacheche, i ragazzi della scuola lo ricordano come un uomo generoso, che aveva offerto tutto se stesso alla causa del popolo, dei giovani libici.

Ma Bengasi ormai è una città in cui la sicurezza è sfuggita di mano a tutti perché nessuno controlla il potere e le forze di polizia. Solo oggi sono stati assassinati 3 militari, ieri altri 2, nella notte un terzo è sfuggito a un attentato. (...)




(ANSA) - TRIPOLI, 4 DIC - L'assemblea nazionale libica ha votato per far diventare la legge islamica (sharia) la base di tutte le leggi e delle istituzioni statali del Paese, con una decisione che potrà avere un impatto fra l'altro sulla normativa finanziaria. (...)

mercoledì 11 settembre 2013

11 settembre (1973, 2001, 2012)


11 settembre 1973: golpe in Cile

Alle sette del mattino dell’11 settembre alcune navi della Marina militare cilena occuparono il porto di Valparaíso, sull’Oceano Pacifico. L’ammiraglio Raúl Montero Cornejo, comandante della Marina e fedele al presidente Allende, venne imprigionato e sostituito da José Toribio Merino Castro, uno degli ideatori del colpo di stato. Il Prefetto della Provincia di Valparaíso informò subito delle manovre della Marina il presidente Allende, che diede ordine alla scorta, il Gap (Gruppo di Amici Personali), di lasciare la sua residenza di calle Tomás Moro per raggiungere il palazzo presidenziale, La Moneda, nella capitale Santiago. Erano circa le otto e a Santiago le forze aeree e i carri armati dell’esercito avevano già condotto la cosiddetta “Operazione silenzio”: chiudere e bombardare le sedi e le antenne di tutte le stazioni radio e tv. L’unica che quel giorno riuscì a non interrompere le trasmissioni (nonostante il bombardamento) fu la radio Magallanes del Partito comunista cileno da cui, poco dopo, Allende avrebbe parlato alla nazione per l’ultima volta.


11 settembre 2001: Attacco alle Torri gemelle e al Pentagono

L'attacco al Pentagono è uno degli aspetti dell'11/9 che maggiormente ha stimolato la fantasia dei complottisti. Dapprima hanno sostenuto che l'edificio fosse stato colpito da un missile o da un caccia;  negli ultimi anni alcuni hanno cambiato parere e ora sostengono che un aereo di linea abbia effettivamente colpito il Pentagono ma percorrendo una rotta diversa rispetto a quella comunemente accettata. Tralasciando la disinvoltura con cui i complottisti cambiano parere, allo scopo di confermare nuovamente che le versioni complottiste sono solo frutto di menti troppi fervide Undicisettembre ha raccolto la testimonianza diretta di Steven Mondul, che al tempo degli attacchi ricopriva il ruolo di State Emergency Manager (responsabile statale per le emergenze) per il Virginia Department of Transportation (Dipartimento dei Trasporti della Virginia) e che ci ha fornito una nuova smentita di queste assurde teorie.

Ringraziamo Steven Mondul (citato con il suo permesso) per la sua cortesia e disponibilità.


11 settembre 2012: Chris Stevens muore in un attentato a Bengasi

Era il Primo maggio. E quello è stato il giorno in cui ho visto per l'ultima volta Chris Stevens, un diplomatico esperto e un amico. Abbiamo parlato a lungo della sua nomina ad ambasciatore in Libia, Paese che conosceva e amava. E con il suo stile per nulla formale, da californiano vero, aveva toccato un tema rimasto un po' sotto traccia ma sentito. Quello dell'infiltrazione dei militanti islamisti. «Dicono che arrivino anche dall'estero», aveva affermato. Non era la violazione di un segreto bensì la conferma di notizie pubbliche che rimbalzavano dal Nord Africa. Ma Chris Stevens, pur consapevole dei rischi, non sembrava preoccupato più di tanto. Era abituato ai posti difficili, sapeva cosa fosse il Medio Oriente, conosceva la terribile favola della rana e dello scorpione. Quella dove quest'ultimo uccide la prima dopo che lo ha aiutato ad attraversare il fiume.(...)




sabato 3 novembre 2012

Tutta colpa della Cia?

L’articolo del Wsj dice: nelle ultime otto settimane, dall’11 settembre, tutta la colpa di quanto è successo a Bengasi è caduta addosso al dipartimento di stato, tanto che a ottobre il segretario, Hillary Clinton, per deflettere le critiche dure che minacciano il presidente Barack Obama impegnato nella rielezione, s’è presa “tutta la responsabilità per i buchi nella sicurezza”. In realtà, spiega il Wsj, c’era un accordo segreto tra la Cia e il dipartimento di stato: erano i servizi a essere responsabili della sicurezza a Bengasi e quindi anche della protezione dell’ambasciatore Chris Stevens. Anzi, il consolato di Bengasi era in realtà poco più di una facciata di comodo per le operazioni della Cia, che era sul posto fin dalla prima fase della rivoluzione anti Gheddafi nel febbraio 2011. La notte della strage – scrive il Wsj informato sui fatti – dei trenta americani portati in salvo soltanto sette erano del dipartimento di stato; gli altri erano tutti agenti della Cia, alcuni con un passaporto diplomatico di copertura. L’intelligence americana lavorava in un edificio distante poco più di un chilometro, conosciuto come “the annex”, che era il vero centro delle attività americane nella zona e l’ambasciatore e i suoi non erano arrivati con una scorta grande perché in caso di problemi il patto era che sarebbero intervenuti i dieci uomini della squadra armata della Cia. “Loro dovevano essere la cavalleria”, dice una fonte dell’Amministrazione ai reporter del Wsj, e se non ci fossero stati il dipartimento di stato non avrebbe lasciato che l’ambasciatore si recasse con una protezione così debole a Bengasi. Quando l’attacco di terroristi, lo scenario peggiore, è arrivato, gli uomini della Cia non hanno salvato Stevens.