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domenica 21 luglio 2019

Libia: battaglia finale?

Dal profilo Facebook di Guido Olimpio

"(AGI) - Tripoli, 20 lug. - Le forze del maresciallo Khalifa Haftar hanno dichiarato «l'ora zero» della propria offensiva volta alla conquista della capitale libica, Tripoli. Come riferisce Arab News, lo scrive lo stesso Esercito nazionale libico (Lna) sulla propria pagina Facebook, nella quale si lancia un appello ai giovani «unirsi alle nostre forze». Sull'altro fronte, già ieri il Governo di accordo nazionale libico di Fayez al Serraj aveva annunciato di aver raccolto informazioni che dimostrerebbero che Francia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti si preparano a potenziare le forze fedeli ad Haftar. Alcune informazioni pervenute all'esecutivo di Tripoli - l'unico riconosciuto dalla comunità internazionale - indicano che il nuovo attacco sarà effettuato con aeromobili e armi di alta qualità. Non solo: stando alle stesse fonti, l'offensiva sarebbe imminente."


domenica 19 maggio 2019

Haftar a Roma rilancia le opzioni italiane nella crisi libica (AnalisiDifesa)

"(...) “La situazione è complessa, confidiamo nella via politica come unica soluzione” ha detto Conte ai cronisti senza sbilanciarsi su quanto espresso da Haftar. Anche se il generale non ha offerto spazio all’ipotesi di tregua (esclusa il 13 maggio dal ministro degli Esteri di Tobruk, Abdulhadi Ibrahim Iahweej) la sua visita a Roma  conferma che il successo militare non è attualmente un’opzione credibile. Benché il suo Esercito Nazionale Libico abbia aperto un nuovo fronte vicino a Sirte con l’obiettivo di deviare da Tripoli alcune brigate di Misurata oggi schierate a difesa della capitale, è evidente che il blitz contro Tripoli scatenato a inizio aprile è fallito e la guerra di logoramento in atto ora non sembra risolvibile sul piano militare.Sembrano essersene accorti anche gli sponsor principali di Haftar. La Russia, fin da subito scettica circa le possibilità di successo dell’attacco a Tripoli, sostiene con Roma la necessità di cercare soluzioni politiche mentre anche Egitto e soprattutto Emirati Arabi Uniti sembrano voler assumere un profilo più defilato. Proprio gli emirati, con le forniture di armi e munizioni e probabilmente anche con il sospetto impiego dei loro droni di costruzione cinese schierati in Cirenaica e impiegati per colpire di notte a Tripoli le postazioni delle milizie fedeli ad al-Sarraj, hanno offerto un contributo determinante all’attacco alla capitale. Il generale ha dimostrato di tenere inconsiderazione il ruolo dell’Italia, confermatasi partner indispensabile per tutti i protagonisti della crisi libica al punto che secondo alcune fonti Conte avrebbe fatto notare al suo interlocutore che il sostegno di molti Paesi stranieri potrebbe non essere eterno. Non a caso lo stesso giorno in cui Conte ha visto Haftar l’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Buccino ha incontrato a Tripoli il ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashaga. Buccino, a cui, ha espresso l’appoggio dell’Italia al governo di Accordo nazionale. Il 14 maggio il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ha dichiarato che il presidente Emmanuel Macron vuole incontrare il maresciallo Khalifa Haftar per premere verso un cessate-il-fuoco e riprendere i colloqui di pace in Libia. (...)"

sabato 18 maggio 2019

Poche ore per Haftar?

"(...) Gli scenari, quindi, sono due. O una recrudescenza delle ostilità, con un incremento consistente di attacchi dell’LNA a sud di Tripoli; oppure una situazione “congelata”, come si sta verificando da alcuni giorni, in cui le truppe di Haftar e quelle di Sarraj si combattono moderatamente. Qualche segnale su cosa accadrebbe, peraltro, arriva dalle forze di Bengasi. Un portavoce del contingente ha fatto sapere che è stata completata circa il 70% della fase due dell’operazione e che adesso si sta lavorando per “raccogliere informazioni”. Tradotto, gli assetti sono fermi fino a nuovo ordine. Con il Generale, però, non si può mai sapere. L’uomo forte della Cirenaica, infatti, adora i coup de theatre. Perciò, non si può escludere nemmeno un’improvvisa accelerazione delle manovre a sorpresa."

sabato 5 settembre 2015

Zohr 1X: Sarà Vera Gloria? (Rassegna stampa sulla recente scoperta dell'Eni)

La notizia della scoperta del giacimento di gas data in questi giorni sembra essere fra quelle da seguire con molta attenzione; al tempo stesso - però - è bene aspettare dati più precisi, avendo presente - lo segnala il sito GreenReport richiamando un'analisi del prof.Bardi, di Firenze - che "l’impatto di questa scoperta sullo scenario globale rimarrà probabilmente limitato". Con la doverosa cautela nel giudizio complessivo, comunque è probabile che ci siano - sul medio-lungo periodo - interessanti conseguenze economiche e politiche, che potrebbero vedere l'Italia protagonista.

Di seguito una breve rassegna stampa con alcune riflessioni.

Francesco Maria Mariotti
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LA NOTIZIA E ALTRI DATI SULL'EGITTO (dal sito dell'ENI)

Il giacimento, con un potenziale fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati, rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo e può diventare una delle maggiori scoperte di gas a livello mondiale. Questo successo esplorativo offrirà un contributo fondamentale nel soddisfare la domanda egiziana di gas naturale per decenni e conferma come il paese sia ancora oggi al centro delle strategie internazionali del gruppo: un’alleanza che continua da oltre 60 anni.


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RASSEGNA STAMPA (tra gli altri : un interessante editroriale di GreenReport, Ugo Bardi, Ugo Tramballi, Maurizio Molinari, un'intervista a un analista del Cesi e una a Giulio Sapelli)

(...) Nonostante ciò, l’impatto di questa scoperta sullo scenario globale rimarrà probabilmente limitato. Le dimensioni del giacimento sono certamente rilevanti, ma «al mondo si ritiene che ci siano qualcosa come 190.000 miliardi di metri cubi di gas naturale estraibile. Ne consegue – sottolinea Ugo Bardi, docente di chimica fisica presso l’università di Firenze, membro dell’Aspo e del Club di Roma – che la nuova scoperta aggiunge circa lo 0.45% alle riserve mondiali,sempre ammesso che le riserve “possibili” si rivelino poi reali». Ogni anno, si evidenzia nella stessa analisi, si consumano 3.300 metri cubi di gas, ovvero più del triplo di quanto Zohr potrà dare nell’arco di decenni.

Lo scenario cambia man mano che si restringe il punto d’osservazione. Se a livello globale la scoperta Eni non è certo in grado di scompigliare le carte in tavola, per l’Egitto Zohr rappresenta la possibilità di una svolta nell’approvvigionamento energetico. Per Eni (il cui titolo in Borsa in queste ore ha spiccato il volo), se saprà gestire i rischi ambientali che senza dubbio seguiranno allo sfruttamento di Zohr, è la conferma di una leadership industriale di primissimo piano. Leadership che si scontra però con un contesto economico nel quale i prezzi delle commodity sono al minimo: oggi il grande punto interrogativo non riguarda il bisogno di nuova energia, ma di un nuovo modello di sviluppo.

Molto lentamente, nonostante tutto, per tentativi ed errori tale modello si riesce pian piano a intravedere. Come certifica proprio oggi l’Agenzia internazionale dell’energia, il costo di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (in particolare fotovoltaica ed eolica) è in calo da diversi anni, mentre la produzione da fonti fossili come petrolio, carbone e gas sta salendo. Nel suo rapporto Projected Costs of Generating Electricity: 2015 Edition, la Iea sottolinea come l’Lcoe (Levelized cost of energy, il costo di produzione di 1 kW elettrico) dal 2010 a oggi si stia muovendo in modo opposto per rinnovabili e fossili, mentre rimane sostanzialmente stabile per l’energia nucleare (come stabile, ovvero insoluto, rimane il nodo della gestione dei rifiuti radioattivi). Lo studio dell’Agenzia dà risultati diversi a seconda del contesto, ma il trend è chiaro in tutti i 22 paesi analizzati.

Per l’Italia quella aperta dalla scoperta Eni apre una finestra di breve durata, ma che vale la pena di essere sfruttata. Le ricadute energetiche per il nostro Paese saranno assai scarse: non ci sono gasdotti che collegano l’Italia all’Egitto, anche se Zohr potrebbe contribuire a ridare un senso ai rigassificatori presenti lungo la Penisola, e a oggi praticamente inutilizzati, come quello al largo delle coste toscane. Più rilevanti potranno essere le ricadute geopolitiche, se ben indirizzate. L’Italia ha da tempo smarrito il ruolo di leadership nel Mediterraneo che le è stato consegnato dalla storia, ma solidi ponti industriali come quello costituito da Eni potrebbero essere assai rilevanti per riconquistarla, anche di fronte a un’Europa perennemente concentrata sulle esigenze e i vincoli imposti dai paesi del nord.
Eppure il Mediterraneo abbraccia buona parte del futuro del mondo.(...)

"ENI: grande scoperta di un giacimento di gas naturale in Egitto". Come al solito, la stampa da i numeri, ma non riesce mai a renderli comprensibili. Dopo aver detto che dentro questo giacimento è possibile che ci siano "850 miliardi di metri cubi di gas" (e notare il "possibile"), se non il metti in prospettiva, tanto valeva dire "millanta." E' un numero che piomba dal cielo sui lettori che non trovano in questi proclami i dati che permetterebbero di confrontare la dimensione del giacimento con quella delle altre riserve mondiali.

Eppure, ci vuole veramente poco per fare la proporzione. Basta digitare "riserve mondiali di gas naturali" e trovi subito il dato su Wikipedia. E se non ti fidi di Wikipedia, lo trovi in inglese sul sito di BP e lo trovi anche in tanti altri posti. Come sempre, i dati sono incerti, ma un ordine di grandezza lo abbiamo. Al mondo, si ritiene che ci siano qualcosa come 190.000 miliardi di metri cubi di gas naturale estraibile.

Ne consegue che la nuova scoperta aggiunge circa lo 0.45% alle riserve mondiali, sempre ammesso che le riserve "possibili" si rivelino poi reali. Non è che poi sia quella gran cosa epocale che sembrerebbe essere leggendo le iperboli dei giornali.
Intendiamoci, non è una scoperta da poco. Sul Financial Times, dicono che potrebbe soddisfare i consumi dell'Egitto per 10 anni e l'Egitto ha disperatamente bisogno di energia in una situazione economica molto difficile. Ed è anche un bel successo per l'ENI; che ne ha molto bisogno,(...)

Ma se per l'Eni e l'Italia Zohr è un affare assoluto, per l'Egitto l'improvvisa ricchezza (la gran parte del gas servirà un mercato interno d quasi 100 milioni di consumatori) è a doppio taglio. Il paese è impegnato in una serie di riforme socialmente difficili che dovrebbero modernizzarne l'economia. Cambiamenti sui quali preme il Fondo monetario internazionale per rilasciare all'Egitto un credito da cinque miliardi di dollari (ora meno decisivi) e un attestato di economia affidabile. La nuova fortuna energetica potrebbe spingere il governo a imitare sauditi ed emiri del Golfo che per guadagnare stabilità interna e consenso, alle riforme tendono a preferire le sovvenzioni, a distribuire ricchezza come benevolenza del governante. L'Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait, l'Algeria non sono economie moderne. Quello della Libia di Gheddafi a fatica si poteva chiamare sistema economico. Ci sarà dunque una nuova ricchezza nel Mediterraneo meridionale, ma non più stabilità. Il governo egiziano avrà più consenso ma al terrorismo islamico che lo insidia non serve consenso per colpire. Un ventennio fa, con il processo di Oslo, iniziò il progetto di un “Gasdotto della pace” che dall'Egitto avrebbe portato energia a Israele, Gaza, Cisgiordania e Giordania. La pace fra israeliani e palestinesi non ci fu e il piano fallì, nonostante l'Egitto allora avesse ancora gas.
di Ugo Tramballi - Il Sole 24 Ore - leggi su Così cambierà la «gas-politik» (il Sole 24 Ore)

Secondo il comunicato di ENI, il giacimento si trova in un’area del Mediterraneo davanti all’Egitto a circa 200 chilometri dalla costa a una profondità di 1.450 metri, nel cosiddetto “Shorouck Block” dove ENI è attiva dal gennaio del 2014. L’estensione del giacimento sarebbe di circa cento chilometri quadrati: dalle informazioni geologiche e geofisiche disponibili, e dai dati raccolti nel pozzo di scoperta, la quantità di energia stimata equivale a 5,5 miliardi di barili di petrolio (850 miliardi di metri cubi di gas). Quell’area è gestita esclusivamente da ENI. L’attuale CEO della società, Claudio Descalzi, ha fatto sapere che saranno utilizzate le strutture esistenti sia a mare che a terra per mantenere i costi di sviluppo relativamente bassi. Ci vorranno diversi mesi per risolvere questioni legate ai contratti per lo sviluppo e la produzione, ma la perforazione dovrebbe iniziare all’inizio del prossimo anno. Se così fosse, in base ai progetti passati, la produzione comincerebbe circa un anno dopo, dunque all’inizio del 2017. Nella produzione ENI avrà una partecipazione pari al 50 per cento, mentre il resto sarà detenuto dalla società petrolifera di stato dell’Egitto.

La scoperta è avvenuta nell'offshore egiziano del Mar Mediterraneo presso il prospetto esplorativo denominato Zohr. Il pozzo Zohr 1X, attraverso il quale è stata effettuata la scoperta, è situato a 1.450 metri di profondità d'acqua, nel blocco Shorouk, siglato nel gennaio 2014 con il Ministero del Petrolio egiziano e con la Egyptian Natural Gas Holding Company (Egas) a seguito di una gara internazionale competitiva. Dalle informazioni geologiche e geofisiche disponibili, e dai dati acquisiti nel pozzo di scoperta - spiega il Cane a Sei Zampe - «il giacimento supergiant presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (5,5 miliardi di barili di olio equivalente) e un'estensione di circa 100 chilometri quadrati. Zohr rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel mar Mediterraneo e può diventare una delle maggiori scoperte di gas a livello mondiale. Questo successo esplorativo offrirà un contributo fondamentale nel soddisfare la domanda egiziana di gas naturale per decenni. Eni svolgerà nell'immediato le attività di delineazione del giacimento per assicurare lo sviluppo accelerato della scoperta che sfrutti al meglio le infrastrutture già esistenti, a mare e a terra. Il pozzo Zohr 1X, che è stato perforato a 4.131 metri di profondità complessiva, ha incontrato circa 630 metri di colonna di idrocarburi in una sequenza carbonatica di età Miocenica con ottime proprietà della roccia serbatoio». La struttura di Zohr presenta anche un potenziale a maggiore profondità, che sarà investigato in futuro attraverso un pozzo dedicato.


Anche se agli operatori non era passato inosservato l’attivismo dell’Eni negli ultimi mesi, nulla toglie alla straordinarietà della scoperta di qualche giorno fa: non solo perché è una delle dieci identificazioni maggiori per metri cubi di gas (fino a 850 miliardi, equivalenti a 5,5 miliardi di barili di petrolio equivalente), ma perché rispetto ad altri contesti l’estrazione dovrebbe costare meno. Circa un terzo dell’estrazione nell’Artico e un quinto del fracking negli Usa, stima Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. Stando alle stime diffuse dalla stessa Eni, il Cane a sei zampe ha la possibilità di reggere investimenti con un prezzo depresso, fino a 40-45 dollari al barile. Per arrivare a questi risultati dal punto di vista tecnologico la chiave è stato un supercomputer dell’Eni nella sede di Pavia, che ha elaborato miliardi di informazioni al secondo, sulla base delle informazioni che arrivavano dalle esplorazioni al largo dell’Egitto, fino a indicare che a 1,5 chilometri di profondità c’era un serbatoio scappato a tutte le rilevazioni precedenti. Dal punto di vista strategico la chiave è stata invece la scelta di puntare sul Mediterraneo. È stata una decisione attribuibile all’attuale amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, che ha costruito la sua carriera principalmente nel Continente Nero (la moglie Madeleine inoltre è originaria del Congo). Già negli anni Ottanta Descalzi ha lavorato tra Libia, Nigeria e Congo, nel 1994 ha assunto il ruolo di managing director della consociata Eni in Congo e nel 1998 è diventato vice presidente e managing director di Naoc, la consociata Eni in Nigeria. In seguito nei suoi incarichi ha sempre seguito anche l’Africa e il Medio Oriente. La sua decisione di puntare sull’Africa è stata letta come una svolta rispetto alla gestione di Paolo Scaroni, il precedente amministratore delegato, molto legato all’Asia e alla Russia di Putin in particolare, oltre che al pozzo senza fondo (in termini economici) di Kashagan, in Kazakistan.

L’indipendenza energetica dell’Italia dalla Russia? Un Egitto in posizione di forza rispetto agli altri Paesi del Nord Africa? Secondo Gabriele Iacovino, coordinatore degli analisti del Centro Studi Internazionali (Cesi), è troppo presto per dire quali saranno le conseguenze geopolitiche della scoperta appena annunciata dall’Eni, che ha individuato al largo delle coste egiziane il giacimento di gas più grande del Mediterraneo e uno dei più importanti al mondo (850 miliardi di metri cubi stimati). “Si tratta di prospettive ancora da verificare e, eventualmente, a lungo termine. Pensare a un’indipendenza dalla Russia nel breve periodo è utopistico”. Quello che già ora si può affermare, però, è che la scoperta del gruppo partecipato dal Tesoro “rafforza i rapporti politici ed economici con l’Egitto”. Le reali conseguenze della scoperta del giacimento, di cui il Cane a sei zampe detiene il 100% dei permessi di sfruttamento, dipendono anche da come l’azienda deciderà di portare il gas in Europa. “Non c’è un gasdotto che collega l’Egitto all’Italia”, continua Iacovino, “per questo dico che i frutti di questa scoperta si vedranno anche e soprattutto a medio-lungo termine. Le possibilità sono due: costruire nuove infrastrutture che colleghino il Paese nordafricano all’Europa o trasformare il gas in liquido, trasportarlo in Italia e qui rigassificarlo negli impianti nazionali che, in questo, sono molto all’avanguardia. Questa seconda opzione ha però dei costi elevati”.(...)

L'amministratore delegato dell'Eni, Claudio Descalzi, ha sottolineato l'impostanza strategica del giacimento Zohr 1X da 850 miliardi di metri cubi, quali sono le conseguenze geopolitiche di una scoperta del genere nell'area?
Sapelli: "C'e un fatto geopolitico in se: questa scoperta da forza all'Egitto che in tutta in quell'area lì è l'unico soggetto statale e non un aggregato tribale come Libia e Siria. Solo Tunisia e Marocco hanno raggiunto una statualità stabilizzata ma non hanno la potenza economica e militare dell'Egitto. Devo dire anche una cosa che molti osservatori non sottolineano e cioè che questo si collega alla crisi del Sudan, dove c'è la foce del Nilo. Lì ci sono progetti di costruzione di dighe che abbasseranno il livello del Nilo con evidenti coseguenze sull'Egitto. E allora una scoperta del genere può sostenere l'economia locale, aiutare le pmi egiziane a crescere e sostenere, ad esempio, lo sviluppo di nuove tecnologie di irrigazione".
Per l'Italia l'impatto diretto sul mercato del gas sembra minore, ma quali possono essere i vantaggi?
Sapelli: "Dato che non si sa cosa può succedere con l'Ucraina avere una fonte alternativa è sempre utile. Ma la cosa importante è che questa scoperta dimostra quanto sia stato importante per l'Eni aver deciso a suo tempo di restare in Egitto. Comunque l'Italia ha un'altra fonte di probabile approvvigionamento energetico. Seconda cosa una scoperta del genere porta un indotto energetico molto vasto. C'è lavoro per molte industrie, per molte fabbriche e per molte altre attività. Molte altre imprese italiane possono allocarsi lì e lavorare di conserva. Mi sembra un'ottima, ottima notizia per noi".(...)

Inoltre, il fatto che il giacimento di Zohr sia stato ritrovato in un’area da tempo sotto osservazione stretta delle compagnie petrolifere potrebbe avere rilevanti sviluppi geopolitici. Nelle acque tra Cipro, Libano, Israele ed Egitto, le scoperte si sono moltiplicate, come l’area di Leviathan (tra Israele e Cipro) ha dimostrato. Per i Paesi del Levante mediterraneo ciò potrebbe significare un notevole potenziale economico su cui fare affidamento nel futuro prossimo. Palestina inclusa, naturalmente, con tutto quello che comporterebbe per lo sviluppo economico e la pace della Striscia di Gaza e dei Territori. (...)
Infine, i continui ritrovamenti di gas naturale mettono sempre più in risalto, in prospettiva “climate change” e conferenza di Parigi (a dicembre), il fatto che il gas potrebbe a tutti gli effetti rivestire il ruolo di combustibile “ponte”, di transizione verso fonti rinnovabili a impatto zero. Un altro elemento (che piace ovviamente molto alle compagnie come l’Eni) su cui varrebbe la pena di discutere.


E’ la possibile genesi di un network di interessi alternativo a quelli che attraversano aree di crisi endemica, Stati falliti o Paesi a noi ostili. Non è un caso che, durante la cena a Palazzo Vecchio nella Sala delle Udienze già luogo di lavoro di Machiavelli, il premier Matteo Renzi abbia anticipato all’ospite israeliano Benjamin Netanyahu l’annuncio di Eni arrivato puntuale la mattina seguente. I giornali egiziani avevano tratteggiato la notizia quello stesso giorno e non si trattava dunque di una rivelazione. Ma fonti israeliane, presenti alla cena, si soffermano sulla comune valutazione positiva di Renzi e Netanyahu in merito al «Zohr Prospect» perché l’interesse è coincidente: se per l’Italia significa differenziare le fonti energetiche, per il premier di Gerusalemme è un’arma preziosa da adoperare al fine di accelerare in patria la liberalizzazione del mercato del gas.Non a caso il ministro dell’Energia, Yuval Steinitz, si è affrettato a far sapere al Parlamento che «mentre noi perdiamo tempo nella definizione dell’assetto regolatorio, il mondo intorno a noi sta cambiando». Ovvero, liberalizziamo in fretta, superando il duopolio Noble Energy-Delek nella gestione del gas naturale off-shore di «Leviathan» e «Tamar» davanti a Tel Aviv e Haifa, prima che gli egiziani ci rubino clienti e mercati dall’Europa alla Giordania fino all’Africa. La convergenza di interessi fra Renzi, Al-Sisi e Netanyahu sull’energia, consolidata dalle intese con Grecia e Cipro, suggerisce la possibile genesi di un club di Paesi del Mediterraneo dotati di alta tecnologia e risorse naturali, dunque capaci di dare vita ad un polo energetico alternativo ai colossi di Mosca e del Golfo. Consegnando al Mediterraneo un imprevisto ruolo di protagonista di una formula di sviluppo economico capace di generare risposte efficaci alle sfide dell’emigrazione di massa e del terrorismo islamico.

Le président du conseil italien Matteo Renzi a téléphoné dans la foulée à son « ami » le président Abdel Fattah Al-Sissi pour « discuter ensemble de l’impact de cette découverte sur la stabilité énergétique de la Méditerranée et sur les perspectives de développement de la région ». Le PDG d’ENI, Claudio Descalzi, a estimé que « cette découverte historique sera en mesure de transformer le scenario énergétique d’un pays entier qui nous accueille depuis 60 ans ».
Cette découverte est égaloement une bonne nouvelle pour le gouvernement égyptien. L’exploitation de ce gaz en offshore pourrait en effet permettre de garantir une certaine sécurité au moment où l’Egypte est le théâtre d’une vague d’attentats perpétrés par la branche locale de l’organisation djihadiste Etat islamique (EI). Selon certains experts, l’EI aurait en effet pour projet de toucher l’Egypte d’Al-Sissi au portefeuille, en effrayant touristes et investisseurs internationaux. (...)

“Zohr is the largest gas discovery ever made in Egypt and in the Mediterranean Sea and could become one of the world’s largest natural gas finds,” Eni said in a statement. “The discovery, after its full development, will be able to ensure satisfying Egypt’s natural gas demand for decades.”
The energy company added: “Eni will immediately appraise the field with the aim of accelerating a fast-track development of the discovery.”
In the statement, Mr. Descalzi said that the discovery reconfirmed that Egypt still has “great potential” in terms of energy production. “Important synergies with the existing infrastructures can be exploited, allowing us a fast production start-up,” he said.
Eni has been in Egypt since 1954 through its subsidiary IEOC. It is the main hydrocarbon producer in Egypt, the company said, with a daily equity production of 200,000 barrels of oil equivalent.

sabato 4 aprile 2015

Sul Nucleare Iraniano (rassegna stampa)

In tutti i grandi negoziati fermare l’orologio e continuare a trattare equivale a escludere la possibilità di un fallimento. Troppo gravi sarebbero le ricadute politiche per chi, volendo fare la storia, scopre invece di doversi arrendere alla sconfitta. Ma escludere il fallimento non significa garantire il successo, e il confronto nucleare di Losanna tra l’Iran e le potenze occidentali fiancheggiate da Russia e Cina ha sfiorato più volte il disastro prima di riuscire, ieri sera, a produrre un accordo-quadro che nelle limitazioni al programma nucleare di Teheran va al di là delle attese e incoraggia le parti a negoziare ancora per giungere all’intesa definitiva entro la fine di giugno.

Letta congiuntamente dal ministro degli Esteri iraniano Zarif e dalla responsabile europea per la Politica estera Mogherini (che nella circostanza rappresentava anche Usa, Russia e Cina), la dichiarazione messa a punto dopo otto giorni e sette notti di lavoro nasce da uno scambio di concessioni tra le due parti del tavolo: l’Iran accetta la volontà dei suoi interlocutori di impedirgli l’accesso all’armamento nucleare per un lungo periodo di tempo, in contropartita di una revoca sollecita e poco condizionata delle sanzioni economiche decise contro Teheran dagli Usa, dall’Europa e dall’Onu.​(...)

Ma se Obama e il suo negoziatore Kerry parlano di un «grande giorno», un segnale di necessaria cautela giunge dalle parole dei delegati iraniani che ridimensionano di molto il contenuto effettivo delle loro concessioni. Anche all’ora dei sorrisi sono i fronti interni dei due protagonisti del negoziato a tenere banco. Il capo della Casa Bianca aveva bisogno di fatti concreti, di concessioni precise da parte dell’Iran per convincere il Congresso (che riapre tra dodici giorni) ad aspettare il nuovo round negoziale prima di adottare eventuali nuove sanzioni contro Teheran. E dall’altra parte, poteva Zarif superare le linee rosse indicate più volte dalla «Guida suprema» Khamenei in tema di sovranità e di diritto al nucleare (pacifico, afferma Teheran)? E poteva il presidente Rohani inviare a Losanna istruzioni ancor più flessibili, senza sapere se l’ambiguo Khamenei e dietro di lui i militari, i nazionalisti, gli avversari personali ne avrebbero approfittato per accusarlo di tradimento?

Questi condizionamenti non spariranno nei prossimi mesi. L’accordo preliminare di Losanna dovrà dimostrare davvero, davanti al Congresso e davanti a Khamenei, di essere stato l’annuncio di una svolta storica che cambierebbe il mondo. Dovrà dimostrare di poter garantire la sicurezza di Israele, dando torto alle preoccupazioni di Netanyahu che fino a prova contraria e definitiva conservano qualche fondamento. Dovrà dimostrare che l’opzione militare, evocata come possibilità in caso di rottura delle trattative, è destinata anch’essa all’archivio. E dovrà evitare, con una iniziativa politica dell’Occidente che deve partire subito, il diffondersi tra le monarchie del Golfo e oltre di una generica paura dell’Iran sciita foriera di nuove guerre e di nuovo terrore. Soltanto così Losanna oggi e l’accordo di fine giugno fra tre mesi risponderanno davvero all’entusiasmo del popolo iraniano, soprattutto a quello dei giovani che sperano in più benessere e più libertà. 



Finalmente il tanto atteso accordo sul nucleare iraniano è arrivato. Ci sono voluti otto giorni, con due di estensione rispetto ai tempi previsti, perché i P5+1, i sei paesi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite insieme alla Germania, dessero il via libera ad un’intesa definitiva che metta fine a dodici anni di contenzioso nucleare. Una pagina storica per la storia del Medio oriente: è stato subito il commento del segretario di Stato John Kerry e del ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha parlato di un mondo più sicuro in seguito all’accordo e di «verifiche senza precedenti» per impedire qualsiasi deviazione militare del programma nucleare a scopo civile.

I termini dell’accordo
Sebbene il testo finale sarà firmato soltanto il prossimo 30 giugno e solo ora si passa alla stesura dell’intesa, di fatto il vero passo avanti è stato compiuto. La bozza annunciata a Losanna ammette di fatto che l’Iran prosegua nel suo programma nucleare a scopo civile. Non solo, prevede la cancellazione di tutte le sanzioni internazionali, contestualmente al rispetto dei requisiti dell’accordo annunciato in una conferenza congiunta dall’Alto rappresentante per la politica dell’Unione europea Federica Mogherini e dal suo omologo iraniano, Javad Zarif.


Con l’accordo-quadro raggiunto a Losanna, l’Iran è più vicino o più lontano dall’atomica?
Gli Stati Uniti ritengono che l’Iran sia più lontano dall’atomica. Se ora il «break-out time», il tempo per raggiungerla, è stimato in 2-3 mesi grazie alle intese diventa di 12 mesi. E le intese resteranno in vigore per 10 anni, con successivi 5 anni di obblighi per Teheran. Usa e Ue ritengono di aver bloccato la corsa dell’Iran all’atomica soprattutto perché l’impianto al plutonio di Arak viene bloccato, il carburante usato spostato all’estero e l’arricchimento dell’uranio limitato a 5060 centrifughe modello IR-1, della prima generazione, nell’impianto di Natanz. Ma a tal fine saranno di vitale importanza le verifiche dell’Agenzia atomica Onu, i cui ispettori per i prossimi 15 anni dovranno certificare il rispetto degli impegni sottoscritti.

Chi vince e chi perde nel negoziato fra l’Iran e il Gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna più Germania)?
Vincono Obama e Rohani, i leader che più hanno voluto l’accordo. Il presidente Usa perché convinto che il dialogo con i nemici rafforza la leadership americana nel mondo e, in questo caso, disinnesca la minaccia atomica di Teheran. Il presidente iraniano perché vede riconosciuto il diritto all’arricchimento dell’uranio e ha la possibilità di far ripartire l’economia e gli investimenti grazie alla progressiva riduzione delle sanzioni. Perdono Israele, Arabia Saudita, Egitto e gli altri Paesi sunniti protagonisti di forti pressioni su Usa e Ue per evitare un’intesa che ritengono pericolosa per la propria sicurezza nazionale. Anche la Russia esce indebolita perché il dialogo fra Usa e Iran che ora inizia consegna nuove opzioni a Obama, riducendo gli spazi per Mosca».

lunedì 16 febbraio 2015

Incubo Libia: Ancora Guerra Senza Chiarezza?

Chi scrive non aveva alcun dubbio che il panorama libico sarebbe stato tragico per l'Italia (tutti i post recenti sulla Libia li trovate qui, per quelli del 2011 segnalo Guerra Senza Orizzonte e Etica dell'Intervento). Oggi ho l'impressione che si parli di intervento militare con la stessa estrema facilità (e poca consapevolezza) con cui nel 2011 si diceva che fosse necessario abbattere Gheddafi, senza saper bene cosa fare dopo.

Per questo è assolutamente necessario che - nel decidere di entrare in guerra - si chiariscano gli obiettivi dell'intervento, e si guardi con lucidità alla situazione sul terreno: a quel che si capisce - infatti - la dinamica rende complicato anche solo individuare il nemico (o "i nemici"?). 

Appare semplice dire "combattiamo contro l'Isis"; ma non si può entrare in una guerra civile e illudersi di combattere contro un solo nemico, sperando magari di avere una vittoria facile. Anzi, come altri conflitti "asimmetrici" che abbiamo visto nel recente passato, la guerra può non essere "risolutiva", può voler dire una quasi certa "non-vittoria", con alti prezzi in vite umane (e non solo).

E dunque la chiarezza strategica (mai facile per definizione in una guerra) vuol dire anche capire  e tentare di "prevedere" le diversi ipotesi di "compromesso d'uscita". Ovvero: come e quando fermarsi per accettare una non-vittoria magari simulando - e dichiarando - un successo ("Missione compiuta")?

Fino a che punto spingersi con i prezzi da pagare, con i morti da sopportare, i prigionieri, i compromessi inevitabili con gli alleati, o magari con una parte dei nemici, se si verificasse che è troppo difficile sconfiggerli? 

Come si può intuire, non sono cose di cui probabilmente si può discutere in qualche talk-show; ma purtroppo forse neanche troppo apertamente in Parlamento.

"Cappello" ONU, NATO o qualsiasi altro sia, è necessario che l'Italia tenga presenti questi elementi, e li esprima chiaramente, se non con la pubblica opinione, almeno con chi vorrà partecipare a questo intervento. Forse è impossibile avere tutte le risposte ora, ma è doveroso porsi nella giusta "disposizione d'animo", che non consente di cavarsela semplicemente aprendo un dibattito come quelli cui siamo abituati, molto dicotomici (Pace vs guerra) e poco concreti.

Un'ultima considerazione: una guerra di questo tipo può fare male - molto male - a una democrazia come quella italiana. Siamo già in un clima in cui qualsiasi discussione legislativa è fatta a colpi di "gufi e rosiconi" contro "golpisti"; è altissimo il rischio che un clima bellico - e non di una guerra-videogame come ci sono sembrate quelle del recente passato - possa portare ad accentuare i toni del dibattito, compromettendo il già non sano clima complessivo

Devono essere attivate tutte le "sentinelle democratiche" (a partire dalla nostra personale razionalità) che possano vigilare affinché la comunità civile non si distrugga in un eccesso di contrapposizione o - forse peggio - in una sorta di "unanimità bellica forzata" estesa a tutta la società. La discussione e la critica sono beni essenziali di una democrazia. 

E' bene che tutti i partiti, a partire da quelli di governo, e tutti i massmedia, si sforzino di conservare apertura mentale e coraggio del dissenso. 

Se la guerra in Libia si dovesse trasformare in una sorta di "guerra interna" avremmo perso tutti, al di là di qualsiasi risultato militare.

Francesco Maria Mariotti

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Di seguito rassegna stampa con le posizioni di Mimmo Candito, Romano Prodi, Vincenzo Camporini.


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Sento parole di guerra, per la Libia. Vedo politici che alzano al vento del consenso proclami di impegno militare, muscoli in rodaggio, campagne africane sul bel suol d'amore. Calma, calma. Nessuna spedizione militare è possibile se, prima, non si definisce un obiettivo politico, e se una strategia militare non abbia il supporto di una coerenza di forze in campo.


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Ritorno alla prima domanda. Le cancellerie occidentali cosa dovrebbero fare in questo momento secondo lei?

Occorre senza dubbio uno sforza per produrre un minimo risultato nel tentativo di fare sedere tutti gli interlocutori al tavolo e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale.


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"Nulla si può fare senza l'Onu, ma alle Nazioni Unite manca una guida" E sugli scenari della situazione in Libia, l'ex premier avverte: "Nulla si può fare senza l'Onu, ma l'Onu ha poche armi, e il problema di oggi è che nelle Nazioni Unite nessuna Potenza ha un ruolo catalizzatore, di guida". "In questo caso, però - prosegue il fondatore dell'Ulivo - siamo nella situazione ideale per l'intervento delle Nazioni Unite, perché tutte le grandi potenze hanno paura dell'Isis".  


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Come è stato possibile arrivare a tale scenario?

Perché siamo stupidi. Abbiamo promosso la caduta di Gheddafi, un dittatore odioso che tuttavia garantiva ordine in un’area dominata da sentimenti tribali. E abbiamo abbandonato a se stesso un territorio grande e abitato da appena 6 milioni di persone. Una caratteristica che ha consentito grandi opportunità di manovra a chi possiede sistemi d’arma moderni. Ecco la ragione delle operazioni militari eclatanti compiute di volta in volta dai gruppi che si contrappongono con ferocia.

lunedì 25 agosto 2014

La Libia chiede un intervento internazionale per ristabilire la sicurezza (da ilfoglio.it)

In occasione del vertice in corso al Cairo tra i paesi del Nord Africa sulla crisi libica, l'ambasciatore di Tripoli ha richiesto l'intervento internazionale per proteggere i pozzi petroliferi e gli aeroporti del paese. La richiesta è seguita all'attacco lanciato con missili Grad all'aeroporto di Labraq, nell'est del paese e uno dei pochi ancora funzionanti dopo la conquista da parte degli islamisti di quello di Tripoli, avvenuta tre giorni fa. L'ambasciatore Mohammed Jibril ha detto, a margine della conferenza, che "esistono diverse forme di intervento che la comunità internazionale potrebbe adottare" in Libia. La Conferenza ha finito per appoggiare la posizione (più cauta) dell'Egitto e che prevede il disarmo delle milizie, il sostegno al Parlamento eletto all'inizio dell'estate e la ricostruzione delle istituzioni pubbliche.

Fra gli organizzatori dell'incontro in corso al Cairo, l'Egitto e l'Algeria erano quelli maggiormente coinvolti dalla grave crisi in cui versa la Libia dal giorno della deposizione di Muhammar Gheddafi. Gli algerini, in particolare, sono i maggiori indiziati riguaardo ai misteriosi raid aerei che in questi giorni sono stati condotti contro gli islamisti del clan di Misurata. (...)

giovedì 22 maggio 2014

La Libia Verso Il Baratro

Un generale anti-islamico, l’ombra dell’Egitto e lo spettro di un’altra guerra per procura fra le nazioni arabe: questa è la Libia teatro del blitz militare di Khalifa Haftar, già oppositore di Gheddafi, contro le milizie di Bengasi. Haftar viene dai ranghi dell’esercito del colonnello Muammar Gheddafi, circa 25 anni fa guidò in Ciad una fallita insurrezione contro Tripoli e negli ultimi anni ha vissuto da esule in Virginia, tornando in patria solo dopo il cambio di regime. Haftar viene dalla Cirenaica ed è questa origine che lo trasforma in un leader militare credibile perché sono i legami, personali e di clan, con tribù e caserme di Bengasi, che gli hanno consentito di prendere l’iniziativa e dare l’assalto - venerdì scorso - alla città-roccaforte degli islamici.
 La sfida di Haftar alle milizie jihadiste è netta, dichiarata, a viso aperto evocando quanto avvenuto in Egitto da parte dei militari di Abdel Fattah Al-Sisi contro i Fratelli Musulmani di Mohammed Morsi. Più volte, nelle ultime 72 ore, i colonnelli di Haftar hanno paragonato i jihadisti della Cirenaica ai Fratelli Musulmani e ciò rafforza l’impressione di una riedizione libica della svolta anti-islamica avvenuta in Egitto nel 2013. Sul fronte opposto ad Haftar c’è il traballante governo di Tripoli che si è trovato obbligato a fare appello alle milizie islamiche per difendersi dal generale ribelle. La contrapposizione fra Tripoli e Haftar sta producendo conseguenze a pioggia: quella più recente è nell’annuncio del governo di indire elezioni parlamentari il 25 giugno - le prime dal rovesciamento di Gheddafi - ma ciò che più conta sono le reazioni in atto nelle capitali arabe, ognuna delle quali segue un cammino differente.

L’ex colonnello libico che ha provocato il caos a Bengasi si chiama Khalifa Haftar. Il suo potere e la sua influenza in quella zona sono così forti che l’esercito libico – che in parte gli si oppone, anche se alcuni generali sono passati dalla sua parte – ha dovuto imporre una no-fly zone sopra la città, per evitare che le sue forze paramilitari usassero mezzi aerei per colpire i miliziani islamisti. Domenica Haftar ha anche annunciato di avere attaccato il Parlamento di Tripoli e di averne sospeso le attività. Haftar si è detto interessato a competere per la presidenza: un ruolo rimasto vacante dalla fine della rivoluzione libica, in attesa dell’approvazione di una nuova Costituzione.
La situazione in Libia è per certi versi incredibile e unica. Per dare un’idea: prima dell’annuncio della data delle prossime elezioni, i parlamentari libici si sono incontrati in un hotel il cui indirizzo avrebbe dovuto rimanere segreto. Sull’hotel poco dopo sono caduti dei missili (non ci sono stati feriti). Intanto la situazione sul campo rimane molto caotica. Le milizie alleate all’ex colonnello Hafter si sono posizionate sulla strada che porta verso l’aeroporto di Tripoli, che si trova poco più a sud della capitale; le milizie islamiste provenienti da Misurata, altra città libica nella quale in passato ci sono stati diversi incidenti e violenze, si sono posizionate invece nei pressi di Tripoli, e secondo il Wall Street Journal sarebbero intenzionate a entrare in città. La situazione a Bengasi rimane invece molto confusa, e non è chiaro chi comanda cosa.

Nato in Kuwait da genitori indiani poi immigrati negli Stati Uniti, Currun ha ottenuto due anni fa un Master alla Erasmus University di Rotterdam con una tesi sulla pirateria somala, tema di cui non ha mai smesso di occuparsi (di recente un suo articolo è apparso sul New York Times). La vita accademica, però, non fa per lui. Agile, alto, con un fisico da atleta e capelli corti scurissimi, Curran ha lo spirito del ribelle e i modi impeccabili di un signore d’altri tempi. Dopo un periodo in India e a Chicago, ha deciso di tornare alla sua passione per i diritti umani in Africa e ora guida un team di quattro persone e una ventina di volontari nel cuore di Tripoli. Il suo gruppo documenta gli abusi commessi nel passato e nel presente, e offre assistenza alle vittime. Almeno diecimila persone sono scomparse dopo la rivoluzione, e il compito di questi volontari è scoprire che ne è stato di loro: un lavoro talmente delicato, che la sede dell’Organizzazione è segreta.
 «La cosa più complessa in queste ore è distinguere i fatti dalla finzione», mi dice Currun al telefono da Tripoli in una delle nostre recenti conversazioni. «La situazione è tesa. Ci sono stati un’ottantina di morti nel fine settimana, e diverse centinaia di feriti. Gli analisti fanno scenari, ma è impossibile capire fino in fondo quali siano le motivazioni di questi eserciti e le loro alleanze future». Il nuovo uomo forte, il generale Haftar, ha promesso al Paese di metter fine all’insicurezza, soprattutto nell’Est del Paese. «La situazione a Bengasi è fuori controllo. Avvocati, medici, professionisti vengono trucidati con la scusa del collaborazionismo col passato regime, ma sono vendette private». La Libia di oggi è un Paese allo stremo, in preda al terrore. Non stupisce che Haftar abbia un certo sostegno nella popolazione.

domenica 12 gennaio 2014

Uomo di guerra, uomo di pace: la morte di Ariel Sharon (rassegna stampa)

(...) Alcune delle sue gesta vengono ancora oggi insegnate ai cadetti di West Point perchè il coraggio e l’intuito lo portano a diventare uno stratega di successo. A cominciare dal colpo di mano che rovescia le sorti della Guerra del Kippur. Congedato da pochi mesi, Sharon viene sorpreso come tanti altri dall’attacco a sorpresa di Egitto e Siria nell’ottobre 1973, si precipita sul fronte del Sinai con un’auto civile, assume la guida di un’unità di riservisti e supera le linee nemiche senza ingaggiare gli avversari: attraversa il Canale di Suez protetto dalle tenebre e crea una testa di ponte fra la Seconda e Terza Armata egiziana, tagliando i rifornimenti dell’una e isolando l’altra. È il blitz che cambia le sorti della guerra, scongiura la disfatta israeliana e porta le avanguardie di Sharon a 101 km dal Cairo. L’immagine di Sharon, con una ferita bendata sulla testa, che guida le truppe sul lato opposto del Canale gli consegna una popolarità che gli apre a strada della vita politica.   (...)

Quando Begin viene rieletto nel 1981 lo nomina ministro della Difesa ed è in questa veste che diviene il protagonista dell’operazione militare “Pace in Galilea”: l’attacco contro le basi dell’Olp in Libano in risposta all’attentato contro un diplomatico israeliano a Londra. È una guerra che Sharon spinge fino ad arrivare a Beirut. Riesce nell’intento di espellere Yasser Arafat ed i suoi guerriglieri ma rimane imbrigliato nella strage di Sabra e Chatila. Sono i campi profughi nei quali, fra il 16 e il 18 settembre, vengono uccisi fra 800 e 3.500 palestinesi per mano delle milizie falangiste cristiano maronite guidate da Elie Hobeika ma il perimetro esterno dei campi è sotto il controllo degli israeliani e la Commissione Kahan, insediata a Gerusalemme, giudica Sharon “indirettamente responsabile” del massacro per aver “ignorato il pericolo di un bagno di sangue e non aver fatto nulla per impedirlo”.  

È il momento più difficile della sua vita dal quale si risolleva grazie all’impegno del Likud che lo porta a ricoprire più ministeri fino all’elezione a premier nel febbraio 2001. A sfidarlo è la Seconda Intifada, a colpi di kamikaze dentro autobus e ristoranti, che riesce a piegare con due mosse: l’operazione “Muro di Difesa” che lancia nel 2002 dentro i territori palestinesi ordinando ai soldati di “entrare nelle città sparando” e la successiva edificazione di una barriera di separazione fra insediamenti ebraici e villaggi arabi in Cisgordania. 
Sharon si convince a tal punto della necessità della separazione fisica dai palestinesi che nell’agosto del 2005 decide l’espulsione forzata di circa 10 mila israeliani da 21 insediamenti a Gaza per consentire alla Striscia di diventare il primo nucleo del nuovo Stato di Palestina. (...)


Al momento dell’ictus era primo ministro israeliano dal 2001, ma la sua carriera politica era iniziata molto prima, con parecchi incarichi di governo. Sharon era ampiamente considerato come un rappresentante della linea dei “falchi”, meno propensa a fare concessioni nei rapporti con i palestinesi, questione centrale della politica israeliana. Dopo essersi costruito una solida reputazione come difensore dei coloni ed essere stato eletto nel partito di destra Likud, Sharon stupì molti mettendo in atto il ritiro dei soldati e l’abbandono degli insediamenti nella Striscia di Gaza, nell’estate del 2005. Tra agosto e settembre, i coloni che non avevano accettato il piano di Sharon nella ventina di insediamenti della Striscia (e in quattro insediamenti nel nord della Cisgiordania compresi nel piano) furono sgomberati con la forza dall’esercito. Poco tempo dopo, Sharon annunciò l’abbandono del Likud, mentre le sue ultime mosse gli avevano attirato grandi critiche dall’ala destra del suo partito e un inedito supporto dall’elettorato di sinistra. Nel novembre 2005 Sharon fondò Kadima, un partito centrista e liberale. Nella cruciale questione israelo-palestinese, Kadima portava avanti il principio del “riallineamento”, ovvero del ritiro parziale da alcune zone della Cisgiordania occupata.


Da molti anni circola una storia che sfiora la leggenda. A Beirut, il 30 agosto del 1982, durante l'operazione "Pace in Galilea", contrassegnata dall'invasione israeliana del Libano e dalla strage dei palestinesi a Sabra e Shatila, un cecchino israeliano inquadrò nel mirino del suo fucile Yasser Arafat. Ma non tirò il grilletto. A salvare la vita al leader palestinese fu Ariel Sharon con un ordine all'ultimo minuto del quale non è mai stata data una spiegazione convincente. Che questa vicenda sia fondata o meno, il racconto rappresenta in maniera quasi emblematica una stagione politica mediorientale segnata per mezzo secolo dall'odio che ha diviso il capo storico dei palestinesi e il generale israeliano che più di ogni altro ha contrastato nella sua vita le aspirazioni di un popolo senza Stato. 

di Alberto Negri con un articolo di Ugo Tramballi - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/I2ii8

Quel ritiro lacera il Paese, ma non ferma l'ex generale. Arik sa che la scommessa di «due Stati per due popoli» - ratificata per la prima volta da un leader israeliano - si gioca in Cisgiordania e a Gerusalemme.
Per realizzarla non esita a promettere ai palestinesi la gran parte della Cisgiordania. Subito dopo si sbarazza del Likud e dà vita ad un nuovo partito centrista battezzato Kadima ovvero «avanti». Rapito dall'ennesima battaglia visionaria, non si cura dei rischi banali affrontati nel corso di una vita disordinata dove neppure colesterolo, obesità e alta pressione frenano una smodata voglia di cibo. Il primo avvertimento arriva il 18 dicembre 2005 quando un piccolo ictus lo appanna per qualche minuto. Ma Arik non tollera i rinvii. Si rialza la sera stessa, riprende la corsa verso quelle elezioni dove solo la vittoria di Kadima può garantire la realizzazione del suo progetto di pace. Ma il 4 gennaio 2006 l'ictus morde ancora. Per gli otto anni successivi vegeta in quel mondo di ombre dove la vita non è più tale e la morte non lo è ancora. I palestinesi forse non andranno al suo funerale, ma un giorno dovranno ammetterlo, solo la malattia e la morte hanno impedito ad Arik di vincere anche in tempo di pace e trasformarsi nel migliore dei loro nemici.
(...) Sharon, nella vita, ha conosciuto tutto. E’ stato un uomo di guerra e un abile combattente, ma è stato anche l’ineffabile bugiardo che, da ministro della difesa, costrinse alle dimissioni il suo primo ministro Menachem Begin, dopo la strage di Sabra e Chatila. Strage che fu compiuta dai falangisti cristiani libanesi, mentre i soldati israeliani occupanti si voltavano dall’altra parte. E’ stato un oltranzista, che non si vergognava di dire in pubblico che il presidente palestinese Yasser Arafat doveva «essere ucciso». 
Ma è stato anche il leader che, vinte le elezioni e diventato primo ministro, decise di ritirarsi unilateralmente dalla Striscia di Gaza, smantellando tutti gli insediamenti ebraici che vi si trovavano. E’ stato l’anima della destra più estrema del Likud, ma poi non ha esitato ad abbandonare il partito, ritenuto troppo estremista, per virare verso il centro e fondare il partito moderato Kadima, che poi, senza di lui, si è quasi spento lentamente. Ho incontrato Sharon non so quante volte. Ho scritto su di lui articoli durissimi, ma la sua forza era di non portare rancore, soprattutto verso i giornalisti. Posso dire che Ariel Sharon era quasi indispettito di fronte alla piaggeria di tanti zelanti sostenitori mediatici dell’ultima ora. Preferiva le domande dirette, anche le più sgradevoli.
Nell’ultima intervista che mi ha dato, promise solennemente che avrebbe compiuto «passi dolorosi». Mi guardò dritto negli occhi e disse: «Non mi crede? Vedrà di persona, e poi la riceverò per un’altra intervista». Pochi mesi dopo, decise l’uscita da Gaza. Ma quel che mi colpiva di Sharon era poco politico e molto personale: l’incontenibile piacere quando si parlava di buon cibo e di ristoranti. A Roma mi parlò del Bolognese, ma a Milano il suo palato aveva lasciato il cuore. Ricevendomi per un’intervista assieme al direttore Ferruccio de Bortoli, fece un «dotto preambolo» sulle qualità gastronomiche del ristorante Rigolo, che si trova in Largo Treves, a pochi passi da via Solferino, la sede del Corriere della sera. Ricordava dettagliatamente, a distanza di anni, alcuni piatti.
E’ strano che un generale abbia il culto dell’ironia. Sharon l’aveva. (...) Più di una volta, da primo ministro, mi aveva detto: «Non voglio che i libri di storia mi ricordino come uomo di guerra. Voglio essere ricordato come uomo di pace». Chissà cosa avrebbe fatto, Ariel Sharon, negli ultimi otto anni, tra la prima e la seconda morte. Non lo sapremo mai. Però possiamo dirgli: «Riposi in pace, signor primo ministro».

giovedì 21 novembre 2013

Cristiani In Medio Oriente (da VaticanInsider)

(...) Il Pontefice ha quindi rivolto il suo pensiero al Medio Oriente, «terra benedetta in cui Cristo è vissuto, morto e risorto. In essa – l’ho avvertito anche oggi dalla voce dei Patriarchi presenti – la luce della fede non si è spenta, anzi risplende vivace. Ogni cattolico ha perciò un debito di riconoscenza verso le Chiese che vivono in quella regione. Da esse possiamo, fra l’altro, imparare la fatica dell’esercizio quotidiano di spirito ecumenico e dialogo interreligioso».

 «La Siria, l’Iraq, l’Egitto, e altre aree della Terra Santa, - ha proseguito Bergoglio - talora grondano lacrime. Il Vescovo di Roma non si darà pace finché vi saranno uomini e donne, di qualsiasi religione,colpiti nella loro dignità, privati del necessario alla sopravvivenza, derubati del futuro, costretti alla condizione di profughi e rifugiati. Oggi, insieme ai Pastori delle Chiese d’Oriente, facciamo appello a che sia rispettato il diritto di tutti ad una vita dignitosa e a professare liberamente la propria fede. Non ci rassegniamo a pensare il Medio Oriente senza i cristiani, che da duemila anni vi confessano il nome di Gesù, inseriti quali cittadini a pieno titolo nella vita sociale,culturale e religiosa delle nazioni a cui appartengono».(...)

mercoledì 20 novembre 2013

Dall'Afghanistan alle megalopoli, la guerriglia futura sarà urbana (da ilSole24Ore)

I conflitti del futuro si svolgeranno nelle realtà urbane e non più in realtà rurali o sui monti deserti come quelli di Tora Bora in Afghanistan o della Sierra Maestra cubana. Le rivolte passeranno da piazza Tahrir al Cairo, come è avvenuto per le Primavere arabe, alle povere periferie di Rio de Janeiro in Brasile, agli slums di Lagos in Nigeria, a Bengasi in Libia, cioè nelle città più popolose del paese sotto scacco. «Un modello terzomondista di rivolta che verrà esportato presto in Occidente», spiega David Kilcullen, il "guru" dell'intelligence america in visita a Roma (...)

Nel caso delle rivolte arabe si è potuto notare, ad esempio in Egitto, un uso massicio dei social media, di occupazione di zone centrali dell'area urbana come piazza Tahrir, la funzione di tifosi di squadre di calcio, divenuti, in alcuni episodi, elementi di rivolte sociali. La sua teoria si chiama «del controllo competitivo», per cui la popolazione richiede stabilità e lo Stato deve essere in grado di fornirla sfidando l'offerta "concorrenziale" di quella di altri gruppi politici, terroristici come al-Qaeda o di gang deliquenziali come in Giamaica, che lo sfidano. Quando un'organizzazione, statale o non, riesce a fornire un'alternativa alla domanda di stabilità e sicurezza, questo è il momento dove il rovesciamento degli equilibri di forza è possibile. (...)

di Vittorio Da Rold - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/kl53c

mercoledì 13 novembre 2013

Egitto: Stato d'Emergenza Revocato

(ASCA) – Roma, 12 nov – L’Egitto ha revocato lo stato di emergenza e il coprifuoco nel Paese “tre giorni prima del previsto”. Lo ha reso noto una fonte del governo egiziano ai media locali.
L’Egitto aveva annunciato lo stato di emergenza il 14 agosto scorso, nell’ambito degli scontri tra sostenitori e oppositori del deposto presidente Mohammed Morsi, che avevano generato violenze in tutto il Paese.(...)
Egypt's government says it is lifting the country's three-month state of emergency and night-time curfew.
The move comes two days earlier than expected, after a court ruling.