Visualizzazione post con etichetta AlSisi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta AlSisi. Mostra tutti i post

sabato 5 settembre 2015

Zohr 1X: Sarà Vera Gloria? (Rassegna stampa sulla recente scoperta dell'Eni)

La notizia della scoperta del giacimento di gas data in questi giorni sembra essere fra quelle da seguire con molta attenzione; al tempo stesso - però - è bene aspettare dati più precisi, avendo presente - lo segnala il sito GreenReport richiamando un'analisi del prof.Bardi, di Firenze - che "l’impatto di questa scoperta sullo scenario globale rimarrà probabilmente limitato". Con la doverosa cautela nel giudizio complessivo, comunque è probabile che ci siano - sul medio-lungo periodo - interessanti conseguenze economiche e politiche, che potrebbero vedere l'Italia protagonista.

Di seguito una breve rassegna stampa con alcune riflessioni.

Francesco Maria Mariotti
***

LA NOTIZIA E ALTRI DATI SULL'EGITTO (dal sito dell'ENI)

Il giacimento, con un potenziale fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati, rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo e può diventare una delle maggiori scoperte di gas a livello mondiale. Questo successo esplorativo offrirà un contributo fondamentale nel soddisfare la domanda egiziana di gas naturale per decenni e conferma come il paese sia ancora oggi al centro delle strategie internazionali del gruppo: un’alleanza che continua da oltre 60 anni.


***
RASSEGNA STAMPA (tra gli altri : un interessante editroriale di GreenReport, Ugo Bardi, Ugo Tramballi, Maurizio Molinari, un'intervista a un analista del Cesi e una a Giulio Sapelli)

(...) Nonostante ciò, l’impatto di questa scoperta sullo scenario globale rimarrà probabilmente limitato. Le dimensioni del giacimento sono certamente rilevanti, ma «al mondo si ritiene che ci siano qualcosa come 190.000 miliardi di metri cubi di gas naturale estraibile. Ne consegue – sottolinea Ugo Bardi, docente di chimica fisica presso l’università di Firenze, membro dell’Aspo e del Club di Roma – che la nuova scoperta aggiunge circa lo 0.45% alle riserve mondiali,sempre ammesso che le riserve “possibili” si rivelino poi reali». Ogni anno, si evidenzia nella stessa analisi, si consumano 3.300 metri cubi di gas, ovvero più del triplo di quanto Zohr potrà dare nell’arco di decenni.

Lo scenario cambia man mano che si restringe il punto d’osservazione. Se a livello globale la scoperta Eni non è certo in grado di scompigliare le carte in tavola, per l’Egitto Zohr rappresenta la possibilità di una svolta nell’approvvigionamento energetico. Per Eni (il cui titolo in Borsa in queste ore ha spiccato il volo), se saprà gestire i rischi ambientali che senza dubbio seguiranno allo sfruttamento di Zohr, è la conferma di una leadership industriale di primissimo piano. Leadership che si scontra però con un contesto economico nel quale i prezzi delle commodity sono al minimo: oggi il grande punto interrogativo non riguarda il bisogno di nuova energia, ma di un nuovo modello di sviluppo.

Molto lentamente, nonostante tutto, per tentativi ed errori tale modello si riesce pian piano a intravedere. Come certifica proprio oggi l’Agenzia internazionale dell’energia, il costo di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (in particolare fotovoltaica ed eolica) è in calo da diversi anni, mentre la produzione da fonti fossili come petrolio, carbone e gas sta salendo. Nel suo rapporto Projected Costs of Generating Electricity: 2015 Edition, la Iea sottolinea come l’Lcoe (Levelized cost of energy, il costo di produzione di 1 kW elettrico) dal 2010 a oggi si stia muovendo in modo opposto per rinnovabili e fossili, mentre rimane sostanzialmente stabile per l’energia nucleare (come stabile, ovvero insoluto, rimane il nodo della gestione dei rifiuti radioattivi). Lo studio dell’Agenzia dà risultati diversi a seconda del contesto, ma il trend è chiaro in tutti i 22 paesi analizzati.

Per l’Italia quella aperta dalla scoperta Eni apre una finestra di breve durata, ma che vale la pena di essere sfruttata. Le ricadute energetiche per il nostro Paese saranno assai scarse: non ci sono gasdotti che collegano l’Italia all’Egitto, anche se Zohr potrebbe contribuire a ridare un senso ai rigassificatori presenti lungo la Penisola, e a oggi praticamente inutilizzati, come quello al largo delle coste toscane. Più rilevanti potranno essere le ricadute geopolitiche, se ben indirizzate. L’Italia ha da tempo smarrito il ruolo di leadership nel Mediterraneo che le è stato consegnato dalla storia, ma solidi ponti industriali come quello costituito da Eni potrebbero essere assai rilevanti per riconquistarla, anche di fronte a un’Europa perennemente concentrata sulle esigenze e i vincoli imposti dai paesi del nord.
Eppure il Mediterraneo abbraccia buona parte del futuro del mondo.(...)

"ENI: grande scoperta di un giacimento di gas naturale in Egitto". Come al solito, la stampa da i numeri, ma non riesce mai a renderli comprensibili. Dopo aver detto che dentro questo giacimento è possibile che ci siano "850 miliardi di metri cubi di gas" (e notare il "possibile"), se non il metti in prospettiva, tanto valeva dire "millanta." E' un numero che piomba dal cielo sui lettori che non trovano in questi proclami i dati che permetterebbero di confrontare la dimensione del giacimento con quella delle altre riserve mondiali.

Eppure, ci vuole veramente poco per fare la proporzione. Basta digitare "riserve mondiali di gas naturali" e trovi subito il dato su Wikipedia. E se non ti fidi di Wikipedia, lo trovi in inglese sul sito di BP e lo trovi anche in tanti altri posti. Come sempre, i dati sono incerti, ma un ordine di grandezza lo abbiamo. Al mondo, si ritiene che ci siano qualcosa come 190.000 miliardi di metri cubi di gas naturale estraibile.

Ne consegue che la nuova scoperta aggiunge circa lo 0.45% alle riserve mondiali, sempre ammesso che le riserve "possibili" si rivelino poi reali. Non è che poi sia quella gran cosa epocale che sembrerebbe essere leggendo le iperboli dei giornali.
Intendiamoci, non è una scoperta da poco. Sul Financial Times, dicono che potrebbe soddisfare i consumi dell'Egitto per 10 anni e l'Egitto ha disperatamente bisogno di energia in una situazione economica molto difficile. Ed è anche un bel successo per l'ENI; che ne ha molto bisogno,(...)

Ma se per l'Eni e l'Italia Zohr è un affare assoluto, per l'Egitto l'improvvisa ricchezza (la gran parte del gas servirà un mercato interno d quasi 100 milioni di consumatori) è a doppio taglio. Il paese è impegnato in una serie di riforme socialmente difficili che dovrebbero modernizzarne l'economia. Cambiamenti sui quali preme il Fondo monetario internazionale per rilasciare all'Egitto un credito da cinque miliardi di dollari (ora meno decisivi) e un attestato di economia affidabile. La nuova fortuna energetica potrebbe spingere il governo a imitare sauditi ed emiri del Golfo che per guadagnare stabilità interna e consenso, alle riforme tendono a preferire le sovvenzioni, a distribuire ricchezza come benevolenza del governante. L'Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait, l'Algeria non sono economie moderne. Quello della Libia di Gheddafi a fatica si poteva chiamare sistema economico. Ci sarà dunque una nuova ricchezza nel Mediterraneo meridionale, ma non più stabilità. Il governo egiziano avrà più consenso ma al terrorismo islamico che lo insidia non serve consenso per colpire. Un ventennio fa, con il processo di Oslo, iniziò il progetto di un “Gasdotto della pace” che dall'Egitto avrebbe portato energia a Israele, Gaza, Cisgiordania e Giordania. La pace fra israeliani e palestinesi non ci fu e il piano fallì, nonostante l'Egitto allora avesse ancora gas.
di Ugo Tramballi - Il Sole 24 Ore - leggi su Così cambierà la «gas-politik» (il Sole 24 Ore)

Secondo il comunicato di ENI, il giacimento si trova in un’area del Mediterraneo davanti all’Egitto a circa 200 chilometri dalla costa a una profondità di 1.450 metri, nel cosiddetto “Shorouck Block” dove ENI è attiva dal gennaio del 2014. L’estensione del giacimento sarebbe di circa cento chilometri quadrati: dalle informazioni geologiche e geofisiche disponibili, e dai dati raccolti nel pozzo di scoperta, la quantità di energia stimata equivale a 5,5 miliardi di barili di petrolio (850 miliardi di metri cubi di gas). Quell’area è gestita esclusivamente da ENI. L’attuale CEO della società, Claudio Descalzi, ha fatto sapere che saranno utilizzate le strutture esistenti sia a mare che a terra per mantenere i costi di sviluppo relativamente bassi. Ci vorranno diversi mesi per risolvere questioni legate ai contratti per lo sviluppo e la produzione, ma la perforazione dovrebbe iniziare all’inizio del prossimo anno. Se così fosse, in base ai progetti passati, la produzione comincerebbe circa un anno dopo, dunque all’inizio del 2017. Nella produzione ENI avrà una partecipazione pari al 50 per cento, mentre il resto sarà detenuto dalla società petrolifera di stato dell’Egitto.

La scoperta è avvenuta nell'offshore egiziano del Mar Mediterraneo presso il prospetto esplorativo denominato Zohr. Il pozzo Zohr 1X, attraverso il quale è stata effettuata la scoperta, è situato a 1.450 metri di profondità d'acqua, nel blocco Shorouk, siglato nel gennaio 2014 con il Ministero del Petrolio egiziano e con la Egyptian Natural Gas Holding Company (Egas) a seguito di una gara internazionale competitiva. Dalle informazioni geologiche e geofisiche disponibili, e dai dati acquisiti nel pozzo di scoperta - spiega il Cane a Sei Zampe - «il giacimento supergiant presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (5,5 miliardi di barili di olio equivalente) e un'estensione di circa 100 chilometri quadrati. Zohr rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel mar Mediterraneo e può diventare una delle maggiori scoperte di gas a livello mondiale. Questo successo esplorativo offrirà un contributo fondamentale nel soddisfare la domanda egiziana di gas naturale per decenni. Eni svolgerà nell'immediato le attività di delineazione del giacimento per assicurare lo sviluppo accelerato della scoperta che sfrutti al meglio le infrastrutture già esistenti, a mare e a terra. Il pozzo Zohr 1X, che è stato perforato a 4.131 metri di profondità complessiva, ha incontrato circa 630 metri di colonna di idrocarburi in una sequenza carbonatica di età Miocenica con ottime proprietà della roccia serbatoio». La struttura di Zohr presenta anche un potenziale a maggiore profondità, che sarà investigato in futuro attraverso un pozzo dedicato.


Anche se agli operatori non era passato inosservato l’attivismo dell’Eni negli ultimi mesi, nulla toglie alla straordinarietà della scoperta di qualche giorno fa: non solo perché è una delle dieci identificazioni maggiori per metri cubi di gas (fino a 850 miliardi, equivalenti a 5,5 miliardi di barili di petrolio equivalente), ma perché rispetto ad altri contesti l’estrazione dovrebbe costare meno. Circa un terzo dell’estrazione nell’Artico e un quinto del fracking negli Usa, stima Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. Stando alle stime diffuse dalla stessa Eni, il Cane a sei zampe ha la possibilità di reggere investimenti con un prezzo depresso, fino a 40-45 dollari al barile. Per arrivare a questi risultati dal punto di vista tecnologico la chiave è stato un supercomputer dell’Eni nella sede di Pavia, che ha elaborato miliardi di informazioni al secondo, sulla base delle informazioni che arrivavano dalle esplorazioni al largo dell’Egitto, fino a indicare che a 1,5 chilometri di profondità c’era un serbatoio scappato a tutte le rilevazioni precedenti. Dal punto di vista strategico la chiave è stata invece la scelta di puntare sul Mediterraneo. È stata una decisione attribuibile all’attuale amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, che ha costruito la sua carriera principalmente nel Continente Nero (la moglie Madeleine inoltre è originaria del Congo). Già negli anni Ottanta Descalzi ha lavorato tra Libia, Nigeria e Congo, nel 1994 ha assunto il ruolo di managing director della consociata Eni in Congo e nel 1998 è diventato vice presidente e managing director di Naoc, la consociata Eni in Nigeria. In seguito nei suoi incarichi ha sempre seguito anche l’Africa e il Medio Oriente. La sua decisione di puntare sull’Africa è stata letta come una svolta rispetto alla gestione di Paolo Scaroni, il precedente amministratore delegato, molto legato all’Asia e alla Russia di Putin in particolare, oltre che al pozzo senza fondo (in termini economici) di Kashagan, in Kazakistan.

L’indipendenza energetica dell’Italia dalla Russia? Un Egitto in posizione di forza rispetto agli altri Paesi del Nord Africa? Secondo Gabriele Iacovino, coordinatore degli analisti del Centro Studi Internazionali (Cesi), è troppo presto per dire quali saranno le conseguenze geopolitiche della scoperta appena annunciata dall’Eni, che ha individuato al largo delle coste egiziane il giacimento di gas più grande del Mediterraneo e uno dei più importanti al mondo (850 miliardi di metri cubi stimati). “Si tratta di prospettive ancora da verificare e, eventualmente, a lungo termine. Pensare a un’indipendenza dalla Russia nel breve periodo è utopistico”. Quello che già ora si può affermare, però, è che la scoperta del gruppo partecipato dal Tesoro “rafforza i rapporti politici ed economici con l’Egitto”. Le reali conseguenze della scoperta del giacimento, di cui il Cane a sei zampe detiene il 100% dei permessi di sfruttamento, dipendono anche da come l’azienda deciderà di portare il gas in Europa. “Non c’è un gasdotto che collega l’Egitto all’Italia”, continua Iacovino, “per questo dico che i frutti di questa scoperta si vedranno anche e soprattutto a medio-lungo termine. Le possibilità sono due: costruire nuove infrastrutture che colleghino il Paese nordafricano all’Europa o trasformare il gas in liquido, trasportarlo in Italia e qui rigassificarlo negli impianti nazionali che, in questo, sono molto all’avanguardia. Questa seconda opzione ha però dei costi elevati”.(...)

L'amministratore delegato dell'Eni, Claudio Descalzi, ha sottolineato l'impostanza strategica del giacimento Zohr 1X da 850 miliardi di metri cubi, quali sono le conseguenze geopolitiche di una scoperta del genere nell'area?
Sapelli: "C'e un fatto geopolitico in se: questa scoperta da forza all'Egitto che in tutta in quell'area lì è l'unico soggetto statale e non un aggregato tribale come Libia e Siria. Solo Tunisia e Marocco hanno raggiunto una statualità stabilizzata ma non hanno la potenza economica e militare dell'Egitto. Devo dire anche una cosa che molti osservatori non sottolineano e cioè che questo si collega alla crisi del Sudan, dove c'è la foce del Nilo. Lì ci sono progetti di costruzione di dighe che abbasseranno il livello del Nilo con evidenti coseguenze sull'Egitto. E allora una scoperta del genere può sostenere l'economia locale, aiutare le pmi egiziane a crescere e sostenere, ad esempio, lo sviluppo di nuove tecnologie di irrigazione".
Per l'Italia l'impatto diretto sul mercato del gas sembra minore, ma quali possono essere i vantaggi?
Sapelli: "Dato che non si sa cosa può succedere con l'Ucraina avere una fonte alternativa è sempre utile. Ma la cosa importante è che questa scoperta dimostra quanto sia stato importante per l'Eni aver deciso a suo tempo di restare in Egitto. Comunque l'Italia ha un'altra fonte di probabile approvvigionamento energetico. Seconda cosa una scoperta del genere porta un indotto energetico molto vasto. C'è lavoro per molte industrie, per molte fabbriche e per molte altre attività. Molte altre imprese italiane possono allocarsi lì e lavorare di conserva. Mi sembra un'ottima, ottima notizia per noi".(...)

Inoltre, il fatto che il giacimento di Zohr sia stato ritrovato in un’area da tempo sotto osservazione stretta delle compagnie petrolifere potrebbe avere rilevanti sviluppi geopolitici. Nelle acque tra Cipro, Libano, Israele ed Egitto, le scoperte si sono moltiplicate, come l’area di Leviathan (tra Israele e Cipro) ha dimostrato. Per i Paesi del Levante mediterraneo ciò potrebbe significare un notevole potenziale economico su cui fare affidamento nel futuro prossimo. Palestina inclusa, naturalmente, con tutto quello che comporterebbe per lo sviluppo economico e la pace della Striscia di Gaza e dei Territori. (...)
Infine, i continui ritrovamenti di gas naturale mettono sempre più in risalto, in prospettiva “climate change” e conferenza di Parigi (a dicembre), il fatto che il gas potrebbe a tutti gli effetti rivestire il ruolo di combustibile “ponte”, di transizione verso fonti rinnovabili a impatto zero. Un altro elemento (che piace ovviamente molto alle compagnie come l’Eni) su cui varrebbe la pena di discutere.


E’ la possibile genesi di un network di interessi alternativo a quelli che attraversano aree di crisi endemica, Stati falliti o Paesi a noi ostili. Non è un caso che, durante la cena a Palazzo Vecchio nella Sala delle Udienze già luogo di lavoro di Machiavelli, il premier Matteo Renzi abbia anticipato all’ospite israeliano Benjamin Netanyahu l’annuncio di Eni arrivato puntuale la mattina seguente. I giornali egiziani avevano tratteggiato la notizia quello stesso giorno e non si trattava dunque di una rivelazione. Ma fonti israeliane, presenti alla cena, si soffermano sulla comune valutazione positiva di Renzi e Netanyahu in merito al «Zohr Prospect» perché l’interesse è coincidente: se per l’Italia significa differenziare le fonti energetiche, per il premier di Gerusalemme è un’arma preziosa da adoperare al fine di accelerare in patria la liberalizzazione del mercato del gas.Non a caso il ministro dell’Energia, Yuval Steinitz, si è affrettato a far sapere al Parlamento che «mentre noi perdiamo tempo nella definizione dell’assetto regolatorio, il mondo intorno a noi sta cambiando». Ovvero, liberalizziamo in fretta, superando il duopolio Noble Energy-Delek nella gestione del gas naturale off-shore di «Leviathan» e «Tamar» davanti a Tel Aviv e Haifa, prima che gli egiziani ci rubino clienti e mercati dall’Europa alla Giordania fino all’Africa. La convergenza di interessi fra Renzi, Al-Sisi e Netanyahu sull’energia, consolidata dalle intese con Grecia e Cipro, suggerisce la possibile genesi di un club di Paesi del Mediterraneo dotati di alta tecnologia e risorse naturali, dunque capaci di dare vita ad un polo energetico alternativo ai colossi di Mosca e del Golfo. Consegnando al Mediterraneo un imprevisto ruolo di protagonista di una formula di sviluppo economico capace di generare risposte efficaci alle sfide dell’emigrazione di massa e del terrorismo islamico.

Le président du conseil italien Matteo Renzi a téléphoné dans la foulée à son « ami » le président Abdel Fattah Al-Sissi pour « discuter ensemble de l’impact de cette découverte sur la stabilité énergétique de la Méditerranée et sur les perspectives de développement de la région ». Le PDG d’ENI, Claudio Descalzi, a estimé que « cette découverte historique sera en mesure de transformer le scenario énergétique d’un pays entier qui nous accueille depuis 60 ans ».
Cette découverte est égaloement une bonne nouvelle pour le gouvernement égyptien. L’exploitation de ce gaz en offshore pourrait en effet permettre de garantir une certaine sécurité au moment où l’Egypte est le théâtre d’une vague d’attentats perpétrés par la branche locale de l’organisation djihadiste Etat islamique (EI). Selon certains experts, l’EI aurait en effet pour projet de toucher l’Egypte d’Al-Sissi au portefeuille, en effrayant touristes et investisseurs internationaux. (...)

“Zohr is the largest gas discovery ever made in Egypt and in the Mediterranean Sea and could become one of the world’s largest natural gas finds,” Eni said in a statement. “The discovery, after its full development, will be able to ensure satisfying Egypt’s natural gas demand for decades.”
The energy company added: “Eni will immediately appraise the field with the aim of accelerating a fast-track development of the discovery.”
In the statement, Mr. Descalzi said that the discovery reconfirmed that Egypt still has “great potential” in terms of energy production. “Important synergies with the existing infrastructures can be exploited, allowing us a fast production start-up,” he said.
Eni has been in Egypt since 1954 through its subsidiary IEOC. It is the main hydrocarbon producer in Egypt, the company said, with a daily equity production of 200,000 barrels of oil equivalent.

sabato 21 settembre 2013

Operazioni militari e farina di Putin. E’ il piatto del Cairo (da ilFoglio)

La giunta militare in Egitto è impegnata a fondo su due priorità: la guerra aperta all’opposizione musulmana e le importazioni vitali di farina. Ieri mattina le forze di sicurezza sono entrate a Kerdasah, area periferica del Cairo, per un’operazione contro gli islamisti. Nella topografia sterminata della capitale Kerdasah è insignificante, è soltanto un angolo povero della zona di Giza, ma nella lotta tra il nuovo governo militare retto dal generale Abdel Fattah al Sisi e i rivoltosi decisi a vendicare la soppressione – politica e fisica – dei Fratelli musulmani ha un significato speciale. Il 14 agosto, mentre al Cairo le forze di sicurezza irrompevano nei sit-in dei sostenitori dell’ex presidente nominato dalla Fratellanza, Mohammed Morsi, facendo centinaia di morti, un gruppo numeroso di abitanti di Kerdasah attaccò per rappresaglia la stazione di polizia locale. Gli islamisti avevano mitragliatrici e lanciarazzi e in poche ore costrinsero i poliziotti a uscire dall’edificio in fiamme e li trucidarono, spogliandone alcuni, trascinando altri sull’asfalto legati con corde alle macchine (di quel giorno restano immagini girate con i telefonini in mezzo alla folla di aggressori). Dopo Delga, la piccola città a sud della capitale che già da luglio era fuori dal controllo della polizia ed è stata occupata la settimana scorsa, Kerdasah era il secondo obiettivo naturale della campagna delle forze di sicurezza per sfidare gli islamisti egiziani dove sono più forti.(...)


Ci sono molti elementi che fanno credere che questa rivolta sarà peggio di quella degli anni Novanta, quando militari e islamisti si combattevano a colpi di attentati e ondate di repressione; per esempio la vicinanza con la Libia diventata dopo Gheddafi un grande mercato clandestino di armi. 
Secondo il Wall Street Journal, il governo dei militari da quando si è insediato a luglio è concentrato sul problema delle importazioni di farina. L’Egitto è il primo importatore di farina al mondo, e su questo dato precario si regge una popolazione di 80 milioni di persone che alla politica chiede soltanto e a stragrande maggioranza – scrive ancora Reem Abdellatif per il Wsj – “pane a un prezzo minore”. (...)
 

mercoledì 21 agosto 2013

Al Cairo il re saudita si prende una vendetta da 12 miliardi su Obama (da ilFoglio.it)

(...) Il re Abdullah in queste settimane di dopogolpe si sta prendendo una rivincita enorme in Egitto contro i detestati Fratelli musulmani e contro, appunto, l’alleato americano Barack Obama. Soltanto due anni fa era al telefono con il presidente durante i giorni della rivoluzione egiziana e per la rabbia ebbe un malore con la cornetta in mano – così si disse, anche se la notizia non fu mai confermata. Il sovrano aveva chiesto che Washington schierasse il suo peso dalla parte di Hosni Mubarak contro le manifestazioni di popolo in piazza Tahrir e gli americani invece avevano abbandonato il rais egiziano al suo destino, all’arresto, alla prigione. Quando la sera dell’11 febbraio l’esercito egiziano annunciò le dimissioni del presidente, alla corte di Riad i sauditi erano lividi: non soltanto temevano che le proteste sarebbero prima o poi arrivate pure sotto le loro finestre ma avevano anche scoperto in quel momento che cosa gli alleati americani avrebbero fatto, anzi, non fatto. Se fosse giunta l’ora, Obama non avrebbe levato un dito in loro difesa. (...) 


L’ascesa dei generali era un esito molto sperato a Riad. Sul Monde Diplomatique, Alain Gresh nota che il 30 giugno, prima del golpe, un editoriale del giornale saudita Okaz annunciava: “Per evitare un bagno di sangue e la guerra civile, i militari governeranno l’Egitto per un breve periodo di tempo, non più di un anno”. Gresh descrive anche l’esistenza di una garanzia offerta dai Said ai generali egiziani: aiuti subito in cambio della rimozione dei Fratelli musulmani dal potere e di un trattamento migliore per l’ex presidente Mubarak, ora in prigione. Considerate le notizie su una possibile scarcerazione dell’ex rais, i militari hanno soddisfatto entrambe le condizioni. Tra loro e Riad c’è un rapporto di fiducia: il generale al Sisi è stato per anni l’attaché militare dell’ambasciata egiziana in Arabia Saudita e il presidente nominato dai militari, Adly Mansour, era definito in epoca prerivoluzione “l’uomo di Mubarak in Arabia Saudita”.
L’artefice di questa controrivoluzione è indicato nel principe Bandar bin Sultan, storico ambasciatore in America tornato capo dei servizi sauditi nel luglio 2012. Sarebbe lui a coordinare anche l’intensa attività di lobbying nelle capitali europee, in questi giorni, per fare ingoiare il boccone della repressione militare in Egitto.


martedì 20 agosto 2013

Egitto: la terza fase delle rivoluzioni arabe (Gilles Kepel su Huffingtonpost.it)

(...) Morsi non ha voluto tenere conto del carattere composito del suo elettorato, e a coloro che l'avevano eletto perché odiavano i militari ha dato l'impressione che la confraternita di cui era solo uno strumento - la "ruota di scorta", come veniva soprannominato all'epoca della campagna elettorale - volesse infiltrarsi nello Stato e impossessarsene per sempre.
Così facendo, Morsi e i Fratelli Musulmani hanno attirato e cristallizzato contro di sé il malcontento di una metà dell'Egitto di cui attualmente non è dato di sapere se sia maggioritaria o minoritaria, ma che in ogni caso, scendendo in piazza il 30 giugno, ha dimostrato che il paese è ormai diviso in due.
Ora, di fronte alla destituzione di Morsi, i Fratelli Musulmani, che esistono dal 1928 e hanno trascorso gran parte della loro esistenza in clandestinità, e hanno costruito una contro-società radicata negli strati più profondi del tessuto sociale egiziano - talvolta con il favore dei regimi, come quello di Sadat, che si appoggiava a loro per combattere la sinistra - hanno una notevole capacità di contrasto.
Oggi, le due metà antagoniste dell'Egitto sono capaci di ostacolarsi a vicenda, e c'è da temere che nessuna delle due sia in grado di imporre la propria volontà in un contesto polarizzato in cui l'esercito non ha esitato a fare ricorso alle armi in una settimana in cui probabilmente sono rimaste uccise un migliaio di persone.
Tutto lascia pensare che i gruppi armati che sono andati formandosi tra le fronde marginali dei Fratelli Musulmani ricompariranno, e questo processo reca in sé i fermenti di una guerra civile. (...)
Jean Marcou ha ragione quando sottolinea che l'Egitto non è la Siria. Tuttavia, resto molto colpito quando apprendo quel che oggi si dice, si scrive, in arabo su un fronte e sull'altro in Egitto.
C'è una violenza verbale che dall'inizio delle rivolte arabe non avevo mai sentito, se non in Siria. Ma a differenza della Siria, in cui è il combustibile religioso ed etnico ad alimentare la guerra civile, lo scontro in Egitto è innanzi tutto una sorta di Kulturkampf [guerra culturale], che vede schierati gli islamisti da un lato e quelli che gli si oppongono dall'altro. E in questo senso ciò che accade in Egitto è il punto parossistico di un conflitto esistenziale sul futuro delle società arabe e sul posto che vi occuperà la religione, un conflitto che si ritrova oggi in Libia, in Tunisia e in Turchia.


D'altronde è proprio questo che spiega la virulenza del primo ministro turco Erdogan, proveniente lui stesso da una filiazione dei Fratelli Musulmani, il quale, oltre a offrire sostegno ai suoi fratelli egiziani, reagisce con la forza alle difficoltà che incontra nel proprio paese, da quando i democratici e i laici turchi che avevano votato per l'Akp perché mossi dall'odio per un esercito kemalista che consideravano fascistoide oggi sono ossessionati dall'idea che Erdogan diventi un dittatore islamista, come hanno dimostrato le grandi manifestazioni di giugno in piazza Taksim.(...) 

lunedì 19 agosto 2013

Egitto: La sfida tra le antenne televisive - Quando le notizie diventano armi (da Corriere.it)

Così i telespettatori hanno potuto vedere i colpi di fucile che partivano dal minareto verso i militari e verso la gente rimasta intorno ai blindati. Evidentemente nella torre si era posizionato un gruppetto ostile all'esercito. I commentatori di Al Jazeera hanno lasciato la parola all'Imam della moschea, Salah Sultan, che si è prodotto in una ridicola spiegazione: dall'interno del tempio non si può accedere al minareto (e passi) e dunque non si capisce da dove siano entrati i cecchini. Come dire: non erano dei nostri. E allora chi erano? Da dove erano entrati? Purtroppo i giornalisti di Al Jazeera hanno omesso queste semplici e indispensabili domande, avallando la versione dell'Imam e l'assunto di base: tutti i Fratelli musulmani sono combattenti per la libertà e la democrazia. Ma disarmati. Una mezza verità, come hanno testimoniato tutti i reporter internazionali presenti nello slargo di Ramses.

Avversari Senza Dialogo (da AffarInternazionali)


Inclusione prima, democrazia poi
In un contesto di democrazia non consolidata, è sul concetto di inclusione che si devono concentrare quanti cercano un’uscita dalla crisi.

Anche se tutte le mediazioni tentate non hanno portato risultati, è essenziale che le parti, a partire dal nuovo governo, si sforzino sinceramente per negoziare una rapida cessazione della violenza che metta da parte i progetti propri di ciascuna fazione.

Anche se le vicende degli ultimi giorni non sembrano andare in questa direzione, l’esercito dovrebbe facilitare una transizione inclusiva che coinvolga tutte le parti in causa, sperando che le dinamiche dell’Egitto portino a un evoluzione simile a quella della Turchia di fine anni ‘90.

Per conservare il sostegno della maggioranza della popolazione, i militari devono evitare atti di violenza come quelli degli ultimi giorni che iniziano a portare defezioni all’interno del fronte dei suoi sostenitori.

A Mohammed El-Baradei, da luglio vice premier del nuovo governo, è stato affidato il compito di spiegare al mondo intero che quello in Egitto non è stato un golpe, ma semplici dimissioni di un premier.

Ancora una volta, dopo aver eliminato il nemico comune, il fronte che ha portato al rovesciamento del governo Mursi rischia quindi di spaccarsi. In questo fronte confluiscono liberali, giovani, copti ed ex mubarakiani con idee diverse circa il ruolo che spetta ai militari.

Difficilmente il sostegno di cui gode ora l’esercito sarà illimitato. A mostrarlo è anche la ricomposizione del vecchio fronte di opposizione al regime militare, nel quale inizia a confluire l’anima giovanile del Tamarrod, la campagna che ha organizzato la prima manifestazione per la deposizione di Mursi. - 


See more at: 

Gli Attacchi Alle Chiese In Egitto (ilPost)

Sabato 17 agosto, durante una conferenza stampa, il portavoce della presidenza egiziana ha accusato i media occidentali di occuparsi troppo delle azioni del governo nei confronti dei Fratelli Musulmani, ma di aver completamente dimenticato di raccontare gli attacchi che in questi giorni hanno subito le chiese copte in Egitto. Secondo il portavoce, almeno 12 chiese sono state attaccate e incendiate negli ultimi giorni.

L’agenzia di stampa Associated Press ha pubblicato ieri sera un lungo articolo in cui racconta queste violenze, firmato dall’esperto giornalista egiziano e direttore dell’ufficio del Cairo di APHamza Hendawi. Quasi tutte le violenze, scrive Hendawi, hanno avuto luogo fuori dal Cairo e spesso, oltre alle chiese, sono state attaccate anche abitazioni private. Almeno 40 tra chiese e altri edifici religiosi sono stati saccheggiati negli ultimi giorni e altri 23 sono stati incendiati e pesantemente danneggiati. Funzionari anonimi hanno rivelato ad AP che almeno due copti sono stati uccisi negli ultimi giorni, uno ad Alessandria ed un altro nella provincia meridionale di Sohag.
Le violenze si sono concentrate sulla comunità copta, legata ad una delle più antiche chiese cristiane del mondo, che in Egitto rappresenta una minoranza religiosa di quasi 10 milioni di persone, più o meno il 10 per cento della popolazione egiziana (che è in totale di circa 85 milioni di persone). Venerdì la chiesa copta ha diffuso un comunicato, confermando il suo appoggio al governo militare. Sono stati attaccati anche alcuni edifici cattolici.

Un Ripasso Sull'Egitto, Per Punti (ilPost)

Nell’ultimo mese e mezzo in Egitto sono successe molte cose: c’è stato un colpo di stato – anche se non tutti sono d’accordo nell’usare questa definizione – che ha deposto il presidente Mohamed Morsi, eletto nel giugno 2012; c’è stato il ritorno al potere dei militari, che erano stati progressivamente estromessi dai Fratelli Musulmani, il movimento politico-religioso che sostiene Morsi; negli ultimi mesi ci sono stati massacri, soprattutto al Cairo, gli ultimi dei quali sono stati compiuti mercoledì 14 e venerdì 16 e in cui è morto un numero imprecisato di persone (le cifre ufficiali sono state riviste più volte al rialzo).
Da un mese e mezzo fuori dall’Egitto si cerca di capire cosa stia succedendo nel paese, chi sta con chi, che ruolo hanno i militari, chi sono e da dove vengono i Fratelli Musulmani. Se si dovesse raccontare il perché delle violenze in Egitto oggi, ci sarebbe da andare indietro almeno due anni e mezzo, alle prime proteste contro l’allora presidente Hosni Mubarak, chiamate da tutto il mondo insieme ad altre nei paesi vicini “primavera araba”. E di tutto quello che è successo, una cosa non è mai cambiata: lo scontro – politico e non – tra Fratelli Musulmani ed esercito. In sintesi, ecco le tappe più importanti degli eventi in Egitto da allora.