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sabato 5 settembre 2015

Zohr 1X: Sarà Vera Gloria? (Rassegna stampa sulla recente scoperta dell'Eni)

La notizia della scoperta del giacimento di gas data in questi giorni sembra essere fra quelle da seguire con molta attenzione; al tempo stesso - però - è bene aspettare dati più precisi, avendo presente - lo segnala il sito GreenReport richiamando un'analisi del prof.Bardi, di Firenze - che "l’impatto di questa scoperta sullo scenario globale rimarrà probabilmente limitato". Con la doverosa cautela nel giudizio complessivo, comunque è probabile che ci siano - sul medio-lungo periodo - interessanti conseguenze economiche e politiche, che potrebbero vedere l'Italia protagonista.

Di seguito una breve rassegna stampa con alcune riflessioni.

Francesco Maria Mariotti
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LA NOTIZIA E ALTRI DATI SULL'EGITTO (dal sito dell'ENI)

Il giacimento, con un potenziale fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati, rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel Mar Mediterraneo e può diventare una delle maggiori scoperte di gas a livello mondiale. Questo successo esplorativo offrirà un contributo fondamentale nel soddisfare la domanda egiziana di gas naturale per decenni e conferma come il paese sia ancora oggi al centro delle strategie internazionali del gruppo: un’alleanza che continua da oltre 60 anni.


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RASSEGNA STAMPA (tra gli altri : un interessante editroriale di GreenReport, Ugo Bardi, Ugo Tramballi, Maurizio Molinari, un'intervista a un analista del Cesi e una a Giulio Sapelli)

(...) Nonostante ciò, l’impatto di questa scoperta sullo scenario globale rimarrà probabilmente limitato. Le dimensioni del giacimento sono certamente rilevanti, ma «al mondo si ritiene che ci siano qualcosa come 190.000 miliardi di metri cubi di gas naturale estraibile. Ne consegue – sottolinea Ugo Bardi, docente di chimica fisica presso l’università di Firenze, membro dell’Aspo e del Club di Roma – che la nuova scoperta aggiunge circa lo 0.45% alle riserve mondiali,sempre ammesso che le riserve “possibili” si rivelino poi reali». Ogni anno, si evidenzia nella stessa analisi, si consumano 3.300 metri cubi di gas, ovvero più del triplo di quanto Zohr potrà dare nell’arco di decenni.

Lo scenario cambia man mano che si restringe il punto d’osservazione. Se a livello globale la scoperta Eni non è certo in grado di scompigliare le carte in tavola, per l’Egitto Zohr rappresenta la possibilità di una svolta nell’approvvigionamento energetico. Per Eni (il cui titolo in Borsa in queste ore ha spiccato il volo), se saprà gestire i rischi ambientali che senza dubbio seguiranno allo sfruttamento di Zohr, è la conferma di una leadership industriale di primissimo piano. Leadership che si scontra però con un contesto economico nel quale i prezzi delle commodity sono al minimo: oggi il grande punto interrogativo non riguarda il bisogno di nuova energia, ma di un nuovo modello di sviluppo.

Molto lentamente, nonostante tutto, per tentativi ed errori tale modello si riesce pian piano a intravedere. Come certifica proprio oggi l’Agenzia internazionale dell’energia, il costo di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (in particolare fotovoltaica ed eolica) è in calo da diversi anni, mentre la produzione da fonti fossili come petrolio, carbone e gas sta salendo. Nel suo rapporto Projected Costs of Generating Electricity: 2015 Edition, la Iea sottolinea come l’Lcoe (Levelized cost of energy, il costo di produzione di 1 kW elettrico) dal 2010 a oggi si stia muovendo in modo opposto per rinnovabili e fossili, mentre rimane sostanzialmente stabile per l’energia nucleare (come stabile, ovvero insoluto, rimane il nodo della gestione dei rifiuti radioattivi). Lo studio dell’Agenzia dà risultati diversi a seconda del contesto, ma il trend è chiaro in tutti i 22 paesi analizzati.

Per l’Italia quella aperta dalla scoperta Eni apre una finestra di breve durata, ma che vale la pena di essere sfruttata. Le ricadute energetiche per il nostro Paese saranno assai scarse: non ci sono gasdotti che collegano l’Italia all’Egitto, anche se Zohr potrebbe contribuire a ridare un senso ai rigassificatori presenti lungo la Penisola, e a oggi praticamente inutilizzati, come quello al largo delle coste toscane. Più rilevanti potranno essere le ricadute geopolitiche, se ben indirizzate. L’Italia ha da tempo smarrito il ruolo di leadership nel Mediterraneo che le è stato consegnato dalla storia, ma solidi ponti industriali come quello costituito da Eni potrebbero essere assai rilevanti per riconquistarla, anche di fronte a un’Europa perennemente concentrata sulle esigenze e i vincoli imposti dai paesi del nord.
Eppure il Mediterraneo abbraccia buona parte del futuro del mondo.(...)

"ENI: grande scoperta di un giacimento di gas naturale in Egitto". Come al solito, la stampa da i numeri, ma non riesce mai a renderli comprensibili. Dopo aver detto che dentro questo giacimento è possibile che ci siano "850 miliardi di metri cubi di gas" (e notare il "possibile"), se non il metti in prospettiva, tanto valeva dire "millanta." E' un numero che piomba dal cielo sui lettori che non trovano in questi proclami i dati che permetterebbero di confrontare la dimensione del giacimento con quella delle altre riserve mondiali.

Eppure, ci vuole veramente poco per fare la proporzione. Basta digitare "riserve mondiali di gas naturali" e trovi subito il dato su Wikipedia. E se non ti fidi di Wikipedia, lo trovi in inglese sul sito di BP e lo trovi anche in tanti altri posti. Come sempre, i dati sono incerti, ma un ordine di grandezza lo abbiamo. Al mondo, si ritiene che ci siano qualcosa come 190.000 miliardi di metri cubi di gas naturale estraibile.

Ne consegue che la nuova scoperta aggiunge circa lo 0.45% alle riserve mondiali, sempre ammesso che le riserve "possibili" si rivelino poi reali. Non è che poi sia quella gran cosa epocale che sembrerebbe essere leggendo le iperboli dei giornali.
Intendiamoci, non è una scoperta da poco. Sul Financial Times, dicono che potrebbe soddisfare i consumi dell'Egitto per 10 anni e l'Egitto ha disperatamente bisogno di energia in una situazione economica molto difficile. Ed è anche un bel successo per l'ENI; che ne ha molto bisogno,(...)

Ma se per l'Eni e l'Italia Zohr è un affare assoluto, per l'Egitto l'improvvisa ricchezza (la gran parte del gas servirà un mercato interno d quasi 100 milioni di consumatori) è a doppio taglio. Il paese è impegnato in una serie di riforme socialmente difficili che dovrebbero modernizzarne l'economia. Cambiamenti sui quali preme il Fondo monetario internazionale per rilasciare all'Egitto un credito da cinque miliardi di dollari (ora meno decisivi) e un attestato di economia affidabile. La nuova fortuna energetica potrebbe spingere il governo a imitare sauditi ed emiri del Golfo che per guadagnare stabilità interna e consenso, alle riforme tendono a preferire le sovvenzioni, a distribuire ricchezza come benevolenza del governante. L'Arabia Saudita, il Qatar, il Kuwait, l'Algeria non sono economie moderne. Quello della Libia di Gheddafi a fatica si poteva chiamare sistema economico. Ci sarà dunque una nuova ricchezza nel Mediterraneo meridionale, ma non più stabilità. Il governo egiziano avrà più consenso ma al terrorismo islamico che lo insidia non serve consenso per colpire. Un ventennio fa, con il processo di Oslo, iniziò il progetto di un “Gasdotto della pace” che dall'Egitto avrebbe portato energia a Israele, Gaza, Cisgiordania e Giordania. La pace fra israeliani e palestinesi non ci fu e il piano fallì, nonostante l'Egitto allora avesse ancora gas.
di Ugo Tramballi - Il Sole 24 Ore - leggi su Così cambierà la «gas-politik» (il Sole 24 Ore)

Secondo il comunicato di ENI, il giacimento si trova in un’area del Mediterraneo davanti all’Egitto a circa 200 chilometri dalla costa a una profondità di 1.450 metri, nel cosiddetto “Shorouck Block” dove ENI è attiva dal gennaio del 2014. L’estensione del giacimento sarebbe di circa cento chilometri quadrati: dalle informazioni geologiche e geofisiche disponibili, e dai dati raccolti nel pozzo di scoperta, la quantità di energia stimata equivale a 5,5 miliardi di barili di petrolio (850 miliardi di metri cubi di gas). Quell’area è gestita esclusivamente da ENI. L’attuale CEO della società, Claudio Descalzi, ha fatto sapere che saranno utilizzate le strutture esistenti sia a mare che a terra per mantenere i costi di sviluppo relativamente bassi. Ci vorranno diversi mesi per risolvere questioni legate ai contratti per lo sviluppo e la produzione, ma la perforazione dovrebbe iniziare all’inizio del prossimo anno. Se così fosse, in base ai progetti passati, la produzione comincerebbe circa un anno dopo, dunque all’inizio del 2017. Nella produzione ENI avrà una partecipazione pari al 50 per cento, mentre il resto sarà detenuto dalla società petrolifera di stato dell’Egitto.

La scoperta è avvenuta nell'offshore egiziano del Mar Mediterraneo presso il prospetto esplorativo denominato Zohr. Il pozzo Zohr 1X, attraverso il quale è stata effettuata la scoperta, è situato a 1.450 metri di profondità d'acqua, nel blocco Shorouk, siglato nel gennaio 2014 con il Ministero del Petrolio egiziano e con la Egyptian Natural Gas Holding Company (Egas) a seguito di una gara internazionale competitiva. Dalle informazioni geologiche e geofisiche disponibili, e dai dati acquisiti nel pozzo di scoperta - spiega il Cane a Sei Zampe - «il giacimento supergiant presenta un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto (5,5 miliardi di barili di olio equivalente) e un'estensione di circa 100 chilometri quadrati. Zohr rappresenta la più grande scoperta di gas mai effettuata in Egitto e nel mar Mediterraneo e può diventare una delle maggiori scoperte di gas a livello mondiale. Questo successo esplorativo offrirà un contributo fondamentale nel soddisfare la domanda egiziana di gas naturale per decenni. Eni svolgerà nell'immediato le attività di delineazione del giacimento per assicurare lo sviluppo accelerato della scoperta che sfrutti al meglio le infrastrutture già esistenti, a mare e a terra. Il pozzo Zohr 1X, che è stato perforato a 4.131 metri di profondità complessiva, ha incontrato circa 630 metri di colonna di idrocarburi in una sequenza carbonatica di età Miocenica con ottime proprietà della roccia serbatoio». La struttura di Zohr presenta anche un potenziale a maggiore profondità, che sarà investigato in futuro attraverso un pozzo dedicato.


Anche se agli operatori non era passato inosservato l’attivismo dell’Eni negli ultimi mesi, nulla toglie alla straordinarietà della scoperta di qualche giorno fa: non solo perché è una delle dieci identificazioni maggiori per metri cubi di gas (fino a 850 miliardi, equivalenti a 5,5 miliardi di barili di petrolio equivalente), ma perché rispetto ad altri contesti l’estrazione dovrebbe costare meno. Circa un terzo dell’estrazione nell’Artico e un quinto del fracking negli Usa, stima Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. Stando alle stime diffuse dalla stessa Eni, il Cane a sei zampe ha la possibilità di reggere investimenti con un prezzo depresso, fino a 40-45 dollari al barile. Per arrivare a questi risultati dal punto di vista tecnologico la chiave è stato un supercomputer dell’Eni nella sede di Pavia, che ha elaborato miliardi di informazioni al secondo, sulla base delle informazioni che arrivavano dalle esplorazioni al largo dell’Egitto, fino a indicare che a 1,5 chilometri di profondità c’era un serbatoio scappato a tutte le rilevazioni precedenti. Dal punto di vista strategico la chiave è stata invece la scelta di puntare sul Mediterraneo. È stata una decisione attribuibile all’attuale amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, che ha costruito la sua carriera principalmente nel Continente Nero (la moglie Madeleine inoltre è originaria del Congo). Già negli anni Ottanta Descalzi ha lavorato tra Libia, Nigeria e Congo, nel 1994 ha assunto il ruolo di managing director della consociata Eni in Congo e nel 1998 è diventato vice presidente e managing director di Naoc, la consociata Eni in Nigeria. In seguito nei suoi incarichi ha sempre seguito anche l’Africa e il Medio Oriente. La sua decisione di puntare sull’Africa è stata letta come una svolta rispetto alla gestione di Paolo Scaroni, il precedente amministratore delegato, molto legato all’Asia e alla Russia di Putin in particolare, oltre che al pozzo senza fondo (in termini economici) di Kashagan, in Kazakistan.

L’indipendenza energetica dell’Italia dalla Russia? Un Egitto in posizione di forza rispetto agli altri Paesi del Nord Africa? Secondo Gabriele Iacovino, coordinatore degli analisti del Centro Studi Internazionali (Cesi), è troppo presto per dire quali saranno le conseguenze geopolitiche della scoperta appena annunciata dall’Eni, che ha individuato al largo delle coste egiziane il giacimento di gas più grande del Mediterraneo e uno dei più importanti al mondo (850 miliardi di metri cubi stimati). “Si tratta di prospettive ancora da verificare e, eventualmente, a lungo termine. Pensare a un’indipendenza dalla Russia nel breve periodo è utopistico”. Quello che già ora si può affermare, però, è che la scoperta del gruppo partecipato dal Tesoro “rafforza i rapporti politici ed economici con l’Egitto”. Le reali conseguenze della scoperta del giacimento, di cui il Cane a sei zampe detiene il 100% dei permessi di sfruttamento, dipendono anche da come l’azienda deciderà di portare il gas in Europa. “Non c’è un gasdotto che collega l’Egitto all’Italia”, continua Iacovino, “per questo dico che i frutti di questa scoperta si vedranno anche e soprattutto a medio-lungo termine. Le possibilità sono due: costruire nuove infrastrutture che colleghino il Paese nordafricano all’Europa o trasformare il gas in liquido, trasportarlo in Italia e qui rigassificarlo negli impianti nazionali che, in questo, sono molto all’avanguardia. Questa seconda opzione ha però dei costi elevati”.(...)

L'amministratore delegato dell'Eni, Claudio Descalzi, ha sottolineato l'impostanza strategica del giacimento Zohr 1X da 850 miliardi di metri cubi, quali sono le conseguenze geopolitiche di una scoperta del genere nell'area?
Sapelli: "C'e un fatto geopolitico in se: questa scoperta da forza all'Egitto che in tutta in quell'area lì è l'unico soggetto statale e non un aggregato tribale come Libia e Siria. Solo Tunisia e Marocco hanno raggiunto una statualità stabilizzata ma non hanno la potenza economica e militare dell'Egitto. Devo dire anche una cosa che molti osservatori non sottolineano e cioè che questo si collega alla crisi del Sudan, dove c'è la foce del Nilo. Lì ci sono progetti di costruzione di dighe che abbasseranno il livello del Nilo con evidenti coseguenze sull'Egitto. E allora una scoperta del genere può sostenere l'economia locale, aiutare le pmi egiziane a crescere e sostenere, ad esempio, lo sviluppo di nuove tecnologie di irrigazione".
Per l'Italia l'impatto diretto sul mercato del gas sembra minore, ma quali possono essere i vantaggi?
Sapelli: "Dato che non si sa cosa può succedere con l'Ucraina avere una fonte alternativa è sempre utile. Ma la cosa importante è che questa scoperta dimostra quanto sia stato importante per l'Eni aver deciso a suo tempo di restare in Egitto. Comunque l'Italia ha un'altra fonte di probabile approvvigionamento energetico. Seconda cosa una scoperta del genere porta un indotto energetico molto vasto. C'è lavoro per molte industrie, per molte fabbriche e per molte altre attività. Molte altre imprese italiane possono allocarsi lì e lavorare di conserva. Mi sembra un'ottima, ottima notizia per noi".(...)

Inoltre, il fatto che il giacimento di Zohr sia stato ritrovato in un’area da tempo sotto osservazione stretta delle compagnie petrolifere potrebbe avere rilevanti sviluppi geopolitici. Nelle acque tra Cipro, Libano, Israele ed Egitto, le scoperte si sono moltiplicate, come l’area di Leviathan (tra Israele e Cipro) ha dimostrato. Per i Paesi del Levante mediterraneo ciò potrebbe significare un notevole potenziale economico su cui fare affidamento nel futuro prossimo. Palestina inclusa, naturalmente, con tutto quello che comporterebbe per lo sviluppo economico e la pace della Striscia di Gaza e dei Territori. (...)
Infine, i continui ritrovamenti di gas naturale mettono sempre più in risalto, in prospettiva “climate change” e conferenza di Parigi (a dicembre), il fatto che il gas potrebbe a tutti gli effetti rivestire il ruolo di combustibile “ponte”, di transizione verso fonti rinnovabili a impatto zero. Un altro elemento (che piace ovviamente molto alle compagnie come l’Eni) su cui varrebbe la pena di discutere.


E’ la possibile genesi di un network di interessi alternativo a quelli che attraversano aree di crisi endemica, Stati falliti o Paesi a noi ostili. Non è un caso che, durante la cena a Palazzo Vecchio nella Sala delle Udienze già luogo di lavoro di Machiavelli, il premier Matteo Renzi abbia anticipato all’ospite israeliano Benjamin Netanyahu l’annuncio di Eni arrivato puntuale la mattina seguente. I giornali egiziani avevano tratteggiato la notizia quello stesso giorno e non si trattava dunque di una rivelazione. Ma fonti israeliane, presenti alla cena, si soffermano sulla comune valutazione positiva di Renzi e Netanyahu in merito al «Zohr Prospect» perché l’interesse è coincidente: se per l’Italia significa differenziare le fonti energetiche, per il premier di Gerusalemme è un’arma preziosa da adoperare al fine di accelerare in patria la liberalizzazione del mercato del gas.Non a caso il ministro dell’Energia, Yuval Steinitz, si è affrettato a far sapere al Parlamento che «mentre noi perdiamo tempo nella definizione dell’assetto regolatorio, il mondo intorno a noi sta cambiando». Ovvero, liberalizziamo in fretta, superando il duopolio Noble Energy-Delek nella gestione del gas naturale off-shore di «Leviathan» e «Tamar» davanti a Tel Aviv e Haifa, prima che gli egiziani ci rubino clienti e mercati dall’Europa alla Giordania fino all’Africa. La convergenza di interessi fra Renzi, Al-Sisi e Netanyahu sull’energia, consolidata dalle intese con Grecia e Cipro, suggerisce la possibile genesi di un club di Paesi del Mediterraneo dotati di alta tecnologia e risorse naturali, dunque capaci di dare vita ad un polo energetico alternativo ai colossi di Mosca e del Golfo. Consegnando al Mediterraneo un imprevisto ruolo di protagonista di una formula di sviluppo economico capace di generare risposte efficaci alle sfide dell’emigrazione di massa e del terrorismo islamico.

Le président du conseil italien Matteo Renzi a téléphoné dans la foulée à son « ami » le président Abdel Fattah Al-Sissi pour « discuter ensemble de l’impact de cette découverte sur la stabilité énergétique de la Méditerranée et sur les perspectives de développement de la région ». Le PDG d’ENI, Claudio Descalzi, a estimé que « cette découverte historique sera en mesure de transformer le scenario énergétique d’un pays entier qui nous accueille depuis 60 ans ».
Cette découverte est égaloement une bonne nouvelle pour le gouvernement égyptien. L’exploitation de ce gaz en offshore pourrait en effet permettre de garantir une certaine sécurité au moment où l’Egypte est le théâtre d’une vague d’attentats perpétrés par la branche locale de l’organisation djihadiste Etat islamique (EI). Selon certains experts, l’EI aurait en effet pour projet de toucher l’Egypte d’Al-Sissi au portefeuille, en effrayant touristes et investisseurs internationaux. (...)

“Zohr is the largest gas discovery ever made in Egypt and in the Mediterranean Sea and could become one of the world’s largest natural gas finds,” Eni said in a statement. “The discovery, after its full development, will be able to ensure satisfying Egypt’s natural gas demand for decades.”
The energy company added: “Eni will immediately appraise the field with the aim of accelerating a fast-track development of the discovery.”
In the statement, Mr. Descalzi said that the discovery reconfirmed that Egypt still has “great potential” in terms of energy production. “Important synergies with the existing infrastructures can be exploited, allowing us a fast production start-up,” he said.
Eni has been in Egypt since 1954 through its subsidiary IEOC. It is the main hydrocarbon producer in Egypt, the company said, with a daily equity production of 200,000 barrels of oil equivalent.

lunedì 19 maggio 2014

Andiamo A Prendere Il Petrolio (la proposta di Romano Prodi)


L'importante articolo di Romano Prodi sulla possibilità di estrarre petrolio, in particolare in giacimenti di mare.

Di fronte alla persistente precarietà energetica a cui ci condannano le crisi internazionali, la proposta di Prodi appare importante, assolutamente da discutere in tempi molto brevi.

FMM


Come i governi precedenti anche l’attuale governo non sa dove trovare i soldi per fare fronte ai suoi molteplici impegni. Eppure una parte modesta ma non trascurabile di questi soldi la può semplicemente trovare scavando - non scherzo - sotto terra. Ci troviamo infatti in una situazione curiosa, per non dire paradossale, che vede il nostro Paese al primo posto per riserve di petrolio in Europa, esclusi i grandi produttori del Mare del Nord (Norvegia e UK). Nel gas ci attestiamo in quarta posizione per riserve e solo in sesta per produzione. Abbiamo quindi risorse non sfruttate, unicamente come conseguenza della decisione di non utilizzarle. In poche parole: vogliamo continuare a farci del male.

Nonostante l’attività di esplorazione delle nuove riserve sia ormai bloccata da un decennio, con un numero di metri perforati inferiori a un decimo di quelli del dopoguerra, l'Italia potrebbe - sulla base dei progetti già individuati - almeno raddoppiare la sua produzione di idrocarburi (petrolio e metano) a circa 22 milioni di tonnellate equivalenti petrolio entro il 2020. Solo con questo significherebbe alleggerire la nostra bilancia dei pagamenti di circa 5 miliardi di euro ed aumentare le entrate fiscali dello Stato di 2,5 miliardi ogni anno. Si attiverebbero inoltre investimenti per oltre 15 miliardi, dando lavoro alle decine di nostre imprese che operano in ogni angolo del mondo ma sono impossibilitate a farlo nel loro Paese.(...)



(...) Ha rotto un Tabù , Professore …
Beh insomma, non mi ero riproposto questo! Semplicemente, quando ho letto le dichiarazioni del Ministro degli Esteri della Croazia ho deciso di documentarmi. La conclusione che ho tratto dalla lettura è che se i dati dei Croati sono veri – e la controparte italiana mi ha confermato che lo sono - siamo davanti a un caso classico, quello di un bicchiere con una sola cannuccia. Meglio averne due di cannucce, non le pare? I dati ci dicono che ci sono altre situazioni in sviluppo nel Mediterraneo su cui si appuntano interessi per la estrazione. Mi sono dunque limitato ad analizzare il perché e a dire che, pur usando tutte le possibile precauzioni, non ci possiamo permettere di lasciare lo sfruttamento della nostra energia in mano altrui.
Nel dire questo lei però mette insieme una triade Prodi- Petrolio- Mediterraneo, cioè l’incrocio fra sinistra e trivellazioni su territorio italiano, che è stato un vero e proprio tabù negli ultimi decenni, una innominabile discussione.
Io dico l’ovvio. Quel giacimento di cui parliamo verrà sfruttato. I Croati sono pronti ad acquisirne i diritti e sono pronti industrialmente all’operazione. Se lo facciamo metà noi e metà gli altri è meglio , no? Ovviamente la sicurezza e la protezione dell’ambiente sono per tutti una priorità, il “principio di precauzione” ha la precedenza su tutto, ma la risposta ai rischi industriali non è il non fare, ma la capacità di governarli. Usando la testa, possiamo raggiungere livelli che ci danno sicurezza. (...)
La strategia. Quello che succede a sud è lo specchio di quello che avviene anche nel Nord dell’Adriatico. Mentre le concessioni italiane rimangono al palo, frenate da complicati iter procedurali e da una cascata di autorizzazioni (comprese quelle della Regione Veneto) per iniziare solo a pensare di installare una piattaforma, la Croazia ha messo il turbo ai suoi progetti di sfruttamento, in modo da anticipare Roma e accaparrarsi i migliori giacimenti nel mare comune.

mercoledì 19 marzo 2014

Verso La Guerra: Scivolare O Scegliere?

Probabilmente non siamo più abituati alle dinamiche da guerra fredda, alla tensione portata fino al limite di rottura, al braccio di ferro giocato su territori altri. 

Si possono adottare diversi punti di vista per leggere gli avvenimenti del conflitto russo-ucriano, e quindi russo-occidentale: agli estremi opposti quello della legalità internazionale (si legga l'articolo del Post che spiega perché il referendum in Crimea è da considerarsi illegale e non è assimilabile ad altri esempi di deliberazioni autonomistiche) e quello realpolitik (in parte sembra essere questa la scelta dell'articolo di AnalisiDifesa, che mostra "comprensione politica" per le scelte putiniane). 

Ovviamente le visioni che non tengono conto e delle ragioni della forza (economica, politica, militare), e delle ragioni del diritto (ineludibili per tentare di "ingabbiare" la pura forza, ed evitare gravi precedenti) sono fallaci. Non possiamo più accettare la pura forza, non possiamo illuderci di definire in astratto norme senza avere la potenza necessaria per difenderle.

E' difficile, sempre, capire quando si sta passando un limite invalicabile, quando va detto a gran voce che "vale la pena morire per Sebastopoli (o per Kiev)". Forse senza quasi accorgercene, lo stiamo passando, o lo abbiamo già valicato.

Spero di sbagliare, ma se la situazione di tensione e di prepotenza delle dinamiche scelte dalla Russia per far valere ragioni sul territorio della Crimea non si muteranno in brevissimo tempo in uno stile più dialogante, potrebbe essere inevitabile - al di là di qualsiasi altra considerazione storico - politica (la strana cessione della Crimea all'Ucraina da parte di Kruscev, la difesa delle minoranze russofone, e via così dicendo) - decidere un approccio più duro.

Non è più il tempo delle "guerre totali" (per fortuna...), ma al tempo stesso non si possono evitare a tutti i costi i conflitti, né "scivolare" verso lo stato di guerra, trovandosi impreparati al momento della prova. 

Meglio prepararsi a tutto, senza utilizzare la retorica del contrasto a un novello "impero del male" o della "guerra umanitaria", ma difendendo interessi ed "onore" di un occidente che non può continuare all'infinito la "ritirata" dalla scena internazionale. 

Ne vanno dei nostri spazi di movimento, di mercato, di libertà.

Speriamo non sia necessario, perché nessuna guerra è indenne da ricadute anche interne che possono sfuggire al controllo, e la nostra democrazia non ha necessità di altre tensioni.

Ma se necessario, si sappia approfittarne.

FMM

Domenica 16 marzo gli abitanti della Crimea hanno votato per decidere se annettersi o meno alla Russia: il 97 per cento dei votanti, ha detto il responsabile delle operazioni elettorali, si è espresso per il sì e quindi da oggi il governo locale della Crimea e il governo russo stabiliranno tempi e modi per la formale annessione. L’affluenza è stata dell’82,71 per cento. Molti abitanti filo-ucraini della Crimea non sono andati a votare, perché considerano il referendum “illegale”: la stessa posizione è stata espressa negli ultimi giorni dal governo di Kiev, che come Stati Uniti e Unione Europea ha ribadito in più occasioni che non avrebbe riconosciuto il risultato del referendum.
Per stabilire la legalità o meno del voto di domenica, in molti hanno paragonato la situazione della Crimea a quella della Scozia, dove il 18 settembre 2014 si deciderà tramite referendum l’indipendenza dal Regno Unito. Come ha fatto notare lo stesso Foreign Commonwealth Office britannico, ci sono delle sostanziali e importanti differenze tra il caso del referendum sulla Crimea e quello che si terrà sull’indipendenza della Scozia, che riguardano, tra le altre cose, l’atteggiamento del governo centrale e la garanzia per gli abitanti locali di esercitare il proprio diritto di voto in modo libero e indipendente. Ed è interessante porsi queste domande – le domande generali utili a verificare il grado di correttezza e regolarità di un’elezione – e vedere quali risposte si trovano in Crimea


L’Europa e gli Stati Uniti sono perplessi. Davanti alla Crimea, da sempre legata a Mosca e solo nel 1954 ceduta all’allora repubblica sovietica dell’Ucraina, né il cauto Obama né la prudente signora Merkel, alzeranno il tiro, tanto più che gli americani sono, come la Teresa Batista del vecchio romanzo di Jorge Amado, «stanchi di guerra» e gli europei legati al petrolio e al gas russi (Svezia e Gran Bretagna pressano per sanzioni dure, Spagna e Italia per sanzioni wafer, la Germania media). Ma se Putin marciasse verso ovest e il confine Nato della Polonia, malgrado tutte le paure e le riluttanze occidentali, qualche cosa si romperà. 

Polonia e Svezia hanno scelto il riarmo, a Parigi e Londra si ripensa ai tagli al bilancio della Difesa, i Paesi baltici sono allarmati ed è forse prematuro, da noi, interrogarsi sull’abolizione dell’Aeronautica come ha fatto ieri la ministro della Difesa (dovremmo anche - per logica conseguenza tattica - abolire carri armati, artiglieria e, di conseguenza, le Forze armate: opinabile scelta in questo clima). La crisi è dunque in mano a Putin, se ordina l’escalation apre scenari imprevedibili. 


L'arma finale degli Stati Uniti nella nuova Guerra Fredda con Mosca potrebbero non essere le sanzioni economiche agli oligarchi o i cacciabombardieri Stealth, ma l'inesauribile miniera dello shale gas. In grado di tagliare il cordone ombelicale che lega l'Unione Europea alla Russia. Visto che gli States sono diventati esportatori netti di petrolio (tanto da poterlo presto vendere anche agli Emirati Arabi, e non è fantascienza) sta crescendo il pressing bipartisan di repubblicani e democratici per cercare di sottrarre il Vecchio Continente dai ricatti russi sulle forniture di gas. L'Unione europea dipende per il 30% delle sue forniture dal gas russo, ma tale percentuale sale drammaticamente nei Paesi dell'ex Patto di Varsavia, per esempio al 70% nel caso dell'industrializzata Polonia (che però sta puntando a sua volta sullo shale gas per emanciparsi da Mosca) e addirittura al 100% per la Bulgaria.
 
di Enrico Marro e all'interno Angela Manganaro - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/2LGSj
 
Nel suo «Lungo Telegramma» di 5.500 parole, già nel 1946 George Kennan preannunciava i pericoli delle ambizioni sovietiche, esortando tuttavia l'amministrazione americana ad evitare il confronto militare. Il contenimento dell'Urss, consigliava, sarebbe stato più proficuo: essendo la strategia staliniana una continuazione di quella russa, prima o poi anche il sistema sovietico sarebbe appassito come quello zarista.
Forse globalizzazione e web oggi rendono superfluo un diplomatico dalle capacità straordinarie come Kennan. In ogni caso il dubbio fondamentale sulle ambizioni di Putin non è meno profondo del mistero di Stalin, allora: dove vuole arrivare? La partita di Vladimir Putin si chiude in Crimea o è stato solo il primo passo del ritorno di un'antica politica di espansione europea? Basta Sebastopoli o il piano prevede l'uso della forza militare nel resto dell'Ucraina Orientale e ovunque vivano cospicue minoranze russe?


«Penso che sia ovvio che l’espansione della Nato non ha niente a che fare con la modernizzazione dell’Alleanza stessa o con la necessità di rendere più sicura l’Europa. Al contrario, rappresenta un grave fattore di provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E noi abbiamo il diritto di chiedere: contro chi si sta svolgendo questa espansione?». Così chiedeva Putin nel febbraio 2007. E nel marzo 2014 ha replicato: «Noi capiamo cosa sta succedendo, ci rendiamo conto che queste azioni (la rivoluzione del 2004 a Kiev) erano dirette contro l’Ucraina e la Russia e contro l’integrazione eurasiatica. E tutto questo mentre la Russia si è sforzata di avviare un dialogo con i nostri colleghi in Occidente. Questi hanno mentito molte volte, preso decisioni alle nostre spalle, ci hanno posto davanti a un fatto compiuto. Questo è accaduto con l’espansione della Nato verso l’Est, così come la diffusione di infrastrutture militari alle nostre frontiere, con l’implementazione del sistema di difesa missilistico. A dispetto di tutte le nostre apprensioni il progetto sta andando avanti”.


(...) Paesi mossi probabilmente da interessi diversi ma convergenti, sia strategici che economici. Il primo obiettivo conseguito è l’aver menomato o forse compromesso il progetto di Vladimir Putin di costituire con le repubbliche dell’ex Urss quell’Unione Euroasiatica considerata un grande competitor dell’Occidente e del mondo arabo. Un grande blocco di libero scambio economico e finanziario con oltre 230 milioni di abitanti, ricchissimo di materie prime che dovrebbe venire varato nel gennaio prossimo e di cui è certo non farà parte l’Ucraina con il suo peso demografico ed economico. Sempre sul piano economico la determinazione dei nuovi “padroni” di Kiev ad associarsi alla Ue consentirà a chi ha capitali da investire (guarda un po’, soprattutto i tedeschi) di mettere le mani sull’economia ucraina e soprattutto sui distretti industriai acquistabili con poca spesa viste le condizioni economiche del Paese. Certo gli apparati sono per lo più obsoleti ma gli investimenti per il loro aggiornamento verrebbe compensato da manodopera qualificata a basso costo e da un mercato di quasi 50 milioni di persone che offrirebbe nuovo “spazio vitale” all’espansione dell’economia tedesca sottraendolo alla Russia(...)

In termini strategici l’ipotesi che l’Ucraina entri nella NATO rappresenta un incubo per Mosca. A chi ritiene che questa possibilità non sia credibile vale la pena ricordare che, per non lasciare dubbi circa gli obiettivi del nuovo governo ucraino, il partito Patria (filo anglo-americano) guidato da Iulia Timoshenko ha depositato in Parlamento un disegno di legge per l’adesione alla Nato la cui approvazione sarebbe dirompente quanto l’annessione della Crimea alla Russia. L’Alleanza Atlantica del resto non si è certo fatta pregare per esprimere il pieno sostegno a Kiev e il rafforzamento della cooperazione militare, assumendo così una posizione di netta contrapposizione nei confronti di Mosca rafforzata dallo schieramento di forze aeree (F-16, F-15 e Awacs) in Polonia e Repubblica Baltiche. Impossibile poi non notare che l’adesione dell’Ucraina alla Nato consentirebbe agli statunitensi di portare “scudi antimissile”, radar e sensori alle porte di Mosca e se venisse rispettata l’integrità territoriale del Paese, includendovi quindi la Crimea, i russi perderebbero le basi aeree e navali di Sebastopoli, candidate in futuro ad essere utilizzate dalla sesta Flotta statunitense che da tempo incrocia con regolarità nel Mar Nero utilizzando i porti bulgari, turchi e rumeni. Un contesto che priverebbe la Russia della profondità territoriale strategica e la esporrebbe ulteriormente sul fronte meridionale già minacciato dai movimenti jihadisti del Caucaso. Le basi in Crimea costituiscono inoltre il trampolino per la proiezione strategica nel Mediterraneo, in Medio Oriente e nell’Oceano Indiano e soprattutto garantiscono il sostegno al regime siriano di Bashar Assad.

Quanto sta accadendo in Ucraina rappresenta un attacco diretto alla Russia e non si tratta di fare il tifo per Kiev o Mosca o di decidere se ci è più simpatica la treccia bionda della Timoshenko o il machismo dello “zar” Putin. Meglio valutare attentamente qual è la posta in gioco e come stiamo compromettendo la stabilità in Europa attaccando la Russia e creando i presupposti per la destabilizzazione della Bielorussia, il cui regime rappresenta l’ultimo alleato di Mosca in Europa.

Difficile pensare che Putin accetti di perdere l’influenza sull’Ucraina senza cercare quanto meno di contenere i danni garantendosi il controllo della Crimea, forse delle province orientali ucraine in gran parte filo-russe e con esse la possibilità di continuare a destabilizzare Kiev. Certo con “l’operazione Maidan” gli Stati Uniti si sono presi la rivincita dopo aver subito il protagonismo russo rivelatosi vincente nelle crisi siriana e iraniana e Barack Obama può oggi accusare Putin di “essere dalla parte sbagliata della storia” mostrando così una sorpresa per la reazione militare russa in Crimea che sembra essere comune a tutto l’Occidente.(...)

venerdì 15 novembre 2013

Italia A Rischio Gas? (da ilSole24Ore.it)

Le forniture dalla Libia, come noto, sono bloccate. Paolo Scaroni, il capo dell'Eni, rassicura: stiamo facendo di tutto per rimpiazzarle, e l'Italia non rischia. Gazprom, il grande fornitore russo, sta pompando in Europa e in Italia quantità aggiuntive e giura che non non cadrà nella trappola che molti guai ha creato in passato con l'interruzione delle forniture attraverso l'Ucraina a causa dei ripetuti dissidi energetico-politici tra i due paesi. Lo scorso inverno, in uno scenario simile, ce la siamo cavata, (...)
 
di Federico Rendina - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/JMWK3

giovedì 5 settembre 2013

Siria e dintorni (articoli dal Sole24Ore)

Test come quello compiuto ieri vengono effettuati regolarmente a sostegno dello sviluppo del sistema antimissile Arrow e solitamente vengono programmati con ampio anticipo. Non c'era quindi nessuna attinenza con la crisi siriana ma è indicativo che le tensioni in atto non abbiano indotto Gerusalemme a rinviarlo. Al contrario, il ministero della Difesa israeliano lo ha utilizzato a scopo deterrente annunciando di aver completato con successo, in collaborazione con le forze statunitensi, un'esercitazione che ha visto il lancio di un missile Blue Sparrow.
Netanyahu avverte Assad, di Gianandrea Gaiani - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/qteaA

Sembra esserci un copione preciso in questa interminabile crisi siriana, anche se i colpi di scena degli ultimi dieci giorni avrebbero suggerito il contrario. Il copione preparato da Obama poggia sulla necessità di costruire consenso attorno al Governo americano soprattutto sul piano internazionale. Ora, dopo il colpo di scena di sabato scorso, con lo stop all'attacco per cercare un appoggio del Congresso che ha scatentato mille polemiche e mille accuse di incertezza, Barack Obama incassa in anticipo un dividendo di credibilità che pareva improbabile. Soprattutto dopo la sconfitta parlamentare di David Cameron a Londra per mano dei suoi stessi compagni di partito. Da oggi, in Europa, Obama, il presidente debole e amletico torna dunque all'attacco.
La Casa Bianca si rafforza, dal nostro inviato Mario Platero - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/hDlZV

Va detto che le compagnie petrolifere russe costituiscono circa la metà del valore dello stock market nazionale e che Gazprom produce da sola il 10% dell'export. E' comprensibile perciò che la rivoluzione dello shale-gas americano preoccupi profondamente Mosca. Essa infatti rischia di minare le fondamenta dell'odierno capitalismo di Stato russo poiché al momento della rielezione, lo scorso maggio, il presidente Vladimir Putin ha escluso dalla privatizzazione il settore dell'energia, nonché quello della difesa. Inoltre lo shale-gas sta cambiando l'equilibrio di potere fra Mosca e gli acquirenti europei poiché i rifornimenti di gas liquefatto del Medio Oriente che gli Usa non intendono più acquistare, vengono ora offerti ai paesi europei spingendo verso il basso i prezzi sul mercato mondiale.  
United Shale of America, ecco che cosa teme la Russia, di Adriana Castagnoli - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/knTWl

martedì 20 agosto 2013

America autonoma (da ilFoglio.it)

Correva il marzo del 2012 quando Edward Morse, professore a Princeton ma con una lunga esperienza al dipartimento di stato ai tempi di Carter e di Reagan, diede alle stampe un corposo studio dal titolo “Energia 2020: l’America sarà la nuova Arabia Saudita?”. Nel giro di sei mesi il professor Morse fu costretto a metter nel cassetto il suo lavoro per produrne uno nuovo di zecca, uscito a febbraio. Il titolo? “Energia 2020: the Independence day”. Non è escluso che l’accademico di Princeton, alla luce degli ultimi dati, debba esibirsi in una terza fatica. Gli Stati Uniti, infatti, stanno diventando la nuova potenza dell’export di greggio e gas.
Tra il giugno 2012 e la metà del 2013 il saldo positivo della bilancia energetica americana è stato di 110,2 miliardi di dollari, circa il doppio del saldo precedente (51,5 miliardi). Una vera e propria rivoluzione, insomma, che gli Stati Uniti devono a pochi, ostinati animal spirits piuttosto che all’iniziativa dei grandi gruppi industriali o tantomeno della Casa Bianca. Molto si deve a Greg Mitchell, un anziano petroliere da poco scomparso che, a 79 anni suonati, decise di investire tutto quel che possedeva per perforare con le tecniche del fracking un pozzo in North Dakota. “E’ grazie a lui se oggi l’America è di nuovo indipendente”, si legge nella lettera che Daniel Yergin, la massima autorità in materia di greggio, ha scritto al presidente Barack Obama perché premiasse Mitchell con la Medaglia della Libertà, la massima onorificenza presidenziale. Ma la Casa Bianca, che ora non ha presa né polso sui paesi mediorientali dai quali dipendeva per il petrolio, non ha risposto in tempo: Mitchell, nel frattempo è scomparso e il presidente non ha dovuto affrontare le critiche dei Verdi, una fetta rilevante del suo elettorato; a conferma che questa rivoluzione avviene senza alcuna pianificazione. Anzi la politica, quando interviene, non lo fa per incentivare o programmare, ma per ostacolare o rallentare. L’Alaska è ancora in ampi tratti off limits per l’esplorazione, come buona parte della costa atlantica e pacifica. (...) 
Ma Obama, pur attento a non infrangere le regole del politically correct, non disdegna affatto i vantaggi che derivano dalla rivoluzione energetica: una posizione più forte sullo scacchiere internazionale, perché gli Stati Uniti dipendono sempre meno (o non dipendono affatto) dal petrolio mediorientale; circostanza che spiega anche se non giustifica l’impegno più distratto nell’area più calda del pianeta. Senza trascurare altri aspetti positivi (le difficoltà dell’economia russa, di riflesso al calo delle quotazioni del gas) o la minor baldanza dei sauditi che, per bocca del principe al Waleed, cominciano a parlare di possibile decadenza dell’Opec.