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domenica 23 giugno 2019

"Andrà tutto bene"? (Le elezioni a Istanbul)

"A Istanbul l’opposizione vola: è iniziata la lunga notte che porterà alla proclamazione del nuovo sindaco della megalopoli sul Bosforo dopo che le elezioni dello scorso 31 marzo sono state annullate per presunte irregolarità. Particolarmente alta l’affluenza alle urne, che ha superato l’80%.
Secondo le prime proiezioni diffuse dall’agenzia di stato, Anadolu Haber Ajansi, con il 95% delle urne aperte, il candidato dell’opposizione, Ekrem Imamoglu è in testa con il 53,6% dei voti rispetto al 45,4% di Binali Yildirim, ex primo ministro e uomo di fiducia del Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan. L’ex premier ha ammesso la sconfitta ancora prima che uscissero i risultati. Poco dopo il nuovo sindaco ha esultato: «Oggi ha vinto la democrazia. Hanno vinto i 16 milioni di abitanti di Istanbul» (...)"


"Imamoglu, 49enne candidato del Partito repubblicano del popolo (CHP), fino a pochi mesi fa era un politico semisconosciuto:  era infatti sindaco di Beylikduzu, una circoscrizione di Istanbul abitata da classi medio-borghesi. Originario di Trabzon, città sulla costa turca del Mar Nero, caratterizzato da componenti nazionaliste e religiose, Imamoglu, fin dall'inizio della sua campagna ha tracciato un profilo di uomo moderato, deciso a dialogare con tutti i settori della composita società turca. l risultato delle amministrative del 31 marzo scorso, che aveva consegnato la poltrona di primo cittadino a Imamoglu, era  stato annullato lo scorso 6 maggio dal Consiglio elettorale superiore (Ysk) per presunte irregolarità. Yildirim, candidato dell'Akp, il partito di governo, e del nazionalista Mhp, alleato di Erdogan, era stato sconfitto da Imamoglu, che aveva ottenuto il 48,80% dei voti a fronte del 48,55% raccolto dal suo oppositore. Imamoglu aveva ricevuto il suo mandato di sindaco lo scorso 17 aprile, ma l'incarico era durato appena due settimane perché l'Akp aveva presentato ricorso al Consiglio, chiedendo di annullare il risultato. Il Consiglio ha quindi ritirato il mandato di Imamoglu, stabilendo che i residenti di Istanbul sarebbero tornati a votare per eleggere - una seconda volta - il sindaco della metropoli. Imamoglu: "Si apra una nuova pagina" "E' il momento di aprire una nuova pagina". Sono queste le prime parole di Ekrem Imamoglu, rieletto con il 54% dei voti sindaco di Istanbul. Un'affermazione senza discussioni, dopo la risicata, contestata e poi annullata elezione dello scorso 31 marzo. "E' finito il tempo delle divisioni, di questo risultato voglio che siano tutti felici", ha dichiarato un esausto Imamoglu, dopo aver snocciolato una lista chilometrica di ringraziamenti, in primis ai volontari che hanno prestato servizio ai seggi, controllando le operazioni di scrutinio."Questa non è la mia vittoria, ma la vittoria della democrazia. Voi siete stati protagonisti di un momento di una delle pagine più belle della storia di questo Paese", ha detto Imamoglu, che ha prevalso con 4.698.782 voti sullo sfidante Binali Yildirim, che di voti 777.581 in meno. "Sarò il sindaco di 16 milioni di persone, nessuno sarà escluso, è finito il tempo di pregiudizi, divisioni, conflitti, voglio una città in cui tutti, nelle loro diversità, si abbraccino", ha aggiunto Imamoglu.Il neo sindaco repubblicano, riporta al Chp il governo della più grande città della Turchia dopo 25 anni, quando a sottrarla ai repubblicani fu l'attuale presidente, Recep Tayyip Erdogan, cui Imamoglu lancia anche messaggio."Chiedo al presidente di lavorare insieme a noi. Questo e' il nostro desiderio. C'e' tanto da fare e siamo stanchi delle faide politiche". Appena prima del neo sindaco aveva parlato Binali Yilieim, che si e' limitato a riconoscere la sconfitta."Ekrem Imamoglu e' nettamente avanti, gli auguro di lavorare con successo per il bene della citta'. Noi siamo sempre pronti a collaborare", ha dichiarato Yildirim. (...)"


"(...) Imamoglu, politico semisconosciuto fino a qualche mese prima, è stato capace di strappare la metropoli turca ai conservatori-islamisti che la amministrano da 25 anni. Una sorpresa per molti, incluso lo stesso Akp. Quarantanove anni, laureato in Economia, il candidato del Partito repubblicano del popolo (Chp) era infatti noto solo come sindaco di Beylikduzu, una circoscrizione di Istanbul abitata da classi medio-borghesi. Originario di Trabzon, città sulla costa turca del Mar Nero, caratterizzata da componenti nazionaliste e fondamentaliste, Imamoglu, fin dall`inizio della sua candidatura a sindaco di Istanbul, si è presentato come moderato, deciso a dialogare con tutti i settori della composita società turca, anche con le minoranze religiose non musulmane.

In tanti già lo indicano come futuro candidato al governo della Turchia in funzione anti-Erdogan. Il presidente turco aveva iniziato la sua ascesa politica proprio come sindaco di Istanbul, nel lontano 1994. Il motto del candidato Chp "Andrà tutto bene", è diventato virale sui social media (hashtag #HerSeyCokGuzelOlacak)."

mercoledì 19 febbraio 2014

La nuova legge turca su internet (da ilPost)

Il presidente turco Abdullah Gül ha firmato nella serata di martedì 18 febbraio una legge che aumenta le capacità di controllo del governo su Internet, nonostante le molte proteste e i molti appelli che gli erano stati rivolti perché ponesse il suo veto. Il presidente ha aggiunto di aver riconosciuto valide le “obiezioni” a due punti specifici della legge e di aver chiesto una correzione.
Come riporta il quotidiano turco Hürriyet, il governo di Recep Tayyip Erdoğan ha presentato nella stessa giornata di martedì due emendamenti e il ministro delle Comunicazioni Lütfi Elvan ha contattato i tre partiti di opposizione in Parlamento. L’emendamento più importante riguarda l’aggiunta di un ruolo di supervisione giudiziaria alle decisioni di bloccare siti Internet prese dal Direttorato per la Telecomunicazione (TİB): se entro 24 ore non riceverà l’approvazione di un tribunale, la decisione del TİB decadrà.
Il Wall Street Journal scrive che la legge, approvata dal Parlamento ai primi di febbraio, dà al ministero delle Comunicazioni (e in particolare al TİB) la possibilità di bloccare contenuti online ritenuti illegali o che violino la privacy di qualcuno. Per disporre il blocco non è necessaria, almeno inizialmente, l’autorizzazione di un giudice. Oltre a questo, la legge prevede che i provider registrino le attività dei loro utenti e conservino i dati per due anni, in modo da poterli consegnare alle autorità in caso di richiesta. (...)

giovedì 30 gennaio 2014

Occhio Agli Emergenti

(...) Yellen non ha “la palla di cristallo” ma è considerata una specie di Cassandra della macroeconomia (le sue stime sono state le più accurate tra quelle dei consiglieri della Fed) e la competenza nella regolamentazione finanziaria può aiutare a temperare gli eccessi di Wall Street accanto, ovviamente, alla riduzione degli stimoli, cosa che in questi giorni agita i mercati emergenti, beneficiari della liquidità americana. Additare la Fed fa comodo pure ai governi di Argentina, Thailandia e soprattutto Turchia, sotto scrutinio degli investitori più che altro per i rivolgimenti politici interni e le politiche monetarie poco ortodosse. Il sussulto di indipendenza della Banca centrale turca, che ha alzato tutti i tassi di riferimento contravvenendo ai diktat del premier Recep Tayyip Erdogan, ieri ha risollevato la lira svalutata. Il governatore, Erdem Basci, ha riaffermato la credibilità dell’Istituto con una stretta volta a ridimensionare un’economia gonfiatasi a dismisura ma tuttora molto fragile in quanto estremamente dipendente dagli investimenti esteri.


(...) Sfortunatamente, per loro e per tutti noi, gran parte dei paesi emergenti “non hanno fatto i compiti a casa”, come direbbe la maestrina Merkel, cioè non hanno mai fatto riforme per rendere competitive le proprie economie, limitandosi a godere del boom creditizio che flussi di denaro “caldo” dall’Occidente hanno prodotto. Alcuni di questi paesi hanno così accumulato ampi deficit delle partite correnti, cioè di competitività, ed ora saranno brutalmente costretti a tirare la cinghia. Esemplare il caso della Turchia, che si ritrova con forti debiti in dollari del proprio sistema creditizio e produttivo, e riserve valutarie ormai al lumicino. Inevitabili i forti aumenti dei tassi d’interesse e la rotta di collisione tra autorità monetarie e potere politico, che dovrebbe fare l’altra metà del lavoro sotto forma di stretta fiscale. (...)


Non sono bastate le misure straordinarie. Almeno per ora. Dopo il meeting d’emergenza della banca centrale, la lira turca ha continuato il suo deprezzamento contro le altre valute. Lo stesso ha fatto il rand sudafricano. Lo stesso ha fatto il peso argentino. Lo stesso hanno fatto le valute degli emergenti. Gli investitori temono che le autorità monetarie dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e dei Mikt (Messico, Indonesia, Turchia, Corea del Sud), possano intervenire - per esempio attraverso l’introduzione di restrizioni sulla libera circolazione dei capitali - per frenare la fuga degli operatori. Il massiccio sell-off visto in queste settimane, avverte HSBC, non è che l’inizio. Il peggio, specie con l’avanzamento dell’assottigliamento del QE della Fed, deve ancora arrivare. Anche perché, lo ricorda la banca angloasiatica, il 63% delle riserve valutarie mondiali è denominato in dollari statunitensi. Più la Fed riduce la liquidità esistente, più si amplificano le distorsioni domestiche delle economie emergenti, più si restringono le vie di accesso al credito dei sistemi bancari di questi Paesi. E questo potrebbe peggiorare con l’innalzamento dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali a livello globale, dopo il più lungo periodo di Zero-interest rate policy dal Secondo dopoguerra a oggi. In sostanza, una spirale della morte. 

http://www.linkiesta.it/brics-crisi-contagio-mondo


domenica 22 dicembre 2013

Lo scandalo per la corruzione in Turchia (da ilPost.it)

(...) Da una settimana lo scandalo è sulle prime pagine di tutti i principali giornali e siti turchi. Diversi commentatori, anche distanti dal governo, sembrano in qualche modo dare ragione alla teoria del complotto espressa da Erdoğan, scrive BBC. Gli arresti e i successivi licenziamenti sono i segnali di uno scontro interno alla politica turca e più precisamente a due ali dell’AKP al governo. I due attori principali di questo scontro sarebbero Erdoğan e i settori del partito più vicini a Fethullah Gülen, un religioso musulmano che vive negli Stati Uniti.

Gülen, 72 anni, ha creato una grande rete di scuole private in tutto il Medio Oriente, possiede giornali e altre imprese e ha fondato un movimento, Hizmet (“servizio”), di cui si dice facciano parte numerosi esponenti della magistratura, delle forze dell’ordine turche e persino diversi membri dell’AKP, il partito del primo ministro Erdoğan. In questi giorni Gülen ha pubblicato sul suo sito Internet un video in cui critica duramente il governo per la rimozione degli ufficiali di polizia che hanno portato avanti le indagini di questi giorni. Gülen ha negato qualsiasi coinvolgimento diretto con le operazioni di polizia.

In questi giorni Erdogan non ha mai nominato esplicitamente Gülen, ma ha dichiarato che gli arresti di questi giorni sono opera di una “banda criminale” e di un “complotto organizzato all’estero” che ha l’obbiettivo di creare “uno stato nello stato”, tutte espressioni che, secondo i commentatori, stanno a indicare Gülen e il suo movimento Hizmet come responsabili delle inchieste e degli arresti di questa settimana.
L’AKP è una coalizione di diversi partiti di ispirazione conservatrice, religiosa e nazionalista, tenuti insieme dal carisma di Erdoğan, ritenuto il politico turco più popolare degli ultimi decenni. (...)

martedì 26 novembre 2013

CAOS IN LIBIA: ARRIVA LA MISSIONE UE ALLE FRONTIERE (da AnalisiDifesa)

La Libia é alle prese con il caos delle milizie armate che agiscono quasi indisturbate nel paese dalla caduta del regime di Gheddafi. Una situazione che se non sarà risolta rapidamente da Tripoli potrebbe infiammare anche altri paesi della regione come Ciad, Algeria, Tunisia ed Egitto e accrescere il flusso dei profughi che lasciano il paese per trovare rifugio in Europa. ”Queste bande armate -spiega all’Adnkronos un autorevole osservatore- sono diventate piccole mafie. Non sono politicizzate e pensano solo a fare soldi mettendo in atto ricatti, prendendo ostaggi. Credo che la situazione potrebbe degenerare a meno che venissero inviate forze internazionali”. L’invio di ‘caschi blu in Libia, secondo questo osservatore, ”sarebbe molto auspicabile” anche perché ”ne va dell’interesse della Libia e dell’Europa che si confronta con il problema dell’immigrazione clandestina e che potrebbe subire le ripercussioni legate ad un’eventuale interruzione degli approvvigionamenti di gas e petrolio”.

La situazione in Libia, poi, si spiega, ”rischia di infiammare il Nordafrica e tutta la regione. C’é una quantità di armi colossale che potrebbe avere conseguenze negative per il Ciad, l’Algeria, l’Egitto e la Tunisia”. Pertanto, aggiunge, ”sarebbe auspicabile l’arrivo di ‘caschi blu’ per pacificare il Paese ed effettuare un vero disarmo. Nelle settimane a venire se il Governo libico non arrivera’ a risolvere il problema sarà auspicabile l’invio di ‘caschi blu”Dopo i violenti scontri del 15 novembre, avvenuti nel quartiere di Ghargur, roccaforte degli ex ribelli di Misurata, e che causarono oltre 50 vittime, il Governo libico sembra aver ripreso, almeno per ora, il controllo della situazione sull’onda dell’emozione suscitata del tragico venerdi’ di sangue. La maggior parte dei miliziani di Misurata hanno iniziato il ritiro graduale dalla capitale. Anche altre milizie, quelle di Jado, Nalut e Gharian, avrebbero lasciato la capitale volontariamente. Ma si tratta di una tregua che potrebbe essere solo momentanea.

La maggior parte delle milizie, che fanno capo per per lo più alle diversi tribù del Paese, hanno lasciato la capitale con il loro arsenale. Un ritiro, quindi, che potrebbe essere solo temporaneo anche perché dal primo gennaio Tripoli ha annunciato che non verserà più alcun salario a questi gruppi, a meno che questi non si arruolino nelle nuove forze di sicurezza nazionali, che erano stati finanziati con lo scopo di creare forze di sicurezze semi-ufficiali sotto la tutela dei ministeri dell’Interno e della Difesa.(...)

la missione EUBAM (European Union Border Assistance Mission) sarà composta da 111 funzionari di polizia disarmati e dovrà costituire una forza di Guardie di Frontiera di 9 mila uomini e una Guardia Costiera composta da 6.400 unità per controllare 1.800 chilometri di coste e i 4 mila di confine terrestre libico.(...)

Circa i contributi internazionali per addestrare le nuove forze libiche l’Italia svolge al momento il ruolo più importante: 60 ufficiali della guardie di frontiera sono in addestramento a Vicenza presso il Centro di eccellenza per le Stability Police Units, 65 militari libici sono alla scuola di Fanteria di Cesano, 280 agenti di polizia militare vengono istruiti dai carabinieri a Tripoli insieme a 150 poliziotti civili.  La francia sta addestrando 75 guardie del corpo per i membri del governo libico. 30 militari dell’aeronautica, 20 ufficiali di marina e 72 subacquei.  Secondo indiscrezioni i britannici stanno addestrando in Irlanda i funzionari dell’intelligence libico mentre a Tripoli hanno inserito un loro “Defence Assistance Team” all’interno del Ministero della Difesa e un “consigliere strategico” al Ministero degli Interni. La Germania sta finanziando la messa in sicurezza di siti chimici e armamenti  quali i missili antiaerei portatili mentre gli Stati Uniti progettano di addestrare in Bulgaria fino a 8 mila militari libici. La Turchia ha addestrato 804 agenti di polizia e 250 ufficiali dell’esercito mentre un team NATO di 10 esperti si recherà spesso a Tripoli per fornire consulenza (...)

lunedì 25 novembre 2013

Siria - Quali Vie di Uscita?

(...) Il pessimo stato in cui versa è l’effetto diretto delle spaccature fra quelli che sono (o che erano) i suoi principali sponsor regionali e internazionali. Turchia e Qatar, un tempo i due supporter più importanti dell’Esercito Libero e della Coalizione nazionale siriana, oggi sembrano aver deciso di rivedere completamente il proprio impegno “in prima linea”. Da una parte Ankara sta cominciando ad ammettere gli errori di calcolo commessi quando due anni e mezzo fa quando decise di puntare tutto su una rapida caduta di Assad; recrudescenza degli attacchi curdi, centinaia di migliaia di rifugiati nell’est del paese, continui incidenti di confine e, soprattutto, l’inaspettata tenacia del regime di Damasco hanno costretto Erdogan a rivalutare la propria politica siriana e ad adottare un più basso profilo. Dall’altra il Qatar si sta ancora leccando le ferite dopo il clamoroso scacco subito con la caduta di Morsi in Egitto che ha frantumato l’ambizioso disegno qatarino di divenire una potenza regionale di primo piano spodestando gli alleati-rivali sauditi attraverso il sostegno alla Fratellanza musulmana internazionale.

Oggi il nuovo “padrino” dell’opposizione siriana è l’Arabia Saudita (seguita silenziosamente dagli Emirati Arabi Uniti), che dopo il golpe in Egitto ha frettolosa-mente giocato il proprio “asso piglia tutto” diventando il primo sponsor del nuovo regime militare al Cairo e spodestando gli uomini del Qatar dai posti chiave dell’Esercito Libero e della Coalizione nazionale siriana. Lo scopo che guida la mano di Riyadh in Siria è ovviamente in primo luogo la volontà di sottrarre allo storico nemico, l’Iran, il suo alleato chiave nel mondo arabo. Ma non solo. Col tempo e con il crescere delle milizie legate ad al-Qaeda sul territorio siriano è diventato di primaria importanza per i sauditi anche arginare il fenomeno qaedista. Dopo il grave scorno subito dal mancato attacco statunitense – che ha portato a un raffreddamento probabilmente senza precedenti nei rapporti fra Riyadh e Washington – i sauditi sembrano aver deciso di far da sé, alla solita maniera: addestramento e armamento di salafiti “buoni” per contrastare i salafiti “cattivi”, con buona pace dei valori laici e di unità nazionale che guidavano i primi passi della rivoluzione siriana. La pressione saudita ha portato all’ulteriore smantellamento dell’Esercito libero siriano, che ha visto un’ulteriore scissione interna guidata dalle brigate più intrise di valori religiosi. Queste ultime, quasi un terzo del totale, sono andate a formare “l’Esercito dell’Islam”, finanziato da Riyadh con l’intenzione di creare una forza islamista in grado di contrastare le formazioni di al-Nusra e di al-Qaeda in Iraq e nel Levante, espressioni dirette della galassia jihadista internazionale in Siria.(...)


Si sarebbe tentati dal dire che è l’effetto dell’accordo del P5+1 (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu più i tedeschi) con Teheran sul nucleare, ma sarebbe troppo facile. Anche se sarebbe sbagliato non valutarlo come segno di un clima che sta cambiando. L’Onu ha annunciato che, dopo tanti rinvii, la conferenza internazionale per trovare una soluzione alla crisi siriana di terrà finalmente a Ginevra il 22 gennaio. 

Il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, mentre partecipava oggi al Media forum italo-russo insieme con la collega Emma Bonino, ha sottolineato: “La conferenza si poteva fare prima di gennaio se non ci fosse stato l’egoismo politico dell’opposizione siriana”.  

Come è noto l’opposizione è un complicato arcipelago composto da forze che si rifanno a vari sponsor come l’Arabia Saudita e la Turchia, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, e altre, molto forti sul campo, che si rifanno all’estremismo salafita vicino all’icona terroristica di Al Qaeda.  

Il grosso ostacolo finora era che nessun gruppo, neppure quelli più moderati voleva trattare con Assad. (...) 

lunedì 18 novembre 2013

“Così Israele esporterà gas e acqua” (da laStampa.it)

(...) Che cosa avete trovato?  
«Abbiamo trovato il giacimento di gas naturale chiamato “Leviatano” e questo ci permetterà di esportarne circa il 50%, cominciando da Cipro, Grecia e Italia. In un recente viaggio in Italia il primo ministro Enrico Letta e altri ministri mi hanno detto che vorrebbero ospitare il porto per il gas israeliano previsto in Europa. Dobbiamo valutare se questo sarà trasportato attraverso un gasdotto o se dovremo renderlo liquido e quindi spedirlo via nave. Ci sono diverse opzioni. Per esempio vorremmo costruire un collettore sottomarino con Cipro e Grecia». 

Quali sono gli effetti di questa scoperta per Israele?  
«Servirà anche per il mercato interno e permetterà di tagliare i prezzi di acqua e gas e il costo di molti prodotti. Tutto questo ridurrà in modo rilevante il costo della vita». 

Quando si realizzerà la svolta?  
«Saremo pronti per l’esportazione entro il 2018-2019, ma già ora abbiamo tagliato i costi del gas per l’industria di 250 milioni al mese, il che significa 3 miliardi l’anno. Ma dal 2015 il risparmio salirà a 9 miliardi. Israele diventerà un Paese molto più a buon mercato. Poi la speranza è trovare il petrolio e vorremmo che arrivassero a investire i grandi operatori. Ma molti sono ancora impegnati con i Paesi arabi». 

Avete intenzione di esportare anche in Asia?  
«Sì, in forma di gas liquido, trasportato con le navi. Si potrebbe sostituire il petrolio iraniano. Nel 2004 la Cina aveva firmato con l’Iran un contratto da 75 miliardi per gas e petrolio per i prossimi 30 anni. Sia la Cina che la Russia dipendono molto dall’Iran e vorrebbero che l’attuale regime restasse al potere». (...)

mercoledì 21 agosto 2013

Arabi vs arabi la democrazia è un miraggio (da laStampa.it)

(...) Si parte dalla contrapposizione religione/laicità, che spinge a divisioni politiche inconciliabili soprattutto perché – con un equivoco che non è solo semantico ma profondamente concettuale – nel mondo islamico «laico» è equivalente ad ateo. La maturazione di un modo più corretto di impostare la questione, con il rafforzamento (come faticosamente è diventato possibile nel mondo cristiano) della opzione di una religiosità laica, non è certo per domani, anche se non mancano gli intellettuali islamici che stanno cercando di spingere in questa direzione. Nel frattempo i laici vedono da un lato un islamismo violento, wahabita nell’ideologia e jihadista nella prassi, e dall’altro un islamismo moderato (come quello dei Fratelli Musulmani o del partito Akp in Turchia) che temono voglia perseguire, anche se con mezzi pacifici, la stessa finalità di un’islamizzazione della società imposta con la legge. Un timore che arriva a portare, come oggi in Egitto e ieri in Turchia, sedicenti democratici a schierarsi a favore di dittature militari anche profondamente repressive, ma laiche.  

La seconda contrapposizione si riferisce alla spaccatura fra musulmani ed appartenenti ad altre religioni. Il Medio Oriente è stato sempre caratterizzato da una pluralità di comunità religiose che, anche in regimi non pluralisti, avevano finora mantenuto spazi di «agibilità» e un’integrazione di fondo con le maggioranze musulmane. Pensiamo soprattutto alle antiche comunità cristiane d’Oriente. I dittatori laici (Saddam, Mubarak, Assad e lo stesso Gheddafi) avevano, agli occhi di queste comunità, il non secondario merito di non discriminare nei loro confronti. Certo, opprimevano tutti i cittadini, ma non in quanto appartenenti o no all’Islam. In tutti i Paesi in cui i dittatori laici sono stati sostituiti da governi di maggioranza islamica (Iraq, Egitto, Libia), i cristiani hanno cominciato a sentirsi minacciati dagli islamisti più radicali, ma spesso con la connivenza o la passività degli islamisti moderati, mentre in Siria la presenza nello schieramento anti-Assad di gruppi wahabiti ha comprensibilmente aumentato l’avversione delle minoranze non islamiche nei confronti di un’ipotesi di caduta del regime e il sospetto nei confronti di una «democrazia islamica». 

Ma la spaccatura più significativa, più generalizzata, più drammatica è quella fra sunniti e sciiti. Si tratta di uno scisma all’interno dell’Islam che ha radici antiche, visto che nacque per una disputa sulle modalità di successione al Profeta, e che nei secoli ha visto un alternarsi di periodi di quiescenza con periodi di feroce scontro non molto diversi da quelli che per secoli hanno caratterizzato il difficile rapporto fra cattolici e protestanti.  (...)

martedì 20 agosto 2013

Egitto: la terza fase delle rivoluzioni arabe (Gilles Kepel su Huffingtonpost.it)

(...) Morsi non ha voluto tenere conto del carattere composito del suo elettorato, e a coloro che l'avevano eletto perché odiavano i militari ha dato l'impressione che la confraternita di cui era solo uno strumento - la "ruota di scorta", come veniva soprannominato all'epoca della campagna elettorale - volesse infiltrarsi nello Stato e impossessarsene per sempre.
Così facendo, Morsi e i Fratelli Musulmani hanno attirato e cristallizzato contro di sé il malcontento di una metà dell'Egitto di cui attualmente non è dato di sapere se sia maggioritaria o minoritaria, ma che in ogni caso, scendendo in piazza il 30 giugno, ha dimostrato che il paese è ormai diviso in due.
Ora, di fronte alla destituzione di Morsi, i Fratelli Musulmani, che esistono dal 1928 e hanno trascorso gran parte della loro esistenza in clandestinità, e hanno costruito una contro-società radicata negli strati più profondi del tessuto sociale egiziano - talvolta con il favore dei regimi, come quello di Sadat, che si appoggiava a loro per combattere la sinistra - hanno una notevole capacità di contrasto.
Oggi, le due metà antagoniste dell'Egitto sono capaci di ostacolarsi a vicenda, e c'è da temere che nessuna delle due sia in grado di imporre la propria volontà in un contesto polarizzato in cui l'esercito non ha esitato a fare ricorso alle armi in una settimana in cui probabilmente sono rimaste uccise un migliaio di persone.
Tutto lascia pensare che i gruppi armati che sono andati formandosi tra le fronde marginali dei Fratelli Musulmani ricompariranno, e questo processo reca in sé i fermenti di una guerra civile. (...)
Jean Marcou ha ragione quando sottolinea che l'Egitto non è la Siria. Tuttavia, resto molto colpito quando apprendo quel che oggi si dice, si scrive, in arabo su un fronte e sull'altro in Egitto.
C'è una violenza verbale che dall'inizio delle rivolte arabe non avevo mai sentito, se non in Siria. Ma a differenza della Siria, in cui è il combustibile religioso ed etnico ad alimentare la guerra civile, lo scontro in Egitto è innanzi tutto una sorta di Kulturkampf [guerra culturale], che vede schierati gli islamisti da un lato e quelli che gli si oppongono dall'altro. E in questo senso ciò che accade in Egitto è il punto parossistico di un conflitto esistenziale sul futuro delle società arabe e sul posto che vi occuperà la religione, un conflitto che si ritrova oggi in Libia, in Tunisia e in Turchia.


D'altronde è proprio questo che spiega la virulenza del primo ministro turco Erdogan, proveniente lui stesso da una filiazione dei Fratelli Musulmani, il quale, oltre a offrire sostegno ai suoi fratelli egiziani, reagisce con la forza alle difficoltà che incontra nel proprio paese, da quando i democratici e i laici turchi che avevano votato per l'Akp perché mossi dall'odio per un esercito kemalista che consideravano fascistoide oggi sono ossessionati dall'idea che Erdogan diventi un dittatore islamista, come hanno dimostrato le grandi manifestazioni di giugno in piazza Taksim.(...) 

lunedì 5 agosto 2013

Un Punto Di Non Ritorno (dal blog di Marta Ottaviani)

(...) Possiamo però dire senza dubbio che la decisione dei giudici, ampiamente prevista da media e opinione pubblica, rischia di esporre il Paese a nuove tensioni dopo il periodo di fuoco dovuto alle proteste per Gezi Parki. Il governo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan rischia di tornare nell'occhio del ciclone. Se è vero infatti che alcuni fra i condannati, come l'avvocato Kemal Kerincsiz, avevano tutto fuorché un passato trasparente, ci sono altri imputati che sembrano essere stati riconosciuti colpevoli più per un regolamento di conti politico, che per aver commesso realmente il fatto. Quello che possiamo fare è monitorare come sempre la situazione, ma le circostanze non ci permettono di essere più di tanto ottimisti. Questa mattina la strada che porta al tribunale di Silivri, dove si è tenuto il maxi processo, è stato teatro di scontri fra polizia e manifestanti, soprattutto vicini al partito laico di opposizione CHP, che considerano il processo un'enorme montatura politica. Il 2014 e il 2015 saranno anni di importanti appuntamenti elettorali. La Turchia ci arriva con un clima interno che definirlo teso è usare un eufemismo. 


mercoledì 12 dicembre 2012

Siria come la Libia?

Andiamo verso una nuova Libia? Il riconoscimento americano della Coalizione degli insorti come rappresentante legittimo del popolo siriano, seguita oggi anche dalla dichiarazione europea di Marrakesh dello stesso tenore, segna una svolta forse ancora maggiore dello schieramento dei Patriot della Nato ai confini della Turchia. Anche se la Francia e altri Paesi che fanno parte del gruppo "Amici della Siria" affermano di non essere pronti di Alberto Negri - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/nc8uh

Se i generali parlano con i ribelli via Skype. Dai media sale un ronzio inverificabile sulla possibilità di un’imminente azione militare a favore dei ribelli. Il numero domenicale del Times – quello di solito dedicato agli scoop – sostiene che l’Amministrazione Obama sta cedendo ai ribelli uno stock di armi pesanti comprato dalla Libia, residuato funzionante degli arsenali di Gheddafi, e ora intende appoggiare i ribelli in guerra, lasciando perdere gli aiuti “non letali”. Pochi giorni prima il Times aveva intervistato una fonte militare dentro il Pentagono, che aveva assicurato: “Siamo in standby, siamo pronti a intervenire nel giro di pochi giorni”. Ieri altra stampa inglese, Guardian e Independent, raccontavano di un meeting – poche settimane fa – tra il capo di stato maggiore britannico, il generale David Richards, e generali di Francia, Stati Uniti e Turchia, più due paesi arabi che già hanno partecipato alle operazioni in Libia, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti (manca l’Italia). Il giornale francese Figaro venerdì ha pubblicato la notizia che militari francesi sono entrati in Siria per parlare con i ribelli e avere un quadro esatto, e gli incontri sono avvenuti tra il confine libanese e la capitale Damasco. Anche militari americani e inglesi si sono incontrati con i ribelli, scrive il Figaro, ma dietro il confine turco, “per paura di rapimenti”. Il Pentagono passerebbe giornate a parlare con i ribelli dentro la Siria via Skype. Decidere di chi fidarsi e di chi no potrebbe essere il compito più pericoloso, più che la reazione armata di Assad. 
http://www.ilfoglio.it/soloqui/16151

sabato 24 novembre 2012

Un'ipotesi di "intervento" in Siria (da ilFoglio)

La Nato può imporre una “no fly zone” contro gli aerei e gli elicotteri del presidente siriano Bashar el Assad grazie all’impiego creativo delle batterie di missili Patriot che saranno schierate lungo il confine tra Siria e Turchia. L’ipotesi è ancora prematura, ma potrebbe essere il primo intervento diretto e internazionale contro il governo di Damasco, dopo venti mesi di guerra civile e oltre 40 mila morti.
Come funziona? I missili Patriot sono un’arma prettamente difensiva e lavorano più o meno come il tanto celebrato Iron Dome che in questi giorni ha bloccato la gragnuola di ordigni lanciati contro Israele: un radar vede il missile in volo e guida un contromissile – il Patriot – a intercettare il primo mentre è ancora in aria. Il risultato è uno scoppio in cielo, uno sbuffo di fumo e niente più – in teoria, perché in realtà il sistema Patriot è molto meno preciso di Iron Dome. L’idea è di usarli invece come arma offensiva: guidati dagli aerei spia americani, come gli E-3 Awacs, gli Rc-135 Rivet Joint e gli E-8 Jstars, “occhi e orecchie in volo”, i Patriot possono intercettare gli aerei e gli elicotteri di Assad fino a una profondità di 80 chilometri dentro la Siria. Questa fascia protetta corrisponde più o meno al territorio che è già in mano ai ribelli siriani (...)

 L’imposizione di una vera “no fly zone” sulla Siria assomiglia a un incubo per i paesi occidentali, che infatti fino a oggi si sono guardati bene dal ripetere contro Damasco un intervento a protezione dei civili e dei ribelli sul modello di quello già sperimentato con successo in Libia. La “no fly zone” equivale a un atto di guerra, perché prevede come primo passo la neutralizzazione dei sistemi difensivi del nemico, e quindi il bombardamento preparatorio dei radar, delle piste e della contraerea nemica, e in seguito la possibilità di duelli aerei (soggetto possibile per l’incubo: un pilota abbattuto e catturato, e poi mostrato dalla tv di stato siriana). Inoltre l’intervento diretto minaccia di provocare una reazione a catena con i paesi che sostengono Assad, come l’Iran e la Russia. L’espediente Patriot invece è meno invasivo: le batterie rimangono al di qua del confine e tutta l’operazione potrebbe scattare in risposta a una scaramuccia di routine come spesso accade sulla frontiera, attraversata quasi ogni giorno da colpi di mortaio e di artiglieria in entrambe le direzioni. La Turchia potrebbe invocare l’articolo 5 del Trattato atlantico, che impone ai paesi Nato di intervenire a difesa di un membro. (...)

Ecco come sarà l’azione diretta della Nato contro i bombardieri di Assad (ilFoglio.it)

giovedì 8 novembre 2012

Non solo Washington (Rassegna stampa)


Non c'è solo Washington, nel mondo; è sempre stato così, naturalmente; ma oggi lo è ancora di più, e la palese "freddezza" dei mercati nei confronti della rielezione di Obama è segno tangibile dei nuovi limiti con cui gli Stati Uniti si muovono nel mondo. Non c'è più solo Washington, e oggi dobbiamo guardare naturalmente a Pechino, con il cambio della guardia ai vertici del Partito Comunista, avvicendamento per molti aspetti pieno di incognite; ma anche al Giappone (peraltro coinvolto in dispute con il Dragone) in crisi, e che troppo spesso viene facilmente preso a modello come economia in grado di "autosoreggersi"; tanti altri scenari - Turchia, Siria, Libano, Iran - si presentano in un mondo sempre meno "ordinato" e sempre più apparentemente "policentrico".

E in questa situazione, per noi oggi rimane aperta la ferita della Grecia, segno di un'Europa che da un lato sembra diventare consapevole degli errori che si sono fatti sul corpo vivo di Atene, ma al tempo stesso è ancora incapace di vedere una strada diversa, probabilmente impossibile fino a che Europa non sarà il nome di una nazione unita.
Tutto questo in una rassegna stampa speciale, i cui capitoli leggete nei link qui sotto.


Francesco Maria Mariotti


sulle elezioni americane leggi anche: 








Turchia, voglia di presidenzialismo (e di spese militari...)


Chiusa la parentesi americana, ci occupiamo di ben altro tipo di presidente.  La notizia è di lunedì ma i primi dettagli stanno emergendo solo oggi. Potrebbe essere ancora prematuro parlarne, ma sembrerebbe proprio che il nostro primo ministro Recep Tayyip Erdogan abbia fretta di assicurarsi lo scranno più alto della Repubblica e con determinati poteri. Il vicepremier Bekir Bozdag ha detto che l'Akp, il partito di Erdogan, ha inviato la sua proposta di sistema presidenzialista all'ufficio dello speaker del parlamento. I dettagli sono ancora abbastanza vaghi, ma sembrerebbe che il cambio rispetto al sistema attuale sia piuttosto radicale, con un presidente che nomina ministri, pone il veto sulle leggi e un governo che non avrà nemmeno più il voto di fiducia. Vi confesso che per natura non sono una grande sostenitrice del sistema presidenziale, a meno che questo non sia applicato in un Paese fortemente federalista come gli Stati Uniti. Se poi mi ricordo che, come riporta Hurriyet, a inizio ottobre Erdogan ha dato l'ultimatum alla Commissione che si occupa della nuova costituzione di finire entro l'anno, altrimenti l'Akp va avanti da solo, ecco vi confesserò che non mi sento molto ottimista.


Il Governo turco ha annunciato un consistente aumento delle spese militari che nel 2013 raggiungeranno i 45,3 miliardi di nuove lire (20 miliardi di euro), sei miliardi in più rispetto all'anno in corso. L'incremento record, pari al 16,3 per cento, viene spalmato sui bilanci delle forze armate (+ 11,8 per cento) , dell'intelligence e della sicurezza interna e guardia costiera e viene giustificato dalla recrudescenza delle operazioni contro il movimento curdo PKK

martedì 16 ottobre 2012

Dalla crisi siriana potrebbe nascere un Medio Oriente tutto nuovo (Carlo Jean su l'Occidentale)


La posizione della Turchia è particolarmente interessante. Ci coinvolge direttamente, dato che Ankara fa parte della NATO ed esercita un’influenza crescente in Africa Settentrionale e in Medio Oriente e che la sua politica estera dei “zero problems with the neighbours” va riformulata, si spera in senso favorevole all’Occidente. Essa non ha retto di fronte alla realtà. Oggi, la Turchia conosce tensioni, oltre che con Cipro, anche con Israele, Siria, Iran e Iraq. La sua presenza militare nel Kurdistan iracheno, il sostegno alla rivolta siriana e la violenta reazione all’arrivo sul suo territorio di alcuni colpi di mortaio sparati dalla Siria stanno accrescendo le tensioni con tutti. La politica finora seguita di tenersi fuori dalla mischia, per svolgere il ruolo del mediatore imparziale – tanto vantaggioso per i suoi interessi commerciali – non tiene più. Le scelte che deve fare Erdogan sono difficili. I dilemmi che lo confrontano non riguardano solo la politica estera, ma anche quella interna turca. Per la prima, teme che una vittoria della rivolta in Siria comporti l’autonomia delle province curde del Nord-Est del paese, già basi della guerriglia anti-turca del PKK, oggi particolarmente attiva dal Kurdistan iracheno.

Per contro, una vittoria di Assad porrebbe un Iran trionfante ai suoi confini meridionali, facendo fallire ogni progetto neo-ottomano. Sotto il profilo interno, un intervento diretto in Siria susciterebbe l’opposizione non solo dei kemalisti, preoccupati della crescente islamizzazione dell’AKP, ma anche degli Alevi (oltre il 10% dei turchi), setta sciita “cugina” degli Alawiti siriani, ma di cui Erdogan ha bisogno per avere la maggioranza necessaria per modificare la costituzione in senso presidenziale. La sua cautela è infine motivata dalla riluttanza degli USA e dell’Europa a impegnarsi in Siria. Inoltre, non è ben chiaro il motivo per il quale Assad non eviti di sfidare la Turchia. Taluni pensano che gli attacchi provengano dagli insorti, non dalle forze lealiste. I primi sanno che un intervento militare turco farebbe superare la situazione di stallo e determinerebbe il loro successo.

venerdì 5 ottobre 2012

Solidarietà "Obbligata" e Azione Diplomatica: la Via Stretta Ma Necessaria


Per quanto comprensibile sia la posizione della Turchia, la Nato non può farsi trascinare da Erdogan in un'avventura che rischia di infiammare il Medio Oriente con conseguenze imprevedibili. In questa occasione - come in tante altre che in politica estera si presentano periodicamente - vi è una sorta di contraddizione che dobbiamo saper gestire: quella fra la "solidarietà obbligata" ad un alleato, e la distanza politica - o addirittura dissenso - che vi possa essere con il relativo governo.

Volendo vedere una lontana analogia, spesso - molto più spesso di quanto si pensi - la tensione fra Stati Uniti e Israele ha raggiunto livelli molto alti, paradossalmente proprio perché alleati strettissimi che ragionavano - e ragionano - con stili di politica ( e di diplomazia) diversi.

Non possiamo lasciare la Turchia da sola; al tempo stesso sembra difficile potersi fidare pienamente di Erdogan e delle scelte che sta portando avanti in un'ottica che sembra indicare uno spregiudicato protagonismo, una volontà di ritrovare importanza e capacità di influenza, a spese di più tradizionali rapporti di amicizia (vd, per esempio proprio il legame oramai in crisi con Israele). 

Erdogan forse non vuole arrivare alla guerra aperta con la Siria, è comunque consapevole dei gravi rischi che un'opzione militare porta con sé, a partire dal vantaggio che ne avrebbero gli indipendentisti curdi; epperò è bene che gli alleati della Nato siano capaci di far sentire una solidarietà molto "prudente" e "convincente"; di fronte al mondo è necessario ribadire senza se e senza ma l'amicizia con Ankara; ma nei contatti che in queste ore si svolgono fra le capitali dell'Alleanza atlantica sarà il caso che sia fatta sentire chiaramente la ferma volontà di non andare oltre il limite. 

Questo può avvenire in molti modi: come si scriveva poche ore fa, un "braccio di ferro controllato" può essere anche durissimo e prevedere battaglia, ma comunque essere limitato nei suoi effetti, se si è bravi a gestirlo... Ma è una situazione difficilissima.

Attenzione anche a proposte come zone-cuscinetto e simili: teoricamente "quadrano il cerchio" fra interventismo necessario e "sforzo limitato", ma sono sempre insidiose, e in realtà spesso sono contrassegnate semplicemente da "guerra invisibile".

Come ripeto dai tempi dell'assurda guerra in Libia, la guerra bisogna saperla fare. Altrimenti la cinica diplomazia, fredda e calcolatrice, deve ancora avere la meglio.
Per il bene di tutti noi.

giovedì 4 ottobre 2012

Siria - Turchia, se entra in campo la NATO (Aspenia)


L’apertura di un vero fronte militare lungo il confine tra Siria e Turchia segna un possibile punto di svolta nella crisi siriana: è ora possibile (anche se tutt’altro che certo) un coinvolgimento diretto di alcuni paesi occidentali nel conflitto. In particolare, la NATO può essere formalmente attivata a difesa della sicurezza di un paese alleato – la Turchia appunto – e ciò aprirebbe la strada anche ad eventuali operazioni, su vasta scala, con la partecipazione americana. È chiaro che un simile scenario cambierebbe radicalmente la natura stessa del conflitto in corso sul territorio siriano, e in qualche modo consentirebbe di aggirare il blocco rappresentato dal veto russo e cinese nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. (...)

La Turchia è in guerra con la Siria

Formalmente c'è l'ok del parlamento turco; ora si tratta di capire se nei fatti Erdogan porterà avanti l'azione bellica, o se l'azione della Nato - che ha giustamente dato seguito  immediato alla richiesta di riunione e di "solidarietà" proveniente dalla Turchia - porterà a un "governo" della situazione. 

La speranza è che la drammatica escalation si trasformi in un "braccio di ferro controllato", magari durissimo, ma limitato.

Non spaventiamoci se in questi giorni vedremo azioni di battaglia: si dovranno valutare  tutti gli elementi del contesto per capire quanto gravi saranno gli sviluppi. 

A volte annunciare la guerra può significare riuscire a evitarla, o almeno a controllarla. 
A volte... Speriamo sia una di queste.

FMM



La politica estera turca sta diventando avventurista mentre pochi anni fa puntava allo zero problemi con i vicini: oggi ci sono invece molti problemi con Israele, dopo l'assalto alla flottiglia della Mavi Marmara, con l'Armenia (dopo il riavvicinamento con l'Azerbajan e la fine dei colloqui di pace), con Cipro e la Ue con cui sono congelati i rapporti a causa del semestre di presidenza cipriota e al rifiuto di Ankara di aprire i suoi porti e aeroporti alle navi e aerei ciprioti. A tutti questi problemi, che non sono pochi, si è aggiunta la nuova tensione esplosa tra Siria e Turchia dove soffiano venti di guerra: Ankara, in versione neo-ottomana, ha risposto mercoledì sera bombardando "obiettivi siriani" lungo il confine a un colpo di mortaio sparato dal territorio siriano (...) di Vittorio Da Rold - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/wBzx8

La profonda crisi attualmente in corso in Siria, con lo scontro tra i sostenitori di Assad e l'opposizione, obbliga, tuttavia, la Turchia ad agire dopo attente riflessioni, valutando con estrema cura un'eventuale opzione militare: Ankara, pur beneficiando, nel breve periodo, del crollo di un competitor militare, teme di perdere un importante partner commerciale ed un baluardo contro l'indipendentismo curdo nell'Iraq settentrionale (che, in caso di successo, ri-attiverebbe quello nel sud-est turco). Una possibile “balcanizzazio... ne” della Siria, con l'approfondimento delle lacerazioni tra le varie anime del paese (sunniti, drusi e l'elite alawita attualmente dominante) potrebbe portare ad una deriva integralista e favorire l'ascesa al potere di gruppi islamici radicali: per la Siria si aprirebbe un destino non-dissimile dal Libano o dallo stesso Iraq e la Turchia vedrebbe ai suoi confini un ulteriore focolaio di crisi.Il regime laico e nazionalista di Assad, del resto, ha garantito stabilità, evitando una deriva integralista e teocratica sul modello iraniano: un'eventuale atomizzazione post-guerra civile ne farebbe uno stato fallito stile Afghanistan, Sudan o Iraq, humus ideale per il terrorismo internazionale. 
(ANSA) - ROMA, 4 OTT - "Fino ad ora si è rimasti nell'ambito dell'articolo 4 sul piano della concertazione politica fra paesi dell'Alleanza, ma anche nel Consiglio Nato di questa notte è stato riaffermato il principio della indivisibilità della sicurezza, al quale i membri dell'Alleanza tengono molto". Lo dice il ministro degli Esteri Giulio Terzi, convinto che ''il governo di Ankara sia perfettamente legittimato a chiedere'' l'autorizzazione al parlamento ad operazioni militari oltre confine.

La Turchia dopo dieci anni di governo del partito islamico moderato Akp (Partito della Giustizia e del Progresso) guidato da Recep Tayyip Erdogan, sta giungendo ad un punto di svolta. Secondo le regole costituzionali, alle elezioni del 2014 l’attuale Primo Ministro dovrà cedere ad altri la guida del governo. Erdogan punta per due motivi a una profonda revisione della Costituzione imposta dai militari golpisti nel 1982. Carta fondamentale, contraddistinta da un forte autoritarismo, da un ruolo ancillare dei partiti (riammessi al gioco politico solo nel 1985 con il grande Turgut Ozal, vero iniziatore della modernizzazione dell’economia del paese e iniziatore sfortunato del dialogo con la minoranza kurda) e da un predominio incontrastato dell’esercito – attraverso il controllo della magistratura e, soprattutto, il controllo del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Qui i militari spadroneggiavano, con i pretesti della minaccia kurda all’unità nazionale turca e con quello della difesa ad oltranza del patrimonio laicista, “legato” alla Nazione da Mustafà Kemal Atatürk.
(E intanto in LIbia...FMM)

BENGASI - E’ carica di tensioni e conflitti la Libia ancora senza governo e impaurita dopo la morte dell’ambasciatore americano a Bengasi lo scorso 11 settembre. Si è esaurito da un pezzo l’entusiasmo ottimista emerso dalle elezioni parlamentari del 7 luglio. I timori che avevano accompagnato la campagna elettorale, incluso quelli delle lotte tra milizie e di aggressioni violente da parte degli estremisti islamici, allora si rivelarono esagerati. Ma oggi sono tornati tutti all’ordine del giorno. E con gli interessi. Anche l’ondata di manifestazioni (si calcolano oltre 30.000 in piazza) che due settimane fa ha visto la società civile di Bengasi mobilitata nel chiedere lo scioglimento delle milizie più estremiste, inclusa Ansar El Sharia accusata da molte parti di essere implicata direttamente nella morte dell’ambasciatore Usa, non va sopravvalutata. Per molti aspetti appare più come un gesto di paura collettiva da parte delle componenti più sane che l’anno scorso scatenarono la rivolta in Cirenaica, che non una svolta concreta per il cambiamento reale delle cose. Torna l'indipendentismo in Cirenaica (Cremonesi sul Corriere)

Venti di guerra

Sale di nuovo la tensione tra Siria e Turchia. Cinque persone sono rimaste uccise e tredici ferite da colpi di mortaio sparati dalla Siria e caduti in territorio turco nel villaggio di Akcakar, nella provincia sudorientale di Sanliurfa che ospita la maggior parte dei profughi siriani. Tra le vittime a Akcakar anche quattro bambino di sei anni e una donna. E, secondo altre fonti, tra i morti ci sarebbero anche poliziotti. In seguito all'attacco, per tutta risposta, la Turchia ha colpito obiettivi in Siria. Ma non solo. La Turchia ha chiesto e ottenuto una riunione urgente della Nato, secondo cui gli attacchi «sono una flagrante violazione della legge internazionale». E ne chiede l'immediata cessazione. Intanto Damasco assicura che ha avviato «un'indagine per determinare l'origine del colpo di mortaio». E dopo aver fatto le condoglianze al popolo turco, invita «stati e governi» ad agire con saggezza e razionalità. La Casa Bianca: «Siamo accanto ai nostri alleati turchi».(...)

lunedì 16 luglio 2012

I rumori dei passi di un regime che se ne va (Corriere.it)


«I RUMORI DEI PASSI DI UN REGIME CHE SE NE VA» - E sulla crisi siriana è intervenuto il premier turco: «Presto o tardi questo tiranno sanguinario se ne andrà e il popolo siriano gli chiederà conto delle stragi che ha commesso». Lo ha detto Recep Tayyip Erdogan, definendo le ultime vicende in Siria come «il rumore dei passi di un regime che se ne va». «Non ci sono più parole per descrivere quello che accade in Siria - ha detto Erdogan durante un congresso provinciale di partito a Kocaeli - Questi massacri crudeli e tentativi di genocidio, questa brutalità disumana non sono altro che il rumore dei passi di un regime che se ne va». «Abbiamo visto la stessa situazione con il regime di Saddam in Iraq, con quello di Gheddafi in Libia e con quello di Mubarak in Egitto - ha proseguito - Chi punta le armi contro il suo popolo per la sua personale ambizione e per mantenere il suo porto si sta solo preparando alla sua fine». «Per decenni il regime siriano autocratico non ha sparato un solo colpo per difendere la terra sotto occupazione - ha detto riferendosi alle alture del Golan, occupate da Israele - Questo regime dittatoriale non ha avuto il coraggio di sparare una sola pallottola ai veicoli militari armati nel suo territorio, nel suo spazio aereo o nelle sue acque. Ha solo potuto attaccare un aereo non armato nelle acque internazionali». Un riferimento all'aereo turco abbattuto dalla Siria il 22 giugno. Erdogan ha quindi paragonato le recenti stragi, tra cui quella di Tremseh, nella provincia di Hama, a quella che il padre e predecessore di Assad, Hafez al-Assad, ha compiuto nel 1982 sempre a Hama. «Sfortunatamente allora il mondo non alzò la voce contro quello che accade - ha proseguito - Ma oggi non c'è più una Turchia debole e muta che volta le spalle ai fratelli e vicini della regione». L'articolo integrale del Corriere