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sabato 7 dicembre 2013

Rischio Libia

Libia/Nella piu' assoluta indifferenza continuano in Libia agguati e attentati. Particolarmente difficile la situazione a Bengasi dove si verificano omicidi quotidiani, spesso i target sono ufficiali e militari. Giovedi' e' stato invece assassinato un giovane professore americano che insegnava chimica nella scuola internazionale. 

Lo hanno freddato mentre faceva jogging. Forse una vendetta per la cattura da parte degli Usa dell'esponente integralista Al Libi. Pochi giorni fa il "portavoce" (un americano convertito) di Al Qaeda aveva invitato sul web a colpire i cittadini Usa.




(...) mentre faceva jogging da solo, è stato ucciso Ronnie Smith, un professore statunitense di chimica che insegnava nella International School di Bengasi, città da cui partì la rivolta anti-Gheddafi del 2011 ma che oggi è diventata il simbolo dell'instabilità del paese.

Smith era uno dei pochissimi stranieri che sono ancora rimasti a Bengasi e in tutta la Cirenaica: dopo la morte dell'ambasciatore Stevens, la presenza occidentale a Bengasi è stata ridotta al minimo, anche il console italiano Guido De Sanctis venne fatto partire dopo un attentato contro la sua auto blindata.  L'ultimo a partire il console malese, richiamato alla Valletta dopo che perfino a lui, considerato da tutti "un libico" erano arrivate minacce di morte.

Originario del Texas, 33 anni, sposato e con un figlio piccolo, Smith era arrivato a Bengasi alla fine del 2012, per insegnare chimica alla Scuola internazionale. Su Internet, nelle loro bacheche, i ragazzi della scuola lo ricordano come un uomo generoso, che aveva offerto tutto se stesso alla causa del popolo, dei giovani libici.

Ma Bengasi ormai è una città in cui la sicurezza è sfuggita di mano a tutti perché nessuno controlla il potere e le forze di polizia. Solo oggi sono stati assassinati 3 militari, ieri altri 2, nella notte un terzo è sfuggito a un attentato. (...)




(ANSA) - TRIPOLI, 4 DIC - L'assemblea nazionale libica ha votato per far diventare la legge islamica (sharia) la base di tutte le leggi e delle istituzioni statali del Paese, con una decisione che potrà avere un impatto fra l'altro sulla normativa finanziaria. (...)

martedì 26 novembre 2013

CAOS IN LIBIA: ARRIVA LA MISSIONE UE ALLE FRONTIERE (da AnalisiDifesa)

La Libia é alle prese con il caos delle milizie armate che agiscono quasi indisturbate nel paese dalla caduta del regime di Gheddafi. Una situazione che se non sarà risolta rapidamente da Tripoli potrebbe infiammare anche altri paesi della regione come Ciad, Algeria, Tunisia ed Egitto e accrescere il flusso dei profughi che lasciano il paese per trovare rifugio in Europa. ”Queste bande armate -spiega all’Adnkronos un autorevole osservatore- sono diventate piccole mafie. Non sono politicizzate e pensano solo a fare soldi mettendo in atto ricatti, prendendo ostaggi. Credo che la situazione potrebbe degenerare a meno che venissero inviate forze internazionali”. L’invio di ‘caschi blu in Libia, secondo questo osservatore, ”sarebbe molto auspicabile” anche perché ”ne va dell’interesse della Libia e dell’Europa che si confronta con il problema dell’immigrazione clandestina e che potrebbe subire le ripercussioni legate ad un’eventuale interruzione degli approvvigionamenti di gas e petrolio”.

La situazione in Libia, poi, si spiega, ”rischia di infiammare il Nordafrica e tutta la regione. C’é una quantità di armi colossale che potrebbe avere conseguenze negative per il Ciad, l’Algeria, l’Egitto e la Tunisia”. Pertanto, aggiunge, ”sarebbe auspicabile l’arrivo di ‘caschi blu’ per pacificare il Paese ed effettuare un vero disarmo. Nelle settimane a venire se il Governo libico non arrivera’ a risolvere il problema sarà auspicabile l’invio di ‘caschi blu”Dopo i violenti scontri del 15 novembre, avvenuti nel quartiere di Ghargur, roccaforte degli ex ribelli di Misurata, e che causarono oltre 50 vittime, il Governo libico sembra aver ripreso, almeno per ora, il controllo della situazione sull’onda dell’emozione suscitata del tragico venerdi’ di sangue. La maggior parte dei miliziani di Misurata hanno iniziato il ritiro graduale dalla capitale. Anche altre milizie, quelle di Jado, Nalut e Gharian, avrebbero lasciato la capitale volontariamente. Ma si tratta di una tregua che potrebbe essere solo momentanea.

La maggior parte delle milizie, che fanno capo per per lo più alle diversi tribù del Paese, hanno lasciato la capitale con il loro arsenale. Un ritiro, quindi, che potrebbe essere solo temporaneo anche perché dal primo gennaio Tripoli ha annunciato che non verserà più alcun salario a questi gruppi, a meno che questi non si arruolino nelle nuove forze di sicurezza nazionali, che erano stati finanziati con lo scopo di creare forze di sicurezze semi-ufficiali sotto la tutela dei ministeri dell’Interno e della Difesa.(...)

la missione EUBAM (European Union Border Assistance Mission) sarà composta da 111 funzionari di polizia disarmati e dovrà costituire una forza di Guardie di Frontiera di 9 mila uomini e una Guardia Costiera composta da 6.400 unità per controllare 1.800 chilometri di coste e i 4 mila di confine terrestre libico.(...)

Circa i contributi internazionali per addestrare le nuove forze libiche l’Italia svolge al momento il ruolo più importante: 60 ufficiali della guardie di frontiera sono in addestramento a Vicenza presso il Centro di eccellenza per le Stability Police Units, 65 militari libici sono alla scuola di Fanteria di Cesano, 280 agenti di polizia militare vengono istruiti dai carabinieri a Tripoli insieme a 150 poliziotti civili.  La francia sta addestrando 75 guardie del corpo per i membri del governo libico. 30 militari dell’aeronautica, 20 ufficiali di marina e 72 subacquei.  Secondo indiscrezioni i britannici stanno addestrando in Irlanda i funzionari dell’intelligence libico mentre a Tripoli hanno inserito un loro “Defence Assistance Team” all’interno del Ministero della Difesa e un “consigliere strategico” al Ministero degli Interni. La Germania sta finanziando la messa in sicurezza di siti chimici e armamenti  quali i missili antiaerei portatili mentre gli Stati Uniti progettano di addestrare in Bulgaria fino a 8 mila militari libici. La Turchia ha addestrato 804 agenti di polizia e 250 ufficiali dell’esercito mentre un team NATO di 10 esperti si recherà spesso a Tripoli per fornire consulenza (...)

martedì 19 novembre 2013

Le nuove violenze in Libia (da ilPost)

Un articolo de ilPost che riassume le ultime vicende libiche. L'articolo è di ieri è non è aggiornato alla notizia del rilascio del numero 2 dell'intelligence.

FMM

(...) La rivalità tra le varie milizie rispecchia gli scontri interni al traballante governo libico: i gruppi più laici fanno riferimento al ministero della Difesa, mentre i gruppi islamisti fanno capo al ministero dell’Interno. Chi comanda chi, comunque, non sempre è chiaro. Lo stesso Parlamento è diviso su linee simili, con l’Alleanza delle Forze Nazionali – coalizione elettorale che raggruppa circa 60 movimenti politici libici di ispirazione moderata e laica – che si scontra con il braccio politico del movimento islamista dei Fratelli Musulmani.

In ogni caso la manifestazione di venerdì, e il conseguente sciopero di tre giorni indetto dalla città,sono stati considerati segnali positivi da diversi commentatori ed esperti di Libia: è stata la prima occasione dalla caduta di Gheddafi in cui gli abitanti di Tripoli si sono uniti per chiedere di cacciare le milizie dai quartieri della capitale. La richiesta sembra poter dare i suoi frutti: in un comunicato congiunto diffuso domenica dal Consiglio cittadino di Misurata e dal Consiglio degli anziani, si dice che tutte le milizie armate della città che operano a Tripoli – senza alcuna eccezione – dovranno abbandonare la capitale nel giro di 72 ore.(...)

mercoledì 6 novembre 2013

Libia - Cosa stiamo facendo?

Come scrivevo qualche giorno fa, in LIbia stiamo facendo lo strofinaccio​; al di là dell'immagine colorita, in realtà si conoscono poco i dettagli del nostro impegno post-bellico. Qualche notiza sembra "sfuggire", senza ufficialità, come viene raccontato in questo articolo de ilFoglio. 

Il patto di riservatezza fra Letta e Obama - si dice nell'articolo - tiene, e forse è bene così. Non c'è da stupirsi né scandalizzarci se non tutti i dettagli vengono raccontati

Ma fra tutto (impossibile) e il "quasi nulla" che sembra segnare questo momento, forse potrebbe esserci una via di mezzo: la possibilità di capire meglio quanto ci costa questo impegno e quali sono le possibili ricadute. 

L'impegno sarà lungo, e sicuramente anche rischioso. Sarebbe importante preparare l'opinione pubblica italiana a tutti gli scenari possibili, per non meravigliarci o spaventarci se lo scenario dovesse avere risvolti critici, e soprattutto allenarci ad avere pazienza, dote indispensabile per una situazione di questo genere.

Francesco Maria Mariotti
Una notizia festosa da Tripoli – sorveglianza elettronica e aerea dei confini libici grazie all’Italia – per ora cade nel silenzio del governo italiano. Mercoledì il primo ministro libico Ali Zeidan annuncia in conferenza stampa che “l’Italia comincerà la sorveglianza aerea ed elettronica dei confini libici. L’area sorvegliata coprirà il tratto tra al Aywanat, vicino alla frontiera con Egitto e Sudan, fino alla congiunzione tra il confine libico e quelli di Algeria e Tunisia”. Domenica la notizia è ripresa dal sito di notizie libiche in lingua inglese Lybia Herald. I giornalisti del sito scrivono che il primo ministro Zeidan non ha dato altri dettagli sulla missione durante la conferenza stampa: quando inizierà, quanto durerà e chi pagherà i costi. Contattano l’ambasciata italiana a Tripoli, che però non aggiunge nulla. (...)
Per ora non ci sono ancora commenti da parte del governo italiano, forse per quel patto di riservatezza stretto tra il premier Enrico Letta e il presidente americano Barack Obama durante l’incontro a Washington di metà ottobre. “Albania e Libia: sono due questioni che l’Amministrazione americana, e non da adesso, considera automaticamente di competenza italiana. A maggior ragione ora che il paese è un disastro, con tutti i problemi aperti dal dopo Gheddafi e senza che Washington abbia alcun interesse a occuparsene – e questo non vale solo per la Libia”, dicono fonti diplomatiche italiane al Foglio che preferiscono restare senza nome. Alla Farnesina rispondono al Foglio di “essere ovviamente felici che la Libia stia lavorando sulla sicurezza dei confini, ma non ci sono altri dettagli da aggiungere a quelli che si conoscono già”. A metà ottobre delegazioni italiane dei ministeri di Difesa e Interno sono andate a Tripoli per parlare con il governo libico prima dell’inizio dell’operazione “Mare nostrum” per il controllo e il soccorso dell’immigrazione clandestina. Il discorso potrebbe essere stato più ampio.

Il primo ministro libico Zeidan ha parlato di sorveglianza elettronica e aerea. Per quanto riguarda la prima, il riferimento è a un contratto da 300 milioni di euro firmato quattro anni fa, il 7 ottobre 2009, tra Selex, società di Finmeccanica, e il governo di Tripoli, come conseguenza del trattato di amicizia stretto nel 2008 tra Italia e Libia. Da allora tutto è cambiato, c’era Gheddafi e adesso c’è un governo fragile – nato da una ribellione aiutata dalla Nato ma poi caduta ostaggio delle sue stesse milizie. La necessità di controllare i confini però resta, e Selex è specializzata in radar e sensori di sorveglianza; è verosimile che siano ancora considerati utili.(...)

giovedì 31 ottobre 2013

Milizie all’assalto del petrolio L’Italia teme la “fine” della Libia (da laStampa.it)

(...) Il governo italiano segue la situazione, e proprio la Libia è stata uno dei principali argomenti di cui hanno parlato Enrico Letta e Barack Obama nel chiuso dell’ultimo, recente incontro alla Casa Bianca: hanno concordato, data la delicatezza della situazione, di non dare «pubblicità» all’argomento, ma qualcosa è filtrato. L’Italia, per gli Stati Uniti, per la comunità internazionale, e per il retaggio di una storica influenza oltre che per la presenza di forti interessi nazionali, è in prima linea nella stabilizzazione della Libia. 

Operazione complessa e che passerà, si è deciso in quell’incontro nella Sala Ovale, per una Conferenza di pacificazione che si terrà a Roma nei primi mesi del 2014 (anche se non è chiaro se prima o dopo le elezioni per l’Assemblea in Libia). Ma Enrico Letta ha chiesto a Obama che l’Italia non sia lasciata sola nel difficile compito: quella Conferenza dovrebbe tenersi sotto l’egida della comunità internazionale, attraverso l’Onu. 
È l’unica via possibile, tentando di portare a uno stesso tavolo, in territorio amico, tutti i rappresentanti delle varie fazioni: tuareg, berberi, islamisti, divisi (e moltiplicati) per tribù e per le tre principali regioni, Tripolitania, Cirenaica e Fezzan.  

Uno degli ostacoli, è proprio nell’attuale premier provvisorio Ali Zidan: un governo troppo fragile per controllare il Paese, e fragile al punto che lo stesso premier è stato oggetto di un sequestro-lampo poche settimane orsono, e indebolito anche dall’esser diviso in due fazioni: i liberal-tecnocrati (come lo stesso Zidan) e gli islamisti della locale Fratellanza musulmana. Una Conferenza, quella di Roma che dovrà rovesciare i principi di quella precedente, di Parigi, che puntò tutto su «institution building» e giustizia: non ci si era accorti, evidentemente, che prima al Paese occorre un patto sociale e politico. Che fermi, anche, la possibile tripartizione del Paese, visto che la Cirenaica mira ad un’autonomia «federalista». (...)

http://www.lastampa.it/2013/10/31/esteri/milizie-allassalto-del-petrolio-litalia-teme-la-fine-della-libia-ejS9atsi3bM8VJNDqSst9K/pagina.html

domenica 13 ottobre 2013

Caos Libico: Il Manico Rotto E Lo Strofinaccio

"Quando occorre tenere in mano una caffettiera bollente, è meglio non rompere il manico finché non si è sicuri di averne un altro altrettanto comodo e pratico e comunque finché non si abbia a portata di mano uno strofinaccio" (W.Churchill, febbraio 1944)
A volte il pensiero politico non deve fare sforzi di profondità; la frase di Churchill - se non vado errato pronunciata con riferimento al problema se mantenere o meno la monarchia in Italia - dice tutto di quella che è la regola aurea della politica estera: non deve prevalere la "giustizia" a tutti costi, ma l'ordine e la stabilità il più possibile. Certo, con questa motivazione, si richia di giustificare l'ingiustificabile, ma è un dato di fatto che il pericolo più grave, il danno più pesante, per la politica non è una dittatura feroce, ma la guerra civile, l'implosione di una collettività
In Libia - lo si è già detto troppe volte, da queste e da altre parti - si è sottovalutata la complessità di una scenario che non poteva che peggiorare, tolto Gheddafi. Quindi nessuna meraviglia su quanto successo nei giorni scorsi, con il sequestro-lampo del primo ministro. 
Piuttosto, è il caso di ricordare che l'Italia - oltre che per gli ovvi problemi di vicinanza e di immigrazione - deve preoccuparsi di questa vicenda perché è chiamata a curare in primissima linea il disarmo delle fazioni libiche: per continuare a usare i termini di Churchill, siamo chiamati in un certo senso a essere lo "strofinaccio" della situazione. Ancora troppo poco si sa dei dettagli di questo impegno, ma certo sarebbe il caso di valutarne pienamente costi e benefici, e capire quanto potrebbe durare. 
La speranza è che comunque da questo immenso male possa nascerne del bene, anche per noi: chissà, magari gli "accenni nazionali" che alcune milizie stanno utilizzando per giustificare il loro operato - vd. articolo de Linkiesta - può essere un seme di coesione da sfruttare per cercare di ricostruire una comunità statuale. E forse il nostro impegno - se saremo capaci di sfruttarlo al meglio - potrà diventare un punto importante di forza e di nuova penetrazione del nostro paese nel continente africano. Ne avremmo di che guadagnarci. 
Un pensiero a tutte le donne e tutti gli uomini che già ora - segretamente o pubblicamente  - stanno operando in quel paese, per il nostro interesse.
Francesco Maria Mariotti
Non si può negare che le milizie abbiano giocato un ruolo fondamentale nella lotta contro Muammar Gheddafi. Queste brigate sono state protagoniste della presa di Tripoli nel 2011 e mantengono ancora un vasto controllo territoriale. Ufficialmente la Libia ha un corpo di polizia nazionale e un esercito. Ciò nonostante, a seguito della disintegrazione dell’apparato di sicurezza messo in piedi dal colonnello, le brigate armate sono emerse come unico sistema di polizia e di esercito funzionante all’interno del paese. In alcune zone del Paese le qataib pattugliano le strade, arrestano (e a volte detengono) presunti criminali, organizzano posti di blocco per il controllo dei documenti, e spesso dirigono persino il traffico. Un ufficiale di polizia da noi intervistato nel corso della nostra ultima visita in Libia ci rivelò di non lavorare da mesi, di avere un’uniforme piegata nel cassetto: le milizie erano ormai la nuova polizia.
Le brigate costituiscono un panorama differenziato e complesso. Alcune qataib professano un’agenda religiosa e auspicano una stretta applicazione della legge islamica nella Libia del futuro, mentre altre si presentano solo come corpi di protezione nazionale senza connotazioni politiche o religiose. Alcune milizie hanno giurato fedeltà al governo libico e si descrivono come una «polizia provvisoria», in attesa che il Paese possa tornare ad avere delle forze dell’ordine regolari e operative. Le milizie hanno una gerarchia interna che spesso rispecchia quella dell’esercito regolare, ma nella maggior parte dei casi le brigate non hanno centri di addestramento o dinamiche di appartenenza ben precise. Molte qataib appaiono come organizzazioni informali. Le loro sedi sembrano spesso dei «centri sociali» armati: baracche o case dove i ragazzi vanno a passare il tempo. Ciò nonostante le recenti vicende di Bengasi testimoniano la pericolosità di alcune di queste organizzazioni. Il governo libico sta valutando diverse soluzioni al problema delle milizie. Tra le proposte un tentativo di regolarizzare alcune delle brigate offrendo addestramento per coloro che vogliono unirsi alla polizia o all’esercito.

Ma in tutti questi paesi non abbiamo assistito a rivoluzioni, cioè a un avvicendamento, traumatico, ma per certi versi fisiologico, dei detentori del potere, in forme modellate da una maturazione di principi democratici: quanto è avvenuto, a mio parere, si può più semplicemente ricondurre alla categoria della rivolta, come quella di Masaniello, che si esaurisce in una fiammata di indignazione popolare per poi ricadere in forme già note di vario dispotismo, così come è accaduto e sta accadendo in Egitto, dove i Fratelli Musulmani, che avevano con grande abilità raccolto i frutti della cacciata di Mubarak, hanno dato palese evidenza della loro incapacità di governo e del loro concetto strumentale di democrazia, facendo ripiombare il paese in una situazione pre rivolta, con il problema addizionale che gli orologi della storia non si possono mai riportare indietro e che ai problemi del passato si sommano le instabilità del presente.
Stamane è stata diffusa una foto del premier in maniche di camicia sotto custodia di due uomini in borghese, esponenti con ogni probabilità di qualche milizia. Vedremo se nelle prossime ore seguiranno altri eventi che potrebbero portare a una sorta di golpe o se si tratta di un'azione intimidatoria di breve durata. Il Governo libico aveva formalmente protestato con Washington, ma l'opinione della maggioranza del Parlamento e delle fazioni armate è che Zeidan sapesse del sequestro Al Libbi e non avesse fatto nulla per impedire l'operazione
di Alberto Negri con un'analisi di Roberto Bongiorni - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/TrFJD

Questo era il fronte politico, a cui tuttavia si pensava fosse possibile porre rimedio distribuendo la grande ricchezza energetica di cui dispone la Libia, il paese che vanta le maggiori riserve di greggio dell'Africa. Ma da alcuni mesi anche l'industria petrolifera è stata inghiottita dal caos. Travolta da una valanga di scioperi che ha investito la Cirenaica, dove si trovano i maggiori giacimenti di greggio e gas, la produzione petrolifera ha accusato un crollo verticale: in pochi mesi è scesa da punte di 1,5 milioni di barili al giorno (mbg), vale a dire ai livelli precedenti la rivoluzione, a meno di 150mila barili. Da tre settimane la produzione si è ripresa, ma non ha ancora raggiunto il 50% dei livelli di inizio anno. Una pessima notizia per l'Italia, che acquista dalla Libia quasi un quarto delle sue importazioni di greggio. Alla lunga il danno economico per le compagnie energetiche internazionali è ingente.
di Roberto Bongiorni - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/8huc2​

Meno evidenti sono le infiltrazioni dei radicali islamici e delle formazioni terroristiche legate ad Al Qaeda nella galassia di queste milizie, alcune delle quali sono entrate addirittura a far parte delle formazioni regolari e delle forze di sicurezza governative. Alcune truppe della Cirenaica (per e-sempio la milizia dei “martiri di Derna”) sono state inglobate nell’esercito libico senza che abban-donassero una visione islamista della società. Il network di Al Qaeda è stato più attento degli occi-dentali e delle forze della Nato: ha atteso il momento giusto, dettato dalle fragili condizioni di sicu-rezza e ora sta investendo sul paese con lo scopo di trasformare in un nuovo Af-Pak la vasta area cha va dalla Cirenaica al Fezzan sino al Sahel. Il governo centrale è accusato dai jihadisti locali e internazionali di aver tradito la rivoluzione e di aver svenduto il paese all’occidente. Alcuni video-proclami degli ultimi anni di Al-Zawahiri e Abu Yahya al Libi già facevano precludere all’interesse per la Libia, soprattutto, come preventivato e purtroppo verificatosi, all’impegno militare occidentale non fosse corrisposto un altrettanto impegno civile e politico nella ricostruzione del paese.
- See more at: http://www.ispionline.it/articoli/articolo/mediterraneo-medio-oriente/libia-verso-uno-stato-fallito-9189#sthash.GfNuX395.dpuf

Il problema è semplice: la ribellione contro Gheddafi fu condotta da una miriade di milizie e gruppi armati, rispecchiante il complesso mosaico tribale della Libia. Collassata laJamahiriyya, ossia il regime costruito da Gheddafi (e non a caso basato su forti autonomie locali), le nuove autorità libiche non sono riuscite a riportare sotto il proprio controllo questi numerosi gruppi, rimasti in vita e in armi. I piani per il reinserimento dei miliziani, che prevedono tra l'altro il loro impiego al servizio dello Stato, non si sono rivelati un successo, come dimostrato dal caso Zeidan, soprattutto perché non si è stati in grado di sciogliere i gruppi pre-esistenti.
Di fatto, la Libia pullula ora di tante "compagnie di ventura", costituite per lo più su base tribale, che agiscono per conto proprio o vendono i propri servizi a enti e uffici dello Stato. I sequestratori del Primo ministro sono alle dipendenze del ministero dell'Interno per garantire la sicurezza a Tripoli.
Tutto ciò impone una riflessione su come le grandi potenze gestirono la crisi libica nel 2011.

mercoledì 28 agosto 2013

Siria: Ancora Una Guerra Senza Politica?

Provo a dire alcune cose sulla situazione siriana, di seguito potete leggere articoli e commenti per poter approfondire. 

1. Da quel che si legge, le informazioni sul presunto utilizzo di armi chimiche sono tutt'altro che certe. Perché Assad avrebbe colpito in modo così plateale quasi a voler provocare gli USA? Oltre al dubbio razionale sui moventi (vd. in senso diverso l'articolo di Anna Momigliano su Panorama), vi sono in realtà dubbi anche sulle immagini che sono state fatte girare dai media (si veda un altro degli articoli proposti di seguito, tratto da il Giornale).

2. Torna dunque prepotente - come per la Libia - il tema della gestione delle informazioni, della verificabilità delle stesse; dell'inevitabile "torsione politica" che si insinua anche nella notizia più limpida, da un certo punto di vista.

3. E dunque, torna di nuovo la riflessione sulla capacità della politica di "fare filtro" rispetto alle spinte mediatiche, che troppo spesso assumono la forma di "emozioni guidate"; di fronte ad esse il decisore politico dovrebbe porsi "in contrasto" o almeno con la capacità di declinarle e governarle. Capacità che sembra totalmente scomparsa; siamo passati da una politica che pretendeva di guidare il mondo - sbagliando per eccesso di "dirigismo" - a una politica schiava delle pulsioni dell'immediato. Che sempre pulsioni sono, anche laddove si presentino sotto forma di una normatività che si pretende etica.

4. Cosa succederà "dopo"? Questa la domanda che bisogna porsi, rispetto a un possibile intervento in campo siriano. Si vuole arrivare a deporre Assad? E chi trionferebbe? Milizie qaediste, forse. Un rischio che dobbiamo avere ben presente. E che probabilmente trattiene ancora la decisione finale.

5. Altro fattore negativo, che sembra farsi presente anche in questo intervento: la semplificazione della guerra in dinamica tecnologica. In questo momento - tra le altre cose - si ipotizzano attacchi aerei per tre giorni; pare valere ancora l'idea che la guerra "dall'alto" sia meglio gestibile, come se ciò non comportasse rischi tangibili, come se le dinamiche politiche potessero essere "sterilizzate" attraverso la superiorità teconologica. Una rischiosa illusione.

Provo a concludere: per combattere bene una guerra, bisogna saper costruire "attorno" una politica, che è  - anche, per certi aspetti molto banalmente  - la capacità di tenere assieme mezzi e fini. 

Laddove ci fosse capacità di rapportare i mezzi scelti a fini coerenti e realmente gestibili, sarebbe paradossalmente poco importante istruire indagini su presunte armi chimiche. 

Si faccia la guerra, dunque, se si è capaci di costruire un nuovo ordine. Ma se non lo si è - e in questo momento nessuno ne è capace - allora è il caso di riflettere molto attentamente, e - forse - attendere.

Francesco Maria Mariotti


È un limite, certo. Ma al tempo stesso è il segnale - e l'auspicio - che si tratti di un intervento limitato, nei numeri e nello spazio temporale. Obama non vuole altri impegni bellici a lunga scadenza, che dissanguino uomini ed economia. Era restio ad agire in Libia, figuriamoci che effetto gli fa un ginepraio qual è la Siria. Per questo ha dato spazio a forze speciali e droni. Ora spera di «punire» Assad senza rimanere intrappolato in uno scacchiere che sinora gli ha procurato solo guai. Ha provato a tenersi lontano dal Medio Oriente, ma le questioni regionali hanno finito per risucchiarlo. E poi, facendo l'errore di invocare le famose linee rosse sull'uso delle armi chimiche, si è spinto nell'angolo da solo. Una volta che hai tracciato il limite invalicabile, non puoi far finta che non esista. Al Congresso, dove pure ci sono degli interventisti, aspettano spiegazioni dal presidente. Le hanno sollecitate.

Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, dice che chi sostiene di avere prove certe sull’attacco con armi chimiche di mercoledì scorso alla periferia di Damasco dovrebbe condividerle, perché il fatto è troppo importante e ne derivano conseguenze enormi (l’intervento armato internazionale, che sembra imminente). Chiediamo al ministro: “Si riferisce a Israele? Secondo la stampa tedesca, gli israeliani avrebbero intercettato le comunicazioni dell’esercito siriano durante l’attacco e il loro ministro dell’Intelligence, Yuval Steinitz, sostiene che è ‘chiaro come il cristallo’ che la responsabilità è del governo siriano. Deve condividere?”. Bonino, annuisce, “dico a chiunque abbia informazioni che provano con certezza cosa è successo. Non dico che dovrebbero essere portate a me, o a Roma, ma esistono organi internazionali come il Consiglio di sicurezza. I francesi lo hanno già fatto, hanno portato tutto il loro dossier sugli attacchi chimici di marzo alle Nazioni Unite. Quello che io mi auguro davvero, proprio per evitare che ciascuno tiri dalla sua parte, e tutti hanno una parte… Vorrei che queste dichiarazioni, tra l’altro spesso così perentorie, trovassero un luogo di esame, dove possono essere depositate e condivise 
Il giornalista Phil Sands aggiunge: le unità siriane che hanno bombardato con i razzi chimici non sapevano quello che stavano facendo. Sands è il corrispondente da Damasco del giornale The National (Emirati Arabi Uniti), ha lasciato la capitale a marzo dopo cinque anni. Scrive che secondo le sue fonti gli ufficiali militari siriani coinvolti nell’attacco chimico ora stanno tentando di prendere le distanze e insistono di non avere saputo che i razzi contenessero sostanze tossiche. “Gente vicina al regime ci ha detto che i missili gli sono stati consegnati poche ore prima dell’attacco”, dice una fonte a Damasco. “Non arrivavano dall’esercito ma dall’intelligence dell’aviazione militare, per ordine di Hafez Makhlouf. Gli ufficiali dicono che non sapevano ci fossero armi chimiche. Anche qualcuno tra quelli che li hanno trasportati dice che non aveva idea di cosa ci fosse – pensava fossero armi convenzionali”.

Tel Aviv. Le chiamate al 171, centralino del servizio postale israeliano che distribuisce alla popolazione le maschere anti-gas, sono triplicate nelle scorse ore, assieme al numero di cittadini che si è presentato ai centri di distribuzione in tutto il paese. Si intensificano infatti in questi giorni gli indizi di una possibile operazione militare americana contro la Siria, dopo i presunti attacchi chimici che mercoledì avrebbero ucciso nei sobborghi di Damasco centinaia di persone. Per molti israeliani, il timore è quello che un attacco militare degli Stati Uniti e dei loro alleati possa rendere Israele, vicino della Siria e del Libano con i quali è formalmente in guerra, il più ovvio obiettivo di una rappresaglia armata. Le parole di alcuni funzionari siriani sarebbero una non troppo velata minaccia alla sicurezza nazionale, scrive il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, riportando una frase del ministro dell’Informazione di Damasco: “Un attacco americano infiammerebbe tutto il medio oriente”. Minacce esplicite sono venute da Khalaf Muftah, ex aiutante del ministro, oggi funzionario del partito Baath. In caso di attacco “Israele finirà nel mirino”, ha detto ieri in un’intervista radio. “Abbiamo armi strategiche e siamo capaci di rispondere”.

Eppure questa volta, forse, chi vede il regime siriano prossimo alla fine potrebbe non sbagliarsi. Perché ieri il segretario di Stato americano John Kerry ha pronunciato un discorso durissimo, che lascia intendere che Obama, a breve, potrebbe fare quello che, beh, per mesi ha fatto di tutto per evitare: attaccare la Siria. “C’è una ragione, se il mondo ha messo al bando, completamente, l’utilizzo di armi chimiche”, e “c’è una ragione se il presidente Obama ha chiarito, davanti al regime di Assad, che questa norma internazionale non può essere violata senza conseguenze”, ha detto Kerry (...) Cosa succede in Siria? (Anna Momigliano su Rivista Studio)
Gli scettici fanno notare che qualcosa, dal punto di vista meramente razionale, non quadra: «Per quale ragione Assad avrebbe dovuto usare le armi chimiche, sapendo da tempo che Obama non le avrebbe tollerate?», ha scritto per esempio Marcello Foa del Giornale. «È come se un conducente lanciasse l’auto a 200 km all'ora in una zona in cui il limite è 80, pur essendo stato informato della presenza di un autovelox e, dietro l’angolo, di un posto di blocco. Non ha senso».
Eppure, dal punto di vista del regime siriano, un senso l'utilizzo del gas nervino potrebbe avercelo. Le spiegazioni sono due. Forse Assad ha commesso un errore di valutazione, convinto che Obama non avrebbe preso provvedimenti concreti. Oppure ha voluto provocare gli Usa. Una cosa che, per quanto strano possa sembrare, rientra nel modo di pensare di Assad. Che, come riferiscono suoi ex collaboratori passati dalla parte dell'opposizione, è convinto che la sua forza consista proprio nella sua capacità di essere sopravvissuto, in più occasioni, agli attacchi dell'Occidente. Dottor Bashar, Mister Assad (A.Momigliano su Panorama)
Le immagini di Ghouta, la località dove il governo avrebbe usato i gas sono devastanti dal punto di vista emozionale, ma assai ambigue dal punto di vista documentale. La contraddizione più evidente è la mancanza di protezioni da parte dei presunti sanitari arrivati a soccorrere le vittime. L'altra è la sistematica plateale teatralità con cui i bambini deceduti vengono allineati davanti agli obbiettivi. Ad Halabja nel marzo 1988 i gas di Saddam non fecero distinzione tra vittime e soccorritori e sterminarono chiunque non si fosse allontanato. A Ghouta nessuno fugge, non c'è un clima di panico e gli ospedali continuano a funzionare. Siria ed Egitto come la Libia: islamisti campioni di inganni (ilGiornale.it)
A una settimana dal presunto attacco con armi chimiche che il 21 agosto avrebbe fatto centinaia di vittime alla periferia di Damasco, gli Stati Uniti e i paesi europei sembrano pronti alla rappresaglia contro il governo siriano. Ma qualsiasi intervento andrà calcolato attentamente, scrive la stampa europea.

domenica 25 agosto 2013

Siria: Si Avvicina l'Intervento?

(...) I russi sanno cosa vogliono a Damasco, una transizione controllata, non gli americani che pure condividono in parte le preoccupazioni Mosca. Al Congresso, pochi giorni fa, il capo di stato maggiore americano Martin Dempsey è stato esplicito: «Nessuno nel fronte dei ribelli è in grado di garantire i nostri interessi. Qui non ci sono moderati che possono prendere il potere». È un dato di fatto: il Free Syrian Army sponsorizzato dai turchi è un ombrello di formazioni variegate e litigiose mentre imperversano i gruppi jihadisti di al-Qaida e di Jabat al Nusra. Se sarà guerra sarà una guerra al buio, ha spiegato il comandante in capo Dempsey, veterano del Golfo e dell'Iraq. «Un intervento Usa - ha detto - non risolverebbe i problemi religiosi, tribali e settari della Siria». E neppure quelli del Medio Oriente intorno. Forse la Siria merita qualche cosa di meglio di uno sparo nel buio. 
di Alberto Negri - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/Ged9G

(...) La rapidità con la quale stanno riunendosi gli organismi consultivi per discutere di opzioni militari lascia intendere che qualcosa sta davvero muovendosi sul piano militare. Nei giorni scorsi soni entrati in azione nel sud i primi reparti di ribelli dell'Esercito Siriano Libero addestrati e armati in territorio giordano dai consiglieri militari statunitensi come ha raccontato Le Figaro. "Un primo gruppo di 300 uomini, senza dubbio sostenuto da israeliani e giordani così come da uomini della Cia, avrebbe attraversato la frontiera il 17 agosto e un secondo gruppo li avrebbe raggiunti due giorni dopo"– scrive il quotidiano francese. Se Washington ha deciso di intervenire con le armi le opzioni disponibili sono almeno cinque. (...)
di Gianandrea Gaiani - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/qdmBC

venerdì 13 luglio 2012

La Libia dopo il voto (da AffarInternazionali)

(...) Processo complesso 
D’altra parte, dopo una guerra nata dalla volontà di pochi - ma costata comunque distruzioni, migliaia di morti, sfollati senza possibilità di ritorno, sequestri e sparizioni - la posta era grande e l’occasione non ripetibile, pena una balcanizzazione, per non dire “somatizzazione”, che non sembra ancora scongiurata del tutto. Per molti, arrivare a concludere rapidamente queste elezioni è stato ancora più importante del risultato: il percorso della road map verso un processo di stabilizzazione, che va comunque guardato nei tempi lunghi, doveva necessariamente cominciare, e senza indugi.
Evidentemente, nelle classi più consapevoli c’è stata la percezione che, in caso di fallimento, la frammentazione sarebbe stata inevitabile. Sarà forse per motivi di convenienza elettorale, ma nel corso della campagna tutti i candidati si erano espressi per l’unità dello Stato e la laicità delle istituzioni repubblicane, pur con lasharia come fonte principale del diritto. In questa fase iniziale c’è stato persino un certo fair play, dove i laicisti hanno ricordato di essere comunque musulmani e tutti i confessionali hanno assicurato di essere dei moderati. Nella pratica, staremo a vedere, perché la Costituzione è ancora da scrivere, e dovrà certamente essere scritta a più mani.(...)

venerdì 22 giugno 2012

Libia in fiamme?

[post correlati: sono elencati in questo Tensione a Tripoli - Libia nel caos?]

Bisognerà che prima o poi si riprenda in mano il "dossier libico"; spero e credo che i nostri servizi di sicurezza, il nostro esercito, il nostro Ministero degli Esteri (e non solo loro, naturalmente, anche qui dovrebbe esistere l'Europa...) stiano seguendo con grande attenzione e preoccupazione quanto sta succedendo a Tripoli, Bengasi e dintorni. 
Si è già detto da queste parti - e da molte altre più autorevoli - che la guerra in Libia rischiava di essere ancora una volta una missione incompiuta, con il rischio di aggravare la situazione del paese che si voleva liberare. 
Speriamo ci sia ancora spazio di manovra perché l'incerta fase di passaggio si consolidi, ma le notizie non sono incoraggianti. Tentiamo di tenere a mente quanto sta succedendo, per il nostro futuro; perché non si progetti più senza cautele una guerra, perché la nostra politica estera non continui a muoversi senza orizzonte.
FMM

(segue citazione e link a AffarInternazionali)

venerdì 17 febbraio 2012

Libia, Un Anno Dopo

(...) Un vero e proprio esercito nazionale non esiste e le armi in circolazione sono ancora tantissime. Nella sola Misurata un ricercatore di Human Rights Watch ha individuato ben 250 diverse brigate. Sono loro a mantenere l’ordine nelle strade, ma sono sempre loro, paradossalmente, a costituire la minaccia maggiore per la sicurezza nazionale. La brigata di Zintan, protagonista della conquista di Tripoli e dell’arresto di Saif al Islam Gheddafi, controlla l’aeroporto della capitale e non ha intenzione di cedere la posizione. I conflitti tra milizie non sono rari. I combattenti di Misurata, ad esempio, si sono scontrati con gli uomini di Bengasi e della stessa Zintan, che proteggevano i rifugiati di Tawarga, colpevoli di non avere abbracciato la causa rivoluzionaria.

I rapporti delle organizzazioni per i diritti umani sono impietosi. Secondo Amnesty International, dodici detenuti in mano alle brigate sono morti in seguito alle torture, compreso l’ex ambasciatore a Parigi Omar Brebesh. Le carceri libiche contengono più di ottomila persone, molte di loro sono state lasciate alla mercé delle violenze indiscriminate delle milizie. Le vendette contro i gheddafiani, o i sospettati di gheddafismo, come i prigionieri dei paesi subsahariani, sono all’ordine del giorno. Saif al Islam è ancora nelle mani dei misuratini e ci sono forti dubbi sugli standard giuridici del processo che lo vedrà protagonista.

La legge della forza prevale sullo stato di diritto, le fedeltà locali su quella nazionale.
Il ruolo dei clan è motivo di dibattito. Gheddafi era stato abile ad assicurarsi l’appoggio di alcune tribù, in primo luogo i Warfalla, ma anche i Magarha, impedendo al tempo stesso che qualcuna di loro acquisisse troppo potere. Alcuni analisti ritengono che oggi la maggior parte dei clan abbia perso credito e non costituisca più una minaccia.
Durante la guerra gli stessi Warfalla si sono divisi: alcuni sono rimasti col Colonnello, altri hanno guidato la rivolta, come l’ex premier del Cnt, Mahmoud Jibril. Il mese scorso a Bani Walid, roccaforte del gheddafismo, c’è stato un duro scontro armato tra i Warfalla e gli uomini del Cnt. Ma la cacciata dei tripolini e l’instaurazione di un nuovo consiglio è sembrata più una lotta per il riconoscimento di un potere locale che il tentativo di far tornare indietro l’orologio della storia.(...)


Leggi anche:

In Libia un anno dopo la rivolta c’è un nuovo Gheddafi
Arturo Varvelli*
Ad un anno dal giorno della Collera, pochi in Libia vedono di buon occhio il suo leader Jalil. L’unica legittimità del Cnt appare derivare dal pronto e forte appoggio dato da occidentali e mondo arabo, Francia e Qatar su tutti. Intanto si avvicinano le elezioni di giugno. Molti le domande: si voterà regolarmente? Che fine farà il Cnt? Intanto si susseguono gli scontri con morti, soprattutto a Tripoli e in Tripolitania, e gli abusi – denunciati dalle ong – dei vincitori sui vinti.
http://www.linkiesta.it/libia-cnt-elezioni