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giovedì 28 novembre 2013

Dubbi Democratici - Il Populismo Che Non Governi

C'è un dato positivo, uno solo a mio avviso, nel percorso elettorale di Renzi. E cioè il tentativo - più o meno esplicito - del sindaco di Firenze di "catturare politicamente" il malcontento dei cittadini, un misto di malumore, rabbia, e a tratti disperazione che si è creato nel nostro paese con solide ragioni e che per il momento ha trovato pochi sbocchi politici, spesso non utili a un reale miglioramento delle cose. Tutta la retorica antipolitica (o meglio "anticasta") - dalla "rottamazione" in poi - avrebbe un senso, se fosse capace di sottrarre voti alla pura protesta per incanalarli verso obiettivi più concreti.

Detto ciò, però il problema dello "stile" politico che accompagna la campagna di Renzi, che oramai dura molti mesi, a me pare sia pesante; perché in realtà questione non solo di stile; ma problema di una campagna che in qualche modo si fa facilmente "populista" (mi perdonino gli amici renziani, non mi viene una parola migliore...) e che rischia di non sortire gli effetti positivi che al momento ci si aspetta.

Dal caso Ablyazov alla legge di stabilità, dal no (anche comprensibile, ma mal presentato) a grazia e indulto al caso Cancellieri, Renzi sembra voler dire di continuo: "io sono in sintonia con il paese reale, io saprò fare meglio; contro tutto ilvecchio (in cui vengono accomunati Berlusconi, Letta, e - sia pure in modo meno appariscente, ma comunque con forza - lo stesso Napolitano) io saprò vincere in nome di tutti voi, che non ne potete più di loro".

Renzi per fortuna non è solo un populista; e sicuramente alcuni contenuti (oggi Michele Emiliano a Omnibus annunciava alcune idee in tema di giustizia) possono essere interessanti.

Ma quando inizi a cavalcare la demagogia, o hai la forza di governarla (ma devi essere veramente molto bravo) o il rischio è che tu venga disarcionato, senza tanti complimenti. Magari anche senza cadute apparenti o plateali; perché forse rimarrai formalmente capo, ma la tua politica sarà sempre "sotto ricatto", sotto il ricatto della delusione, e della reazione del disincanto, che spesso colpisce gli innamoramenti politici...

Per dirla in breve, i rischi che mi sembra corra Renzi, ma con lui - purtroppo - tutti noi, sono due:

1. una volta che si critica così ripetutamente il governo (teoricamente amico) e si alzano le pretese, quando arriva il proprio turno non ci si può abbassare a nessun compromesso: si è criticato Letta su Ablyazov? Cosa succederà quando ci sarà un qualsiasi incidente di questo tipo in un futuro governo Renzi? Si volevano le dimissioni di Cancellieri? Alla prima telefonata sospetta di uno dei suoi ministri, sarà lecito scatenare la guerra... Si critica la legge di stabilità? L'anno prossimo - se ci sarà un governo Renzi (io spero ci sia ancora Letta) - si dovrà saper fare molto meglio ( e l'anno prossimo il Fiscal Compact - se non vado errato - inizia a chiedere il rientro del debito). Insomma; come ha detto lo stesso sindaco di Firenze: "non ci saranno più alibi". Ottimo, teoricamente. Ma se non si è in grado di soddisfare tutte le pretese che si sono volute alimentare facendo polemica contro il vecchio, il rischio di un "rinculo" è molto alto. 

Sono tanti gli uomini forti che hanno tentato di cambiare l'Italia con energia, promettendo Grandi Riforme o addirittura Rivoluzioni (liberali...); non pare ci siano riusciti. Perché? Qui veniamo al secondo punto, che è forse l'altra faccia del primo

2. L'idea  di politica che Renzi esprime è semplice; anche se alla fine del suo ultimo discorso alla Leopoda è sembrato voler porre un freno ("guardate che non basto io"), tutta la dinamica di questi giorni è fatalmente (anche per ragioni di competizione) focalizzata su di lui, sulla sua personale capacità, sulla forza che il capo potrà mettere nel portare avanti le sue idee. Ma questo non basta, in Italia. Per gli stessi motivi per cui sarebbe fallimentare una riforma presidenzialista, una politica dell'uomo forte può forse funzionare per qualche mese, ma va poi fatalmente a scontrarsi con il fatto che un uomo solo al comando non può gestire un paese complesso e stratificato come il nostro. 

L'impatto delle riforme - se fatte - crea inevitabilmente malcontento e lacera quella "facile alleanza" che - dietro al capo - si crea in fase elettorale, quando le promesse non vengono verificate, e non si guarda con attenzione alle conseguenze delle parole. 

L'uomo solo al comando rischia così di rimanere intrappolato nelle dinamiche parlamentari, che sempre ci saranno, e che magari prendono avvio da questioni concrete. Il capo che diceva di non voler occuparsi della bassa e volgare politica (quella che facevano i vecchi) rischia così di dover venire a compromessi molto tattici e di poco respiro (vi ricorda qualcuno? Anche Berlusconi si presentò - ed era, in un certo senso - uomo forte e nuovo)...

Non basta più - se mai è bastato - cambiare il "vertice" del paese. Una vera politica di riforme è fatta anche di "accompagnamento nel quotidiano": troppe volte belle riforme progressiste sono diventate pesanti - e vissute come negative - per la mancanza di attenzione alle quotidiane conseguenze che portavano, per la mancanza di ascolto dei cittadini coinvolti (si pensi a come è stato tradito l'art.18 dello Statuto dei lavoratori, che troppi cittadini e troppe aziende oggi vivono come nodo di privilegio, e non garanzia di diritti, come dovrebbe essere).
Ad accompagnare le riforme, forse, servirebbero buoni partiti, infatti.

Ho già scritto troppo. Solo un'ultima annotazione: poche ore fa è decaduto Berlusconi, come anni fa Craxi fu sconfitto, non proprio politicamente. Dopo la "caduta" di Craxi, non vinse la parte progressista. Anni dopo, Veltroni vinse le primarie, e cominciò a fare "pungolo" al governo Prodi, naturalmente con le migliori intenzioni. Alle successive elezioni, non vinse la parte progressista. 

Oggi pungolo al governo amico e caduta non-politica dell'avversario si fanno vicini. 

Non si fa altrettano prossima, temo, neanche questa volta, la vittoria di un'idea d'Italia laica, liberale e realmente progressista.

Francesco Maria Mariotti

venerdì 20 settembre 2013

Costituzione: Maneggiare Con Cautela E Senza Fretta, Seguendo Le Regole

Indipendentemente dalle convinzioni politiche di ognuno (sono lontanissimo - ma proprio molto lontano - da taluni movimenti politici presenti oggi in Parlamento, ma questo non è importante) penso che la Costituzione andrebbe cambiata solo con l'applicazione integrale dell'articolo 138. 

Mi lascia molto perplesso la soluzione attualmente scelta. 
Anche perché le riforme costituzionali a mio avviso non sono una priorità.

(sul perché non lo siano ragionavo un po' di tempo fa su FB, parlando però più nel dettaglio di presidenzialismo. Riporto comunque la nota di seguito)

FMM

Presidenzialismo: Maschera Forte Senza Vera Sostanza?

3 maggio 2013 alle ore 0.42

C'è aria di presidenzialismo in Italia; voglia - corretta, da un certo punto di vista - di semplificare, razionalizzare, rafforzare il sistema di governo italiano. E desiderio di riconnettere le istituzioni ai cittadini.  Ma l'idea di un presidenzialismo alla francese continua personalmente a non convincermi.

Provo ad argomentare meglio, anche se sinteticamente, perché l'operazione complessiva che si sta impostando intorno a una riforma presidenziale non mi convince.

1. Abbiamo ancora bisogno di una figura di garanzia: è diverso se un Presidente - anche se nasce votato da un maggioranza - è chiamato a diventare Presidente di tutti (come è stato con Napolitano), oppure se un Presidente "nasce" in una competizione elettorale, di fatto legittimato quindi ad essere "pienamente di parte", per così dire. E in un sistema ad alto tasso di tensione politica, rischiamo di perdere un punto importante di mediazione e coesione nazionale.
(Per motivi simili ho forti perplessità anche in relazione all'idea di eleggere direttamente un Presidente della Unione Europea).

2. Un presidente "forte" di per sé non è sinonimo di governabilità e capacità di decisione; se non si calibra con attenzione tutta la architettura costituzionale "sottostante" il Presidente eletto, si rischia di costruire un gigante con i piedi d'argilla; questo può avvenire - per esempio - sia perché si fa una legge elettorale non risolutiva (e dunque il Parlamento rimane debole e questo minerebbe la solidità complessiva del sistema), sia perché (e forse soprattutto se) non si studiano tutti i dettagli degli "interna corporis", non dando al Presidente tutti i giusti poteri esecutivi. Già questo in un certo senso accade oggi alla figura del Presidente del Consiglio, che andrebbe - questa sì -rafforzata anche in relazione ad alcuni meccanismi di coordinamento e  di guida del Cosiglio dei ministri (si legga per esempio un interessante articolo di AffarInternazionali, che lega alcune problematiche del "caso Marò" con difficoltà di gestione unitaria da parte del Premier: "La cosa sembra assurda, e certamente è un danno grave per la credibilità del Paese, ma è resa possibile dalla natura scoordinata e pressoché anarchica del sistema italiano di governo. Benché il Presidente del Consiglio abbia la responsabilità di assicurare la linea politica del Governo, egli non è un Primo Ministro come in Gran Bretagna né ha i poteri del Cancelliere in Germania." Stefano Silvestri, Caso marò, chi non comanda in Italia, AffarInternazionali, 24 marzo 2013). Per dirla in un altro modo, se non si analizzano e si riequilibrano tutti i nodi del sistema il rischio è di creare una Maschera Forte, ma Imbelle. Per fare un esempio analogo, per certi aspetti: anche i mutamenti di legge elettorale che abbiamo fatto negli scorsi anni non hanno creato tutte le ricadute positive previste per lo stesso ordine di motivi; per esempio, perché si sono lasciate immutate  per molto tempo - se non vado errato - alcune norme interne delle Camere, così che non si è riusciti a evitare la frammentazione post-elettorale delle maggioranze anche vincenti e teoricamente "forti".

3. Guardiamo all'estero: quale nazione sta guidando l'Europa? la Germania. Berlino ha un sistema presidenziale? nient'affatto, ma ciò nonostante - secondo molti grazie all'Agenda 2010 di Schroeder - la Germania ha vinto le sue debolezze ed è ora la "locomotiva" del nostro continente. Senza entrare nel merito di quel complesso piano di riforme, va detto che comunque fu effettivamente radicale e fu impostato senza bisogno di un Presidente Forte, o simili "fantasie istituzionali". Al contrario, mi pare, della Francia. Che continua a "coprire" con un'ottima amministrazione e con un Presidenzialismo gaullista (ma che senza un De Gaulle non è egualmente efficace) la sua sempre più evidente incapacità di affrontare alcuni problemi. Per dirla in breve: non c'è sistema o riforma istituzionale che tenga, se manca la chiarezza di idee e la capacità di un sistema politico nel suo complesso di affrontare alcune sfide.

Questi, in breve, i motivi del no a un presidenzialismo che rischia di essere un'illusione. Possiamo fare - e dobbiamo fare - alcune vere riforme di sostanza, per esempio nel rendere più forte la figura del Premier, senza la necessità di rinunciare ad alcuni importanti simboli - e poteri - di garanzia.
E soprattutto, forse è necessario rinunciare all'illusione che la riforma delle regole sostituisca la capacità di trovare soluzioni ai problemi del Paese.

Francesco Maria Mariotti

giovedì 8 novembre 2012

Turchia, voglia di presidenzialismo (e di spese militari...)


Chiusa la parentesi americana, ci occupiamo di ben altro tipo di presidente.  La notizia è di lunedì ma i primi dettagli stanno emergendo solo oggi. Potrebbe essere ancora prematuro parlarne, ma sembrerebbe proprio che il nostro primo ministro Recep Tayyip Erdogan abbia fretta di assicurarsi lo scranno più alto della Repubblica e con determinati poteri. Il vicepremier Bekir Bozdag ha detto che l'Akp, il partito di Erdogan, ha inviato la sua proposta di sistema presidenzialista all'ufficio dello speaker del parlamento. I dettagli sono ancora abbastanza vaghi, ma sembrerebbe che il cambio rispetto al sistema attuale sia piuttosto radicale, con un presidente che nomina ministri, pone il veto sulle leggi e un governo che non avrà nemmeno più il voto di fiducia. Vi confesso che per natura non sono una grande sostenitrice del sistema presidenziale, a meno che questo non sia applicato in un Paese fortemente federalista come gli Stati Uniti. Se poi mi ricordo che, come riporta Hurriyet, a inizio ottobre Erdogan ha dato l'ultimatum alla Commissione che si occupa della nuova costituzione di finire entro l'anno, altrimenti l'Akp va avanti da solo, ecco vi confesserò che non mi sento molto ottimista.


Il Governo turco ha annunciato un consistente aumento delle spese militari che nel 2013 raggiungeranno i 45,3 miliardi di nuove lire (20 miliardi di euro), sei miliardi in più rispetto all'anno in corso. L'incremento record, pari al 16,3 per cento, viene spalmato sui bilanci delle forze armate (+ 11,8 per cento) , dell'intelligence e della sicurezza interna e guardia costiera e viene giustificato dalla recrudescenza delle operazioni contro il movimento curdo PKK