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sabato 4 aprile 2015

Sul Nucleare Iraniano (rassegna stampa)

In tutti i grandi negoziati fermare l’orologio e continuare a trattare equivale a escludere la possibilità di un fallimento. Troppo gravi sarebbero le ricadute politiche per chi, volendo fare la storia, scopre invece di doversi arrendere alla sconfitta. Ma escludere il fallimento non significa garantire il successo, e il confronto nucleare di Losanna tra l’Iran e le potenze occidentali fiancheggiate da Russia e Cina ha sfiorato più volte il disastro prima di riuscire, ieri sera, a produrre un accordo-quadro che nelle limitazioni al programma nucleare di Teheran va al di là delle attese e incoraggia le parti a negoziare ancora per giungere all’intesa definitiva entro la fine di giugno.

Letta congiuntamente dal ministro degli Esteri iraniano Zarif e dalla responsabile europea per la Politica estera Mogherini (che nella circostanza rappresentava anche Usa, Russia e Cina), la dichiarazione messa a punto dopo otto giorni e sette notti di lavoro nasce da uno scambio di concessioni tra le due parti del tavolo: l’Iran accetta la volontà dei suoi interlocutori di impedirgli l’accesso all’armamento nucleare per un lungo periodo di tempo, in contropartita di una revoca sollecita e poco condizionata delle sanzioni economiche decise contro Teheran dagli Usa, dall’Europa e dall’Onu.​(...)

Ma se Obama e il suo negoziatore Kerry parlano di un «grande giorno», un segnale di necessaria cautela giunge dalle parole dei delegati iraniani che ridimensionano di molto il contenuto effettivo delle loro concessioni. Anche all’ora dei sorrisi sono i fronti interni dei due protagonisti del negoziato a tenere banco. Il capo della Casa Bianca aveva bisogno di fatti concreti, di concessioni precise da parte dell’Iran per convincere il Congresso (che riapre tra dodici giorni) ad aspettare il nuovo round negoziale prima di adottare eventuali nuove sanzioni contro Teheran. E dall’altra parte, poteva Zarif superare le linee rosse indicate più volte dalla «Guida suprema» Khamenei in tema di sovranità e di diritto al nucleare (pacifico, afferma Teheran)? E poteva il presidente Rohani inviare a Losanna istruzioni ancor più flessibili, senza sapere se l’ambiguo Khamenei e dietro di lui i militari, i nazionalisti, gli avversari personali ne avrebbero approfittato per accusarlo di tradimento?

Questi condizionamenti non spariranno nei prossimi mesi. L’accordo preliminare di Losanna dovrà dimostrare davvero, davanti al Congresso e davanti a Khamenei, di essere stato l’annuncio di una svolta storica che cambierebbe il mondo. Dovrà dimostrare di poter garantire la sicurezza di Israele, dando torto alle preoccupazioni di Netanyahu che fino a prova contraria e definitiva conservano qualche fondamento. Dovrà dimostrare che l’opzione militare, evocata come possibilità in caso di rottura delle trattative, è destinata anch’essa all’archivio. E dovrà evitare, con una iniziativa politica dell’Occidente che deve partire subito, il diffondersi tra le monarchie del Golfo e oltre di una generica paura dell’Iran sciita foriera di nuove guerre e di nuovo terrore. Soltanto così Losanna oggi e l’accordo di fine giugno fra tre mesi risponderanno davvero all’entusiasmo del popolo iraniano, soprattutto a quello dei giovani che sperano in più benessere e più libertà. 



Finalmente il tanto atteso accordo sul nucleare iraniano è arrivato. Ci sono voluti otto giorni, con due di estensione rispetto ai tempi previsti, perché i P5+1, i sei paesi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite insieme alla Germania, dessero il via libera ad un’intesa definitiva che metta fine a dodici anni di contenzioso nucleare. Una pagina storica per la storia del Medio oriente: è stato subito il commento del segretario di Stato John Kerry e del ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha parlato di un mondo più sicuro in seguito all’accordo e di «verifiche senza precedenti» per impedire qualsiasi deviazione militare del programma nucleare a scopo civile.

I termini dell’accordo
Sebbene il testo finale sarà firmato soltanto il prossimo 30 giugno e solo ora si passa alla stesura dell’intesa, di fatto il vero passo avanti è stato compiuto. La bozza annunciata a Losanna ammette di fatto che l’Iran prosegua nel suo programma nucleare a scopo civile. Non solo, prevede la cancellazione di tutte le sanzioni internazionali, contestualmente al rispetto dei requisiti dell’accordo annunciato in una conferenza congiunta dall’Alto rappresentante per la politica dell’Unione europea Federica Mogherini e dal suo omologo iraniano, Javad Zarif.


Con l’accordo-quadro raggiunto a Losanna, l’Iran è più vicino o più lontano dall’atomica?
Gli Stati Uniti ritengono che l’Iran sia più lontano dall’atomica. Se ora il «break-out time», il tempo per raggiungerla, è stimato in 2-3 mesi grazie alle intese diventa di 12 mesi. E le intese resteranno in vigore per 10 anni, con successivi 5 anni di obblighi per Teheran. Usa e Ue ritengono di aver bloccato la corsa dell’Iran all’atomica soprattutto perché l’impianto al plutonio di Arak viene bloccato, il carburante usato spostato all’estero e l’arricchimento dell’uranio limitato a 5060 centrifughe modello IR-1, della prima generazione, nell’impianto di Natanz. Ma a tal fine saranno di vitale importanza le verifiche dell’Agenzia atomica Onu, i cui ispettori per i prossimi 15 anni dovranno certificare il rispetto degli impegni sottoscritti.

Chi vince e chi perde nel negoziato fra l’Iran e il Gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna più Germania)?
Vincono Obama e Rohani, i leader che più hanno voluto l’accordo. Il presidente Usa perché convinto che il dialogo con i nemici rafforza la leadership americana nel mondo e, in questo caso, disinnesca la minaccia atomica di Teheran. Il presidente iraniano perché vede riconosciuto il diritto all’arricchimento dell’uranio e ha la possibilità di far ripartire l’economia e gli investimenti grazie alla progressiva riduzione delle sanzioni. Perdono Israele, Arabia Saudita, Egitto e gli altri Paesi sunniti protagonisti di forti pressioni su Usa e Ue per evitare un’intesa che ritengono pericolosa per la propria sicurezza nazionale. Anche la Russia esce indebolita perché il dialogo fra Usa e Iran che ora inizia consegna nuove opzioni a Obama, riducendo gli spazi per Mosca».

venerdì 27 dicembre 2013

Sud Sudan, Guerra Annunciata

Migliaia di sud sudanesi sono rimasti uccisi in una settimana di aspri combattimenti tra le forze del presidente del Sud Sudan Salva Kiir e del suo rivale Riek Machar. Lo ha reso noto in serata Toby Lanzer, capo della missione umanitaria delle Nazioni Unite nel Paese africano. 

«MIGLIAIA DI MORTI - «Non c’è alcun dubbio per me, il bilancio è di migliaia di morti», ha detto Toby Lanzer. In Sud Sudan la situazione è sfuggita di mano, le vendette tra le diverse fazioni politiche e gruppi etnici vanno avanti senza sosta ormai da parecchi giorni con attacchi e uccisioni mirate. Sono state ritrovate fosse comuni con 75 corpi di cui 34 sembrano appartenere a persone del gruppo etnico Dinka, mentre gli altri 41 non sono ancora stati identificati. Una fossa comune è stata scoperta a Bentiu, mentre altre due sono state rinvenute nello Stato di Juba, a Jebel-Kujur e Newsite. Non è chiaro di chi sia la responsabilità degli omicidi, personale Onu sta indagando sul posto.(...)



(...) Purtroppo bisogna fare i conti anche con i giornalisti che vogliono essere i primi a dare notizie e non le verificano, le esagerano, danno notizie solo da una delle due parti, e cosi facendo alimentano il conflitto, amplificano straordinariamente le tensioni, creano la psicosi. Mi è capitato di sentire un keniano evacuato il quale parlava concitatamente di pulizia etica in atto a Juba con uccisioni casa per casa, di torture e di stupri. Ad una domanda precisa e insistente ha finito con l'ammettere che lui non ha visto niente, che alla notizia degli scontri si è chiuso in casa ed ha saputo tutto dalle emittenti straniere. Come noi a Nairobi.
 
I fatti verificati, anche da un amico giornalista che ha visitato Juba per poche ore, sono comunque gravissimi e le vittime ormai si contano a migliaia. In un breve collegamento via facebook con Yida un amico sud-sudanese mi racconta episodi tremendi accaduti fra dinka e nuer. Finora i nuba non sono stati coinvolti.
  
Tutto era scritto a lettere chiare. Antipatico dirlo, ma mi era stato facile prevedere quello che sta succedendo in un blog dello scorso luglio. Sorprende che la comunità internazionale non sia intervenuta per tempo dopo tutte le dichiarazioni di sostegno al “paese piu giovane del mondo”? Niente più ci sorprende. Neanche che adesso la comunità internazionale esprima il solito finto stupore e faccia i soliti inefficaci interventi diplomatici.
 
La responsabilità è tutta e primariamente dei leader. Inutile cercare colpevoli esterni. Può esser vero che alcune forze estranee cerchino di approfittare della guerra per trarne vantaggi (forniture petrolifere), è certamente vero che il governo del Sudan, a Khartoum, gongola e probabilmente sta alimentando le tensioni. Ma non sono fattori determinanti. Il fattore determinante degli scontri è che i leader sud-sudanesi, che hanno studiato a Mosca e negli Stati uniti, usano la loro preparazione e competenza al servizio esclusivo delle propria sete di potere e trascinano le loro genti in avventure tanto inavvedute quanto criminali. Un peso gravissimo che condizionerà per molti anni ancora la possibile rinascita del Sud Sudan.


(...) Purtroppo, questa descrizione è riduttiva e riferita solo ad un segmento della società sudsudanese, ma mi ricorda quanto quel che sta accadendo in Sud Sudan - 1000 morti solo in questa settimana, a seguito dei 'disordini' successivi ad un tentativo di colpo di stato - fosse tristemente nell'aria ancor prima che il Sud Sudan ottenesse quella (giusta) indipendenza. Si veniva da decenni di guerra civile letteralmente scolpiti sulla pelle di una popolazione che già sapeva che l'indipendenza implicava solo la progressiva (tutt'altro che sicura) regolazione dei problemi con Khartum, ma non certo di quelli interni. In Sud Sudan esistono molte identità tribali - per giunta in conflitto tra loro - ma è tutta da verificare l'esistenza di quella nazionale.
Ora mi immagino questi ragazzi - che facevano a gara per mettersi in posa davanti al bovino più possente e strabuzzavano gli occhi di fronte alla loro immagine immortalata da una macchina fotografica digitale, un'immagine che fino a quel momento avevano visto solo riflessa sull'acqua di un torrente - nascosti tra i cespugli mentre si sparano tra di loro. Vigili e preoccupati, oltre che dai proiettili 'nemici', dagli assalti notturni dei leoni. Dal morso di un serpente. Dal veleno di scorpioni grandi come scarpe da trekking.
Pochi minuti dopo aver scattato queste foto - sulla via del ritorno a bordo di una jeep - ho assistito in lontananza all'esecuzione a sangue freddo di un ladro di bestiame, colto in flagrante. Cinquanta metri da me, non di più. Ricordo nitidamente come la cosa mi scioccò tutto sommato meno del previsto. Era passato un mese dal mio arrivo in Sud Sudan e la militarizzazione di un'area sottosviluppata trasmetteva sensazioni sinistre, ogni tanto. Il misfatto, non raro, era largamente prevedibile. Come un giorno di pioggia: poteva accadere, chiunque lo sapeva.(...)

sabato 23 novembre 2013

Iran: Scelte Rischiose?

GINEVRA - «Siamo vicini a un accordo». Arriva da Teheran la notizia che, dopo tre giorni intensi di negoziati a Ginevra, l’Iran e le potenze occidentali avrebbero trovato un’accordo sullo spinoso dossier nucleare. Venerdì sera il viceministro iraniano Abbas Araqchi, secondo quanto ha riferito l’agenzia stampaMehr, ha soffiato sul fuoco della speranza di un’intesa dopo che a innescare le aspettative erano stati poco prima gli Stati Uniti annunciando che il segretario di Stato John Kerry era in partenza per Ginevra. Secondo quanto poi aveva riferito laPress Tv, sulla base di fonti negoziali, la questione si sarebbe sbloccata quando i delegati del 5+1 avrebbero accettato di riconoscere il diritto di Teheran ad arricchire in proprio l’uranio. (...) 

LA CAUTELA USA - Un tam-tam di voci seguite anche alle dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Kavad Zarif che, ancora prima da Ginevra, aveva parlato di progressi «del 90 per cento», anche se restano da risolvere «una o due questioni». Dal Dipartimento di Stato Usa comunque resta un filo di cautela sulla questione: «Il segretario si recherà a Ginevra con l’obiettivo di continuare a dare una mano per far ridurre le divergenze, e progredire sempre di più verso un accordo», ha spiegato il portavoce Jen Psaki spiegando che Kerry si sarebbe consultato con l’alto rappresentante dell’Unione Europea, Catherine Ashton, e con la delegazione di negoziatori sul posto e che comunque la sua partenza in ogni caso «non costituisce una previsione sull’esito» dei negoziati. Venerdì a Ginevra era arrivato anche il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov.(...)

domenica 10 novembre 2013

U.S. officials en route to Israel for urgent discussion on Iran (HaAretz)

A delegation of high-ranking U.S. officials is set to arrive in Jerusalem on Sunday to update the Netanyahu government on the weekend talks in Geneva about Iran’s nuclear program.

The delegation will be led by Wendy Sherman, the U.S. undersecretary for political affairs, who heads the U.S. negotiating team on the matter.

The talks between Iran and six world powers began Thursday and continued into Saturday, in an unscheduled extension.

Sherman is expected to brief her Israeli counterpart on the talks in Geneva and on the gaps that remain. The U.S. delegation is due to meet with Israel’s national security adviser, Yossi Cohen, and with intelligence officials as well as senior officials in the foreign affairs and defense ministries.

U.S. Secretary of State John Kerry will be flying to Abu Dhabi to meet with Sheikh Abudllah bin Zayed Al Nahyan, the foreign minister of the United Arab Emirates, to discuss the Iran negotiations. Along with Saudi Arabia and Bahrain, the UAE is a staunch opponent of an agreement between Iran and the world powers. According to foreign news reports, Israel has been working with the UAE on the Iran issue.(...)