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martedì 30 aprile 2019

Giappone: abdica Akihito, “Imperatore del popolo” (ISPIOnLine)

"(...) Il 30 aprile, all’età di ottantaquattro anni, l’imperatore Akihito cederà il trono al Principe ereditario Naruhito nella convinzione che l’età avanzata e le condizioni di salute siano diventati ostacoli insormontabili all’adempimento dei suoi doveri di imperatore. Akihito lascia un’eredità morale che sarà difficile da eguagliare. L’imperatore ha infatti sgretolato, pezzo dopo pezzo, il lascito di una monarchia inaccessibile, acquisendo una sempre maggiore corporeità nella percezione nazionale, esternalizzata in una maggiore presenza pubblica e nell’utilizzo della lingua giapponese in forma moderna. Perfino il matrimonio con l’imperatrice Michiko, una comune cittadina, prima unione di questo tipo nella storia della monarchia giapponese, lo ha avvicinato al popolo giapponese ancora di più: una condizione che è in linea con l’attuale Costituzione e che spoglia l’imperatore di una qualsiasi aura di divinità (e di qualsiasi potere politico), trasformandolo in un “simbolo dello stato e dell’unità del popolo”.
È sicuramente vero che non tutti in Giappone sono entusiasti dei successi ottenuti dall’imperatore Akihito nell’ultimo decennio nell’interazione con i propri sudditi. Molto spesso, gli studiosi più conservatori hanno accusato Akihito e la sua famiglia di aver confuso le priorità. In una recente intervista su “The Japan Times”, il costituzionalista Hidetsugu Yagi, per esempio, ha lamentato la tendenza di Akihito nel sottolineare il ruolo dell’imperatore come “simbolo” del Giappone: “[Akihito] ha stabilito un precedente riguardo a cosa significhi essere un simbolo per gli imperatori, ma quel ruolo di simbolo non è al centro di cosa significa essere imperatore. Lo status di imperatore non si concentra sull’ottenimento del consenso popolare, pertanto essere accettati dal pubblico non dovrebbe avere alcuna importanza”, ha sostenuto Yagi. Tuttavia, coloro che in Giappone auspicano di ripristinare il ruolo dell’imperatore come capo di stato sono destinati a rimanere delusi. Infatti, le priorità di Akihito sono dettate dalla Costituzione democratica post-bellica del Paese, che ne determina le azioni – insieme a quelle della famiglia imperiale – fin dal 1947, quando l’imperatore fu obbligato a rinunciare ad ogni potere militare e politico, rappresentando il Paese esclusivamente con funzione simbolica.
Il maggior grado di accessibilità di Akihito è legato al suo sforzo di ovviare alle cicatrici lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale (combattuta nel nome del padre, l’imperatore Hiroito), nonché al suo impegno nel portare conforto alle vittime delle catastrofi emerse dal conflitto. Durante i suoi trent’anni di regno, Akihito si è proposto come una figura liberale ed esposta internazionalmente, aperta e accessibile. Non a caso Akihito è stato il primo moderno monarca giapponese a condurre una visita di stato in Cina nel 1992 durante la quale ha condannato le sofferenze che il Giappone ha inflitto alla Cina durante i quasi dieci anni della seconda guerra sino-giapponese (1937-1945), culminata nello stupro di Nanchino (南京强奸Nanjing qiangjian) del gennaio 1938. Nel 2015, in occasione del settantesimo anniversario della resa giapponese nella Seconda Guerra mondiale, Akihito ha ricordato al popolo giapponese di imparare dalla storia: invito chiaramente esteso anche al primo ministro Shinzo Abe e ai suoi seguaci revisionisti. Al fine di sottolineare la propria estraneità alle affermazioni poco veritiere dei revisionisti giapponesi secondo cui il Giappone è vittima invece che colpevole, nel suo discorso del 2015, Akihito ha fatto riferimento all’incidente mancese, l’attentato perpetrato nel 1931 dall’esercito giapponese a Mukden, in Manciuria, come pretesto per accusare i terroristi cinesi: “Penso che abbia maggiore importanza per noi approfittare dell’occasione per studiare e imparare dalla storia di questa guerra a partire dall’incidente mancese del 1931, mentre prendiamo in considerazione la direzione che il nostro Paese prenderà in futuro”. Quest’affermazione è particolarmente significativa poiché l’incidente mancese del 1931 incarna l’inizio della guerra di occupazione giapponese in Cina. Menzionandolo, Akihito ha evidenziato il proprio rifiuto a sottostare alle asserzioni dei revisionisti che interpretavano il secondo conflitto sino-giapponese come una guerra di autodifesa che mirava alla “liberazione panasiatica”, ossia alla presunta liberazione dell’Asia dall’imperialismo occidentale e dal colonialismo.
Akihito si è da sempre posto a tutela della memoria degli orrori perpetrati dal suo Paese nel corso della storia, andando inevitabilmente a scontrarsi con la concezione sostenuta dalla leadership governativa di Shinzo Abe. L’impostazione di Abe pone l’accento su una forma di nazionalismo giapponese e sull’idea di un Giappone che acquisisce un tono conciliatorio nei confronti del suo passato militare, creando frizioni con la Costituzione del Paese che lo dipinge invece come campione del principio pacifista. La Costituzione del 1946, prodotto della sconfitta del Paese durante la Seconda Guerra Mondiale, include una clausola che prevede che il Giappone non possa formare un esercito, poiché “aspirando sinceramente a una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, e alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. Per conseguire l’obiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto”. Ad oggi, il Giappone si avvale di forze di autodifesa in un contesto fortemente critico che vede Abe riproporre ciclicamente una riforma della Costituzione.
Nonostante Akihito non detenga alcun potere politico, la grande popolarità di cui gode e la crescente esposizione pubblica a livello nazionale ed internazionale hanno contribuito a una rivoluzione del ruolo della monarchia giapponese e all’affermarsi una rivalità interna con il governo di Abe a causa delle posizioni diametralmente opposte sostenute dai due leader del Paese.(...)"

domenica 22 dicembre 2013

«Militari italiani intervenuti per evacuare personale umanitario» (dal Corriere.it)

«Non negli ultimi giorni ma nelle ultime ore» i militari italiani sono intervenuti in Sud Sudan per «consentire a 73 operatori umanitari, molti di loro milanesi, di poter ripiegare e tornare serenamente in pace». Lo ha detto il ministro della Difesa, Mario Mauro, intervenendo all’incontro di auguri natalizi con i vertici militari del Presidio di Milano .
COLPITI DUE AEREI USA - Intanto la situazione nel Paese resta ad alta tensione per gli scontri in corso, da una settimana , tra militari dell’Spla (Esercito per la Liberazione del Sudan) rimasti fedeli al presidente Kiir (etnia Dinka) e quelli che hanno aderito alla ribellione guidata - secondo fonti non confermate dall’interessato - dall’ex vicepresidente Rijek Machar (etnia Nuer). Sabato quattro soldati statunitensi sono rimasti feriti - uno in maniera molto grave - durante un attacco di soldati dissidenti dell’esercito sud sudanese che hanno sparato dalla città di Bor contro due aerei militari Usa V22 Osprey impegnati in operazioni di evacuazione nell’area, appena conquistata dai ribelli.(...)

martedì 19 novembre 2013

Forze Armate per la Sardegna (da ilSole24ore.it)

(...) L'Esercito 
Dalla mattina di martedì 85 militari e mezzi speciali dell’Esercito sono schierati per la ricerca di eventuali dispersi nella zona di Olbia. In azione anche un plotone speciale del Genio con macchine movimento terra, mezzi speciali per l’aspirazione delle acque, barchini gruppi elettrogeni, torri di illuminazione e 8 elicotteri dei quali già 3 schierati all’aeroporto di Cagliari Elmas. Tutti gli elicotteri hanno la capacità di volo notturno e 4 di questi sono dotati di verricello per il soccorso. (...)

La Marina 
La Marina Militare, che nei pressi di Olbia dispone della grande base della Maddalena/Santo Stefano con numerose infrastrutture ha messo a disposizione personale e mezzi aeronavali in supporto alla popolazione. (...)

L'Aeronautica 
L’Aeronautica dispone di importanti basi in Sardegna: Decimomannu viene utilizzata da tutti i Paesi alleati (anche extra Nato) per esercitazioni multinazionali ma è anche sede dell’80° Centro Combat SAR (Search and Rescue- Ricerca e Soccorso) che ha mobilitato i suoi elicotteri AB 212 per attività di ricerca degli alluvionati e di supporto al personale del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS).(...)

di Gianandrea Gaiani - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/tsvYy

mercoledì 13 novembre 2013

Egitto: Stato d'Emergenza Revocato

(ASCA) – Roma, 12 nov – L’Egitto ha revocato lo stato di emergenza e il coprifuoco nel Paese “tre giorni prima del previsto”. Lo ha reso noto una fonte del governo egiziano ai media locali.
L’Egitto aveva annunciato lo stato di emergenza il 14 agosto scorso, nell’ambito degli scontri tra sostenitori e oppositori del deposto presidente Mohammed Morsi, che avevano generato violenze in tutto il Paese.(...)
Egypt's government says it is lifting the country's three-month state of emergency and night-time curfew.
The move comes two days earlier than expected, after a court ruling.

lunedì 11 novembre 2013

Nassiriya 10 Anni Dopo

Alcuni link per ricordare la strage di Nassiriya, del 12 novembre 2003.
Dieci anni da una strage che ci fece comprendere la durezza di quella guerra e della guerra in genere, e che toccò in maniera indelebile tutti gli italiani, unendo la nazione indipendentemente dal consenso all'intervento militare in Iraq. 

FMM


(...) L'attentato provoca 28 morti, 19 italiani e 9 iracheni. Gli italiani sono:
  • i carabinieri
    • Massimiliano Bruno, maresciallo aiutante, Medaglia d'Oro di Benemerito della cultura e dell'arte
    • Giovanni Cavallaro, sottotenente
    • Giuseppe Coletta, brigadiere
    • Andrea Filippa, appuntato
    • Enzo Fregosi, maresciallo luogotenente
    • Daniele Ghione, maresciallo capo
    • Horacio Majorana, appuntato
    • Ivan Ghitti, brigadiere
    • Domenico Intravaia, vice brigadiere
    • Filippo Merlino, sottotenente
    • Alfio Ragazzi, maresciallo aiutante, Medaglia d'Oro di Benemerito della cultura e dell'arte
    • Alfonso Trincone, Maresciallo aiutante
  • i militari dell'esercito
    • Massimo Ficuciello, capitano
    • Silvio Olla, maresciallo capo
    • Alessandro Carrisi, primo caporal maggiore
    • Emanuele Ferraro, caporal maggiore capo scelto
    • Pietro Petrucci, caporal maggiore
  • i civili
    • Marco Beci, cooperatore internazionale
    • Stefano Rolla, regista (...)







Il Ministero della Difesa, in occasione del 10° anniversario della strage di Nassiriya avvenuta il 12 novembre 2003, celebra la “Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace”.
Nell’ambito delle commemorazioni, sarà consegnata ai familiari delle vittime della strage di Nassiriya -nella quale persero la vita 19 persone: 12 Carabinieri, 5 militari dell’Esercito, un regista e un responsabile della cooperazione del Ministero degli Affari Esteri - la “Medaglia della Riconoscenza”(...)



Il ministero della Difesa ricorderà martedì il decimo anniversario della strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, con la "Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace". (...) in particolare, sarà consegnata ai familiari delle vittime della strage - nella quale persero la vita 19 persone: 12 carabinieri, 5 militari dell'Esercito e 2 giornalisti - la "Medaglia della Riconoscenza".



(...) Il 16 ottobre 2003, il Consiglio di Sicurezza approvava all'unanimità la risoluzione (1511 sull'Iraq del 16 ottobre 2003) che gettava le basi per una partecipazione internazionale e delle Nazioni Unite alla ricostruzione politica ed economica dell'Iraq e al mantenimento della sicurezza.
Tale risoluzione, adottata ai sensi del capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite, si concentrava su tre aree principali: la leadership irachena e il passaggio dei poteri dall'Autorità Provvisoria della Coalizione al popolo iracheno; il mantenimento di condizioni di sicurezza a opera di una forza multinazionale sotto comando unificato; la partecipazione internazionale e delle Nazioni Unite al finanziamento dei progetti di ricostruzione e di ripresa.
Essa contemplava tra l'altro che "il conseguimento della sicurezza e della stabilità è fondamentale per riuscire a portare a termine con successo il processo politico" e per far si che le Nazioni Unite lavorassero nel Paese, la risoluzione autorizzava una "forza multinazionale sotto comando unificato a prendere tutti i provvedimenti necessari per contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Iraq".
La risoluzione disponeva, altresì, che l'Autorità Provvisoria della Coalizione "restituisca, prima possibile, le responsabilità e l'autorità di Governo alla popolazione dell'Iraq" e chiedeva all'Autorità, al Consiglio di Governo iracheno e al Segretario Generale delle Nazioni Unite di tenere informato il Consiglio di Sicurezza sui progressi compiuti.(...)

sabato 9 novembre 2013

Egitto, svolta dei militari: “Al voto entro inizio 2014” (da laStampa.it)

Qualcosa in Egitto finalmente si muove. A oltre quattro mesi dal golpe che ha portato all’arresto del presidente islamista Mohamed Morsi, oggi il ministro degli Esteri Nabil Fahmy ha annunciato che entro l’inizio del 2014 il Paese avrà un nuovo Parlamento. «Tra febbraio e marzo - ha detto Fahmy - i cittadini saranno chiamati al voto per le elezioni politiche. In estate verrà scelto il Presidente». Dopo centinaia di vittime, scontri e arresti l’Egitto sembra pronto a voltare pagina. Ancora non è chiaro se la formazione di Morsi parteciperà al voto. Fahmy ha annunciato che «il partito dei Fratelli musulmani è legale», lasciando così intravedere un’apertura. Ma una controversia giudiziaria sulla sua legittimità è ancora in corso.  

La chiamata alle urne fa comunque parte di una road map adottata dal governo dei militari di Abd al-Fattah Khalil al-Sisi. La prima tappa prevede l’adozione di una nuova Costituzione, alla quale sta lavorando un comitato costituente. Poi il testo verrà sottoposto a referendum popolare. Le autorità prevedono di concludere entro fine anno, aprendo così la strada alle elezioni legislative per i primi mesi del 2014.  (...)


Russia, la battaglia del soldato Markin per ottenere il congedo di paternità (da laStampa.it)

(...) Tutto è cominciato nel 2005, quando Konstantin Markin, operatore del radiospionaggio in una guarnigione vicino a Pietroburgo, si è separato dalla moglie dopo la nascita del terzo figlio della coppia. Il capitano ha ottenuto il consenso della ex signora di avere i bimbi in custodia, e ha chiesto il congedo di paternità di tre anni per accudire il piccolo Kostia, oltre a Timofey e Areseniy che avevano all’epoca rispettivamente 11 e 5 anni. Si è scoperto però che la legge russa non prevede il congedo di paternità per i militari, mentre per i civili può venire richiesto indifferentemente dal padre o dalla madre. Probabilmente una banale svista dei legislatori, anche perché in un Paese dove le pari opportunità non sono un terreno di battaglia, nemmeno tra i maschi in borghese c’era grande richiesta di accudire i propri figli, e nessun militare prima aveva espresso il desiderio di cambiare i pannolini invece di difendere la patria. Il comandante della guarnigione ha consigliato all’ufficiale di congedarsi, oppure di consegnare il bimbo in un orfanotrofio. Markin si è rivolto al tribunale militare locale, a quello regionale, a tutte le istanze successive fino ad arrivare alla Corte Costituzionale, ma dovunque si è sentito rispondere “niet”: un ufficiale russo non aveva diritto a fare il papà a tempo pieno. (...) Markin si è rivelato però un uomo estremamente cocciuto e ha portato la sua causa alla Corte Europea per i diritti umani a Strasburgo. Che gli ha dato immediatamente ragione, stabilendo che la Russia nel negargli un permesso di paternità retribuito operava una discriminazione di genere e violava i diritti fondamentali dell’ufficiale. I giudici europei hanno stabilito che Markin aveva diritto a un risarcimento di 6 mila euro, tra congedo mancato e spese processuali. Incredibilmente, il ministero della Difesa glieli ha anche versati (nel frattempo un altro comandante aveva concesso il congedo di paternità a suo rischio e pericolo, gesto per il quale è stato poi inquisito). Ma il capitano, oltre ai soldi, voleva anche giustizia e ha chiesto la revisione del verdetto del tribunale russo. E a quel punto il suo caso è passato dalla categoria di incidente giudiziario a terreno di scontro internazionale. (...)

mercoledì 6 novembre 2013

Il Soldato del Futuro (dal sito dell'Esercito italiano)

Incrementare l'efficienza operativa delle minori unità esaltando ed integrando le aree capacitive fondamentali del combattente appiedato: letalità, sopravvivenza, Comando e Controllo, mobilità e autonomia.
Tale incremento è stato perseguito nel quadro degli orientamenti NATO nel settore, al fine di conferire ai singoli combattenti ed alle unità una totale interoperabilità sia interforze sia in contesti d'impiego multinazionali.
Lo sviluppo di equipaggiamenti individuali innovativi completamente integrati tra loro ha condotto alla realizzazione di un "sistema soldato", basato sulla sinergia uomo-dotazione, idoneo ad assolvere i compiti derivanti dai profondi mutamenti intervenuti nello scenario internazionale.
Il sistema è caratterizzato da modularità, flessibilità ed espandibilità, pertanto risulta efficacemente configurabile in funzione delle diverse situazioni d'impiego e progressivamente aggiornabile alla luce delle innovazioni tecnologiche nei singoli settori. La sua integrazione nel sistema automatizzato di Comando e Controllo consentirà inoltre il completo inserimento delle unità, fino ai minimi livelli, nel processo di digitalizzazione dei nuovi contesti operativi.

Progetto Soldato Futuro (dal sito dell'Esercito)

domenica 3 novembre 2013

Dalle esercitazioni alla politica (da HuffingtonPost.it)

Per assicurare il mantenimento di un'adeguata prontezza operativa e il costante addestramento dei quadri e delle strutture di comando, la NATO effettua su base routinaria una serie di esercitazioni fra le quali una delle più importanti è quella, annuale, che si sta giocando in questi giorni, per la 'certificazione' dei comandi che, a rotazione, costituiscono la struttura portante della NRF, la forza di reazione rapida, che deve essere in grado di intervenire con un brevissimo preavviso in caso di necessità di qualsiasi tipo.
Questa esercitazione, di tipo 'per posti di comando' e quindi senza truppe sul terreno, per parecchi anni è stata effettuata su un tipico scenario di peace-keeping, creando un ambito geografico ricalcato sul Corno d'Africa, con qualche variazione orografica, su cui insistono paesi di fantasia, cui vengono dati nomi pittoreschi e ai quali vengono attribuiti sistemi politici e atteggiamenti utili rendere realistica l'esercitazione stessa. (...)
Ci troviamo quindi nella NATO, pur con diverse sfumature, sostanzialmente con due aree ben differenziate: coloro che con la dissoluzione dell'URSS considerano definitivamente tramontata l'ipotesi di una minaccia dei tipo classico proveniente da est e quelli che invece continuano a ritenere ancora incombente il rischio che Mosca si faccia prendere dalla tentazione di riguadagnare, anche con la forza, gli ambiti geografici perduti negli anni '90. Per questi ultimi paesi il valore principe dell'Alleanza rimane la garanzia di una piena solidarietà in caso di aggressione, come stabilito nel ben noto articolo 5 del Trattato, garanzia che non deve essere annacquata da quelle che, a loro avviso, sono illusioni circa le reali intenzioni dell'ingombrante vicino.
Proprio in base a queste considerazioni, nel recente passato a Bruxelles si è ampiamente dibattuto sull'opportunità di cambiare radicalmente lo scenario esercitativo descritto all'inizio, e alla fine si è presa la decisione di costruire un nuovo scenario, basato sul Baltico e sulla Scandinavia, di tipo classico, in modo da poter creare le condizioni per un'esercitazione di reazione ad un'aggressione convenzionale ed un impiego delle forze secondo schemi tradizionali: invasione, contenimento, ripristino. (...) 

Perché se è vero che qualcuno ne trae rassicurazioni circa la concreta solidarietà dell'Alleanza, pronta ad intervenire per la difesa del proprio territorio, all'esterno si può dare la sensazione che per la NATO la contrapposizione Est-Ovest sia ancora il punto focale delle proprie attività, con ciò alimentando una permanente atmosfera di sospetto.

Tutto ciò non agevola un franco confronto e contribuisce a vanificare gli sforzi di chi vede, in prospettiva, in una aperta cooperazione con Mosca una concreta possibilità di dare vita ad una governance globale efficace, in grado di attenuare le turbolenze che travagliano una parte importante del mondo. Ma la voce del Nord è molto forte, molto ascoltata a Washington, e per contrastarla, valorizzando gli interessi vitali connessi con la situazione del Mediterraneo, serve un'azione autorevole, continua, sottolineata fino alla noia da parte dei Paesi che vi insistono: in primis il nostro.


martedì 4 dicembre 2012

Donne Che Vogliono Combattere In Prima Linea


Ho già scritto in passato su come sia problematica - dal mio punto di vista - l'idea (e la realtà) di donne che combattono in prima linea in guerra. E' un dilemma non facile, e capisco che le donne che vogliono dare il loro contributo alla sicurezza nazionale possano sentire come intollerabile un limite legato alla differenza di genere. 

Eppure, come appunto già scrivevo, mi riesce difficile pensare a una così piena parità da includere anche la violenza come fattore da "parificare", da mettere nella bilancia del confronto uomini-donne. 

E' un passaggio che forse necessiterebbe di una riflessione più approfondita. Anche se - comunque meglio precisarlo - la libertà personale di ogni donna di decidere come gestire la propria vita rimane indiscutibile. 

Eppure questo è un problema che ha comunque una ricaduta su di noi, su come vediamo anche il rapporto uomo-donna, non solo nella guerra. 
Non sottovalutiamo il dilemma.

Francesco Maria Mariotti

La scorsa settimana quattro soldatesse americane hanno incaricato l’ACLU (American Civil Liberties Union), un’organizzazione non governativa a difesa dei diritti civili e delle libertà individuali negli Stati Uniti, di depositare una causa alla Corte Federale di San Francisco contro il Pentagono. Le soldatesse chiedono una cosa apparentemente ovvia: poter combattere per l’esercito di cui fanno parte. La Difesa degli Stati Uniti impone infatti delle restrizioni nei confronti delle donne nell’esercito, alle quali è vietata l’azione diretta sul campo.
Il maggiore Mary Jennings Hegar, una delle quattro soldatesse ad aver promosso la causa, era in missione in Afghanistan quando il veicolo sul quale viaggiava, che trasportava dei militari feriti, fu attaccato. Nonostante fosse stata colpita da un proiettile portò a termine la missione e per questo motivo guadagnò la Purple Heart, la medaglia che viene conferita ai militari americani che si sono distinti in battaglia. Ma in realtà Hegar, che è stata in Afghanistan tre volte, in quel momento non era ufficialmente impiegata in un’operazione militare sul campo. Molte operazioni infatti, pur non essendo tecnicamente sul campo, comportano rischi per i militari. Per questo motivo le quattro soldatesse ritengono che le restrizioni imposte dalla Difesa statunitense siano incostituzionali, anche perché, dato che le donne costituiscono il 14 per cento di tutti i soldati americani attivi (un milione e 400 mila), viene di fatto vietato loro l’accesso a 238 mila professioni e la possibilità di ricoprire posizioni di rilievo e ottenere promozioni. 
Leggi anche:

venerdì 28 ottobre 2011

Donne In Guerra


(...) «Dobbiamo perquisire le donne sotto i burqa, entrare nelle case e nelle camere dove si trovano per cercare nascondigli di armi, e interrogarle per ottenere informazioni sui taleban». Poiché in Afghanistan il 71 per cento della popolazione è composto da donne e bambini, ciò significa che le due donne commando assegnate a ogni unità delle truppe speciali partecipano a pieno titolo ad azioni e perquisizioni, affrontandone i rischi conseguenti. Ashley White faceva parte del secondo gruppo di donne combattenti ed era stata assegnata a un «Support Team» di due donne aggregato a un’unità di 12 Rangers. Sabato notte era appena entrata in un villaggio nei pressi di Kandahar quando l’esplosione di un ordigno-trappola lasciato dai taleban l’ha uccisa, assieme a due compagni. (...) Maurizio Molinari racconta della prima donna soldato Usa morta in combattimento, in Afghanistan. 


Per quanto si possa declinare pienamente la parità uomo - donna, il limite della guerra risulta in qualche modo insuperabile, difficile da accettare in tutto e per tutto. Anche se forse è sbagliato, poiché è forte - e violenta - la donna come l'uomo, e non dobbiamo rimuovere questo aspetto, anche se può andare in conflitto con le nostre visioni. 


Eppure, diciamo così, fa effetto, scusate l'espressione semplice. 
Come può essere bello vedere la donna in divisa, tenere insieme forza, eleganza, anche sensualità, tanto può essere orribile pensarla distrutta da una bomba, violentata da un nemico, sfregiata nella sua femminilità. La differenza con l'uomo c'è, mi pare impossibile negarlo.


Nessuna nostalgia di separazioni, ma quasi un monito, un segnale, un po' imperscrutabile. 
O forse nettissimo: ormai non c'è più limite. Forse non c'è mai stato, e semplicemente oggi lo si vede in maniera dannatamente più chiara, e non possiamo più nasconderci nelle forme della separatezza per poter custodire la grazia femminile. 


Che c'è, però, ed è distinta, è cosa "altra" dallo stile maschile, ed è cosa "altra" forse anche dalla donna che la incarna. 
E' segno del divino, da sempre.


Onore al soldato Ashley White, morta combattendo.