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sabato 14 giugno 2014

Scenari Da Guerra Mondiale?

Cosa può succedere se in Israele i ragazzi rapiti non venissero trovati in breve tempo, e si scoprisse che sono stati rapiti con l'appoggio di uno degli Stati nemici? La tensione e la guerra potrebbe intrecciarsi anche con quanto sta succedendo in Iraq?

La pessima scelta statunitense di non intervenire esplicitamente in Iraq, l'interventismo iraniano (benvenuto da un lato, ambiguo come sempre dall'altro), il possibile scivolare della questione del rapimento dei ragazzi israeliani in una guerra, la non risolta situazione siriana: scenari distinti che però possono incontrarsi, involontariamente forse, ma inesorabilmente. 

L'idea di lasciare spazio all'Iran - forse implicita in questa sorta di "desistenza" americana - può avere un senso (se ne discuteva in realtà già ai tempi della guerra di Bush junior come "effetto-non-voluto-anche-se-non-certo-imprevisto...")-, ma può essere un azzardo pesante, e comunque non risolve il problema di una eventuale escalation, di fronte alla quale Teheran probabilmente non è nelle condizioni per una reazione efficace di lungo periodo.

Temo che Obama e Clinton - e con loro noi europei - dovremo presto rivedere il distacco che in questo momento sembra segnare il nostro rapporto con l'area medioorientale.

Come forse già altre volte si è detto, l'importante è essere pronti, anche ad approfittarne.
Se succederà, sarà interessante capire come si muoveranno Russia e Cina, sempre presenti, spesso silenziose (immagino e spero che non si aspetti il volo dei droni per contattare Mosca e Pechino).

Chissà che una "guerra mondiale" non possa essere lo sblocco della situazione che aspettiamo da tempo, anche per costringere il mondo a trovare una nuova governance globale, non solo dal punto di vista politico

Francesco Maria

14/06/2014 - Tutte le forze armate di Israele sono in stato di allerta e pronte ad intervenire se la situazione, di per se già estremamente drammatica, dovesse precipitare. Uno scenario che in brevissimo tempo potrebbe trasformare il Medio Oriente in una polveriera.
Tre adolescenti israeliani sono attualmente dispersi. Presumibilmente sono stati rapiti da alcuni terroristi palestinesi.
I tre adolescenti, Eyal Yifrah di 19 anni, ed i sedicenni Gilad Shaar e Naftali Frenkel 16, sono stati visti l'ultima volta giovedì notte, nella zona di Gush Etzion.
L’esercito israeliano è in allerta massima, con preavviso di richiamo già emanato per tutte le riserve. Tutte le forze schierate lungo i confini sono pronte a qualsiasi scenario. I terroristi palestinesi non sono nuovi a questi rapimenti che utilizzano come merce di scambio per ottenere il rilascio dei prigionieri custoditi dentro le prigioni israeliane.
Ogni reparto dei servizi segreti israeliani è stato praticamente schierato per un dispiegamento che viene definito senza precedenti. Le ricerche si stanno concentrando in Giudea e Samaria. L’intera nazione resta con il fiato sospeso e l’opinione pubblica preme per una liberazione immediata dei tre ragazzi ecco perché la tensione potrebbe precipitare in brevissimo tempo.(...)

mercoledì 19 marzo 2014

Ungheria, Ucraina, Crimea, Russia, URSS (Ferenc Koszeg su laStampa)

Il 23 ottobre 1956, all’inizio della protesta degli studenti ungheresi che nel giro di poche settimane sarebbe stata schiacciata dai carri armati sovietici, Ferenc Koszeg aveva 17 anni: “Ero entusiasta della rivolta, ero già un attivista politico, frequentavo il Circolo Patofik. Ricordo una riunione a giugno di quell’anno, c’erano migliaia di persone, intellettuali comunisti critici del modello sovietico, giornalisti che volevano la libertà di stampa, scrittori che poi sarebbero finiti in cella, c’erano speranza e ottimismo. Eravamo tutti lì, in quell’edificio dove adesso c’è una banca, allora era un palazzo militare”. Kszek mostra un’elegante struttura mitteleuropea dall’altra parte della strada e poi torna a sedersi alla scrivania dello studio pieno di libri, Beethoven, Chagall, Bela Bartok, Lukacs, Borges, Eisenstein, “Il Pendolo di Foucault” di Umberto Eco, l’ultimo rapporto di Amnesty International. Accanto al computer acceso e al volume di Van Istvan, “In Memoriam”, ci sono i quotidiani degli ultimi giorni, la crisi ucraina, la Crimea, la sfida di Putin. Presente e passato si sovrappongono per lui che nell’ultimo mezzo secolo ha visto la prigione, la clandestinità quando stampava in proprio il primo samizdat ungherese (i giornali antiregime), la caduta del muro di Berlino e, nello stesso anno, la nascita della sua organizzazione non governativa, l’Hungarian Helsinki Commitee, un centro studi sui diritti umani. 

A Budapest c’è chi in questi giorni teme che dopo l’Ucraina possa toccare all’Ungheria. Vede davvero questo rischio?

“Il problema non è se Putin possa occupare o meno l’Ungheria. Il problema è che il nostro governo sta cercando un’alleanza con la Russia per aggirare le critiche dell’Europa sui diritti umani e sul tentativo in corso di distruggere la cornice istituzionale dello Stato di diritto. L’aspetto interessante è che il governo ungherese vorrebbe rimandare indietro le lancette della storia non nel nome del comunismo ma della destra, sia pure una destra politicamente assai simile al comunismo. La gente ha la memoria corta, ma dovrebbe ricordare che il nome originario del fascismo era nazionalsocialismo”.  

Ci racconti il suo 1956.

”Cominciò come una grande manifestazione di solidarietà con la Polonia che si era ribellata a Poznan e si trasformò subito in una cosa nostra, gridavamo ”Rakosi vattene” contro il dittatore ungherese. La sera del 23 ottobre c’erano già spari per le strade, c’erano ragazzi che fronteggiavano i tank, io tornai a casa ma la gente occupò l’edificio della radio. Dopo tre giorni sembrò che i russi se ne fossero andati, che ci fosse un accordo, che con Imre Nagy come premier avremmo organizzato libere elezioni. Invece i russi tornarono. Ero uno studente di letteratura allora, attaccavo sui muri volantini fatti a mano con scritto ”Russia via”. Mi arrestarono, fui fortunato perchè dopo aver provato invano ad arruolarmi come spia mi trattennero solo due mesi. Dentro però imparai molto, capii per esempio quante diverse motivazioni ci fossero dietro la protesta anti-sovietica: ero convinto che la rivolta fosse appannaggio dei democratici ma in carcere mi accorsi che accanto a veri democratici c’erano fascisti con la f maiuscola. Ci ho ripensato in questi giorni seguendo i fatti di Kiev”.   (...)

Dopo il referendum in Crimea la situazione sembra peggiorare di ora in ora. A cento anni dallo scoppio del primo conflitto mondiale potremmo ritrovarci in guerra?

”Una terza guerra mondiale è sempre possibile, soprattutto considerando che se durante la guerra fredda la deterrenza ci metteva al riparo oggi siamo paradossalmente più scoperti. Il rischio vero in Ucraina è che la storia non finisca in Crimea ma dilaghi in una guerra civile tra la parte occidentale del paese e quella orientale. Onestamente non sono molto ottimista. L’Ucraina è grande e povera, l’Europa, anche se volesse, non potrebbe mantenerla e garantirle un cambio nello standard di vita mentre la Russia può almeno provvedere all’energia...”

 Cosa è andato male nel rapporto tra l’Europa e i suoi connazionali, che sembrano così delusi da Bruxelles da rimpiangere il passato?

”Il problema principale è il lavoro, molti posti di lavoro sono svaniti, le aziende sono state privatizzate e i nuovi padroni vogliono solo impiegati produttivi. Almeno un milione di persone sono rimaste disoccupate nei primi anni ’90 e oggi è facilissimo essere licenziati ma difficilissimo essere riassunti, specie se hai più di 40 anni. Nessuno ricorda però che sotto il socialismo la piena occupazione era una farsa perché chi non lavorava era costretto a fare cose come pulire le strade per pochi soldi e poi magari andare a dormire in prigione. Oggi in realtà la retorica del governo ungherese va in quella direzione, se non hai lavoro devi accettare i lavori comunali pagati meno del minimo salariale. E’ il governo a pompare la propaganda della colonizzazione da parte dell’Europa. A volte penso che Bruxelles ci dovrebbe sospendere dall’Unione, farci provare cosa significa stare fuori dal mercato europeo, dalla libertà di movimento, lasciarci alla nostra indipendenza per farci capire. Alla fine però tra la disillusione per l’Europa e l’esperienza del comunismo russo non ci sarà nostalgia che tenga, neppure chi si lamenta ha davvero voglia di tornare dai russi”.