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lunedì 18 agosto 2014

Per Uscire Dalla Crisi

Tracce di un percorso di uscita dalla crisi.

1.creazione di un ministero economia federale europeo

2. Emissione eurobond subordinati a un programma di riforme comuni agli stati nazionali

3.mix di investimenti pubblici e privati su programmi definiti a livello comunitario

4.temporaneo Qe da parte Bce al fine di dare tempo agli stati di fare riforme

5.creazione area libero scambio con Stati Uniti

6.accordi multilaterali su argomenti definiti fra Usa, Europa e Cina, comprensivi di una comune politica monetaria

giovedì 21 novembre 2013

Bilancio Europeo: Luci e Ombre

L'Aula di Strasburgo ha dato il via libera al maxi bilancio europeo che finanzierà le politiche dell'Unione per i prossimi sette anni.
Un accordo segnato da luci e ombre che, ancora una volta, riflettono la crisi e l'incertezza di questi anni.
L'ombra più lunga sono i numeri assoluti: le risorse messe in gioco per finanziare l'ambizioso programma Europa2020, per un`Europa della crescita intelligente sostenibile e inclusiva, si fermano a 959 miliardi di euro, contro i 1045 che chiedevano Commissione e Parlamento.
Il problema non è solo la riduzione: è soprattutto il fatto che, per la prima volta, i finanziamenti complessivi per la coesione, l`agricoltura, la ricerca, sono ridotte anziché aumentate. 
La ragione è semplice: gli Stati membri hanno bilanci in sofferenza e stentano a finanziare il bilancio europeo che, a oggi, dipende ancora integralmente da quelli dei singoli Paesi membri.
Gli aspetti positivi del maxi bilancio pero, sono molti.
Prima di tutto saranno subito disponibili quasi due miliardi e mezzo di euro per sostenere l`occupazione, dei giovani e la ricerca e per rafforzare il nuovo programma Erasmus per tutti.
Risorse importantissime in questo momento, soprattutto per i Paesi più in difficoltà.
Altri aspetti positivi riguardano i meccanismi di spesa dei finanziamenti: se le risorse non aumentano, sarà comunque decisamente ridotto il rischio di "perderle".
Le somme non utilizzate, infatti, costituiranno una sorta di "salvadanaio" che potrà essere usato negli anni futuri.
Suona, infine, un campanello di allarme per i Paesi, come il nostro, sotto sforzo per rimanere nei parametri europei: si chiama "condizionalità macroeconomica".
In pratica, i finanziamenti europei sono collegati alla corretta gestione economica di un Paese e, in caso di mancato rispetto degli impegni, possono essere sospesi.
E' chiaro che questa regola mira a rafforzare una buona gestione dei conti ma, nei fatti, rischia di penalizzare uno Stato membro già in difficoltà, svuotando di significato il senso della politica di coesione.
Tagliare i finanziamenti ai Paesi che sono in crisi, produce solo una crisi peggiore.
Purtroppo nonostante la posizione contraria di una parte consistente del Parlamento questo principio apre un capitolo di incertezza su una parte importante del bilancio europeo per molti Paesi.


Non è ancora stato possibile dotare l'Unione di risorse proprie, gli eurobond (e qualsiasi delle diverse ipotesi e opzioni di messa in comune dei debiti sovrani) sono duramente osteggiati, di tassa sulle transazioni finanziarie come risorsa propria dell´Unione non si parla più e le risorse ordinarie sono state robustamente ridotte. Le conseguenze sono immediate: ci sono meno fondi per le politiche di coesione proprio quando le rotture sociali tra i territori e nei territori aumentano per effetto dell´indebolimento del welfare; cala la dotazione del fondo sociale in concomitanza con l´aumento della disoccupazione; anche uno strumento come la "garanzia giovani" (che non crea certo nuovi posti di lavoro ma protegge come fanno in genere gli ammortizzatori sociali le fasce giovanili più deboli) ha a disposizione una quantità modestissima di finanziamenti e per questo diviene un simboli sostanzialmente inefficace.
La schizofrenia insita nel definire l´obiettivo ambizioso e non creare poi le condizioni per realizzarlo cade pesantemente sulle condizioni materiali della vita delle persone che finiscono per non credere più agli impegni che la politica e le Istituzioni prendono con loro. Le perplessità nascono dallo scarto crescente tra il dire e il fare, non è determinato da ostilità ideologiche verso l'Europa o da strumentali calcoli politici; per questo scetticismo si consolida è più difficile da rimuovere. Ne deriva un contributo forte alla contrarietà dei cittadini alle Istituzioni europee. Il tema riguarda tutti, progressisti e conservatori, e viene prima delle proposte di merito relative alla politica economica e sociale.
Contrastare questa deriva negativa e pericolosa è possibile, ma richiede una scelta netta di metodo e di coerenza politica. È indispensabile usare sempre il linguaggio della verità e non accreditare mai ipotesi che si sa non realizzabili. Ciò vuol dire non solo rifuggire dalla demagogia, cosa che si dovrebbe sempre fare, ma avere il coraggio di affrontare i temi più difficili anche mettendo in conto di avere difficoltà nel costruire consenso tra i propri rappresentanti.

martedì 19 novembre 2013

Spd, Merkel, Europa (da laStampa.it)

(...) Con quali argomenti si può criticare questo atteggiamento, senza disconoscerne gli aspetti di verità? Con un solo argomento: ricordando che l’Europa è stata costruita e funziona sulla interdipendenza tra i membri che non può essere automaticamente determinata dai mercati o affidata a norme consensualmente stabilite in congiunture molto diverse, norme che ora si rivelano inadeguate allo scopo. Non mi risulta che gli uffici studi della Spd abbiano prodotto o quanto meno dato rilevanza pubblica e pubblicistica ad analisi che sviluppano questa tesi. (Salvo qualche generica evocazione di un nuovo piano Marshall non meglio precisato).

In breve non mi pare che i socialdemocratici tedeschi posseggano una solida visione politica ed economica europea, che sia non dico alternativa ma significativamente autonoma rispetto a quella merkeliana. Una visione che tenga conto anche delle considerazioni fatte da analisti e commentatori internazionali, senza alcun pregiudizio anti- tedesco, che spiegano come e perché la situazione di interdipendenza oggettiva tra le economie europee ha subito in questi ultimi anni distorsioni che hanno favorito l’economia tedesca a svantaggio di altre. No, non è questione di «arroganza» o «egemonia» teutonica. Si tratta di prendere sul serio il fatto che l’interdipendenza delle economie e dei loro meccanismi, su cui è stata costruita l’Europa, esige oggi di essere governata in modo diverso. Non senza o addirittura contro i tedeschi, ma insieme a loro.(...)

mercoledì 13 novembre 2013

À La Guerre Comme À La Guerre? (Europa in tensione, Monete in guerra...)

Dunque l'Europa prende posizione "contro" la Germania, con cautela e con precisazioni varie, che vogliono evitare l'esplosione di una tensione che in realtà da tempo è presente nella zona Euro. Il passo potrebbe essere l'inizio di una svolta rispetto alla tendenza "solo-austerity" che ha segnato fin qui il percorso europeo nella crisi, ed è comunque importante come segnale nei confronti di tutta la comunità europea.

E' però lecito dubitare che mettere "sotto accusa" la Germania serva, senza ulteriori passaggi politico-comunitari (anche perché - lo si ricordava qualche giorno fa - il riequilibrio degli squilibri commerciali non è cosa che si possa imporre). L'Italia può giocare forse una partita diversa, appoggiandosi alle scelte odierne, ma proponendo agli stati più affini alla sua situazione - Spagna e Francia - di premere affinché la governance europea sia diversa. E' necessario quindi immaginare un "gioco di squadra" dei paesi del sud Europa (estremizzando irrealisticamente: si potrebbero "forzare" gli eurobond, comunque da soli non risolutivi, se alcuni paesi dicessero "noi li faremo comunque?") - che porti a rideterminare alcune scelte complessive della nostra Comunità.

Parallelamente al tentativo di riequilibrare le dinamiche "interne", si alzano voci sempre più decise contro l'Euro forte. Le preoccupazioni legittime si mescolano così alla tentazione di entrare nell'arena della "guerra delle valute", iniziata da tempo. La BCE in questi anni ha tentato di rimanere fuori da questa battaglia; ora le pressioni si fanno più forti. 

Su questo, ragiono ad alta voce da "inesperto", mi pare si possa dire che - come nelle guerre "vere" - il rischio è di sapere bene perché e come si "entra in battaglia", ma non capire, non sapere, non riuscire a definire come "se ne esce". La guerra monetaria può dare respiro all'Europa? forse, per un breve periodo. Ma il rischio è che le tensioni fra le diverse aree si rendano sempre più acute, vanificando anche i benefici immediati.

Inoltre, giocare con la svalutazione della moneta ( cosa forse oramai necessaria?) rischia di creare l'illusione di una manovra risolutiva, rendendo più difficile, meno urgente, più complicato dal punto di vista politico, il percorso per irrobustire realmente le economie dell'Eurozona.

Forse l'Europa dovrebbe giocare veramente una partita più politica, provando a presentare al mondo un'idea di "governo mondiale" dell'economia, qualcosa che dica ai Grandi Giocatori: "Gli equilibri sono cambiati. Prendiamone atto. Non distruggiamoci reciprocamente, ma creiamo qualcosa di nuovo". Se - e solo se - si fosse capaci di proporre questo, allora varrebbe la pena "entrare in battaglia".

FMM

L'idea è semplice: la Germania deve spendere di più per permettere ai paesi del sud come il Portogallo di allargare il loro mercato e vendere i loro prodotti. L'idea è generosa e si basa su una convinzione: in questo momento i tedeschi approfittano della zona euro. In che modo? Per il semplice motivo che se avessero avuto il marco tedesco al posto dell'euro, la loro valuta si sarebbe apprezzata molto di più e la loro competitività (le loro esportazioni) si sarebbe deteriorata. Inoltre a causa della divisione finanziaria dell'euro le banche tedesche e lo stesso stato sono diventati il rifugio degli investitori internazionali, disposti a pagare caro per avere la sicurezza della più grande economia della moneta unica.
Sì, chiediamo la solidarietà della Germania, tanto più che alcuni paesi come il Portogallo devono fare drastici aggiustamento della loro economica e devono farli rapidamente. Il problema è sapere quello che devono fare i tedeschi per favorire la forza economica europea e un progetto che affermano di voler difendere.
Con il rischio di essere accusato di scarso patriottismo, non penso che la soluzione migliore passi attraverso un aumento delle spese in Germania (...) Viviamo in un'unione monetaria caratterizzata da grandi disparità sul piano finanziario. È qui, a questo livello, che gli europei devono chiedere un altro tipo di solidarietà alla Germania, per bilanciare gli squilibri esterni nella zona euro. Se infatti un deficit del 6 per cento della bilancia delle transazioni correnti è un cattivo risultato, non possiamo neppure rallegrarci di un eccedenza del 6 per cento in un altro paese della stessa zona monetaria. Come correggere questi squilibri?
Per esempio istituendo una vera e propria gestione economica della zona euro in cui la sovranità sia più condivisa e creando una vera e propria unione bancaria che non ha mai visto la luce. È su questi due aspetti che la Commissione europea e i dirigenti dei paesi dell'Europa meridionale devono concentrarsi, invece di perdere tempo a chiedere ai tedeschi di non essere tedeschi.
Se la Germania, nelle ultimi indagini di Bruxelles, non presentava sbilanci particolari, in quest’ultimo report si sottolinea invece come a partire dal 2007 Berlino abbia registrato un surplus superiore alle soglie previste (fissate al 7 per cento). Il fatto che la Commissione europea abbia avviato un'"indagine approfondita" sull'eccessivo surplus della bilancia commerciale tedesca non significa che disapprovi la competitività della Germania. Lo ha chiarito il presidente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso. "E' prematuro - ha aggiunto - anticipare se ci saranno conseguenze per Berlino" al termine dell'indagine, i cui risultati saranno noti la prossima primavera. La Germania è uno dei principali "motori dell'economia europea e "non si sta criticando la sua competitività", che dovrebbe essere un esempio per tutti gli altri Paesi.

(...) Il tasso di cambio dell'euro troppo elevato è disastroso a tutti i livelli: perché è in grado di distruggere in pochi giorni tutti i risultati in materia di competitività costati anni di sforzi; perché costringe le aziende ad abbassare i prezzi e licenziare gli impiegati, per preservare la loro competitività interna ed esterna. Diminuendo i costi delle importazioni, riduce l'inflazione a un livello troppo basso e porta a un eccessivo consumo energetico. Si tratta di un circolo vizioso in cui ogni tentativo di ridurre i deficit di governo tagliando le spese pubbliche porta a un alto tasso di disoccupazione e alimenta la crisi economica. Inoltre, l'euro troppo forte mette i paesi più indebitati nella posizione di non essere più in grado di ripagare il loro debito pubblico senza dissanguare i risparmiatori: Cipro ne è un esempio.(...)
La Germania è ancora ostile all'idea perché diffidente nei confronti di tutto ciò che possa dare l'impressione di una valuta debole e di un ritorno dell'inflazione. Questo non per salvaguardare la democrazia (Hitler, contrariamente a quanto si crede, non salì al potere per domare l'inflazione, ma dopo che questa era già stata domata), ma per i suoi timori in materia demografica: il paese ha bisogno di surplus commerciali e stabilità dei prezzi in modo che il surplus continui a crescere per pagare le pensioni degli attuali lavoratori, considerando che le generazioni future non saranno in grado di finanziarle.
Una volta convinti i responsabili delle decisioni, i ministri delle finanze dovranno solamente ribadire all'unanimità, durante ogni riunione del gruppo dell'euro, che il tasso di cambio dell'euro è troppo forte; a quel punto, la BCE non dovrà fare altro che dichiararsi a favore di un calo del valore dell'euro. Inoltre, se necessario, la BCE potrebbe ulteriormente diminuire il suo tasso ufficiale di riferimento, che è persino più alto di quello della Fed, la banca centrale degli Stati Uniti (0,25 contro lo 0,08%).(...)
Un euro indebolito a un livello ragionevole (un euro per dollaro) rappresenta dunque la scelta migliore; deve diventare una priorità e mettere in gioco tutte le sue forze. La Francia deve rivendicare tutto ciò, insieme a tutti gli altri sforzi per ripristinare la competitività tramite l'innovazione. Più l'euro sarà debole, più la posizione dell'Europa nel mondo sarà forte. E viceversa.

Cosa servirebbe subito per invertire la rotta? 
«L’Europa deve accelerare sull’Unione bancaria, accompagnandola con un’assicurazione europea dei depositi e un meccanismo di Risoluzione comune; abbandonare le politiche di austerità e puntare invece su politiche per favorire la crescita, sfruttando ad esempio i fondi Bei per finanziare le piccole e medie imprese che faticano ad ottenere credito, e investendo su istruzione e innovazione tecnologica; introdurre gli eurobond, così tutti i Paesi possono indebitarsi a tassi negativi».

venerdì 19 ottobre 2012

L'autorità che serve all'Europa (Franco Bruni, laStampa)

(...) La vigilanza accentrata delle banche è urgente anche per permettere al fondo salva-Stati di intervenire direttamente e autorevolmente nella ricapitalizzazione delle banche spagnole: e la Germania non può disconoscere che ciò è essenziale anche per la stabilità della finanza tedesca.  

Quanto all’integrazione delle politiche di bilancio è noto che le esitazioni tedesche derivano soprattutto dalla paura di dover pagare per l’indisciplina dei Paesi spendaccioni. D’altra parte integrare le politiche significa proprio rendere più efficace la disciplina delle finanze pubbliche. Si è già fatto molto: il nuovo Patto di Stabilità, le procedure di consultazione del «semestre europeo», l’obbligo di pareggio, ancorché flessibile e «intelligente», introdotto nelle leggi costituzionali, dovrebbero evitare per tempo che i bilanci nazionali rimangano su strade insostenibili. Si lavori per far funzionare davvero tutto ciò. Si può anche andare oltre. Merkel ha detto al Bundestag che ci vuole un commissario unico dell’euro in grado di invalidare i bilanci nazionali non in linea con gli obiettivi europei.  

L’idea non è del tutto discosta dalla proposta di bilancio integrato fatta in giugno da Van Rompuy. La quale va però adottata senza stravolgerne lo spirito, senza trasformare una procedura di cooperazione disciplinata in un provvedimento di polizia, con il sapore punitivo che piacerebbe a parte dell’elettorato tedesco. Anche perché le autorità europee non hanno dimostrato gran perspicacia negli scorsi anni: prima sono state disattente e cedevoli, anche nei confronti del bilancio tedesco; poi hanno disegnato percorsi di aggiustamento irrealistico e controproducente, come nel caso greco e portoghese dove l’Europa ha già ammesso che per risistemare le cose con riforme ben fatte e politicamente accettabili occorre più tempo.  

Nel testo di Van Rompuy c’è un concetto chiave da non trascurare: la «condivisione delle decisioni sui bilanci» va «commisurata alla condivisione dei rischi». A fronte dell’accentramento del controllo occorre cioè essere disposti alla solidarietà fiscale che è implicita, per ora, nel fondo salva-Stati appena varato ma che deve svilupparsi nel tempo fino a dar luogo a forme più accentuate di indebitamento comune come gli eurobond. (...)


venerdì 24 agosto 2012

Eurobond: non più solo ostracismo (dal Sole24Ore)

«Il principale punto di forza della proposta Prodi sta nel fatto che il capitale sarebbe conferito in beni reali. Questo permetterebbe anche a governi meno liquidi come quelli dei paesi mediterranei, di potervi partecipare a pieno titolo, rafforzando la credibilità e attrattività di questi strumenti di debito. Si sfaterebbe così la falsa immagine dei paesi mediterranei come "free riders" dell'Europa, quelli che alla fine non pagano il conto. Il Sud Europa ci metterebbe le proprie risorse! Questo conforterebbe gli ambienti tedeschi più scettici che temono che alla fine la Germania pagherà per tutti». di Adriana Cerretelli - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/3UZgR  

venerdì 6 luglio 2012

La Strategia di Draghi (da laVoce.info)


In primavera, con la conferenza stampa che Mario Draghi ha tenuto dopo il consiglio della Bce di aprile a Barcellona, è avvenuto un cambio di rotta della strategia della Banca centrale europea. In quell'occasione Draghi affermò che l’Europa avrebbe dovuto smettere di considerare come orizzonte temporale solo la settimana successiva e iniziare piuttosto a chiedersi dove avrebbe voluto essere tra dieci anni. E come lavorare per arrivarci.
Non è chiaro se la spinta al cambiamento sia venuta da Draghi, che avrebbe convinto Angela Merkel, oppure il contrario. Ma è più probabilmente il risultato di un dialogo tra i due·
Per la Banca centrale europea è stato come dire: abbiamo fatto la nostra parte, abbiamo salvato l’euro con le operazioni straordinarie di rifinanziamento, ma non lo faremo di nuovo, perché non sarà un’iniezione di liquidità a salvare l’Europa. Il concetto è stato ribadito nella conferenza stampa di questa settimana: “Non avrebbe senso rischiare di distruggere la reputazione della Bce se comunque questo non fosse sufficiente a salvare l’euro”. (...)

martedì 26 giugno 2012

La Direzione Giusta?

Forse ci stiamo indirizzando verso soluzioni giuste, per la crisi europea? Conta molto il segnale complessivo , anche in termini mediatici e di percezione psicologica da parte dei mercati, che verrà dal prossimo vertice, ma in qualche modo le ipotesi sul campo ripercorrono idee che si erano già delineate: se l'Europa deve intervenire, allora ci sia il pieno potere di controllo sui bilanci dei singoli stati. 
Forse, passo dopo passo (ma dobbiamo andare più veloci!), l'Europa sta nascendo.
L'importante è che la direzione appaia certa e realmente irreversibile.

Francesco Maria Mariotti
[di seguito articoli del Sole24Ore e del Corriere della Sera]

Euro, i piccoli passi non bastano più (dal Sole24Ore)

(...) In cambio di una maggiore solidarietà con i partner, la Germania chiede più disciplina. In soldoni significa trasferimento a livello europeo delle sovranità nazionali di bilancio, cioè controllo sulle leve della spesa pubblica altrui. Sarebbe una decisione di portata storica, pari a quella che vent'anni fa portò la Germania di Helmut Kohl a rinunciare alla sovranità esclusiva sul marco tedesco. 
Riuscirà questa Europa che, durante la lunga crisi dell'euro si è in sordina rinazionalizzata nell'economia e soprattutto nelle pulsioni mentali, a compiere il grande passo? Le scommesse sono aperte. A parole, la Francia di Hollande per ora non sbatte la porta come avrebbero fatto tutti i suoi predecessori. Ma la strada è lunga e piena di ostacoli. 
Senza un progetto europeo ambizioso, ha avvertito il presidente della Bce, Mario Draghi, l'euro è a rischio. Christine Lagarde, il direttore generale del Fmi, suona lo stesso allarme. L'Europa ci proverà a Bruxelles a diventare adulta, ma ha bisogno di tempo. Purtroppo non è detto che i mercati siano disposti a concederglielo.

lunedì 18 giugno 2012

L'altra Germania per il rilancio della UE (da AffarInternazionali)


(...) Il piano alternativo “per l’uscita dalla crisi” che la Spd ha presentato qualche settimana fa con lo schieramento plateale dei suoi massimi leader, il presidente del partito Sigmar Gabriel, l’ex vicecancelliere ed ex ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier e l’ex ministro delle Finanze della grosse Koalition Peer Steinbrück, ha il respiro lungo di un programma di governo.  
Pur riconoscendo la necessità di tenere rigorosamente sotto controllo il debito, indica una strategia del tutto alternativa all’austerity policy di Frau Merkel. Prevede un programma europeo urgente contro la disoccupazione giovanile, con investimenti pubblici adeguati e favorendo la mobilità intereuropea; misure di controllo e regolamentazione dei mercati finanziari, dall’introduzione dell’imposta sulle transazioni alla separazione netta tra banche commerciali e banche d’investimento, un ente di controllo comune e un’agenzia di rating europea. 

giovedì 7 giugno 2012

Disciplina e Solidarietà: il Giusto Scambio

Ripropongo un articolo di Marta Dassù, già segnalato in altro momento (era ancora Presidente in Francia Sarkozy), che ben spiega la partita politica in corso in Europa, lo scambio fondamentale su cui comunque - anche con personaggi parzialmente diversi - dobbiamo discutere oggi.

E' fondamentale che il patto con Berlino sia chiaro, ma anche giusto per tutti i contraenti: deve permettere ossigeno alle economie deboli, ma non deve "svendere" la stabilità monetaria ed economica, che è bene essenziale per tutti noi, non solo per la Germania.

Come già scritto, gli Eurobond - ammesso che funzionino ( e possono funzionare solo con una struttura europea nuova) - o un intervento eccezionale della BCE non devono diventare la Grande Scusa per nuove scelte di spesa fuori controllo.

venerdì 1 giugno 2012

Perché gli Eurobond non sono la soluzione (da laVoce.info)

(...) I PROBLEMI DEGLI EUROBOND

Per semplicità, supponiamo che l’Eurozona sia composta da due paesi, A e B, con governi nazionali eletti dai rispettivi cittadini: il paese “A” è un paese “cicala”, il paese “B” è un paese “formica”. Supponiamo ora che si pensi di emettere un eurobond per aiutare il paese A. Per il cittadino di A, i benefici sono chiari: nessun (o contenuto) aumento delle tasse, mantenimento o aumento del livello di spesa pubblica e quindi sforzo di aggiustamento più morbido. Per il cittadino del paese B, al contrario, si prospetta un aumento delle tasse e un possible contenimento della spesa pubblica causa l’aumento del deficit e del debito per sussidiare il paese A.
Il problema di deficit di democrazia è che le spese del paese A sono decise dal governo del paese A, eletto dai cittadini del paese A mentre i cittadini del paese B non hanno voce in capitolo nell’elezione del governo del paese A, ma sono chiamati a contribuire al finanziamento di queste spese. Possiamo immaginare che i cittadini del paese B non siano molto contenti e probabilmente non ri-voterebbero per il loro governo in carica. I più estremi potrebbero pensare che l'unione monetaria tra A e B non è poi una grande idea e valuterebbero l’opportunità di uscire loro, i più forti, dall’Unione. In pratica, è sempre la stessa storia: no taxation without representation. Devo pagare per rimborsare gli eurobond? Allora voglio anche scegliere chi spende quei soldi.
Dal punto di vista della politica economica, il segnale che darebbe l’emissione di eurobond sarebbe quello di premiare governi che non vogliono seguire politiche di aggiustamento fiscale e quindi si porrebbero le basi per una spirale debitoria fuori controllo non solo per quei paesi ma anche per altri, il ben noto problema del “moral hazard”. Se si emettono eurobond per un paese, infatti, perché non per un altro? Quindi, gli incentivi per seguire politiche fiscali prudenti verrebbero abbandonati in quanto “tanto poi ci sono gli eurobond e pagherà qualcun'altro”.(...)

giovedì 15 marzo 2012

L'Unione Politica è archiviata, prendiamone atto (Paolo Savona, da FULM.org)


Sulla stessa linea si è posta la Bundesbank indicando nella Bce un possibile untore, mentre essa ha trovato un modo per evitare che l'euro si impesti. Gli organi dell'Unione non riescono invece a evitare la peste della disoccupazione, che combattono a colpi di dichiarazioni a favore dello sviluppo. Eppure almeno uno strumento lo hanno: finanziare un piano di infrastrutturazione europea emettendo eurobond. Non lo fanno perché sarebbe un passo concreto verso l'unione politica, che non si vuole.
Se così è, si prenda nota che i patti europei che ci legano vanno rinegoziati alla luce dell'abbandono dell'obiettivo dell'unificazione politica e il mantenimento, se si vuole, del mercato unico europeo con moneta comune, che è ben altra cosa e non richiede il trasferimento di sovranità, ma solo, come si dice, patti chiari e amicizia lunga. Meglio farsi illuminare dal faro politico inglese, che fotografa la situazione dei reali fondamenti dei patti europei, o accenderne uno nuovo.

mercoledì 18 gennaio 2012

Debito, Figlio d'Europa

Alcuni articoli per continuare a riflettere sulla crisi economica - e politica! - che ci sta accompagnando ormai da diversi anni, da alcuni mesi però più intensamente.

Via via che si va avanti, ci si rende conto che ormai una delle mosse necessarie è rompere l'equilibrio costituzionale europeo, permettendo che la BCE garantisca totalmente il debito europeo. 

Forse sono troppo ottimista, ma penso che Mario Draghi e i "tecnici" (veri politici) dell'EuroTower stiano preparando qualche mossa in questo senso: anche l'allarmismo dei giorni scorsi - quasi "fuori tono" rispetto ai suoi soliti standard - sembra rappresentare una pressione fatta sui politici, al fine di riuscire a ottenere la "copertura politica" per mosse straordinarie.

In questo momento - come bene spiegato da uno degli articoli - Draghi gioca più "sottotraccia", ma facendo politica a pieno titolo: politica espansionistica rispetto alle politiche restrittive dei governi.

In ultimo, un articolo molto critico sull'operato del governo di Paolo Savona; buone ragioni, che personalmente non condivido appieno, ma che sono sempre un ottimo stimolo di riflessione

Francesco Maria Mariotti



(...)Ma per chiudere questi buchi, e rendere improbabile tali scenari, e quindi abbassare lo spread l'Europa può fare qualcosa. Se a garanzia di quel debito, ci fosse la tassazione europea allora sarebbe più improbabile che ci trovi davanti al rischio default. Se la Bce riconoscesse quel debito come figlio legittimo della sua moneta, non solo gli spread si abbasserebbero da subito rendendo meno probabile scenari del genere, ma si avrebbe la garanzia ultima che l'Italia non sarebbe da sola. (...) di Pierpaolo Benigno - Il Sole 24 Ore - leggi su Cara Europa, adesso tocca a te
 
Dimezzato il direttorio franco-tedesco e declassato il Fondo europeo salva stati, non c’è tregua borsistica che tenga: la crisi europea, vista dai mercati, è sempre più sistemica e sempre meno legata ai problemi dei singoli paesi. Non a caso, dopo gli ultimi fendenti delle agenzie di rating, aumentano le pressioni degli stati dell’Eurozona per un intervento deciso della Banca centrale europea. L’Istituto centrale presieduto da Mario Draghi – è il ragionamento di un numero crescente di cancellerie nell’Eurozona – è forse l’unica istituzione con la potenza di fuoco necessaria ad abbassare il costo del rifinanziamento del debito pubblico. E a Francoforte la pressione internazionale si comincia a sentire; ieri anche il rigorista Ewald Nowotny, governatore della Banca centrale austriaca e membro del direttorio della Bce, ha aperto a una politica più espansiva: “Stiamo per discutere possibili alternative – ha detto pur precisando di non essere favorevole all’acquisto di bond statali – Si tratta di una discussione che copre tutto lo spettro della politica monetaria”.(...)  AAA, garante dell'euro cercasi
 
(...) Terza affermazione importante: Mario Draghi ribadisce che sarà l'agente del Fondo Salva Stati. Notizia qualificante anche questa. Se egli sarà l'agente del Fondo non farà la banca degli Stati ma realizzerà al meglio le scelte del Fondo di ritirare dal mercato titoli di Stato. Ottimizzando la missione del Fondo e non passando il confine che lo statuto della BCE gli impone: non monetizzare il deficit pubblico sottoscrivendo debiti dello Stato. L'undicesimo comandamento del monetarismo fiscale che piace alla cultura politica tedesca e che quella francese tende ad imitare. Mario Monti cerca compromessi su questo terreno, imponendo il monetarismo fiscale in Italia per ottenere dall'asse franco tedesco una politica monetaria keynesiana ed amica della crescita. Ed ecco la originalità di Mario Draghi: i Governi fanno politiche fiscali restrittive e la banca centrale, vincolata da una filosofia di fondo costruita sui principi del monetarismo fiscale, fa una politica keynesiana ed espansiva.
Cose che capitano e che spiegano come le regole vadano interpretate. Ma che la cosa che conta davvero sia l'etica delle conseguenze nei comportamenti di chi, interpretandole, assume decisioni nel ruolo che ricopre.(...) Mario Draghi indica ma non svela la politica BCE
 
(...) Se avessimo provveduto a rimborsare 250 miliardi di titoli dello Stato cedendo parte del patrimonio pubblico saremmo restati fuori per oltre un anno dallo stress di un rinnovo dell'indebitamento statale in scadenza. Non avremmo capitalizzato l'aumento degli oneri finanziari sul debito e risparmiato una cifra prossima all'aumento delle tasse deciso.
Alcune soluzioni tecniche erano state avanzate, restando inascoltate, da persone mosse dal desiderio di contribuire al bene comune. Non uno dei governi che si sono succeduti ha dato una risposta al perché non si sia provveduto a questa operazione prima di ogni altra forma di intervento deflazionistico e iniquo; considero indegno che si sia inciso sui pensionati e sui redditi da lavoro, oltre che sui risparmi accumulati dopo avere assolto all'obbligo fiscale per tenersi stretto il patrimonio pubblico e lasciare intonse le inefficienze della pubblica amministrazione e gli sprechi della politica.
Si parla tanto di crescita e si chiede al governo di propiziarla, dopo essere stato, con l'Unione europea, membro attivo della sua caduta. Si ripropone invece il tema delle liberalizzazioni. Non è dato sapere ancora quali saranno, ma su un punto gli economisti sono d'accordo: la liberalizzazione di cui necessitiamo per crescere è quella dall'oppressione fiscale e dall'ingerenza illiberale dello Stato sui fatti della nostra vita. Abbiamo invece più tasse e meno libertà.
Dopo essersi impossessato di quasi la metà del reddito nazionale, lo Stato comincia ad aggredire il popolo delle formiche. Un mio maestro di scuola liberista, Karl Brunner, sosteneva che il problema degli squilibri è non averli e, quando li si ha, occorre porre grande cautela nel riassorbirli, perché se si sbaglia nel farlo, si possono causare più danni di quelli che si volevano evitare. Credo che siamo ormai in questa situazione.

lunedì 9 gennaio 2012

"Finalmente siamo di nuovo al centro del ring" (Pierferdinando Casini)


(...) Prima Sarkozy, a breve la Merkel: come giudica la missione europea di Monti?
«Finalmente siamo di nuovo al centro del ring. L’Italia è sempre stata un Paese fondamentale per gli equilibri europei, e oggi torna ad essere indispensabile. La fase è delicatissima, ma è importante che ci sia chi, come Monti, parla del nostro Paese dicendo ciò che va detto anche a Francia e Germania. Abbiamo fatto i compiti a casa, adesso tutti devono farli. Intendo dire che anche la Merkel deve porsi il problema. Comprendo le motivazioni del suo pressing perché ci sia una presa di coscienza e si cambi passo: ma una volta provocato l’elettroshock, se la Germania non è lesta rischia di finire anche lei sotto le macerie dell’Europa».


Cosa vede sul tavolo, in vista del consiglio europeo di fine gennaio?
«Alcune incongruenze ormai sono evidenti e vanno affrontate subito. Prima fra tutte il ruolo della Bce: non possiamo pensare che agisca come la Federal reserve, però deve avere la possibilità di muoversi con maggior snellezza e fluidità. Ma penso anche alla riduzione della quota di debito per i Paesi che superano il 60 per cento del rapporto debito/Pii, e alla possibilità di defalcare gli investimenti strutturali dal calcolo del deficit rispetto al Pil. Questioni che ormai riguardano tutti. Per tornare a Monti, ciò che ha fatto ci rende fiduciosi: a partire dalla manovra, che è stata anche la precondizione per avere voce in capitolo in Europa. Questa era la strada, altro che chiedere alla Germania – come si è fatto l’estate scorsa – l’emissione degli Eurobond. Perché non basta chiedere: bisogna costruire le condizioni per dare alla Merkel la possibilità di spiegare alla sua opinione pubblica che sono indispensabili».


In poche settimane l’atteggiamento della Francia è cambiato, pensa che cambierà anche quello della Germania?
«Non lo so. La Francia rischia, il loro non è stato un atto di filantropia, ma di intelligenza. Lo stesso dovrebbe fare anche la Merkel. Ma voglio avere fiducia, spero che sin qui abbia fatto un calcolo azzardato ma lucido».(...)
 

domenica 8 gennaio 2012

A Testa Alta, per l'Italia e per l'Europa

Mario Monti finalmente smette i panni (che non sono mai stati suoi, per la verità) dello "scolaro" che deve fare "i compiti a casa", e riesce a parlare un linguaggio che non teme di alzare la voce - sia pure a suo modo - con gli alleati europei. 

Troppo spesso l'Europa ha dato la sensazione di essere un luogo dove noi dovevamo fare bene le cose, mentre altri difendevano più spudoratamente i loro interessi. 

Ora, grazie all'azione di questo governo, possiamo cominciare a giocare un ruolo più consono alla nostra dignità nazionale, per il bene nostro e dell'Europa tutta, patria nuova da (ri)costruire assieme.

Di seguito l'intervista di Monti al sole24Ore, quella a Le Figaro, l'intervista di Corrado Passera al Corriere della Sera, e alcune critiche di Vincenzo Visco sulla lotta all'evasione fiscale.

Francesco Maria Mariotti


Tocca all'Europa, quindi, non per allentare gli sforzi interni, ma per rafforzarli, per aiutare i singoli Paesi, a cominciare dall'Italia, a proseguire il proprio lavoro. Monti non lo dirà mai prima di sedersi al tavolo con Angela Merkel, ma è questo evidentemente il ragionamento che porterà avanti nei suoi colloqui, nella convinzione di poter superare così i timori tedeschi che l'iniziativa europea possa di fatto indurre i Paesi a rischio ad alleggerire i propri sforzi.
Ma quali sono le priorità dell'Europa? Cosa si aspetta l'Italia da Bruxelles per favorire l'auspicato abbassamento dei tassi (...)

L'Europe peut-elle avoir encore peur de l'Italie au moment où la Grèce et Espagne connaissent de nouvelles difficultés?
L'Europe n'a plus aucune raison d'avoir peur de l'Italie. Nous disposons d'une matière première très rare en Europe, un consensus de fond de l'opinion publique en faveur de l'intégration européenne. J'ai été commissaire européen pendant dix ans. Le président de la République italienne est un Européen très convaincu. Nous avons mis l'Europe au cœur de nos préoccupations. Centrant notre action sur le respect des contraintes européennes que Silvio Berlusconi s'est trouvé obligé d'accepter dans une situation d'urgence, y compris le retour à l'équilibre budgétaire en 2013 que nous avons traduit en mesures concrètes. Aucune crainte donc. Les Italiens ont accepté avec un flegme presque britannique les mesures très lourdes qui leur étaient imposées. Ils ont fait preuve d'un sens des responsabilités admirable. Ne faisant que trois heures de grève. Ils ont compris que les contraintes européennes sont imposées pour les générations futures. Tous les analystes conviennent que l'Italie a fait son devoir.

Quelle contribution attendez-vous de l'Europe?
Au Conseil européen des 5 et 6 décembre à Bruxelles, je me suis battu pour que le Fonds de soutien aux dettes souveraines (le FESF) soit mis en œuvre rapidement et renforcé substantiellement. Son niveau actuel reste très insatisfaisant. Pour l'instant, l'Italie reste victime d'un risque «zone euro». Il faut éliminer ce risque. On m'a surnommé le plus allemand des économistes italiens. Mais comment faire une politique européenne de croissance sans enfreindre les politiques budgétaires de rigueur? Je suis intimement convaincu que l'Europe tout entière peut trouver des avantages considérables en termes de croissance dans une intégration réelle plus poussée. Les pays de l'eurozone se sont concentrés sur l'union monétaire en délaissant l'union économique. Cela impliquerait de créer un véritable marché ouvert, étendu à tous les secteurs. Souvent les pays de la zone euro sont moins avancés que ceux qui n'ont pas adopté la monnaie unique comme le Royaume-Uni, le Danemark et la Suède. (...)


(...) E’ un’offensiva diplomatica che nessuno ricordava. «L’Europa non deve più aver paura dell’Italia» è il messaggio con cui Monti, in un’intervista a "Le Figaro", anticipa lo scambio di vedute che avrà domani a Parigi col presidente Nicolas Sarkozy, il quale poi volerà alla cancelleria federale lunedì per vedere Frau Merkel, due giorni prima del premier italiano faccia lo stesso. Il francese e la tedesca saranno poi ospiti a Roma a metà mese, ripetendo il formato a tre del 24 novembre a Strasburgo. Il 18 sarà una giornata londinese per il Professore, ricevuto del conservatore David Cameron, per un secondo tempo del match aperto a Bruxelles la notte dell’8 dicembre, quando tentò di convincere l’inglese euroscettico a non mettere i bastoni sulle ruote del rafforzamento dell’Eurozona. Confronto cruciale. Rispetto a Sarkozy, confessa il premier, «io sono più convinto che si debba associare alla costruzione europea anche i Paesi che non sono dell’euro, in particolare il Regno Unito».

Nulla è affidato al caso. Monti è consapevole che la "fase due" del piano SalvaItalia - quello della crescita avrà le polveri bagnate se in Europa non si tesserà un accordo sul coordinamento delle politiche di bilancio e una strategia per sviluppo e lavoro, basate sul rafforzamento del mercato interno. (....)



«L'Europa non riesce a decidere con visione e pragmatismo, i mercati valutano che l'Europa non ce la faccia, quindi scommettono contro; e i Paesi con un debito più alto soffrono di più. O l'Europa decide di darsi gli strumenti che qualsiasi moneta ha, vale a dire una Banca centrale in grado di garantire la liquidità e la stabilità, oppure non ci sarà crescita, e non ci sarà occupazione. La Germania è il Paese che ha avuto maggiori vantaggi dall'euro. Sono certo che svolgerà il ruolo che le compete di Paese leader, non di Paese che spacca l'Europa. L'Europa deve avere il coraggio di dire al mondo che garantisce se stessa. Altrimenti, con questi tassi di interesse, crescere è quasi impossibile».


Allora, come si fa la «vera» lotta all’evasione?

«Primo, bisogna creare le condizioni per avere una tracciabilità effettiva, non come quella prevista nella manovra Monti: la possibilità di conoscere quello che accade nell’economia. Tracciamo gli stipendi dei lavoratori dipendenti, devono essere tracciati anche gli altri redditi. Nel 2006-2008 la questione del contante l’avevo affrontata in modo del tutto diverso: la stragrande maggioranza delle transazioni sono sotto i 1000 euro. Per i pagamenti ai professionisti avevamo stabilito che sopra i 100 euro non si potessero usare i contanti. Secondo, ripristinare il fondamentale elenco clienti e fornitori, abolito da Tremonti e non reintrodotto da Monti. Terzo, la trasmissione telematica dei corrispettivi dei negozi al Fisco. Insomma, bisogna far capire alla gente che può essere controllata, e convincerla spontaneamente a comportamenti corretti».

venerdì 23 dicembre 2011

Un'Europa più Forte

La giusta azione di risanamento portata avanti da Mario Monti e dal suo governo ci permette - per usare le parole del Presidente del Consiglio - di stare in Europa a testa alta. 

Ora è assolutamente necessario, per evitare che l'Europa deragli in una spirale di eccessiva austerità e poca crescita, che l'Italia proponga con forza misure nuove per far ripartire tutta l'economia del continente. E' sotto attacco l'intera costruzione economica europea: continuare semplicemente a fare i contabili con i debiti pubblici dei singoli paesi, senza un salto di qualità che dia a tutti i cittadini europei la percezione di "riprendere in mano il proprio destino" sarebbe un errore grave. 

Anche perché a livello mondiale gli altri giganti (Cina e USA in primis) mettono in atto le loro strategie senza problemi, con il rischio che noi europei si rimanga i cantori isolati di un libero mercato, che è in realtà anche un'arena politico - istituzionale - monetaria, dove gli Stati giocano un ruolo non secondario. 

Il rischio - se non si creano i presupposti per un'Europa più forte - è che il quadro fosco che si preannuncia per il 2012 crei un rigetto nei confronti del libero mercato, e dell'integrazione europea, facendoci rivivere incubi nazionalisti. 

Possiamo scegliere nuove strade, e dobbiamo farlo. Presto.

Francesco Maria Mariotti


(...) Non è più tempo di ripensamenti, ma di decisioni e queste non possono se non essere che la Bce provveda a svolgere pienamente la funzione di lender of last resort (prestatore di ultima istanza, ndr) e l'Ue metta a punto gli eurobond per rilevare i titoli acquistati dalla Bce e negoziare con i Paesi la ristrutturazione del debito, garantendone il rimborso. L'Italia deve pretendere che il giusto momento di serietà che ci viene richiesto sia bilanciato da un altrettanto giusto momento di verità sul futuro dell'Unione. Cedere una larga dose di sovranità fiscale senza questa contropartita sarebbe un secondo grave errore politico.
Agli inizi degli anni Novanta l'Italia ha vissuto un periodo in cui i timori di insolvenza del debito pubblico erano crescenti, con i tassi dell'interesse sui Btp che superavano il doppio di quelli attuali. Il Paese mostrò di sapere fronteggiare la pericolosa situazione, ma aveva il diretto controllo del cambio e della creazione monetaria.
Il costo fu l'inflazione, che innestava però un circolo vizioso con il cambio e il costo del danaro, in atto dalla tempesta dei prezzi petroliferi. Fu questa esperienza che spinse l'Italia a ricercare il vincolo esterno dell'euro. Quello che ha operato prima dell'euro non è certamente un meccanismo socialmente accettabile, ma ha almeno il pregio che gli italiani erano direttamente responsabili delle scelte del loro governo e non, come oggi, delle esitazioni e dei rifiuti dell'Ue, mischiando colpe ad alibi.
Una caduta del reddito e dell'occupazione ottenuta aumentando la pressione fiscale – anche se fosse distribuita equamente, sulla qual cosa lo scetticismo è storicamente dovuto – non risolverebbe il problema dei danni che subirebbe il bilancio pubblico e i bilanci delle imprese e delle famiglie, dato che uno spread così elevato si va trasmettendo all'economia privata, mettendo in difficoltà il mercato del credito. Se anche mostrassimo il coraggio di imporre una deflazione senza perdere il controllo della stabilità sociale – la qualcosa appare problematica – non è pensabile che il mercato riduca questo spread a valori inferiori a quelli che si vanno delineando in Europa, per esempio in Francia. Se non si mette in sicurezza l'euro seguendo una strada simile a quella qui indicata, ogni nostro sacrificio non avrebbe successo, in quanto sotto attacco è l'intera costruzione economica europea. (...)

giovedì 24 novembre 2011

Lo Strappo Per l'Europa


Ormai la guerra all'euro non risparmia neanche la Germania. Non basteranno gli Eurobond a salvarci, anche se possono essere un primo passo; anche perché Eurobond è una formula che ha molteplici possibilità di realizzazione; senza un coordinamento politico chiaro, senza regole definite, titoli di debito pubblico europeo non aiutano a cambiare il segno rosso dell'economia comunitaria. Anzi, per certi aspetti, potrebbero svelare con più durezza i limiti della nostra "moneta senza Stato".

A questo punto non rimane che lo "strappo costituzionale" della BCE, di cui si è già parlato in precedenti post e a cui si riferiscono Giavazzi e Alesina sul Corriere di oggi; ma la responsabilità di questa decisione non può essere lasciata al solo Mario Draghi.

Lo si è già detto: i leader europei devono fornire l'avvallo politico, e ci deve essere un impegno, perché questo "vulnus" non diventi la Grande Scusa per affossare i tentativi di razionalizzazione della spesa, comunque necessari e non alternativi a un'idea forte di rilancio dell'economia europea.

Per questo il maggior cordinamento fiscale chiesto da Berlino è comunque importantissimo.

Il tempo che rimane è pero poco: per dirla con il titolo del Sole24Ore di qualche giorno fa, Fate Presto! Facciamo Presto!

Francesco Maria Mariotti

(...) A questo punto c'è un solo modo per salvare l'euro: un intervento forte della Bce. È una soluzione molto problematica, cui si è giunti a causa dell'irresponsabilità di governo dopo governo in parecchi Paesi europei, compreso il nostro. Ma a questo punto non vi è altra soluzione. Intervenire sui flussi, ad esempio cominciando a emettere eurobond, cioè titoli garantiti dall'Ue, anche se fosse possibile agirebbe troppo lentamente. 



Bisogna intervenire sugli stock: agire sui flussi non basta più. La Bce può acquistare quantità illimitate di titoli riducendo la volatilità e riportando i rendimenti ai livelli pre-crisi. Non di tutti i Paesi, solo di quelli, come Italia e Spagna, che non sono insolventi. In realtà basterebbe che la Bce annunciasse l'intenzione di stabilizzare i rendimenti a un determinato livello: di acquisti veri e propri ne dovrebbe fare pochi.

Molti dicono che questo è il peccato originale dell'euro: non avere una banca centrale che si comporta come la Federal Reserve americana. Ma la differenza è che la Fed non compra i titoli emessi dagli Stati (dal Texas, o dalla California), solo quelli del governo federale. Non solo, ma la grande maggioranza degli Stati americani ha un vincolo di bilancio in pareggio. Titoli federali in Europa non esistono perché non esiste un ministro del Tesoro dell'Eurozona e i Paesi europei possono emettere debito a piacimento, senza tener conto dei costi per l'Unione nel suo complesso. 

L'Ue, attraverso la Commissione, ha poteri esecutivi in due sole aree: la politica della concorrenza e quella monetaria. In ogni altra area le decisioni richiedono l'accordo dei governi. Per salvare l'euro occorre estendere i poteri esecutivi dell'Ue alla politica di bilancio, non alle singole misure o al mix fra spesa e imposte, che deve rimanere prerogativa dei parlamenti nazionali, ma ai conti pubblici aggregati: evoluzione del debito e saldi di bilancio. Certo, è una rivoluzione, e ci rendiamo conto che è necessario cambiare i trattati europei, ma a questo punto è la sola via per salvare l'euro e i 60 anni che abbiamo dedicato a costruire l'Europa.



(...) L’alternativa a un break-up della moneta unica che avrebbe costi enormi per tutti, Germania inclusa, è quindi uno “scambio” preciso: disciplina di bilancio da parte dei paesi in debito o in deficit; accettazione tedesca della solidarietà fiscale, attraverso un ruolo attivo della BCE come garante ultima dei debiti europei e attraverso strumenti come gli Eurobonds. Visti i vincoli di politica interna della Germania, l’intervento della Banca centrale europea sui mercati dei titoli di Stato avverrà nei fatti: l’unica intesa possibile è un’intesa pragmatica – già anticipata dalle prime mosse di Mario Draghi.
Come è accaduto altre volte in passato, l’Italia si trova in posizione-chiave negli equilibri europei. Non solo perché la riforma di una delle principali economie dell’euro è cruciale per la credibilità del fronte dei “debitori”. Ma anche perché Mario Monti ha l’autorevolezza personale per mettere sul tavolo un trade-off del genere. Va aggiunta una nota importante. L’inclinazione italiana non è di trasformare la coppia asimmetrica “Merkozy”  in un triangolo “Merkomonti”: è di recuperare, attraverso la leadership delle economie principali, il peso delle istituzioni comuni - che garantiscono tutti. (...)



(...) Ci sono forti pressioni sulla Bce perché compri più bond sovrani.

Veniamo ai fatti: la Bce è stata ed è un elemento essenziale di stabilizzazione. È intervenuta in modo massiccio e lo fa ancora sui mercati dei titoli, svolgendo una funzione che a stretto rigore è fuori dal suo mandato. Inoltre sta fornendo liquidità illimitata al sistema dei pagamenti e al mercato monetario e bancario. Li sta, di fatto, tendendo in piedi. Ci vorrebbe invece un Fondo monetario europeo che desse soldi ai Paesi in cambio di determinate condizionalità».


Infatti Draghi ha invitato i governi a completare l’Efsf.
«Draghi ha ragione. Ma per essere efficace il fondo salva-Stati deve avere un ammontare di risorse credibile: questo può calmare i mercati. È successo con Lehman Brothers, può funzionare anche qui. Invece l’equivoco è: se ci mettiamo i soldi, qualcuno ne approfitta. Ma l’obiettivo è salvare l’euro!». (...)

sabato 19 novembre 2011

Un'Italia più forte in un'Europa più forte


Interessante riflessione di Marco Campione, che cita Stefano Menichini; da integrare con il timore che un "eccesso di appoggio" - che personalmente condividerei - può lasciare senza una risposta - soprattutto in vista del dopo governo - i malumori e le difficoltà che parti del paese proveranno per la durezza delle misure . 

Il rischio che nasca un "populismo di risposta" alle misure che il governo Monti sarà costretto a fare è grande (ne parlava De Rita in questi giorni; e dobbiamo pensare alle incognite di voti politici in Francia e in Germania). Il ruolo delle forze politiche democratiche - anche del Pdl, se deciderà di "superare" il suo fondatore, creandosi un orizzonte di futuro - è quello di far capire come le decisioni di Monti possono essere la base del futuro di tutti.

Confido che anche il professor Monti sia consapevole di questa difficoltà di "prospettiva": in questo senso è fondamentale riconquistare un posto in un'Europa via via più solida (Eurobond, nuovo ruolo BCE, nuove modalità di governo: si veda il Manifesto del Sole24Ore di cui si è già detto).

L'Italia deve diventare visibilmente e tangibilmente più forte in una Europa che si rinnova.