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lunedì 27 maggio 2019

Considerazioni sul voto europeo

Poche considerazioni volanti:

1.Europa più confusa e meno coerente, visti alcuni risultati (Italia e Francia).
1a. Possibile riapertura di distanze interne all'Europa stessa, con tensione che può portare a integrazione a più velocità (ma senza Francia sarebbe possibile?)
1b. Europa che - attenzione: forse con ok Washington in funzione anticinese - dialoga più apertamente con Russia? Più Eurasia e in senso non necessariamente alternativo al legame atlantico?

2. In Italia voto che non sorprende. Sul lato PD, non illudersi che il modello milanese funzioni sul resto del territorio nazionale; anzi, rischio che PD sia già percepito come partito da supermetropoli, che funziona solo "qui"
2a. Non è detto che il consenso in un momento così e su queste elezioni si riproduca a livello locale o comunque in altri livelli.

3. Le ragioni dell'europeismo non sono ben rappresentate se manca un riferimento all'economia sociale di mercato: con tutti i limiti di una formula vaga, Europa è e deve essere luogo liberale e sociale, non solo libero mercato e antitrust
3a. Europa non alternativa a nazioni, federalismo spinto non funziona con la nostra storia. Mix difficile da pensare, ma da produrre sul campo, con inevitabili  contraddizioni.

Francesco Maria Mariotti

(pubblicato stamani su Fb https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10219792887714030&id=1274444055)

mercoledì 29 agosto 2018

Europa Terra Di Pace

(Con riferimento alle polemiche di queste ore)


Se proprio dovessimo schierarci, mi verrebbe da dire "con Merkel e con la Germania"; ma sarebbe meglio dire con l'Europa come economia sociale di mercato. 

No ai nazionalismi, ma no anche ai leaderismi che alla fine aprono anche involontariamente la strada ai populismi.

Europa terrà di libertà e solidarietà, non di sfide fra stati e leader politici.

Europa terra di pace.

Francesco Maria Mariotti

***
vd. anche i post riguardanti in modo più o meno diretto l'economia sociale di mercato e in particolare quello su Ludwig Erhard e l'Economia Sociale di Mercato

venerdì 22 novembre 2013

Torna Lo Stato? O E' Una Pericolosa Illusione?

Torna lo Stato come protagonista dell'economia? Come garante di quel "lungo periodo" e di quella solidità di cui si sente bisogno in uno scenario sempre più pesante di crisi, di mancanza di lavoro? Per certi aspetti questa "riscoperta" è naturale, e forse anche benvenuta, ed è figlia di questa crisi e della avversione a soluzioni che vengono etichettate come "neoliberiste" (anche se a volte si tengono sotto questo "cappello" idee molto diverse fra loro, visto che per esempio a sinistra spesso si è indicato in Mario Monti un esponente del neoliberismo, mentre è molto più vicino alle idee dell'economia sociale di mercato). 

Al tempo stesso proprio il fatto che questa ricerca di "nuove" strade sia frutto di una "reazione" deve indurci a prudenza su facili entusiasmi rispetto alle possibilità di "mosse risolutive", che siano messe in campo dallo Stato o anche dalle Banche centrali, a cui spesso viene chiesto di sostituire la politica.

Alcune considerazioni, che in parte ritrovate negli articoli che segnalo di seguito:

1. Nessuna ardita mossa monetaria - di svalutazione o di "iniezione" di liquidità o simili - potrà da sola portare a risolvere la crisi. Una mossa estrema della BCE, per esempio, potrebbe servire se - e solo se - accompagnata da un salto di qualità politico dell'Unione europea. E comunque sarebbe forse un "guadagnare tempo": importante, magari, ma non risolutivo.

2. Gli Stati non possono essere protagonisti come un tempo della politica economica, proprio perché lo scenario complessivo è cambiato, e la globalizzazione - che non è una novità, è una tendenza sempre presente nella storia economica del mondo - costringe a fare i conti con confini sempre più mobili, sempre meno definiti, sempre meno "controllabili".

3. Per questo il rischio più grande - lo segnala uno degli articoli - è che l'idea di un nuovo ruolo della mano pubblica nel gioco economico (in sé forse inevitabile) è che esso si coniughi con protezionismi e vincoli, in ultima istanza difesa (anche comprensibile) dal futuro. E dai protezionismi e vincoli di tipo economico può sorgere di peggio.

Le elezioni politiche europee potranno essere un test importante anche da questo punto di vista, se saremo capaci di interrogarci sui nuovi scenari che si aprono. 

L'importante è che non perdiamo di vista che l'unità del mondo è alla fine inevitabile sbocco di questa strana vicenda umana di cui siamo protagonisti. Rallentare nel percorso può essere forse necessario, ma sarà sempre una soluzione temporanea. 

La politica che non veda questa finalità sarà sempre a rischio di cadute, errori, e forse  di (inutili?) spargimenti di sangue.

Francesco Maria Mariotti

I banchieri centrali rivendicano di avere altre frecce nei loro archi, tra cui la fissazione di obiettivi più audaci del mero controllo dell’inflazione, l’acquisto di asset più disparati o anche l’imposizione di tassi negativi sui depositi delle banche presso gli Istituti centrali, proprio per cercare di “punire” l’eccesso di risparmio immobile e convincere così a prestare e a investire. Wolf alle Banche centrali interventiste crede eccome. Ma non basta, aggiunge. Assieme a Summers, che a dire il vero già nel 2010 sostenne con ardore un teorema simile, dice che è il momento che lo stato attivista faccia quello che l’imprenditore loffio ha paura di fare: cioè decida dove e come dirottare la massa di risparmi a disposizione. Non a caso è stato Wolf, in queste settimane, a rilanciare con una sua recensione il libro dell’economista italo-americana Mariana Mazzucato. “The Entrepreneurial State”, pubblicato originariamente nel 2011, due anni dopo ha goduto di stampa migliore: sarà il segno dei tempi, l’insoddisfazione con le politiche di austerity e con le riforme strutturali che hanno effetto solo nel medio-lungo termine, fatto sta che oggi sul Financial Times non è uno scandalo definire “brilliant” un volume che intende falsificare “il mito di un settore dinamico privato contrapposto a un settore pubblico pigro” (vedi articolo sotto di Stefano Cingolani).

Va pur detto che altri economisti, come Raghuram Rajan, pur partendo da diagnosi in qualche modo simili a quelle di Wolf, diffidano dal trasformare i banchieri centrali nei nuovi re taumaturghi. Rajan, allevato a Chicago e oggi governatore della Banca centrale indiana, ritiene pure lui che a suon di credito facile, e quindi di debito, si sia tentato negli ultimi decenni di camuffare le difficoltà del mondo sviluppato, cioè la sopraggiunta incapacità del nostro occidente di creare ricchezza ai ritmi di un tempo. Secondo lui, però, la via d’uscita dal dilemma del risparmio in eccesso non la forniscono gli investimenti pubblici: meglio la via lunga delle riforme pro competitività, della concorrenza temperata dalle pari opportunità (di partenza) per tutti.


(...) Si chiama Mariana Mazzucato, è una donna italiana cresciuta negli Stati Uniti e trapiantata a Londra, non una econo-star, ma quasi. Lilli Gruber l’ha invitata una settimana fa a “Otto e mezzo” dove ha duellato con Michele Boldrin. Sembrava una riedizione di Beauty and the Beast nel senso che Boldrin difendeva la “bestialità” del mercato e la Mazzucato l’armonia di uno stato che si fa imprenditore. Perché la ricetta, quella che ha sapore d’antico, è proprio questa.

“Le innovazioni che hanno consentito la rivoluzione dell’information technology, ma anche quelle che hanno fatto sì che Steve Jobs creasse i suoi prodotti più smart, ebbene tutte vengono da ricerche pubbliche, da programmi statali, molti di loro addirittura militari”, dice la Mazzucato. Cosa c’è di inedito? E’ ben noto che fu la rete Arpanet a tenere in grembo internet, il touch screen, il Gps, gli algoritmi di Google, l’ingegneria genetica (negli Stati Uniti si spendono 32 miliardi di dollari l’anno per l’innovazione biomedica). Ma tutto questo, secondo la professoressa dell’Università del Sussex, fa cadere totem e tabù eretti dalla (contro)rivoluzione neoliberista. Lo stato non è un retaggio del passato, innova e si rinnova; non è un freno ma al contrario è il motore di ogni salto tecnologico; non è il barelliere che raccoglie morti e feriti dalla distruzione creatrice del mercato, bensì si fa attore in prima persona. Guai a rappresentarlo con le fattezze mostruose del Leviatano, assomiglia piuttosto a uno Steve Jobs collettivo.

“The Entrepreneurial State”, il libro che ha lanciato Mariana Mazzucato, è uscito nel giugno scorso, ma è frutto di un lungo lavoro per rivalutare il ruolo dello stato nel capitalismo moderno, compiuto con il think tank Demos, a sua volta parte di un progetto della Fondazione Ford chiamato Reforming Global Finance. Insomma, siamo nel cuore del sistema, non in un pensatoio gauchiste. E la stessa Mazzucato, nonostante penda decisamente verso i laburisti, viene consultata regolarmente dai conservatori a Westminster e a Downing Street. David Cameron l’ascolta per capire come rilanciare la “Little England” (definizione dell’Economist). Se prendiamo la classifica delle multinazionali, del resto, vediamo che tra le prime spiccano i colossi di stato (cinesi, russi, brasiliani) e anche grandi banche e imprese industriali occidentali nelle quali i governi hanno un ruolo attivo.(...)

La Mazzucato esalta il ruolo pubblico nella riconversione verso “l’economia verde”. Ebbene proprio in questi mesi l’eccesso di sovvenzioni alle fonti rinnovabili ha provocato in Germania una vera crisi energetica, mettendo in ginocchio colossi elettrici come Eon. “Perché non ha elencato anche tutti gli investimenti sprecati dai governi nel tentativo di tenere in piedi progetti poco economici?”, la bacchetta l’Economist. Di quante finte Silicon Valley pagate dai contribuenti sono lastricate le pianure europee? Formata in ottime scuole e con numerose esperienze alle spalle (anche alla Bocconi), certo non le manca la conoscenza della materia. Ma il suo entusiasmo la spinge a dimenticare che dal complesso militar-industriale denunciato da Dwight Eisenhower al Nuovo stato industriale teorizzato da Kenneth Galbraith, la letteratura anglo-americana è piena di analisi e discussioni sul ruolo attivo e innovatore di una mano pubblica che crea le condizioni perché la mano invisibile del mercato sviluppi le sue energie. Una cosa, però, è dire che lo stato fornisce gli ingredienti e apparecchia la tavola, un’altra è sostenere che si possa sostituire all’imprenditore nel creare piatti appetitosi e salutari, combinando il bello e l’utile. Jobs è unico e non si replica.

Non solo. Ai tempi di Eisenhower e Galbraith, lo stato aveva una dimensione nazionale, per quanto grande. Difendeva la propria valuta, controllava il flusso di capitali indirizzandolo verso i propri interessi, proteggeva le industrie strategiche. Perché il ritorno dello stato imprenditore s’accompagna inevitabilmente a robusti limiti al libero scambio e alla globalizzazione. “La fine del laissez faire”, del resto, è uno dei testi di John M. Keynes più citati dalla Mazzucato. E’ probabile che il mondo si stia già muovendo in questa direzione: secondo l’Economist ovunque si costruiscono castelli e fortilizi. E l’ironia della storia mostra che la critica da sinistra al mercato provoca per lo più ritorni conservatori, neocorporativi, protezionistici. Tira un’aria non da Nuova frontiera anni 60, ma da primo Dopoguerra. 


mercoledì 2 ottobre 2013

Giorgio Napolitano: La Mia Europa (da laStampa.it)

Dal dialogo emerge la concezione che Napolitano ha dell’Europa come vincolo virtuoso ed esterno da usare come contravveleno agli italici notori e deplorevoli vizi, storiche libertà di disavanzo di bilancio comprese. Ma al filone di pensiero che scende per li rami da Ciampi e Andreatta il Presidente aggiunge che, avendo la Ue abbracciato i valori dell’economia sociale di mercato (anche qui, Berlino über alles), occorre adesso porre rimedio all’«allarmante acuirsi di fenomeni di diseguaglianza e disagio sociali, di povertà e di esclusione dal lavoro dei giovani». E riconosce, per sintetizzare con un po’ di brutalità, che il Welfare - i «diritti acquisiti dai cittadini» che altri Paesi e perfino la Cina sembrano voler adesso considerare - è il cuore, la forma stessa della democrazia europea. Eppure quell’«impianto» va rivisto, «affermando nuove priorità nell’intervento dei poteri pubblici e nell’azione sociale», ma non «con tagli indiscriminati della spesa pubblica, anche quando bisogna ridurre sostanzialmente i debiti sovrani».

mercoledì 24 ottobre 2012

La Trappola Dell'Eccesso Di Rigore (A. Quadrio Curzio su ilSole24Ore)


L'economia reale è trattata nell'ambito del «quadro di politica economica integrata» ma in modo insoddisfacente. Infatti dopo enunciati condivisibili relativi al perseguimento della economia sociale di mercato per una crescita economica competitiva con una occupazione forte e sostenibile, si riconduce il tutto alla necessità dell'equilibrio di bilancio degli Stati membri e alla flessibilità dei loro mercati di fattori e prodotti per evitare l'accumulo di squilibri. Tutto ciò è importante ma non indica una politica reale-industriale all'altezza della prima manifattura del mondo! Non vorremmo che questa impostazione riponga troppa fiducia sul fatto che basta più concorrenza per produrre più crescita. Il che è pressoché impossibile in una recessione grave come questa unita a politiche di bilancio rigide che la aggravano.
di Alberto Quadrio Curzio - Il Sole 24 Ore - leggi l'articolo integrale

mercoledì 15 febbraio 2012

Riconciliare gli Europei con l'Europa (Monti - Goulard)

(...) Sono le disfunzioni delle democrazie nazionali a contribuire ampiamente ai disordini attuali: in virtù del trattato di Maastricht, i governi dell`eurozona continuano ad assumersi il carico delle politiche economiche _e sociali e devono sorvegliarsi a vicenda. Abbiamo visto il risultato. Violando le promesse di rigore di bilancio o rinviando le riforme indispensabili, parecchi responsabili nazionali non solo hanno ingannato ì propri partner, ma hanno anche leso i propri popoli, in particolare i giovani e le generazioni future. 


La tirannia del breve termine, l`eccesso di indebitamento, pubblico o privato, il clientelismo hanno portato a un disastro che le popolazioni pagano caro. Nessuno può più sostenere che la democrazia nazionale funzioni in modo soddisfacente e che invece «l`Europa» non funzioni.


AI tempo stesso, la crisi ha accentuato il bisogno di legittimazione delle decisioni europee. La disoccupazione crea enormi danni, la precarietà e le ineguaglianze aumentano.


Troppi europei hanno la sensazione di trovarsi in un tunnel. Sono pronti a fare sforzi, se questi sono equamente ripartiti. Vogliono soprattutto capire chi decide e vogliono avere un peso sulle scelte per ritrovare dignità e speranza.


Siamo convinti che, per uscire durevolmente dalla crisi, dobbiamo ripensare la democrazia a tutti i livelli, europeo e nazionale, senza contrapporli. E giunto il momento di abbandonare le dispute istituzionali e le recriminazioni incrociate che nuocciono al bene comune. Un disarmo generale si impone al fine di riconciliare gli europei con l`Europa.(...)

Anche su certe carenze dell`azione europea, che minacciano di diventare veri e propri «buchi neri», non c`è un dibattito sufficiente: sulla necessità, per esempio, di riattivare la crescita senza nuocere alla disciplina, o ancora sulle possibilità di preservare l`equità fiscale quando, nel mercato unico, il capitale è mobile e il lavoro lo è molto meno.

La mancanza di una discussione aperta accredita anche l`impressione di un «diktat» degli Stati più potenti: Ciò è pericoloso.- Una delle virtù della costruzione europea, dal 1950, e la ragione profonda del suo successo nel preservare la pace, è quella di unire su base volontaria, nel mutuo rispetto. La stabilità non può essere imposta con la forza.(...)

L`esigenza di democrazia, di partecipazione, di trasparenza è irresistibile. A termine, riforme di grande ampiezza saranno necessarie per fortificare la dimensione parlamentare dell`Unione Europea. Come a livello nazionale, la posta in gioco è delicata, poiché consiste nell`inventare una democrazia più esigente, che eviti la demagogia e la veduta corta. Il processo sarà lento, ma un contributo può già darlo un dialogo intenso e fiducioso fra istituzioni, al di là delle frontiere.

Il testo integrale apparso sul Corriere della Seraanche in pdf

domenica 15 gennaio 2012

Ludwig Erhard e l'Economia Sociale di Mercato

Nell'intervista dei giorni scorsi a Die Welt, già qui citata, Mario Monti fa un'affermazione importante: "(...) Deve sapere che io ho sempre lavorato per un’Italia che somigliasse il più possibile alla Germania. Ho sempre voluto un’Europa della concorrenza, che si impegnasse il più possibile per l’idea di un’economia di mercato sociale, che proviene da Ludwig Erhard. Come vede, sento molto il tedesco. Premesso ciò, dico: l'Italia può svolgere e svolgerà un ruolo maggiore in Europa».(...)". Chi è Ludwig Erhard? E cosa si intende per "economia sociale di mercato", formula che qui è stata spesso richiamata e che sembra paradossale, a prima vista (e infatti tendenzialmente non amata dai liberisti "duri e puri")? Di seguito alcuni materiali su cui approfondire queste idee, che possono aiutarci a definire anche per il futuro il campo di azione della nostra politica europea. 

Francesco Maria Mariotti

Ludwig Erhard (1897-1977)

Importante uomo politico della CDU, economista e deciso fautore dell'integrazione della Germania all'interno dell'Occidente liberaldemocratico, Ludwig Erhard è stato uno degli uomini che più hanno contribuito alla rinascita di questo paese. Ministro degli affari economici dal 1949, egli è assurto anche al rango di cancelliere nel periodo 1963-66, riuscendo a tradurre in scelte concrete quel progetto di una "economia sociale di mercato" che - pur garantendo un'ampia protezione alle categorie più deboli - si propose di assicurare lo sviluppo capitalistico della Germania e la crescita del suo sistema produttivo.(Biografia tratta dal sito di Società Libera)



(...) Ad ogni modo, il fallimento editoriale di Mises, la crisi della repubblica di Weimar e l'ascesa del nazionalsocialismo non impedirono la ricerca di una via tedesca al liberalismo da parte di un gruppo di studiosi, i quali, già durante gli anni del regime nazista, si raccolsero intorno alla guida del professor Walter Eucken. Detto gruppo assunse il nome di Scuola di Friburgo e la filosofia che la ispirava venne chiamata "ordoliberalismo", dal titolo della rivista "Ordo", fondata da Eucken nel 1940. Decisamente più critici di Adam Smith rispetto alla fede in una spontanea armonia che sarebbe dovuta scaturire dall'opera della "mano invisibile", gli ordoliberali, anche noti come i fautori della economia sociale di mercato (Soziale Marktwirtschaft), hanno contribuito in modo sostanziale all'evoluzione della teoria economica, ed in particolar modo a quella branca dell'economia che incontra il diritto, e del diritto che incontra l'analisi economica, avendo sostenuto l'idea che il sistema economico per esprimere al meglio le proprie funzioni produttive-allocative dovrebbe operare in conformità con una "costituzione economica" che lo Stato stesso pone in essere. Si tratta di una visione politico-economica che non ha nulla a che vedere con la pianificazione economica centralizzata o con una politica statale interventista. Per il semplice motivo che il ruolo dello Stato nell'economa sociale di mercato non è semplicemente quello di "guardiano notturno", tipico del liberalismo del laisser-faire, bensì è quello di uno "Stato forte" che si preoccupa di contrastare l'assalto contro il funzionamento del mercato da parte dei monopoli e dei cacciatori di rendite.
Tra gli studiosi che contribuirono all'elaborazione e alla diffusione dell'ordoliberalismo possiamo annoverare economisti come Alexander Rüstov e Wilhelm Röpke e giuristi come Hans Grossman-Dörth e Franz Böhm; questi ultimi condirettori insieme ad Eucken della rivista "Ordo".
Potremmo sintetizzare il contenuto della teoria politico-economica ordoliberale nell'affermazione che gli autori della Scuola di Friburgo riconoscevano il ruolo e la funzione dello stato e nel contempo erano strenui avversari di ogni forma di dirigismo. Intendiamo dire che per la teoria ordoliberale il mercato è un sistema di relazioni che necessita di essere organizzato giuridicamente dallo stato e che lo stato non dovrebbe in alcun modo modificare i risultati che provengono dai processi di mercato. In questa prospettiva, gli ordoliberali, nell'ambito delle politiche economiche internazionali, si espressero a favore delle liberalizzazioni degli scambi e, di conseguenza, avversarono tutte quelle politiche creditizie e fiscali che a loro avviso avrebbero potuto incentivare le concentrazioni di capitale. Riguardo alla politica economica interna, si mostrarono estremamente scettici nei confronti dell'interventismo di stato nel campo sociale ed evidenziarono gli effetti deresponsabilizzanti sulla condotta individuale di un atteggiamento paternalistico da parte dello stato.(...)
Il contributo più originale dell'"ordoliberalismo" è stato di aver aggredito le problematiche del mercato concorrenziale a partire da un approccio istituzionale. Gli "ordoliberali" hanno colto l'idea che l'ordine concorrenziale è di per sé un "bene pubblico" e in quanto tale andrebbe tutelato. La scuola di Friburgo ci aiuta a comprendere che esiste una dimensione istituzionale nel paradigma liberale, dimensione negata o, quanto meno, assente in gran parte della letteratura liberale di matrice libertaria, accecata dall'idea che possa esistere un "mercato non intralciato". Il programma di ricerca degli "ordoliberali" ha incentrato l'attenzione sul fatto che l'idea liberale di una società libera è un'idea costituzionale, che necessita di una formalizzazione costituzionale. (...) è opinione diffusa presso gli storici che alla base del cosiddetto "miracolo economico" tedesco ci sia la scelta di Erhard di promuovere, contro il volere delle truppe di occupazione angloamericane, la liberalizzazione dei prezzi. Tra gli autori che hanno maggiormente contribuito all'elaborazione teorica dell'economia sociale di mercato, troviamo indubbiamente Wilhelm Röpke. Con Röpke, secondo la terminologia che fu di Oppenheimer ed in parte di Erhard, la dottrina economico-sociale della Scuola di Friburgo assunse la collocazione di "terza via", tra un liberalismo nella versione del laissez faire e il collettivismo socialista. La "terza via" di Röpke condurrebbe ad un'economia imprenditoriale basata sul "libero mercato" e non sul "mero capitalismo", che, per il nostro autore, si distingue dal libero mercato per la sua tendenza – no necessità – a risolversi in meccanismi anticoncorrenziali, favorendo la nascita di monopoli, di cartelli e l'abuso di posizione dominante. Per questa ragione, il liberalismo di Röpke ammette l'intervento pubblico, a condizione che sia "conforme" alle leggi di mercato, non sopprimendone l'autonomia. Prevede, altresì, una "politica strutturale", in grado di assicurare la conformità del sistema economico con i fini dell'organizzazione sociale e politica.(...)



Economia sociale di mercato: un dibattito acceso (Flavio Felice, benecomune.net, 22/09/2008)
: (...) A tale dibattito si è inserito con una intervista altamente significativa anche il presidente della Bocconi Mario Monti. L’ex Commissario europeo propone l’economia sociale di mercato come una via alla stabilità e al rigore ed esprime il suo rammarico per il fatto che Luigi Einaudi non sia riuscito in Italia lì dove in Germania era riuscito Ludwig Erhard. Afferma Monti: “Oggi, il richiamo all'economia sociale di mercato, in particolare in Italia, dà a volte l'impressione di essere pronunciato con un'ispirazione opposta. Si è un po' insofferenti verso la disciplina imposta dalle regole del bilancio pubblico o da quelle del mercato, e allora si ‘rivendica’, in contrapposizione alla prova non buona data di recente dal modello americano”. A Monti replica Michele Salvati, che, pur perpetuando la tesi in merito alla distinzione teorica tra il modello capitalistico europeo e quello americano, concorda con Monti che “‘Socialità’ alla Ludwig Ehrard vuol dire che, nel pieno rispetto del mercato e della concorrenza, e con politiche fiscali universalistiche, i ceti più deboli devono essere protetti dalle peggiori avversità del ciclo economico”. Concludiamo questa rapida rassegna sull’economia sociale di mercato, riportando la lucida osservazione di Francesco Forte, il quale ci mette in guardia da possibili “pasticci” e propone un’interpretazione einaudiana della suddetta teoria. Forte intende sottolineare che “Molti di coloro che si pronunciano a favore dell’economia sociale di mercato non usano questo termine nel senso di Röpke o Einaudi, ma si riferiscono a una socialità che corregge il sistema di concorrenza”. Secondo la più autentica tradizione dell’economia sociale di mercato, il principio di concorrenza è assunto come principio ermeneutico, lo strumento mediante il quale raggiungere obiettivi di socialità. Non si tratta di temperare la concorrenza, di mitigarla con interventi perentori che orientino l’economia nazionale ed internazionale nella direzione voluta dal “grande timoniere”. Al contrario, uno “stato forte” è quello che vigila affinché nessuno possa violare le regole della concorrenza e che interviene momentaneamente e in via sussidiaria con “interventi conformi al mercato”, tentando di “l’adeguamento” alle nuove circostanze, per tentare di “assestare” le istituzioni vittime di crisi congiunturali, senza pretendere di “conservare” aziende orami incapaci di vivere autonomamente sul mercato.(...)