Visualizzazione post con etichetta Stato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stato. Mostra tutti i post

domenica 28 aprile 2019

Intervista a Mario Monti. Politici cinici e ignoranti, così l’Europa non va lontano (Eco di Bergamo)

"(...) Come giudica il contrasto (se esiste) tra establishment ed opinione pubblica e il ruolo della tecnocrazia nel rapporto con la politica?
«L’establishment, inteso come classe dirigente o élite, esiste in ogni Paese, con ogni sistema politico. Il problema si ha quando l’élite si consolida indipendentemente dai meriti ed è difficile, anche per i meritevoli, entrare a farne parte. Fa difetto, allora, la “circolazione delle élite”. La società è allora iniqua, l’economia stagnante. Questo è, per l’Italia, un tema drammatico. Agli infuocati attacchi all’élite si accompagna curiosamente, soprattutto nella sinistra e nei movimenti che si dicono “populisti”, la mancanza di interventi che servirebbero a stimolare la circolazione delle élites : l’insistenza sul merito, la tassazione progressiva (in Italia ora si tende a preferire la flat tax), un’imposizione sulle successioni del livello riscontrabile in altri Paesi (in Italia è più bassa), una modesta ma ricorrente imposta patrimoniale (anatema, in Italia). Finiremo così per avere un’élite sempre più sclerotica e che non si rinnova, un odio sempre maggiore per le élites, una politica che disdegna sempre più le competenze».
E il rapporto tra politica e tecnocrazia?
«A me sembra che la competenza tecnica (“tecno”) possa diventare “tecnocrazia” in due casi: se soggetti diversi dai rappresentanti politici eletti dal popolo “prendono” il potere, ad esempio con un colpo di stato ; oppure se i rappresentanti politici, in una determinata situazione, decidono liberamente di ricorrere a qualcuno che ritengono in grado, per competenza, credibilità, forse anche per la sua estraneità ai partiti politici, di esercitare i poteri di governo meglio di come essi, nelle circostanze, sarebbero in grado di fare. Allora gli conferiscono, con la designazione o con un voto di fiducia, il potere di governare, creando essi una “tecno-crazia”. A mio parere, la prima forma di tecnocrazia va rigettata completamente, in quanto estranea alla democrazia; quanto alla seconda, se vi si ricorre è segno che la politica è in crisi grave. L’ideale, sempre secondo me, è che il processo di selezione dei politici valorizzi anche le competenze, per farne dei politici più consapevoli e più capaci di dialogare con i “tecnici”, che è comunque utile consultare nel processo delle decisioni politiche».
«I nazionalisti lasciati allo stato brado ci porterebbero alle guerre»: l’ha detto lei. È un rischio reale? È vero che, contrariamente a ciò che molti credono, indeboliscono il Paese che li alimenta?
«“Le nationalisme c’est la guerre!” Così François Mitterrand concluse il suo ultimo discorso al Parlamento europeo nel gennaio 1995, il primo discorso che ascoltai come neo-commissario europeo. Aveva ragione. I movimenti nazionalisti dei vari Paesi europei che cos’hanno in comune ? La volontà di ridimensionare, forse azzerare, i poteri di Bruxelles. Al di là di questo obiettivo, se per un momento supponiamo che l’abbiano conseguito, che cosa avrebbero in comune? Nulla, solo la volontà che la nazione di ciascuno prevalga sulle nazioni degli altri, foss’anche con l’uso della forza. No, grazie. Per questi nobili ideali, abbiamo già avuto decine di milioni di morti. Nel frattempo, ogni Paese sarebbe più debole, in mancanza di un’Europa più forte. Più debole verso le eventuali prepotenze di questo o quel Paese europeo. Più debole verso le potenze extraeuropee, politiche, militari o anche soltanto tecnologiche». (...)"

mercoledì 29 agosto 2018

Europa Terra Di Pace

(Con riferimento alle polemiche di queste ore)


Se proprio dovessimo schierarci, mi verrebbe da dire "con Merkel e con la Germania"; ma sarebbe meglio dire con l'Europa come economia sociale di mercato. 

No ai nazionalismi, ma no anche ai leaderismi che alla fine aprono anche involontariamente la strada ai populismi.

Europa terrà di libertà e solidarietà, non di sfide fra stati e leader politici.

Europa terra di pace.

Francesco Maria Mariotti

***
vd. anche i post riguardanti in modo più o meno diretto l'economia sociale di mercato e in particolare quello su Ludwig Erhard e l'Economia Sociale di Mercato

mercoledì 11 aprile 2018

Facebook e la guerra di potere (C.Blengino, ilPost)

In attesa che la tensione internazionale attorno alla Siria si concretizzi (forse già nelle prossime ore?) in una qualche azione dai contorni probabilmente "ambigui" (come sempre più spesso avviene nelle guerre, si inizia, non si sa come si continua, si fa qualcosa per non stare fermi, si osa ma non fino all'inverosimile; in questo senso queste crisi mettono sempre più in evidenza una sorta di "impotenza generalizzata" che confina, nella pratica, con una ricerca di "non-vittoria" per nessuna delle parti, di cui già in passato abbiamo avuto segni), si può guardare a un'altra partita, per certi aspetti più "vicina" e forse non mano importante.

Segnalo in questo senso una riflessione, apparsa sul Post, che mi pare centrare meglio di altre  - sia pure in termini che naturalmente possono e devono essere discussi - la questione sottostante la battaglia attorno agli scandali su Facebook e social network in generale.

Buona lettura

Francesco Maria Mariotti

***

"Parto da lontano, da un articolo apparso su The Foreign Affairs oltre 30 anni fa a firma George P. Shultz, all’epoca Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America.
L’articolo dal titolo Shaping American Foreign Policy: New Realities and New Ways of Thinking è del 1985: c’era Reagan e la guerra fredda e il termine social network era probabilmente relegato in qualche libro di sociologia; non c’era il web e dunque non c’era ciò che oggi i più identificano con internet, ma internet c’era e c’erano i computer.

Nella parte finale dello scritto (la parte V) Shultz lega le politiche neoliberiste della presidenza Reagan a quello che appariva, in America, come l’onda impetuosa della società dell’informazione: la rivoluzione digitale e il neoliberismo della “reaganomics” sarebbero diventate la più temibile arma di espansione degli Stati Uniti nel mondo.(....)

Nel 1985 (in realtà sin dagli anni ‘60) in America avevano ben chiaro che la rivoluzione digitale sarebbe stata una questione non solo tecnologica, di efficienza e di mercato, ma soprattutto una questione di potere. Avevano chiaro che con internet, disporre e controllare grandi quantità di dati e possedere capacità di calcolo sarebbe diventata un’arma globale in grado di erodere e modificare i centri del potere, economico e statuale.

La scelta di delegare questo potere alle proprie imprese commerciali liberando e sfruttando il loro potenziale grazie all’architettura aperta della rete è stata una scelta politica, lucida e consapevole. E vincente.
Non ci si può stupire oggi del ruolo che Facebook, Google ed in generale delle tech company americane esercitano in Europa e non solo. Capire il valore delle tecnologie digitali voleva dire sin dall’origine cogliere se non l’esistenza di un nuovo potere, certamente intuire la profonda mutazione nell’esercizio del potere, tanto economico quanto sociale. I nostri politici temo non l’abbiano capito neanche oggi, mentre starnazzano contro Facebook.

Buona parte del manifesto di Shultz si è realizzata.

L’Europa ha commesso esattamente l’errore preconizzato nell’articolo: negli ultimi trent’anni, per ragioni astrattamente condivisibili, dalla tutela della proprietà intellettuale alla (parziale e inefficace) protezione dei dati personali sino alle politiche fiscali, si è da subito tentato di governare e regolamentare il flusso di dati e contenuti, e nel far ciò si è ottenuto un unico risultato: deprimere e comprimere le imprese europee che operano sul web avvantaggiando le imprese statunitensi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

La colonizzazione di quel territorio globale che è l’infosfera si è realizzata come pianificato e quella “sfida al concetto stesso di sovranità nazionale ed al ruolo dei governi nella società” preconizzata da Shultz oltre 30 anni fa emerge evidente nello schizofrenico dibattito su fakenews e propaganda, sui giganti del web, su Facebook nel caso Cambridge Analytica ed in generale sul ruolo dei social network e dei BigData.

Dove Shultz ha sbagliato è nell’ottimistica previsione del “dilemma del dittatore”, nella visione di internet come salvifico veicolo di democrazia.

Gli stati autoritari, liberi da vincoli costituzionali, hanno infatti colto meglio e prima di altri le opportunità di propaganda e controllo di massa offerti dalla rete e dalla digitalizzazione, sfruttando efficacemente il potere dei dati per consolidare i loro regimi. Non è un caso se sul tema della disinformazione aleggia sempre, a torto o a ragione, lo spettro di Putin.

Gli stati democratici si stanno organizzando, ma soffrono inevitabilmente di maggiori vincoli. 

Il potere conferito dalla rivoluzione digitale, ben chiaro a Shultz, è saldamente nelle mani (rectius, nei server e nelle macchine) delle imprese commerciali (prevalentemente statunitensi) ed è un potere ben superiore a quanto ipotizzabile nel 1985, prima che il web, gli smartphone e l’internet delle cose producessero la capillare digitalizzazione delle nostre vite e la capacità di calcolo raggiungesse l’attuale potenza.

Oggi la stessa delega di potere scientemente conferita dal governo degli Stati Uniti alle proprie imprese vacilla.
L’immagine dei rappresentanti di Facebook, Twitter e Google in piedi che giurano davanti alla Commissione del Senato USA nel 2017 per il Russiagate ne è forse la rappresentazione più evidente: anche negli USA qualcosa sta cambiando.

E il fatto che la guerra alle grandi piattaforme sia esplosa, anche in America, sul tema artefatto e strumentale delle fakenews la dice lunga.

Stiamo assistendo da tempo, e in questi giorni con toni parossistici nei confronti di Facebook, ad una guerra di potere che temo abbia poco o nulla a che fare con la difesa dei diritti fondamentali dei cittadini.
Gli Stati stanno solo tentando di controllare e sfruttare i medesimi dati abilmente generati e “lavorati” dalle tech company per fini commerciali e di recuperare un divario di potere che loro stessi, più o meno consciamente, hanno generato.(...)"


martedì 4 marzo 2014

La Guerra, L'Economia, I Mercati: I Limiti Del Principe

Probabilmente è troppo presto per tirare un sospiro di sollievo sulla questione ucraina. Troppo forti gli interessi russi sulla Crimea, troppo alta la posta in gioco per l'Occidente, dal punto di vista dell'"onore" - se c'è onore nelle relazioni internazionali (forse sì, a volte no) - e dal punto di vista delle svariate "dipendenze", soprattutto economiche, che questa crisi mette in luce. 

E' invece interessante notare come oramai il "sismografo mercati finanziari" sia sempre più rilevante, anche per i paesi che forse nella percezione comune non corrispondono all'idea di nazioni - diciamo con una espressione "aggiustata" per intenderci - "a forte leva finanziaria".

In questa dialettica che non è più - e non sarà più - solo con l'economia reale, si riscontra forse il vero limite della guerra di questi tempi, e dunque della politica. 

(O forse di un certo tipo di guerra, da cui l'esplosione dei cosiddetti conflitti asimmetrici, che però confermano i limiti della potenza "classica"; e forse per questo quando i conflitti superano una certa intensità - vd. Siria - nessuno sembra in grado di fermarli, portando alla deriva totale una collettività). 

Perché nell'impossibilità di una guerra totale (ed eccezion fatta - o conferma, in realtà, come ci si domandava? - nel "suicidio" della guerra civile) - v'è scritta l'impossibilità della politica, intesa come desiderio di comando, di progettazione della realtà, di cambiamento delle strutture portanti della società.

Bene o male che sia, e personalmente mi pare che gli elementi positivi superino quelli negativi, il Principe appare spodestato o comunque non più così potente, come spesso -a sinistra come a destra - ci si illude che sia , anche quando Principe "democratico".

Nel pensare un'Europa "non-solo-moneta" faremmo bene a non illuderci di poter tornare a un'idea di collettività con una direzione comune, certa e razionalmente definita. 

Il patto che legherà le future collettività non potrà essere stipulato solo con gli elettori. Già non illudersi e non illudere i cittadini sarebbe un ottimo passo in avanti per rendere più concreti i nostri legittimi sogni di poter "costruire" un mondo migliore.

Francesco Maria Mariotti



Rispondere a Vladimir Putin con le sue stesse armi, sarebbe per l'Europa un modo veloce, diretto e completamente sbagliato. Prendendo controllo della Crimea, Putin ha violato con arroganza le leggi internazionali. Ma il suo potere nel confronto militare è maggiore di quello che può esercitare sul piano diplomatico. È al tavolo negoziale che va esposta la sua debolezza, inclusa quella economica mostrata ieri dai mercati. È lì che l'Europa può imporre il rafforzamento della democrazia in Ucraina, svalutando di riflesso l'autocrazia di Mosca. Non con minacce di missili o di dure sanzioni, come piace ai più radicali a Washington, ma seminando il virus democratico ai confini della Russia. Ogni volta che i cingoli solcano il terreno, cadiamo preda di un riflesso automatico che stigmatizza come debole o tardiva la ricerca europea di soluzioni diplomatiche. L'esperienza delle primavere arabe giustifica molti pregiudizi. Ma questa volta la cancelliera Merkel, promotrice di un approccio sia di condanna sia di mediazione attraverso un "gruppo di contatto" – che contrasta con la tentazione americana di isolare Mosca - ha ragione e bene ha fatto il governo italiano a capirlo e a sostenerlo.
di Carlo Bastasin - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/v6LfJ
L’arrivo dei soldati con e senza mostrine in Crimea solleva una doppia questione di indipendenza. Lo fa dal punto di vista politico per l’Ucraina, crocevia del gas che dai serbatoi dell’ex impero sovietico confluisce verso l’Europa attraverso una rete di 40 mila chilometri di oleodotti. E poi da quello energetico per l’Europa, terra in cui alcuni leader in queste ore si staranno forse chiedendo se sia stato davvero un affare trattare con compiacenza il sempre indisponente zar Vladimir, e quanto sia stata una buona idea non costruire un mercato unico dell’energia fondato su una rete integrata a livello continentale.
Il riscaldamento delle case e l’energia delle imprese in Lituania, Estonia e Lettonia sono legati al 100 per cento ai gasdotti che portano a Gazprom. La Romania al 97,5 per cento. La Polonia al 67. L’Europa allargata, dunque tutto quello che si trova sopra, di fianco e sotto l’Ucraina, ha una dipendenza del 30 per cento. Venticinque miliardi di metri cubi l’anno sono assorbiti dall’Italia, che da sola consuma un quinto dell’export russo verso la parte occidentale del Continente. Questa, insieme con gli interessi economici e industriali condivisi con Mosca (in primo luogo attraverso l’Eni), è la principale ragione della grande (e inevitabile) cautela diplomatica adottata dal governo.

E’ dal giorno dell’occupazione delle truppe russe in Crimea che il capo dello Stato segue con molta attenzione l’evoluzione della crisi in Ucraina. Certo, lui è il capo del Consiglio Supremo di Difesa, come vuole la Costituzione. Ma c’è di più. E’ come se l’affare ucraino, così delicato a livello internazionale, abbia fatto scattare quel ruolo di consigliere d’esperienza da parte di Napolitano nei confronti del giovane premier e del giovane ministro degli Esteri Federica Mogherini. Non una supplenza, naturalmente. Piuttosto la consapevolezza di non essere soli a gestire una questione più grande di tutti. Renzi ne ha parlato stamane con Napolitano, in quei 40 minuti di colloquio a margine dell’inaugurazione del corso accademico di formazione degli agenti dei nostri servizi segreti, proprio nella sede dell’Aisi a Monti, in centro a Roma. Di fatto, è la prima volta che il segretario del Pd si trova a dover tener conto dei suggerimenti non solo del capo dello Stato ma anche delle gerarchie militari. Insomma, in questi affari non c’è rottamazione che tenga. E la crisi Ucraina non esalta il carattere decisionista del presidente del Consiglio. E’ un bene, a sentire i giudizi che ci arrivano da ambienti militari.


Legittima difesa collettiva

L’Ucraina ha mobilitato le proprie forze armate. Essa ha diritto di esercitare la legittima difesa, come consentito dalla Carta delle Nazioni Unite, diritto che è connaturato all’esistenza stessa dello stato e che non richiede, per il suo esercizio, di essere autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Ben vengano le parole di moderazione come quelle espresse dal governo italiano, ma è assurdo non ricordare i diritti della vittima dell’aggressione e in particolare che questa può reagire con la forza armata, quantunque le forze in campo siano incommensurabili.

Alla vittima dell’attacco armato spetta non solo il diritto di legittima difesa individuale, ma anche quella collettiva: terzi stati possono intervenire a suo favore.

La Nato dispone di un meccanismo di legittima difesa collettiva a tutela dei propri membri, nel senso che se uno stato dell’alleanza è attaccato gli altri debbono intervenire a suo favore. Questo non è il caso dell’Ucraina, che non è membro della Nato.

Teoricamente però, la Nato, pur non essendovi obbligata, potrebbe intervenire a favore dell’Ucraina, con una missione decisa dal Consiglio atlantico. Teoricamente, poiché nessuno vuole morire per Kiev e infatti la Nato non è andata oltre la deplorazione dell’intervento russo e la sua stigmatizzazione come violazione del diritto internazionale. 



venerdì 22 novembre 2013

Torna Lo Stato? O E' Una Pericolosa Illusione?

Torna lo Stato come protagonista dell'economia? Come garante di quel "lungo periodo" e di quella solidità di cui si sente bisogno in uno scenario sempre più pesante di crisi, di mancanza di lavoro? Per certi aspetti questa "riscoperta" è naturale, e forse anche benvenuta, ed è figlia di questa crisi e della avversione a soluzioni che vengono etichettate come "neoliberiste" (anche se a volte si tengono sotto questo "cappello" idee molto diverse fra loro, visto che per esempio a sinistra spesso si è indicato in Mario Monti un esponente del neoliberismo, mentre è molto più vicino alle idee dell'economia sociale di mercato). 

Al tempo stesso proprio il fatto che questa ricerca di "nuove" strade sia frutto di una "reazione" deve indurci a prudenza su facili entusiasmi rispetto alle possibilità di "mosse risolutive", che siano messe in campo dallo Stato o anche dalle Banche centrali, a cui spesso viene chiesto di sostituire la politica.

Alcune considerazioni, che in parte ritrovate negli articoli che segnalo di seguito:

1. Nessuna ardita mossa monetaria - di svalutazione o di "iniezione" di liquidità o simili - potrà da sola portare a risolvere la crisi. Una mossa estrema della BCE, per esempio, potrebbe servire se - e solo se - accompagnata da un salto di qualità politico dell'Unione europea. E comunque sarebbe forse un "guadagnare tempo": importante, magari, ma non risolutivo.

2. Gli Stati non possono essere protagonisti come un tempo della politica economica, proprio perché lo scenario complessivo è cambiato, e la globalizzazione - che non è una novità, è una tendenza sempre presente nella storia economica del mondo - costringe a fare i conti con confini sempre più mobili, sempre meno definiti, sempre meno "controllabili".

3. Per questo il rischio più grande - lo segnala uno degli articoli - è che l'idea di un nuovo ruolo della mano pubblica nel gioco economico (in sé forse inevitabile) è che esso si coniughi con protezionismi e vincoli, in ultima istanza difesa (anche comprensibile) dal futuro. E dai protezionismi e vincoli di tipo economico può sorgere di peggio.

Le elezioni politiche europee potranno essere un test importante anche da questo punto di vista, se saremo capaci di interrogarci sui nuovi scenari che si aprono. 

L'importante è che non perdiamo di vista che l'unità del mondo è alla fine inevitabile sbocco di questa strana vicenda umana di cui siamo protagonisti. Rallentare nel percorso può essere forse necessario, ma sarà sempre una soluzione temporanea. 

La politica che non veda questa finalità sarà sempre a rischio di cadute, errori, e forse  di (inutili?) spargimenti di sangue.

Francesco Maria Mariotti

I banchieri centrali rivendicano di avere altre frecce nei loro archi, tra cui la fissazione di obiettivi più audaci del mero controllo dell’inflazione, l’acquisto di asset più disparati o anche l’imposizione di tassi negativi sui depositi delle banche presso gli Istituti centrali, proprio per cercare di “punire” l’eccesso di risparmio immobile e convincere così a prestare e a investire. Wolf alle Banche centrali interventiste crede eccome. Ma non basta, aggiunge. Assieme a Summers, che a dire il vero già nel 2010 sostenne con ardore un teorema simile, dice che è il momento che lo stato attivista faccia quello che l’imprenditore loffio ha paura di fare: cioè decida dove e come dirottare la massa di risparmi a disposizione. Non a caso è stato Wolf, in queste settimane, a rilanciare con una sua recensione il libro dell’economista italo-americana Mariana Mazzucato. “The Entrepreneurial State”, pubblicato originariamente nel 2011, due anni dopo ha goduto di stampa migliore: sarà il segno dei tempi, l’insoddisfazione con le politiche di austerity e con le riforme strutturali che hanno effetto solo nel medio-lungo termine, fatto sta che oggi sul Financial Times non è uno scandalo definire “brilliant” un volume che intende falsificare “il mito di un settore dinamico privato contrapposto a un settore pubblico pigro” (vedi articolo sotto di Stefano Cingolani).

Va pur detto che altri economisti, come Raghuram Rajan, pur partendo da diagnosi in qualche modo simili a quelle di Wolf, diffidano dal trasformare i banchieri centrali nei nuovi re taumaturghi. Rajan, allevato a Chicago e oggi governatore della Banca centrale indiana, ritiene pure lui che a suon di credito facile, e quindi di debito, si sia tentato negli ultimi decenni di camuffare le difficoltà del mondo sviluppato, cioè la sopraggiunta incapacità del nostro occidente di creare ricchezza ai ritmi di un tempo. Secondo lui, però, la via d’uscita dal dilemma del risparmio in eccesso non la forniscono gli investimenti pubblici: meglio la via lunga delle riforme pro competitività, della concorrenza temperata dalle pari opportunità (di partenza) per tutti.


(...) Si chiama Mariana Mazzucato, è una donna italiana cresciuta negli Stati Uniti e trapiantata a Londra, non una econo-star, ma quasi. Lilli Gruber l’ha invitata una settimana fa a “Otto e mezzo” dove ha duellato con Michele Boldrin. Sembrava una riedizione di Beauty and the Beast nel senso che Boldrin difendeva la “bestialità” del mercato e la Mazzucato l’armonia di uno stato che si fa imprenditore. Perché la ricetta, quella che ha sapore d’antico, è proprio questa.

“Le innovazioni che hanno consentito la rivoluzione dell’information technology, ma anche quelle che hanno fatto sì che Steve Jobs creasse i suoi prodotti più smart, ebbene tutte vengono da ricerche pubbliche, da programmi statali, molti di loro addirittura militari”, dice la Mazzucato. Cosa c’è di inedito? E’ ben noto che fu la rete Arpanet a tenere in grembo internet, il touch screen, il Gps, gli algoritmi di Google, l’ingegneria genetica (negli Stati Uniti si spendono 32 miliardi di dollari l’anno per l’innovazione biomedica). Ma tutto questo, secondo la professoressa dell’Università del Sussex, fa cadere totem e tabù eretti dalla (contro)rivoluzione neoliberista. Lo stato non è un retaggio del passato, innova e si rinnova; non è un freno ma al contrario è il motore di ogni salto tecnologico; non è il barelliere che raccoglie morti e feriti dalla distruzione creatrice del mercato, bensì si fa attore in prima persona. Guai a rappresentarlo con le fattezze mostruose del Leviatano, assomiglia piuttosto a uno Steve Jobs collettivo.

“The Entrepreneurial State”, il libro che ha lanciato Mariana Mazzucato, è uscito nel giugno scorso, ma è frutto di un lungo lavoro per rivalutare il ruolo dello stato nel capitalismo moderno, compiuto con il think tank Demos, a sua volta parte di un progetto della Fondazione Ford chiamato Reforming Global Finance. Insomma, siamo nel cuore del sistema, non in un pensatoio gauchiste. E la stessa Mazzucato, nonostante penda decisamente verso i laburisti, viene consultata regolarmente dai conservatori a Westminster e a Downing Street. David Cameron l’ascolta per capire come rilanciare la “Little England” (definizione dell’Economist). Se prendiamo la classifica delle multinazionali, del resto, vediamo che tra le prime spiccano i colossi di stato (cinesi, russi, brasiliani) e anche grandi banche e imprese industriali occidentali nelle quali i governi hanno un ruolo attivo.(...)

La Mazzucato esalta il ruolo pubblico nella riconversione verso “l’economia verde”. Ebbene proprio in questi mesi l’eccesso di sovvenzioni alle fonti rinnovabili ha provocato in Germania una vera crisi energetica, mettendo in ginocchio colossi elettrici come Eon. “Perché non ha elencato anche tutti gli investimenti sprecati dai governi nel tentativo di tenere in piedi progetti poco economici?”, la bacchetta l’Economist. Di quante finte Silicon Valley pagate dai contribuenti sono lastricate le pianure europee? Formata in ottime scuole e con numerose esperienze alle spalle (anche alla Bocconi), certo non le manca la conoscenza della materia. Ma il suo entusiasmo la spinge a dimenticare che dal complesso militar-industriale denunciato da Dwight Eisenhower al Nuovo stato industriale teorizzato da Kenneth Galbraith, la letteratura anglo-americana è piena di analisi e discussioni sul ruolo attivo e innovatore di una mano pubblica che crea le condizioni perché la mano invisibile del mercato sviluppi le sue energie. Una cosa, però, è dire che lo stato fornisce gli ingredienti e apparecchia la tavola, un’altra è sostenere che si possa sostituire all’imprenditore nel creare piatti appetitosi e salutari, combinando il bello e l’utile. Jobs è unico e non si replica.

Non solo. Ai tempi di Eisenhower e Galbraith, lo stato aveva una dimensione nazionale, per quanto grande. Difendeva la propria valuta, controllava il flusso di capitali indirizzandolo verso i propri interessi, proteggeva le industrie strategiche. Perché il ritorno dello stato imprenditore s’accompagna inevitabilmente a robusti limiti al libero scambio e alla globalizzazione. “La fine del laissez faire”, del resto, è uno dei testi di John M. Keynes più citati dalla Mazzucato. E’ probabile che il mondo si stia già muovendo in questa direzione: secondo l’Economist ovunque si costruiscono castelli e fortilizi. E l’ironia della storia mostra che la critica da sinistra al mercato provoca per lo più ritorni conservatori, neocorporativi, protezionistici. Tira un’aria non da Nuova frontiera anni 60, ma da primo Dopoguerra. 


domenica 15 aprile 2012

Strage di Brescia, ora il governo cancelli l'ultima ferita (Mario Calabresi su laStampa)

(...) Ora la verità storica dovrà colmare le lacune della giustizia mancata. Molta strada è stata fatta, tanto che sono chiare responsabilità e complicità, ma molto resta da fare, perché dagli archivi dello Stato possono ancora uscire carte importanti per dare un quadro definitivo della stagione delle stragi.

Ma prima di ogni altra cosa il governo Monti deve cancellare un insulto: deve farsi carico delle spese processuali, al cui risarcimento sono stati condannati i familiari delle vittime. E’ una cosa intollerabile, che richiede un gesto forte e chiaro.

Non è la prima volta che accade: già nel 2005, al termine dell’iter giudiziario per la strage di Piazza Fontana, alle parti civili - anche allora rimaste senza giustizia - la Cassazione chiese di pagare i costi del processo. La sentenza fece scalpore, tanto che il governo Berlusconi decise di farsi carico di tutte le spese processuali, sottolineando di «considerare tale impegno come un atto di doveroso rispetto e di solidarietà per i familiari delle vittime». Anche oggi non resta che correre ai ripari per evitare una doppia ferita a chi ieri sera è tornato a casa svuotato e pieno di amarezza dopo decenni di battaglie dentro e fuori dai tribunali.
Certo questa beffa si sarebbe potuta evitare modificando la legge in modo da non ripetere scandali come questo.

La sentenza di assoluzione però non era inattesa, come racconta - intervistato da Michele Brambilla - il fondatore della Casa della Memoria di Brescia, Manlio Milani: «Sulle responsabilità personali le prove non erano sicure e capisco che i giudici vogliano certezze». Ma restare senza giustizia è doloroso e umiliante.

Questo processo però non è stato inutile, le oltre millecinquecento testimonianze raccolte negli anni e le centinaia di migliaia di pagine di documenti ci offrono un quadro di verità che va divulgato e consolidato: la strage di Piazza della Loggia fu pianificata e realizzata da estremisti di destra che godettero prima e dopo il massacro di complicità e coperture da parte di uomini dei nostri servizi segreti. (...)

Il testo integrale sul sito web de laStampa

venerdì 11 novembre 2011

"Stato e mercato oltre la crisi" (Mario Monti)

Nel giorno in cui Mario Monti inizia la sua attività di Senatore segnalo nuovamente uno degli articoli che l'ex Commissario UE ha scritto per il Corriere, perché mi pare il più denso di segnali di cui tenere conto per quella operazione di ricostruzione di cui ha bisogno questo paese, al di là degli estremismi intellettuali di chi sogna un ritorno allo Stato eccessivamente regolatore e/o salvatore di imprese, e quello opposto di chi vede un mercato totalmente libero, totalmente autoregolamentato, e "disincarnato" dalle comunità in cui si muove, ambedue visioni quanto mai pericolose, oggi. Con Mario Monti dobbiamo tentare di difendere (in Italia sarebbe meglio dire "di implementare realmente") un'economia sociale di mercato, che tenga insieme libertà di impresa e difesa della dignità della persona, anche dal punto di vista dei suoi diritti sociali, oggi inevitabilmente a rischio.

Francesco Maria Mariotti

(ps: grassetto e corsivo sono miei)
(...) Ma, nella ricerca di nuove configurazioni nell'economia sociale di mercato, sarebbe pericoloso lasciarsi guidare semplicemente dall'insofferenza verso la disciplina imposta dalle regole del bilancio pubblico o da quelle del mercato. Soprattutto, converrà tenere ben presenti tre considerazioni. In Italia, anche per il ritardato avvicinamento alla cultura del mercato, vi sono ambiti in cui il quantum di «mercato» è ancora insufficiente: o perché non è ancora stato introdotto mentre sarebbe opportuno farlo, oppure perché mercato vi è, ma insufficientemente concorrenziale o non adeguatamente vigilato. Nei confronti internazionali l'Italia è di solito tra i Paesi i cui mercati — per modalità di regolamentazione, funzionalità ed efficienza -—sono considerati ampiamente perfettibili. Nel valutare l'opportunità di un ruolo maggiore per il «pubblico», sarà necessario sostenere gli sforzi, che sono in corso, per accrescere l'impegno e l'efficienza nelle pubbliche amministrazioni ma senza dimenticare che, tuttora, la funzionalità che le caratterizza non brilla, nei confronti internazionali, per capacità di contribuire alla crescita e alla competitività del paese.

E andrà tenuto presente che «pubblico» non deve significare discrezionale e arbitrario. Sarebbe questo il modo migliore per far cadere ulteriormente l'attrattività dell'Italia come luogo di investimento da parte delle imprese internazionali. Soprattutto, è essenziale evitare che un maggiore «volontarismo» dei pubblici poteri, in sé lodevole, si traduca in interventi tali da creare una confusione dei ruoli tra Stato e mercato, tra politica e imprese. Fu proprio tale confusione di ruoli, soprattutto negli anni ’70 e ’80, a ledere il potenziale di crescita dell'economia italiana, a sprofondarla negli squilibri finanziari, a mettere in dubbio la sua capacità di far parte pienamente dell'Europa.