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lunedì 19 agosto 2013

Dieci anni fa la strage alla sede Onu di Bagdad. E torna il«testamento» di Jean-Sélim Kanaan (da Corriere.it)

«Una potente esplosione, da un camion bomba condotto da un terrorista kamikaze, si è verificata martedì presso il quartier generale dell'Onu a Bagdad, nei locali del Canal Hotel. Secondo fonti Onu vi sono almeno 20 morti e un centinaio di feriti. Tra le vittime dell'attentato c'è anche Sergio Vieira de Mello, rappresentante speciale per l'Iraq del segretario generale dell'Onu Kofi Annan. Tra i morti vi sono anche operatori stranieri». Così, il pomeriggio del 19 agosto 2003, Corriere.it dava - in base alle prime, confuse ricostruzioni - la notizia della più grande tragedia della storia delle Nazioni Unite. I morti furono 23, e tra le vittime «straniere» c'era un ragazzo di 33 anni nato e cresciuto a Roma. Il nome esotico, Jean-Sélim Kanaan, riassumeva una ricchezza di identità dai tratti romanzeschi come la vita breve che ne è scaturita: padre egiziano cristiano copto, funzionario Onu; madre francese di fede protestante; infanzia tra il francese colto del liceo Chateaubriand e il romanesco puro delle strade della Capitale. Un pezzo di adolescenza a Pechino al seguito del padre, che in Cina muore, come si dice in questi casi, prematuramente, freddo avverbio che non rende il vuoto che lascia in un ragazzo la perdita della figura che gli segna la vita.
UNA STORIA SIMBOLO - Perché, a 10 anni dalla carneficina irachena, è giusto ricordare la storia di Jean-Sélim? Perché poche storie come la sua simboleggiano le guerre dell'ultimo ventennio e le contraddizioni dell'«ingerenza umanitaria», formula vaga con cui il mondo civile modula di volta in volta la sua capacità di vincere l'indifferenza. Ecco, «La mia guerra all'indifferenza» era il titolo che Jean-Sélim Kanaan aveva scelto un anno prima di morire per il libro in cui aveva raccontato la sua esperienza di giovanissimo volontario nelle ong prima e di brillante funzionario dopo. Un libro magnifico nella sua autenticità che ora il Saggiatore ripropone con una doppia prefazione: quella di Adriano Sofri, che dieci anni fa ebbe il merito di far sapere all'Italia chi fosse Jean-Sélim, e quella di Laura Dolci-Kanaan, la moglie italiana incontrata in Bosnia. Pagine di dolore asciutto, scritte per il compagno e il figlio nato poche settimane prima del camion bomba, che insieme a quelle del protagonista andrebbero lette nelle scuole - e per fortuna capita già spesso.

giovedì 5 luglio 2012

Le speranze residue per la Siria (da Aspenia online)


Nel frattempo, anche il flusso di armi diretto verso il paese è aumentato e – secondo il New York Times – alcuni agenti della CIA avrebbero fornito armi sul confine siriano-turco a combattenti “scelti” della resistenza. Dall’altro lato, Mosca continua a inviare materiale bellico al regime siriano. È evidente che la militarizzazione del conflitto non faciliti il dialogo politico. Intanto, gli attentati che nelle ultime settimane hanno colpito con sempre maggiore frequenza Damasco (dove il regime gode ancora di notevole sostegno politico), mostrano come la spirale del terrore sia una strategia adottata da tutte le parti in guerra. In questo quadro, la possibilità concreta di indire nuove elezioni, formare un governo di transizione e mettere in atto riforme condivise risulta assai improbabile.

Un secondo invalicabile ostacolo è rappresentato dal mantenimento di Bashar al Assad al potere, ormai delegittimato dalla maggior parte degli attori internazionali oltre che dalle forze dell’opposizione interna. La Corte penale internazionale, inoltre, si è espressa dichiarando pubblicamente che il regime siriano potrebbe essere imputato per crimini contro l’umanità. In una tale prospettiva, immaginare una “restaurazione” del ruolo di Assad, tanto all’interno del quadro politico siriano, quanto nella dimensione diplomatica internazionale risulta davvero poco realistico.


Le speranze residue in un piano internazionale per la Siria (Aspenia online)