Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post

venerdì 31 gennaio 2014

“Restituiamo agli italiani la Memoria” (Intervista a Elena Loewenthal - Moked)

Eppure in questi ultimi anni abbiamo assistito a una intensificazione del lavoro sulla Memoria e da molti questa è considerata la migliore prevenzione perché non tornino gli errori del passato.
Credo che le sollecitazioni che arrivano in campo ebraico in questa occasione dovrebbero essere riconsiderate meglio. Siamo chiamati a salire alla ribalta. Ci dedicano uno spazio, talvolta anche significativo. Ma torniamo ai motivi ispiratori del Giorno della Memoria. Il 27 gennaio fu il giorno in cui furono aperti i cancelli di Auschwitz. Il momento in cui gli altri videro la realtà della persecuzione e dello sterminio. È la memoria vista dall’esterno, non dall’interno della storia di sofferenza dei perseguitati. E così dovrebbe restare uno spazio per far crescere la consapevolezza delle popolazioni europee, per aiutare l’Europa a fare i conti con il passato. Non è roba nostra, non è un problema nostro e nessuno ci fa una cortesia. Non è uno spazio di conoscenza della cultura ebraica. E non possiamo essere noi i protagonisti di questo processo di recupero della memoria.

E questo equivoco comporta dei rischi?
L’assuefazione alla memoria di comodo, alla celebrazione della memoria, non è solo deteriore, ma anche pericolosa. Perché pone il problema al di fuori del campo dove deve trovarsi e finisce per deresponsabilizzare chi crede di fare in una giornata i conti con il problema della memoria e dell’identità dell’Europa.

La soluzione quale sarebbe?
Non ho una risposta. Ma credo che in quanto ebrei dovremmo riflettere sulla possibilità di fare un passo indietro. Di spiegare alla società che la Memoria deve essere un suo patrimonio e una sua conquista, non un momento di omaggio e di riconoscenza per rendere noi protagonisti. Dovremmo aiutare gli italiani a riappropriarsene. Più si rende in questa occasione omaggio alla cultura ebraica e meno si capisce il problema proprio e la memoria propria. Il mito degli italiani brava gente, certo fondato sul reale coraggio dimostrato da alcuni, ma contraddetto da molti altri provvedimenti e azioni di cui l’Italia porta la responsabilità, è per esempio molto cresciuto da quando il Giorno della Memoria è stato istituito. Così facendo non cresce la coscienza civile, e proprio per questo dovremmo credo chiamarci fuori.

Come vede oggi quello che accade in questa stagione? 
Siamo nel pieno di un fenomeno ipercelebrativo che non favorisce una crescita, non accresce per la popolazione italiana la capacità di fare i conti con il passato. E questo obbedisce alle norme di una società dove conta solo l’evento e tutto, dal contenuto dei giornali alle uscite in libreria, deve obbedire alla logica dell’evento. Il mercato editoriale passa direttamente dalla stagione delle strenne di dicembre alla stagione della memoria.

venerdì 8 novembre 2013

La Storia nell’aula di Primo Levi (da Moked)

In occasione della quinta Lezione Primo Levi, intitolata quest’anno “Raccontare per la storia”, gli storici banchi di legno a strapiombo dell’aula magna della facoltà di Chimica di Torino, intitolata allo scrittore nell’aprile del 2007, erano pieni di un pubblico composito ed eterogeneo, in cui i tantissimi giovani facevano onore all’intenso dialogo da lui condotto nelle scuole per tanta parte della sua vita, e i circa duecento posti non sono bastati a contenere tutti coloro che attendono ogni anno la Lezione come una occasione di approfondimento e riflessione irrinunciabile.

Dopo le brevi parole introduttive di Ernesto Ferrero – scrittore, critico letterario, direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino e presidente del Centro Internazionale di studi Primo Levi, che ha organizzato come negli scorsi anni la Lezione Primo Levi – e Fabio Levi, docente di Storia contemporanea all’università di Torino e direttore del Centro, che hanno ricordato le scorse quattro edizioni della Lezione, la magistrale Lezione Primo Levi tenuta ieri dalla storica sociale Anna Bravo è stata accolta da un applauso commosso che non sembrava volersi spegnere. 

Nell’intervento della storica hanno trovato posto molti temi complessi, (...)

Dall’analisi di come nel dopo guerra la consapevolezza del genocidio come fulcro dell’ideologia nazista e del sistema concentrazionario sia stata difficoltosa, alla ricostruzione di come è stato accidentato il percorso di “Se questo è un uomo”, all’analisi del senso e del significato di un termine tanto abusato, quella zona grigia di cui molto si parla, ma spesso a sproposito, tutto ha contribuito a coinvolgere profondamente i presenti.(...) 

http://moked.it/blog/2013/11/08/qui-torino-raccontare-per-la-storia/#sthash.ai52ohaH.dpuf

mercoledì 6 novembre 2013

La memoria collettiva della Grande Guerra è online (dal Sole24Ore)

A due anni dal Nobel della Pace all'unione Europea, a sette mesi dal semestre di presidenza italiano dell'Ue previsto a partire dal 1° luglio 2014, e nel pieno dell'incertezza che domina sulla tenuta, soprattutto economica, di questa squilibrata Unione si avvicina un evento, uno dei più tragici, che ha segnato la vecchia Europa: il centenario della Grande Guerra. Anche questa volta, è la grandeur francese, a vincere. Dopo aver inaugurato nel 2011 il musée de la Grande Guerre a Meaux (40 km da Parigi), un edificio monstre con 50.000 oggetti in esposizione, costato 28 milioni di euro, giovedì 7 novembre sarà lo stesso presidente Francois Hollande a presentare le numerosissime iniziative previste in Francia per "le centenaire de la première Guerre Mondiale". 

di Luisanna Benfatto - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/ieMgC

domenica 27 ottobre 2013

Memoria A Scuola (David Bidussa)


La discussione sulla bontà o meno di una legge contro il negazionismo mi pare testimoni di un malessere profondo che non si risolve scegliendo uno dei due campi. Personalmente non sono a favore di una legge in tal senso, ho aderito all'appello uscito oggi sul "Sole 24 ore", ma questo è un dato che non modifica la realtà.
Altre mi sembrano le considerazioni che ciascuno di noi dovrebbe fare. Una mi pare questa.
I nati del 1994 (quelli che hanno fatto la maturità nel luglio di quest’anno) sono i primi ad aver vissuto tutta la propria carriera scolastica con un calendario segnato dal "Giorno della Memoria". Dunque si è chiuso un ciclo. Prima di discutere se sia opportuna o meno una legge sul negazionismo mi piacerebbe che ci prendessimo sul serio e ci chiedessimo: I risultati sono quelli attesi? i percorsi didattici e formativi che abbiamo battuto in questi tredici anni funzionano? Sono adatti e consoni ai nativi digitali? Altrimenti: come si ripensano? Come si organizza un “viaggio della memoria” per la generazione “3.0”? Il pacchetto di parole, di concetti, di immagini che abbiamo utilizzato in questi tredici anni funziona ancora? Il kit didattico è ancora valido? Abbiamo bisogno delle stesse competenze? Oppure: questi tredici anni sono stati un esercizio inutile, uno spreco di tempo, una parentesi che forse si può anche chiudere in silenzio?

sabato 19 ottobre 2013

Contro il negazionismo, per la libertà della ricerca storica (2007)

[riproposto sul sito di Wu Ming foundation]
Il Ministro della Giustizia Mastella, secondo quanto anticipato dai media, proporrà un disegno di legge che dovrebbe prevedere la condanna, e anche la reclusione, per chi neghi l’esistenza storica della Shoah. Il governo Prodi dovrebbe presentare questo progetto di legge il giorno della memoria.
Come storici e come cittadini siamo sinceramente preoccupati che si cerchi di affrontare e risolvere un problema culturale e sociale certamente rilevante (il negazionismo e il suo possibile diffondersi soprattutto tra i giovani) attraverso la pratica giudiziaria e la minaccia di reclusione e condanna. Proprio negli ultimi tempi, il negazionismo è stato troppo spesso al centro dell’attenzione dei media, moltiplicandone inevitabilmente e in modo controproducente l’eco.
Sostituire a una necessaria battaglia culturale, a una pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia della legge, ci sembra particolarmente pericoloso per diversi ordini di motivi:
1) si offre ai negazionisti, com’è già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della libertà d’espressione, le cui posizioni ci si rifiuterebbe di contestare e smontare sanzionandole penalmente.
2) si stabilisce una verità di Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato opposto sperato. Ogni verità imposta dall’autorità statale (l’“antifascismo” nella DDR, il socialismo nei regimi comunisti, il negazionismo del genocidio armeno in Turchia, l’inesistenza di piazza Tiananmen in Cina) non può che minare la fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale.
3) si accentua l’idea, assai discussa anche tra gli storici, della “unicità della Shoah”, non in quanto evento singolare, ma in quanto incommensurabile e non confrontabile con ogni altro evento storico, ponendolo di fatto al di fuori della storia o al vertice di una presunta classifica dei mali assoluti del mondo contemporaneo.(...)

mercoledì 16 ottobre 2013

Contro Il Negazionismo, No Al Reato Di Negazionismo

No, il reato di negazionismo non serve. Non serve alla memoria, e rischia di far apparire verità storiche come "verità di Stato", da non discutere. Verità "eccessivamente tutelate", in un certo senso, tolte al dibattito fra storici e cittadini per essere poste in uno "spazio sacro", che non può esistere - in realtà - in una società che si vorrebbe laica (e che forse lo è sempre meno, ma per strade molto "imprevedibili"). Verità che quindi appariranno - anche (e forse soprattutto) ai giovani - più fragili, non più forti. 

Come si può essere credibili difensori della libertà, se si costruiscono "tabù storici" attraverso la legge?

Inoltre, il reato di negazionismo, per quanto comprensibile qui e ora, può essere un pericoloso "precedente" a cui in futuro potrebbero appellarsi gruppi di pressione che volessero tutelare le loro "verità storiche" attraverso lo strumento della legge. Il rischio di una storia "lottizzata" è forte (e forse lo vediamo già con le diverse ricorrenze della memoria che abbiamo istituito nel nostro paese).

Combattere il negazionismo della Shoah è un dovere democratico. Ma la battaglia deve essere giocata nel campo delle opinioni e del dibattito storico, con le armi proprie del libero confronto democratico. 

Francesco Maria Mariotti

mercoledì 12 dicembre 2012

Albert Otto Hirschman

"(...) Il secondo libro è “Rhetoric of Reaction: Perversity, Futility, Jeopardy”. Uscito nel 1991, rimane una testimonianza critica della narrazione conservatrice degli anni ’80 ben più interessante e acuta di quelle che oggi ormai affollano il dibattito pubblico. È un libro che unisce il pensiero politico (con le riflessioni sulla reazione in una prospettiva di “lunga durata”) e la stessa comunicazione politica, in modo davvero efficace. Il libro nasce dall’approfondimento di un intervento di Dahrendorf al convegno organizzato dalla Ford Foundation nel 1985 su “La crisi del welfare state”. Le tre retoriche, per Hirschman, sono la reazione conservatrice dell’allargamento della dimensione civile, politica e sociale della cittadinanza (le retoriche rivoluzionarie, progressiste e riformiste). Nella tesi della perversità, ogni azione volta a migliorare l’ordine sociale porta a peggiorare la condizione a cui si vuole rimediare. Secondo la futilità, il risultato del cambiamento sarà irrilevante, quindi non vale la pena di proporlo. Secondo l’ultima tesi, i cambiamenti mettono a repentaglio in modo decisivo alcune fondamentali conquiste precedenti. Hirschman interpreta il pensiero politico ottocentesco e del suo tempo (riferendosi, tra gli altri, a Hayek e a un autore ancora vivente e attivo come Charles Murray) con queste categorie. Come scrisse lo stesso Hirschman, la parte più interessante del libro è forse quella in cui mette in discussione i totem della sua parte politica, le “retoriche del progresso”, tra cui la “teoria del pericolo imminente” e la credenza che “la Storia è dalla nostra parte” (...)". 

 
Leggi anche: dal sito Sbilanciamoci

Dal Sole24Ore

Gli anni ’70, quel buco nero della storia che si mangia il futuro (David Bidussa)


La domanda non è solo: perché è così difficile affrontare la storia degli anni del terrorismo, bensì che cosa implica proporsi di scriverla.
Preliminarmente occorre liberarsi dal fascino del ricorso agli arcana imperii, un richiamo che non è solo sullo specifico tema, ma che domanda allo storico o all’analista del passato di svolgere una funzione didattica, pedagogica anche per il dopo. Ovvero di lavorare per rimuovere le cause che periodicamente fanno tornare in auge la dimensione complottista della spiegazione storica, un dato in cui ancora oggi noi siamo profondamente immersi e che è anche l’effetto non solo della profondità dei luoghi comuni, ma anche del modo in cui si è discusso di storia, anche a sinistra, negli ultimi trenta anni, spesso affrontando la spiegazione della storia come narrazione “controstorica”, “indiziaria”, “ipotetica”.
Una procedura che spesso ha prodotto o confermato un canone complottista della spiegazione storica. All’origine di quella difficoltà stanno questioni di carattere generale. Ne elenco alcune.

domenica 1 gennaio 2012

Il vero, il falso, il finto: la deontologia dello storico (David Bidussa)


La recente legge approvata in Francia contro la negazione del genocidio armeno, ha fatto riaprire la discussione, anche in Italia, sull’efficacia, e sulla necessità di una legge sul negazionismo. Non sono favorevole, ma questo potrebbe essere considerato un fatto privato. Io invece lo ritengo parte di una deontologia professionale. Una convinzione che non è una prurigine da “politicamente corretto” contrapposta a una “sana” politica muscolare. Considero l’eventualità di una legge contro il negazionismo, prima ancora che inefficace, un palliativo. In breve inutile e alla fine segno ed effetto di una pigrizia. E mi spiego. L’obiettivo di chi si preoccupa dell’insorgenza e della diffusione di convinzioni negazioniste è quello che non si costruisca una convinzione basata sul falso. E’ un obiettivo che condivido. Io penso che non lo si raggiunge  né lo si consolida con una legge, bensì con una didattica e una pedagogia che aiuta a distinguere e porre le differenze tra vero, falso e finto. (...) Penso che noi storici, una volta ribadita la libertà della ricerca storica, non possiamo sottrarci dal misurarci con  il tema del falso e della sua diffusione, delle retoriche che i suoi diffusori adottano. Con la consapevolezza, di tutti, che una volta aperta la partita sulla verità dei fatti, si avvia una discussione su ciò che diamo per certo e per vero che non è né tranquilla né pacifica, ma anzi presume rimettere in discussione molte cose intorno a ciò che diamo “per scontato”.