Visualizzazione post con etichetta parlamento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta parlamento. Mostra tutti i post

giovedì 30 gennaio 2014

La Democrazia E' Conflitto (+ Rassegna stampa su "quote" Banca d'Italia)

Oggi (ieri, oramai, a essere precisi), Enrico Mentana ha detto durante il suo telegiornale che alla Camera non si erano mai viste scene come quelle che hanno posto in essere i cosiddetti "grilllini". Questa sera si è anche saputo dell'occupazione dell'aula della prima commissione, con impedimento al lavoro dei parlamentari. 

L'atteggiamento dei deputati grillini è sicuramente eccessivo e discutibile, e ci sono gli strumenti regolamentari per eventualmene punire i deputati che hanno esagerato; personalmente sono lontano anni luce da quel movimento, e rimango dell'idea che la stabilità sia un valore primario - oggi - per l'Italia, e in questo senso appoggio - pur con molti dubbi - il governo Letta.

Detto ciò, non è il caso di alzare eccessivamente i toni, nel giudicare e reagire alle "prepotenze" del movimento grillino. Credo che tutti ricordiamo scene "pesanti" in Parlamento; fa parte delle dinamiche anche dure che possono esserci fra maggioranza e opposizione. 

C'è comunque una cosa che una qualsiasi maggioranza democratica non può fare: pretendere di dettare alla minoranza come deve fare la minoranza, come deve fare opposizione. Non può. Anche se la minoranza utilizza metodi e stile discutibili.

Certo, devono esserci regole - come quella oggi richiamata dalla Presidente Boldrini - con le quali riuscire a sbloccare l'impasse parlamentare; certo, come si dice spesso, la nostra deve essere una democrazia "che decide", e quindi a un certo punto "meccanismi - tagliola" sono inevitabili.

Però - soprattutto in un momento storico come quello attuale, e ancor più in una fase delicata come quella in cui si dicute di nuove norme elettorali - non ci si può scandalizzare se una forza politica che ha sempre detto di fare opposizione dura la fa poi realmente. 

Altrimenti - al di là delle migliori intenzioni - si rischia di assomigliare a quei leader politici che dicono alle opposizioni: "Lasciateci lavorare", "Non disturbate il manovratore", e via così dicendo... 

No, spiacente. Democrazia è conflitto, anche nelle sedi del dibattito (anzi, forse deve esserlo soprattutto lì, anche per "evitare" e "assorbire", diciamo così, il conflitto fra i cittadini...). 

Meglio non dimenticarlo.

Francesco Maria

ps: sul problema delle "quote" di Banca d'Italia alcuni articoli di approfondimento

(...) L’assetto azionario della Banca va però rivisto, per almeno tre ragioni. In primo luogo, i processi di concentrazione avvenuti negli ultimi anni hanno accresciuto la percentuale del capitale della Banca detenuta dai gruppi bancari di maggiori dimensioni. Ciò non ha creato problemi di sostanza, grazie alle norme che limitano i diritti dei partecipanti, ma è necessario evitare la possibile (erronea) percezione che la Banca possa essere influenzata dai suoi maggiori azionisti.
In secondo luogo, occorre evitare che si dispieghino gli effetti negativi della legge n. 262 del 2005, mai attuata, che contempla un possibile trasferimento allo Stato della proprietà del capitale della Banca. L’equilibrio che per anni ha assicurato l’indipendenza dell’Istituto, preservandone la capacità di resistere alle pressioni politiche, non va alterato.
In terzo luogo, è necessario modificare le norme che disciplinano la struttura proprietaria per chiarire che i partecipanti non hanno diritti economici sulla parte delle riserve della Banca riveniente dal signoraggio, poiché quest’ultimo deriva esclusivamente dall’esercizio di una funzione pubblica (l’emissione di banconote) attribuita per legge alla banca centrale.(...)
Il modo più ovvio per ridurre la concentrazione dei partecipanti al capitale della Banca consiste nell’introduzione di un limite massimo alla percentuale di quote detenibili da ciascun soggetto, ampliando al tempo stesso la base azionaria. A tal fine, le quote dovrebbero essere facilmente trasferibili e in grado di attrarre potenziali acquirenti (investitori istituzionali con un orizzonte di lungo periodo).
Per raggiungere questi obiettivi è necessario: i) calcolare il valore corrente delle quote della Banca; ii) aumentare il valore del capitale della Banca (al momento puramente simbolico), trasferendo una parte di riserve a capitale; iii) attribuire ai partecipanti un flusso futuro di dividendi, il cui valore attuale netto sia pari al valore corrente stimato delle azioni della Banca (ponendo contemporaneamente fine a ogni eventuale pretesa sulle riserve statutarie); iv) fissare un limite
massimo alla quota di capitale detenibile da una singola istituzione o gruppo, stabilendo un intervallo temporale entro il quale cedere obbligatoriamente le quote eccedenti.(...)



La rivalutazione delle quote della Banca d'Italia continua a essere uno dei punti più spinosi per Il Tesoro. Una mossa che permetterà agli istituti di credito italiani di avere una posizione migliore rispetto a quella odierna nella prossima Asset Quality Review della Banca centrale europea. Potranno infatti avere più capitale a disposizione per affrontare la sorta di due diligence che sarà condotta nei prossimi dodici mesi. Allo stesso tempo, potranno godere di agevolazioni, come quelle sui dividendi. Un atteggiamento, quello tenuto dal Tesoro, che però continua a impensierire sia Commissione europea sia Bce, che stanno studiando le possibili implicazioni della misura. Mario Draghi ha spiegato oggi 5 dicembre che il consiglio direttivo della Bce non ha ancora stilato un parere in merito, mentre il Senato ha dato disco verde al decreto nonostante la bocciatura di ieri da parte della commissione Affari costituzionali.


Quello che il governo propone è che il valore nominale di queste quote sia rivalutato. Dagli attuali 156 mila euro a un valore che oscilla fra i 5 e i 7 miliardi. Fatta la rivalutazione, le banche potrebbero iscrivere a bilancio il valore rivalutato delle quote generando quindi una plusvalenza finanziaria complessiva che andrebbe dai 4 ai 6 miliardi. Plusvalenza che sarà tassata come una normale plusvalenza finanziaria. Meccanismo semplice e redditizio: con un tratto di penna il governo potrebbe alla fine recuperare circa 1-1.5 miliardi (il gettito derivante dall’imposta sulla plusvalenza), utilissimi a far quadrare i conti. Assumere una rivalutazione compresa fra i 5 e i 7 miliardi non è ipotesi di scuola. Il comitato di esperti nominati dal governo per portare avanti la rivalutazione - esperti di indubbia caratura accademica se vi compare il rettore della Bocconi Andrea Sironi insieme a Franco Gallo e Luca Papademos (qui il link al rapporto) - ha individuato tale forchetta come valore congruo per le quote di Banca d’Italia. A prima vista potrebbe sembrare che saranno gli istituti di credito a pagare per le promesse del governo di larghe intese. Non è così purtroppo.


A giorni la commissione di esperti incaricati di valutare il patrimonio di Banca d’Italiaconsegnerà il suo rapporto al governatore Ignazio Visco. Ma i principali protagonisti della cosiddetta Cabina di Regia hanno già fatto i loro calcoli e  contano su questa operazione per finanziare nuove spese o riduzioni di tasse senza coperture. Vediamo prima di cosa si tratta e poi perché è un’operazione molto pericolosa, in cui le banche che detengono quote di Banca d’Italia e il Governo possono colludere ai danni dei contribuenti.
Le banche italiane che un tempo facevano parte del settore pubblico allargato detengono ancora il 94,33 per cento del capitale di Banca d’Italia. Solo il 5 per cento è proprietà di enti pubblici come Inps e Inail. È un retaggio del passato, che risale all’epoca delle banche d’interesse nazionale. Per quanto non abbiano mai consentito a queste banche, poi divenute private, la benché minima possibilità di incidere sugli indirizzi di vigilanza, né su qualsiasi altro aspetto dell’attività della Banca d’Italia, sarebbe opportuno, prima o poi, trasferire le quote ad enti pubblici oppure a una fondazione creata ad hoc, come in Francia. Del resto è lo stesso statuto di via Nazionale a contemplare che la Banca debba essere di proprietà pubblica. Ed è difficilmente immaginabile una banca nazionale posseduta da soggetti privati stranieri, quali sono già alcuni istituti bancari che detengono le quote e, presumibilmente, altri ancora lo saranno alla luce dei processi di aggregazione in atto a livello continentale dopo la crisi. Ma a che prezzo si può organizzare il trasferimento?

venerdì 13 dicembre 2013

Nessuna Tolleranza

(....) Per quello che riguarda l’ordine pubblico, noi chiediamo al governo di usare tolleranza zero, verso chi si è reso o si renderà responsabile degli atti violenti di cui abbiamo parlato, di identificare e denunciare coloro i quali hanno minacciato i cittadini nei giorni scorsi e ancora in questi, di togliere, senza più porre tempo in mezzo, i blocchi stradali che sono ancora operanti. Di identificare e denunciare chi si sia reso responsabile dell’organizzazione materiale e logistica di una così vasta rete di eventi contemporanei e di trasferimenti di persone. Chiediamo anche un contributo di conoscenza. Noi vogliamo conoscere i nomi e le organizzazioni che sono state dietro questi inaccettabili eventi. Vogliamo sapere chi c’era oltre ai legittimi manifestanti, quali gruppi, sigle, tendenze politiche. Certo la politica deve dare risposte, puntuali, rapide, significative; ma nessun lassismo, nessun attendismo, rispetto ai violenti, cambierà di un millimetro la drammatica crisi sociale che attraversiamo. La soluzione di quei problemi si trova qua dentro, in Parlamento, o non si trova; conosciamo già le scorciatoie violente della storia, e non siamo disponibili a ripeterne gli errori. Nessun ritardo per le risposte politiche dunque, ma nessuna tolleranza per la violenza, i ricatti e le squadracce che hanno messo a soqquadro per il paese.


Da tre giorni le principali città italiane, ma soprattutto Torino, sono ostaggio di una confusa rivolta. Confusa, perché raccoglie un effettivo forte disagio sociale, ma pure un trasversale ribellismo dai molti e anche ambigui colori. Confusa, perché gli obbiettivi o sono così vaghi o sono così irrealistici da apparire puri pretesti.
Pretesti per sfogare una protesta destinata a non avere risultati concreti. Confusa, perché invece di colpire i presunti «nemici del popolo», la classe politica, nazionale e locale, colpisce il popolo. Quello dei pendolari, costretti a raddoppiare la fatica di una già durissima giornata; quello dei commercianti, obbligati dalle minacce dei rivoltosi a rinunciare ai pur magri incassi prenatalizi; quello della gente comune, costretta a complicati e, in alcuni casi, perigliosi pellegrinaggi tra serrande sbarrate. Una rivolta, invece, chiarissima nel dimostrare una realtà ormai emersa in molti casi, ma mai in maniera cosi evidente: l’assenza dello Stato.

mercoledì 11 dicembre 2013

Reagire Con Forza All'Aggressione Reazionaria

Mantenere la calma in queste ore di confusione è doveroso, ma non deve significare sottovalutare cosa sta succedendo. C'è infatti un limite scritto nella sabbia, quindi difficilmente individuabile a priori, fra la tolleranza paziente del forte e la colpevole viltà del debole. 

Io temo che questo limite stiamo rischiando di passare, nel continuare a definire "comprensibili" le ragioni della protesta cosiddetta "dei forconi" e nel non reagire a metodi di protesta sempre più inaccettabili (da notare comunque che contro questi metodi violenti i cittadini comiciano a mobilitarsi, per esempio a Torino).
 
Questo paese, e in particolare le forze progressiste - a furia di gridare "al fascista" per motivi inutili o risibili - sembra aver perso la voce di fronte a quella che appare sempre di più un'aggressione reazionaria alle istituzioni democratiche.
 
Non c'è ragione che tenga, quando si minaccia chi non partecipa allo sciopero, come sta accadendo in varie parti del Paese. Il disordine che sembra segnare l'organizzazione di queste manifestazioni - e che rende più difficile la gestione da parte delle forze dell'ordine - dovrebbe anche far riflettere coloro che attaccano a pie' sospinto i sindacati confederali, che garantiscono con la loro presenza e azione la legalità degli scioperi.
 
E a chi si fa comprensibilmente toccare dai nodi reali - che ci sono, naturalmente, e segnano la vita di molte persone che manifestano - va detto chiaramente che la povertà non è mai stata - nel migliore pensiero sociale di ogni parte politica - giustificazione per ribellismi che non fanno che nuocere a qualsiasi vera ipotesi di riforma di questo Paese.
 
Non c'è molto da dire: lo Stato, il Governo, e anche questo Parlamento sono pienamente legittimati a reagire a un'aggressione grave e senza giustificazioni.  Mantenere la calma si deve e si può: ma se la pazienza rischia di sembrare viltà, non va atteso oltre.

Si sgomberino in tutti i modi possibili - con l'uso legittimo della forza che lo Stato può e deve utilizzare - le strade e le piazze di questo Paese e si ponga fine a queste inutili, dannose e pericolose forme di protesta.
 
Francesco Maria Mariotti
 
***​
 
Vita difficile per i commercianti torinesi che, nonostante le proteste in corso, in questi giorni hanno cercato di tenere aperti i negozi. Minacce, intimidazioni e insulti da parte dei manifestanti, che spesso si sono fatti prendere la mano. Come testimonia il video pubblicato ieri da Repubblica: l'episodio risale al primo pomeriggio di lunedì, nella centralissima via Garibaldi, a poca distanza da piazza Castello. Le immagini parlano da sè, ma l'HuffPost ha raggiunto Alessandro, uno dei due store manager (il ragazzo rasato sulla destra dello schermo) del negozio di abbigliamento.

Come si sono svolti i fatti?
"Quando il corteo si è sciolto, un gruppetto di persone assortite è entrato nel nostro negozio urlando e intimando a tutti di uscire. Ho cercato di calmarli, dicendo che avrei chiuso e chiedendo che mi dessero il tempo di far uscire i clienti. Ho tirato giù mezza serranda per far capire che li avrei accontentati, anche se malvolentieri. Abbiamo messo in sicurezza il personale e fatto uscire la clientela. Il mio collega Luca (è il ragazzo con i pantaloni gialli) è rimasto fuori. Allora ho fatto il giro dal portone del cortile per non lasciarlo da solo.

Si è trattato solo di qualche parola (non si sentono neanche tutte). Il problema è che loro sostenevano dei diritti sacrosanti, le loro motivazioni non le discuto assolutamente, però per difenderle hanno calpestato quello che, secondo me, è un diritto più importante: la libertà di scelta. Il nostro è solo uno dei tanti episodi. Abbiamo negozi anche nei centri commerciali e lì sono avvenuti fatti ancora più gravi di quello che è successo a noi. In alcuni casi hanno addirittura malmenato e minacciato in malo modo le commesse".

Perso il lavoro, una donna di ventotto anni si riorganizza l’esistenza e apre un negozio tutto suo, tra sacrifici e paure di non farcela. Poi arriva la settimana dei forconi e le cedo la parola: «Sono d’accordo con il motivo della protesta, ma non con il modo. Io non posso e non voglio chiudere. E non voglio che qualcuno mi obblighi a pensarla diversamente. Che io sia nel giusto o nel torto, potrò avere il mio pensiero? Oggi sono stata accerchiata da una ventina di uomini davanti al mio negozio: mi hanno spintonata e fatta cadere, mi hanno urlato che dovevo morire: “Ammazzate quella coniglia!” Quando mi sono rialzata e mi hanno detto “chiudi o ti spacchiamo tutto”, ho capito che la mia libertà di scelta era svanita. Le gambe mi tremavano e come una mamma con il suo bambino ho fatto la scelta più sicura. Ho chiuso le serrande. E chi veramente dovrebbe essere il bersaglio della protesta sarà a bere un cappuccino con i soldi pubblici».
Chissà se esiste, per l’umanità evoluta (?) del ventunesimo secolo, la possibilità di esprimere l’esasperazione senza la prevaricazione e la rabbia senza la violenza vigliacca che si accanisce contro i più deboli. L’unica alternativa plausibile l’hanno offerta domenica scorsa i tre milioni di votanti delle primarie democratiche, firmando l’ennesima cambiale in bianco alla classe dirigente. Ma è stata l’ultima. Se i politici non la onoreranno in fretta, prendendo consapevolezza dell’emergenza e rinunciando ai loro riti lenti e bizantini, come sempre nella storia l’ignavia della democrazia avrà prodotto i forconi su cui si isseranno le prossime dittature.

Si apre il terzo giorno della protesta dei Forconi e il prefetto di Torino ha ottenuto rinforzi per contrastare manifestazioni - parole sue - «uniche nel loro genere perché basate su azioni sporadiche e presidii improvvisi in diversi punti». Una città storicamente abituata a convivere con forme radicali di conflitto ieri è parsa alla mercé di manifestanti che potevano interrompere a loro piacimento qualsiasi servizio pubblico e intimidire i commercianti. Il tutto in un vuoto pneumatico, nel quale assenti la politica e le forze sociali, troppo lento nell’agire il ministro dell’Interno, il peso del confronto - persino psicologico - è stato caricato sui poliziotti. Nessuno sottovaluta ampiezza e profondità del malessere che attraversa la società e che mette in difficoltà le frange più deboli del lavoro autonomo, come i camionisti con un solo Tir o gli ambulanti, ma si ha l’impressione che le loro rivendicazioni servano come foglia di fico ai veri capi della rivolta. Sul campo è nato con il logo dei Forconi un attore sociale e politico trasversale, il cui retroterra non è chiaro e che ha aggregato di tutto, persino gli ultrà del calcio.
Un mondo politico costantemente alla ricerca di un copione da recitare non aspettava altro che strumentalizzare la protesta


Chi sono i “forconi”
Il “movimento dei forconi” è molto eterogeneo e difficile da definire con precisione. La componente principale, che ha dato origine all’iniziativa un paio di anni fa nel sud Italia, è costituita dagli autotrasportatori, cui nel tempo si sono aggiunti gruppi più o meno organizzati di agricoltori, operai, venditori dei mercati e perfino ultras delle tifoserie di calcio. La maggior parte fa riferimento a partiti e movimenti politici di estrema destra, a partire da Forza Nuova, che negli ultimi giorni ha dato il proprio sostegno alle iniziative di protesta in giro per l’Italia.

Nel caso di Torino, come racconta oggi sul Corriere della Sera Marco Imarisio, alla protesta si sono aggiunti studenti delle scuole superiori e delle università, alcune organizzazioni sindacali e militanti della sinistra antagonista. I termini e le modalità della protesta in questo caso sono ben distinti, anche se c’è il riconoscimento della capacità dei “forconi” di avere attirato l’attenzione sulla loro protesta.

Che cosa chiedono
La composizione eterogenea del “movimento dei forconi” si riflette anche sulla natura delle richieste rivolte alle istituzioni. I motivi della protesta e ciò che viene chiesto alla politica e alle amministrazioni non è del tutto chiaro. C’è di sicuro un generico “basta” applicato praticamente a tutto: ai politici viene chiesto indistintamente di lasciare i loro incarichi, al governo di dimettersi, alle amministrazioni locali di non pagare più consiglieri e assessori, a Equitalia di non effettuare più riscossioni e allo Stato in generale di non tassare più la popolazione. Manca un interlocutore unico e per questo motivo le istituzioni faticano a organizzare la loro risposta alle proteste, che hanno causato grandi disagi negli ultimi giorni.


Le parole scandite a questo giornale dal segretario del Siulp Felice Romano - "Abbiamo giurato fedeltà alla Repubblica e ai suoi cittadini, non a coloro che rappresentano temporaneamente le istituzioni. Che forse sono troppo affaccendati nelle loro questioni personali per comprendere cosa sta davvero succedendo" - sono inquietantipericolose e mi auguro che vengano quanto prima smentite innanzitutto perché solo nelle vere democrazie i politici si trovano temporaneamente ma legittimamente a rappresentare le istituzioni, altrimenti ci troveremmo in dei regimi.
E' indubbio che le forze dell'ordine di questo Paese stiano pagando, e non da un giorno, un prezzo altissimo alla crisi: uomini e donne in divisa che sono quotidianamente impegnati in contesti sempre più difficili, dall'ordine pubblico alle indagini contro la criminalità organizzata, hanno subito tagli lineari per miliardi di euro e un blocco degli stipendi che li sta impoverendo e mettendo, psicologicamente, a durissima prova.(...)

mercoledì 16 ottobre 2013

Le riforme non più rinviabili (da laStampa.it)

Il vero difetto della via prescelta per modificare la Costituzione è, ancora una volta, la tentazione di una complessiva «grande riforma», che appare invece chiaramente impossibile per le troppe contrapposizioni e per la stessa modesta elaborazione culturale dinanzi agli attuali enormi nuovi problemi. Ma piuttosto che fallire ancora una volta, ci deve essere lo spazio per approvare le più pressanti riforme istituzionali, su cui – almeno in apparenza - esiste un vasto consenso: ed è ovvio che si pensi alla trasformazione delle due Camere, ad una razionalizzazione del sistema di governo e di legislazione, ad una sostanziosa modernizzazione del sistema regionale e di amministrazione locale (oltre ovviamente alla nuova legge elettorale). Anche queste riforme esigono però grande impegno di progettazione e di scrittura: ma allora non si comprende davvero il senso delle troppe diffidenti contrapposizioni, dal momento che dovrebbe essere a tutti chiaro che riforme del genere, se fatte bene, possono largamente sbloccare il nostro sistema istituzionale.

giovedì 14 giugno 2012

Addio Rivoluzione?

Tutto, o quasi, da rifare. Con una sentenza schock, che farà discutere per molto tempo, la Corte costituzionale egiziana ha dichiarato non valida l'elezione di un terzo dei membri del Parlamento, che a questo punto, è la conseguenza della sentenza, va sciolto. A dare la notizia è stata a l'agenzia di stampa Mena, precisando che l'annullamento riguarda i deputati eletti col sistema maggioritario a causa dell'incostituzionalità della legge elettorale. Le conseguenze di tale decisione sono ancora più drastiche, e riportano indietro le lancette della rivoluzione. «La Corte costituzionale ha sancito che le elezioni parlamentari sono incostituzionali, e quindi l'intera composizione del Parlamento è da considerare illegittima sin dalla data dell'elezione». di Roberto Bongiorni. Con un'analisi di Alberto Negri - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/aaFbO  

mercoledì 6 giugno 2012

Appello di Open Media Coalition al Presidente della Repubblica

(...) La ragione per la quale ci permettiamo di rivolgerci a Lei, Signor Presidente, tuttavia, non è legata tanto ai nomi degli eletti che Lei dovrebbe proclamare membri delle Autorità, quanto, piuttosto al metodo seguito per la loro nomina, metodo che, come avrà modo di verificare direttamente, è stato palesemente inadatto a garantire il raggiungimento degli scopi e degli obiettivi ai quali i procedimenti di nomina sono preposti e finalizzati. (...)

mercoledì 4 gennaio 2012

L'Europa Cambi, O Sarà Orbán il Nostro Futuro

Il problema di Orbán non è risolvibile solo con eventuali sanzioni, o dure trattative economiche che facciano recedere questa sorta di "piccolo dittatore democratico" che regna su Budapest. 

La sfida che dobbiamo raccogliere non è solo reagire, ma costruire una comunità politica che sia realmente capace di  vincere le tentazioni di chiusura e neo-nazionalismo, che sono forti in frangenti storici come quello che stiamo vivendo.

Per questo non può bastare l'Europa del rigore, pur necessaria; valga per la nostra Unione quel che si diceva per  l'Italia: se i cittadini percepiscono i sacrifici come "imposti" dall'esterno, e per di più un esterno "irriconoscibile" e "indiscutibile", la coesione sociale sarà messa in crisi. Allora Orbán non sarà più un'eccezione, nel panorama del continente.

L'Europa deve cambiare passo, se vuole essere percepita non solo come "esaminatrice di conti", ma come effettiva garanzia di libertà, pace, prosperità. Non possiamo avere paura dei debiti sovrani e sottovalutare la paura della povertà, che è la vera protagonista della politica oggi: sacrifici devono trovare riscontro in un nuovo orizzonte di sviluppo e di crescita. 

E' ora di realizzare compiutamente la promessa europea: allora sì, sarà sconfitto Orbán.

Francesco Maria Mariotti



(...) La borghesia era stato il motore dell’Europa moderna, ovunque. Anche in Ungheria. Ma con un problema. Lungo il Danubio, la borghesia, dopo secoli di guerre e dominazioni straniere, era nata in ritardo. E nonostante gli splendori della Belle Époque, era fragilissima.
(...) L’economia di mercato introdotta da un giorno all’altro nell’89 ha ridato ossigeno alla classe media. Ma non è bastato. Il fiorino cagionevole ha presto spento i sogni di benessere, di rinascita, di prosperità a livelli occidentali, liberando il campo alle paure e agli orgogli nei quali l’Ungheria è vissuta per secoli, incuneata tra Occidente e Oriente. I valori della democrazia, del pluralismo, del dialogo, della diversità, sembrano superflui e accantonabili nella vita quotidiana dove è faticoso fare la spesa e pagare le bollette. Torna la tentazione del ripiegarsi su se stessi, appigliandosi all’idea di una Grande Ungheria, magari con un pizzico di ottuso vittimismo, per ciò che è successo nel corso della Storia, dalle guerre col turco, all’invasione sovietica, al trattato di pace di Trianon voluto dalla Francia che tolse alla fine della Grande Guerra due terzi del Paese.
Nei momenti di difficoltà, per antico morbo, l’Ungheria più che sentirsi parte del continente rimarca la sua fiera alterità suicida, corroborata da quella lingua dolce e altaica che nessuno in Europa capisce. Quando Orbán ha sfidato la comunità internazionale con la nuova costituzione, «Nessuno può sindacare su quel che facciamo», parlava anche in questo spirito. Le riforme, la modernità, il mercato, possono attendere. Meglio affidarsi a miti imprecisi di purezza, di sacralità della terra (che può essere comprata con quattro fiorini dagli stranieri della globalizzazione), di uomini forti al comando. Ancora una volta la classe media è stata stritolata, dalla farragine dello Stato e dall’inflazione. Ancora una volta torna la tentazione non di sconfiggere gli avversari politici, ma di cancellarli, processarli, zittirli. Ma per non perdere di nuovo i cugini ungheresi dalla famiglia europea, bisogna capire perché si sono ammalati.
(...) Il problema è sapere qual’è la posizione delle forze di opposizione di sinistra e/o liberali nei confronti delle pressioni provenienti dall'estero (occidente e grandi potenze). La risposta non è facile. Da un certo punto di vista la distruzione delle istituzioni democratiche potrebbe giustificare, visto il potere schiacciante della destra antidemocratica, l'intervento occidentale in favore della democrazia. 
Tuttavia le potenze occidentali e in particolare modo la Commissione europea, oltre a voler conservare un regime di tipo rappresentativo e costituzionale e la separazione dei poteri, vogliono che l'Ungheria adotti una politica economica che non faccia necessariamente (per utilizzare un eufemismo) gli interessi del popolo magiaro. 
Gli ungheresi sono deluso e potrebbero vedere nella "causa democratica" solo una giustificazione delle misure di rigore sempre più dure provenienti dalle potenze occidentali, preoccupate della stabilità finanziaria del paese. Se la difesa delle istituzioni democratiche continuerà a essere accompagnata dall’impoverimento del popolo ungherese, non ci si deve stupire che questo non sia entusiasta dell’equazione democrazia liberale-miseria. 
La maggior parte delle critiche occidentali nei confronti del governo sono giuste, ma non sono espresse dal corpo elettorale ungherese. I cittadini ungheresi non possono delegare alle potenze occidentali la politica del loro paese. Vincolare la democrazia a mezzi antidemocratici esterni è ingiustificabile, e l'esperienza mostra che queste soluzioni non sono efficaci. (...)

(...)L’Unione europea si trova in una situazione delicata nei confronti di questo piccolo paese diventato membro dell’Ue da sette anni: non può restare indifferente ai metodi di governo di Orbán, agli attacchi al pluralismo dei media e alle minacce all’indipendenza dell’apparato giudiziario, e nel 2010 aveva già protestato in modo energico. Alla fine di dicembre il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha inviato a Orbán una lettera – la seconda in due settimane – per metterlo in guardia dai rischi della sua politica. Tale avvertimento non pare però aver sortito l’effetto sperato, non più dell’analoga lettera spedita da Hillary Clinton. All’Ue resta ancora la possibilità di ricorrere all’articolo 7 del trattato di Lisbona, che prevede di togliere il diritto di voto agli stati membri che violano le regole democratiche.
Non è facile, in ogni caso, punire un governo democraticamente eletto, e il precedente dell’Austria ha lasciato un amaro ricordo a Bruxelles: nel 2000 l’Unione aveva reagito duramente all’ingresso nel governo di un partito di estrema destra, ma aveva rinunciato a intervenire una volta preso atto dell’inefficacia delle sue proteste. La mobilitazione dell’opposizione ungherese, della società civile e degli intellettuali è un segnale importante che legittima le pressioni esercitate dall’Ue, che ambisce a essere una comunità dai valori democratici condivisi.(...)

venerdì 30 dicembre 2011

Il caso Orbán, Minaccia per l'Europa

Dobbiamo tornare a guardare ad est con molta preoccupazione. Le ultime notizie sull'Ungheria di  Orbán ci inducono a riflettere sui rischi - per tutta l'Europa - che la crisi economica e sociale possa diventare - di nuovo, come negli anni '30 del secolo scorso? - una minaccia per le basi democratiche della nostra convivenza. Minaccia e dunque sfida per una comunità europea che deve riflettere sul senso della propria esistenza, al di là delle questioni - pur fondamentali - di bilancio pubblico. 

Siamo cresciuti e ci siamo organizzati come europei - dopo la seconda guerra mondiale - proprio perché non tornassero più gli spettri dell'intolleranza e di regimi illiberali. Forse questa sfida può portarci a essere più forti, se saremo capaci di combattere. Ora. Subito.

Francesco Maria Mariotti

Ma da dove viene? E, soprattutto, dove vuole (o può) arrivare? Prima di diventare il leader più autoritario (e ansiogeno) d'Europa, l'ungherese Viktor Orbán, 48 anni, è stato un oppositore del regime comunista, si è laureato in legge (con tanto di stage a Oxford), ha professato idee social-liberali, ha fatto il parlamentare europeo fino a ricoprire la carica di vicepresidente del Ppe. Dieci anni fa, quando guidò per la prima volta il governo, Orbán si preoccupava di tagliare le tasse, ridurre la disoccupazione e guidare il suo Paese all'appuntamento con l'Europa. Ora, tornato al potere nell'aprile del 2010, farnetica sul ritorno della Grande Ungheria (ma forse si accontenterebbe anche del formato medio uscito dopo la Prima guerra mondiale). Intanto minaccia di ridurre la Banca centrale a semplice «ufficio bolli» dell'esecutivo, di soffocare definitivamente giornali e televisioni non graditi, di varare una grottesca legge elettorale che favorirebbe in modo smaccato il Fidesz, «l'Alleanza dei giovani democratici», il partito fondato nel marzo del 1988 dall'Orbán che il mondo sta imparando a conoscere.(...)




I negoziati sono durati poco. Il 16 dicembre il Fondo monetario internazionale e l'Unione europea hanno deciso di sospendere i colloqui con Budapest sull'eventuale aiuto finanziario all'Ungheria. Le due istituzioni sono infatti convinte che la riforma della Banca nazionale ungherese presentata dal governo di Viktor Orbán minacci l'indipendenza dell'istituzione. Secondo il progetto di legge il governo e il parlamento, dove il partito di Orbán può contare sui 2/3 dei seggi, potranno nominare alcuni dirigenti della banca.
Secondo Népszabadság questo nuovo episodio dimostra che "l'Unione comincia già a rinunciare al dialogo con il regime di Orbán: perché finanziare un sistema autoritario, antidemocratico e antieuropeo? Il problema è che la delegazione è partita, ma noi restiamo. Sull'orlo dell'abisso".(...)
(...) Un altro testo legislativo prevede la fusione tra banca centrale e autorità di vigilanza dei mercati, che potrebbe diluire i poteri del governatore. Il 1° gennaio poi entreranno in vigore modifiche alla Costituzione che secondo molti osservatori comportano una riduzione delle libertà fondamentali. Vi sono stati cambiamenti alle leggi che regolano la stampa e le attività religiose, così come riduzioni ai poteri della magistratura.
Il braccio di ferro che il primo ministro Orban ha deciso di avere con le autorità comunitarie sorprende. (...)