sabato 4 aprile 2015

Sul Nucleare Iraniano (rassegna stampa)

In tutti i grandi negoziati fermare l’orologio e continuare a trattare equivale a escludere la possibilità di un fallimento. Troppo gravi sarebbero le ricadute politiche per chi, volendo fare la storia, scopre invece di doversi arrendere alla sconfitta. Ma escludere il fallimento non significa garantire il successo, e il confronto nucleare di Losanna tra l’Iran e le potenze occidentali fiancheggiate da Russia e Cina ha sfiorato più volte il disastro prima di riuscire, ieri sera, a produrre un accordo-quadro che nelle limitazioni al programma nucleare di Teheran va al di là delle attese e incoraggia le parti a negoziare ancora per giungere all’intesa definitiva entro la fine di giugno.

Letta congiuntamente dal ministro degli Esteri iraniano Zarif e dalla responsabile europea per la Politica estera Mogherini (che nella circostanza rappresentava anche Usa, Russia e Cina), la dichiarazione messa a punto dopo otto giorni e sette notti di lavoro nasce da uno scambio di concessioni tra le due parti del tavolo: l’Iran accetta la volontà dei suoi interlocutori di impedirgli l’accesso all’armamento nucleare per un lungo periodo di tempo, in contropartita di una revoca sollecita e poco condizionata delle sanzioni economiche decise contro Teheran dagli Usa, dall’Europa e dall’Onu.​(...)

Ma se Obama e il suo negoziatore Kerry parlano di un «grande giorno», un segnale di necessaria cautela giunge dalle parole dei delegati iraniani che ridimensionano di molto il contenuto effettivo delle loro concessioni. Anche all’ora dei sorrisi sono i fronti interni dei due protagonisti del negoziato a tenere banco. Il capo della Casa Bianca aveva bisogno di fatti concreti, di concessioni precise da parte dell’Iran per convincere il Congresso (che riapre tra dodici giorni) ad aspettare il nuovo round negoziale prima di adottare eventuali nuove sanzioni contro Teheran. E dall’altra parte, poteva Zarif superare le linee rosse indicate più volte dalla «Guida suprema» Khamenei in tema di sovranità e di diritto al nucleare (pacifico, afferma Teheran)? E poteva il presidente Rohani inviare a Losanna istruzioni ancor più flessibili, senza sapere se l’ambiguo Khamenei e dietro di lui i militari, i nazionalisti, gli avversari personali ne avrebbero approfittato per accusarlo di tradimento?

Questi condizionamenti non spariranno nei prossimi mesi. L’accordo preliminare di Losanna dovrà dimostrare davvero, davanti al Congresso e davanti a Khamenei, di essere stato l’annuncio di una svolta storica che cambierebbe il mondo. Dovrà dimostrare di poter garantire la sicurezza di Israele, dando torto alle preoccupazioni di Netanyahu che fino a prova contraria e definitiva conservano qualche fondamento. Dovrà dimostrare che l’opzione militare, evocata come possibilità in caso di rottura delle trattative, è destinata anch’essa all’archivio. E dovrà evitare, con una iniziativa politica dell’Occidente che deve partire subito, il diffondersi tra le monarchie del Golfo e oltre di una generica paura dell’Iran sciita foriera di nuove guerre e di nuovo terrore. Soltanto così Losanna oggi e l’accordo di fine giugno fra tre mesi risponderanno davvero all’entusiasmo del popolo iraniano, soprattutto a quello dei giovani che sperano in più benessere e più libertà. 



Finalmente il tanto atteso accordo sul nucleare iraniano è arrivato. Ci sono voluti otto giorni, con due di estensione rispetto ai tempi previsti, perché i P5+1, i sei paesi del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite insieme alla Germania, dessero il via libera ad un’intesa definitiva che metta fine a dodici anni di contenzioso nucleare. Una pagina storica per la storia del Medio oriente: è stato subito il commento del segretario di Stato John Kerry e del ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama ha parlato di un mondo più sicuro in seguito all’accordo e di «verifiche senza precedenti» per impedire qualsiasi deviazione militare del programma nucleare a scopo civile.

I termini dell’accordo
Sebbene il testo finale sarà firmato soltanto il prossimo 30 giugno e solo ora si passa alla stesura dell’intesa, di fatto il vero passo avanti è stato compiuto. La bozza annunciata a Losanna ammette di fatto che l’Iran prosegua nel suo programma nucleare a scopo civile. Non solo, prevede la cancellazione di tutte le sanzioni internazionali, contestualmente al rispetto dei requisiti dell’accordo annunciato in una conferenza congiunta dall’Alto rappresentante per la politica dell’Unione europea Federica Mogherini e dal suo omologo iraniano, Javad Zarif.


Con l’accordo-quadro raggiunto a Losanna, l’Iran è più vicino o più lontano dall’atomica?
Gli Stati Uniti ritengono che l’Iran sia più lontano dall’atomica. Se ora il «break-out time», il tempo per raggiungerla, è stimato in 2-3 mesi grazie alle intese diventa di 12 mesi. E le intese resteranno in vigore per 10 anni, con successivi 5 anni di obblighi per Teheran. Usa e Ue ritengono di aver bloccato la corsa dell’Iran all’atomica soprattutto perché l’impianto al plutonio di Arak viene bloccato, il carburante usato spostato all’estero e l’arricchimento dell’uranio limitato a 5060 centrifughe modello IR-1, della prima generazione, nell’impianto di Natanz. Ma a tal fine saranno di vitale importanza le verifiche dell’Agenzia atomica Onu, i cui ispettori per i prossimi 15 anni dovranno certificare il rispetto degli impegni sottoscritti.

Chi vince e chi perde nel negoziato fra l’Iran e il Gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna più Germania)?
Vincono Obama e Rohani, i leader che più hanno voluto l’accordo. Il presidente Usa perché convinto che il dialogo con i nemici rafforza la leadership americana nel mondo e, in questo caso, disinnesca la minaccia atomica di Teheran. Il presidente iraniano perché vede riconosciuto il diritto all’arricchimento dell’uranio e ha la possibilità di far ripartire l’economia e gli investimenti grazie alla progressiva riduzione delle sanzioni. Perdono Israele, Arabia Saudita, Egitto e gli altri Paesi sunniti protagonisti di forti pressioni su Usa e Ue per evitare un’intesa che ritengono pericolosa per la propria sicurezza nazionale. Anche la Russia esce indebolita perché il dialogo fra Usa e Iran che ora inizia consegna nuove opzioni a Obama, riducendo gli spazi per Mosca».

Governare E' Più Difficile (Dario Di Vico, Corriere)

(...) Tra i tanti fattori che influenzano l’opinione pubblica i sondaggisti dicono che ce ne sono due prevalenti: l’andamento delle tasse e le dinamiche del mercato del lavoro. Proprio osservando entrambi questi indicatori gli italiani ne ricavano una sensazione pessimistica e il caso ha voluto che le ultime due rilevazioni dell’Istat abbiano finito per confermarla, quella sul tasso di disoccupazione di febbraio 2015 diffusa nei giorni scorsi e quella sulla pressione fiscale 2014 emessa ieri. In entrambe le occasioni il dato Istat avalla lo scetticismo degli italiani e in qualche modo smentisce l’ottimismo ostentato dal governo, come nel caso del ministro Giuliano Poletti che aveva parlato di un milione di posti di lavoro in arrivo il giorno prima dei dati negativi di febbraio. L a scaramanzia, se non la conoscenza dei fatti, dovrebbe consigliare più prudenza e comunque è chiaro che indulgere a messaggi eccessivamente «rotondi» non favorisce, in questa fase, il rapporto con i cittadini.
 
In particolare, per quanto riguarda il mercato del lavoro, il governo dovrebbe sapere che gli effetti del combinato disposto tra ripresa e Jobs act non saranno immediati: Pietro Nenni non trovò mai la stanza dei bottoni semplicemente perché non esiste e comunque l’economia ha sue dinamiche che non sono riconducibili al puro comando politico. (...)
 
Il governo replica che gli 80 euro non vengono contabilizzati come taglio delle tasse, bensì come spesa sociale (e si spiega così il dato sull’aumento delle uscite per +0,8%), ma la sensazione che resta è una: tutta quell’operazione ha sicuramente dato a Renzi un dividendo politico (alle Europee) ma non ha prodotto lo stesso esito in campo economico. È mancata la capacità di gestirla in maniera fruttuosa, si è pensato più a cavalcare l’elemento politico-propagandistico che a curare la trasmissione di quel taglio ai consumi e all’economia reale. Governare è più difficile che tener botta a un intervistatore.
 

sabato 28 marzo 2015

Può Essere Un Bene La Banca Cinese?

Pertanto, il fatto che la Cina voglia investire una piccola parte dei suoi 3.800 miliardi di riserve estere nell'Aiib è una buona notizia. E il fatto che lo voglia fare attraverso istituzioni multilaterali in cui la sua voce, per quanto importante, sarà una fra le tante, è una notizia ancora migliore. Un'istituzione multilaterale avrebbe funzionari di ogni parte del mondo, e di conseguenza sarebbe meno politicizzata che se fosse la Cina a erogare soldi per conto proprio.
 
Per tutte queste ragioni gli Stati Uniti farebbero bene ad aderire a loro volta. La Casa Bianca potrebbe replicare che anche se lo volesse non avrebbe nessuna speranza di ottenere il nulla osta del Congresso. Probabilmente è vero, ma questo non è un buon motivo per stigmatizzare la partecipazione di altri Paesi. (...)
 
Jack Lew, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha dichiarato che Washington teme che la nuova banca possa non rispettare i «parametri più stringenti a livello globale» in termini di governance e attività di prestito. Avendo lavorato alla Banca mondiale, non posso non sorridere di fronte a un'affermazione del genere. Il signor Lew troverebbe istruttivo studiare il ruolo avuto dalla Banca mondiale nel finanziare il dittatore dello Zaire Mobutu Sese Seko, un esempio orripilante fra i tanti. Sarebbe bello se la nuova istituzione fosse candida e immacolata, ma questo è un mondo di peccatori. Una partecipazione ampia di altri Paesi non potrà sicuramente peggiorare le cose per la nuova banca.
 
Gli Stati Uniti non possono nemmeno sostenere in modo credibile che farebbe concorrenza alle istituzioni esistenti. Sì, esiste il rischio di una corsa al ribasso sugli standard. Ma potrebbe anche favorire l'eliminazione di inutili lungaggini burocratiche. Il vero timore degli Stati Uniti è che la Cina possa riuscire a creare istituzioni che indeboliscano la loro influenza sull'economia globale. Ci sono quattro risposte che posso dare a questi timori. (...)
 
Inoltre, se la scelta della Gran Bretagna facesse capire chiaramente alle autorità statunitensi che la leadership non è un diritto, ma qualcosa che bisogna guadagnarsi, la decisione potrebbe rivelarsi benefica. Negli anni dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti diedero prova di prontezza di spirito creando le istituzioni del mondo moderno. Ma il mondo è andato avanti. Ha bisogno di istituzioni nuove. Deve adeguarsi all'ascesa di nuove potenze. Questo processo non si fermerà solo perché l'America non vuole più prendervi parte. Se i risultati non sono di gradimento degli Stati Uniti, possono incolpare soltanto se stessi.
 
di Martin Wolf - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/30Mp4u

venerdì 27 marzo 2015

La guerra in Yemen, spiegata bene (da ilPost.it)

Nella notte tra mercoledì 25 e giovedì 26 marzo è cominciata ufficialmente una nuova guerra. Alcuni aerei dell’Arabia Saudita e di altri paesi arabi hanno bombardato le postazioni in Yemen dei ribelli sciiti Houthi, che nelle ultime settimane hanno preso il controllo della capitale Sana’a e di altri territori nell’ovest del paese. La situazione in Yemen è molto tesa da mesi, tanto da far parlare diversi analisti di “guerra civile”. È anche molto complicata da capire, perché ai gruppi ribelli locali si sono affiancati l’intervento di paesi esterni e le rivalità personali di importanti esponenti politici yemeniti. La storia recente dello Yemen – il paese più povero del Medio Oriente – è cambiata d’improvviso tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, quando Ali Abdullah Saleh, il capo del paese da oltre trent’anni, ha lasciato il potere. Abbiamo messo insieme una guida per capire che cosa sta succedendo in Yemen – chi combatte contro chi e cosa potrebbe diventare la guerra – e perché la si può definire una delle crisi internazionali più complicate e pericolose degli ultimi tempi.

Cos’è lo Yemen, e da dove arriva?
Lo Yemen è un paese molto povero, che si trova sulla punta sud della Penisola arabica. Ha la forma simile a un rettangolo: condivide tutto il suo confine settentrionale con l’Arabia Saudita e tutto il suo confine orientale con l’Oman. A partire dal 1962 e fino al 1990 c’erano due stati yemeniti: a nord la Repubblica Araba dello Yemen, governata in maniera autoritaria da Ali Abdullah Saleh, a sud la Repubblica Democratica popolare dello Yemen, governata da un regime marxista: anche dopo l’unificazione, avvenuta nel maggio 1990, nel sud si sono sviluppati a fasi alterne diversi movimenti indipendentisti che ancora oggi continuano a operare contro il governo centrale (nel gennaio 2015, per esempio, il leader dei separatisti nel sud ha letto in diretta su al Jazeera una specie di “dichiarazione d’indipendenza”).

martedì 24 marzo 2015

Costruire Una Base Solida Sulle Unioni Civili (Mara Carfagna)

"(...) E a proposito di pregiudizi ce n’è uno contro questa iniziativa, contro iniziative di questo genere, che viene diffuso ad arte da chi evidentemente impedisce da anni che questo dibattito possa avere uno sbocco legislativo, che viene diffuso ad arte da chi cavalca strumentalmente queste questioni ed è proprio per questo che io voglio immediatamente sgombrare il campo da un equivoco di fondo: qui, oggi, in futuro nelle nostre intenzioni, non c’è nessuna volontà di produrre un attacco alla famiglia naturale fondata sul matrimonio. Non stiamo togliendo qualcosa alla famiglia, per darla alle coppie omosessuali, stiamo parlando di riconoscere diritti, a chi diritti non ne ha. Non stiamo promuovendo un nuovo modello di società , stiamo parlando di riconoscere quei diritti che in altri paesi del mondo , soprattutto in altri paesi europei, sono ampiamente riconosciuti, e che le altre Corti ci invitano a riconoscere senza che questo voglia dire costruire un modello, un’istituzione giuridica alternativa alla famiglia. Quindi che questo sia ben chiaro, e sgombriamo il campo da questo equivoco di fondo che ha ideologizzato ed estremizzato il dibattito in tutti questi anni, e che ci ha impedito di arrivare anche soltanto ad un confronto sereno.

C’è un’altra notizia che ho letto in questi giorni e che mi fa sorridere, se non ci fosse da piangere, per quanto è seria. Perché c’è chi ad esempio sostiene che di fronte all’avanzata dell’Isis, noi abbiamo il dovere di rafforzare la nostra identità e la nostra civiltà. Certo, ovvio, giusto, ma per alcuni rafforzare la nostra identità, significa dire si al matrimonio e no alle unioni omosessuali, senza ricordare che forse per contrastare quel modello che l’Isis propone dobbiamo contrapporci a chi gli omosessuali li butta dalle torri.(...)

Come si fa allora a riconoscere questi diritti fondamentali? Significa ad esempio fornire certezze sulla eredità, significa fornire certezze per quanto riguarda la possibilità di subentrare nel contratto di locazione, significa fornire certezze per quello che riguarda l’assistenza sanitaria, l’assistenza penitenziaria, la pensione di reversibilità, significa fornire certezze per tutto quello che riguarda l’obbligo di assistenza morale e materiale, significa riconoscere diritti a cui corrispondono doveri , responsabilità, il tutto all’interno di una unione omoaffettiva pubblicamente riconosciuta. Questo è il binario all’interno del quale noi abbiamo intenzione di muoverci considerando il nostro, un punto di partenza. Una base x il dialogo che noi non crediamo sia una soluzione minimalista. Quando in ballo ci sono così tante posizioni, così tante sensibilità, bisogna provare a fare un lavoro di sintesi altrimenti succede quello che è successo in questi 15 anni, non si ottiene nulla. Bisogna essere ambiziosi sono d’accordo, ma bisogna ogni tanto provare a costruire una base solida su cui poi provare ad elevare tutto il resto(...)"


domenica 22 marzo 2015

Novità Cinesi Da Tenere D'Occhio

Al di là del "caso Pirelli", forse è necessario tenere d'occhio anche altre dinamiche più globali. Abbiamo discusso di questa adesione, a livello di opinione pubblica? A me pare poco...

FMM

Pechino, 20 mar. - E' il Lussemburgo l'ultimo Paese in ordine di tempo a decidere di aderire alla Asian Infrastructure Investment Bank a guida cinese. L'adesione del Gran Ducato è stata accolta con favore nella serata di ieri dal Ministero delle Finanze cinese. Il Lussemburgo potrà diventare uno dei membri fondanti il nuovo soggetto finanziario, se verrà approvato dai 26 Paesi membri, compresi i ventuno che hanno sottoscritto l'adesione per primi alla nuova banca nel novembre scorso a Pechino. Il Lussemburgo è il quinto Paese europeo a entrare nella superbanca asiatica, dopo Gran Bretagna, che aveva annunciato l'adesione venerdì scorso, seguita nei giorni successivi da Francia, Germania e Italia, nonostante l'intensa lobby di Washington contro l'adesione degli alleati europei all'ingresso nel nuovo soggetto finanziario, visto come aperto concorrente della Asian Development Bank, a forte presenza americana.(...)

Unioni civili, una nuova sfida (Mara Carfagna su HuffingtonPost)

Interessante articolo di Mara Carfagna.

Continuo a pensare che su questo tema ci sia - già oggi -un consenso generale su una "legislazione minima ma efficace" che potrebbe portare effettivi diritti, al di là dei "nomi" che vogliamo dare (matrimonio, unione civile, etc), a tutte le donne e tutti gli uomini di questo paese.


FMM



"(...) Tutto questo è in contrasto con la tutela della famiglia naturale fondata sul matrimonio? Personalmente, non credo. Come donna di destra, credo invece che sia compito della politica dare forma ai cambiamenti della società stabilendo le regole e il perimetro di un sistema condiviso di diritti e doveri. Come donna di destra ritengo che la famiglia fondata sul matrimonio vada difesa e sostenuta, ma ritengo che chi usa questa argomentazione come alibi per non affrontare il tema delle coppie gay, lo fa strumentalmente o in mala fede. Veramente si crede che riconoscere diritti a chi non ne ha, e farlo all'interno di un perimetro ben definito che non preveda equiparazione tra coppie gay e matrimonio omosessuale, significhi compromettere la solidità e la centralità della famiglia? Sul serio si pensa che non regolare una realtà già così ampiamente diffusa sia un modo per difendere la famiglia?
La famiglia va sostenuta fiscalmente, economicamente, per esempio aiutando le donne e le mamme che lavorano e che spesso non fanno figli perché non hanno un welfare adeguato. La famiglia si aiuta offrendo opportunità ai giovani affinché abbiano la possibilità di immaginare un futuro, in cui anche loro un giorno potranno diventare madri e padri.
Ma pensare che regolamentare ciò che già esiste, significhi produrre un attacco alla famiglia è un modo un po' superficiale per affrontare la questione con le lenti dell'ideologia e del pregiudizio.

Dire, sostenere, io sono di destra, quindi sono a favore della famiglia e contro le unioni gay è come arrendersi ad essere fermi al medioevo della politica. E noi non vogliamo arrenderci, vogliamo accettare la sfida della modernità, ma senza cedimenti e rispettando i nostri valori,quelli di un centrodestra moderno, liberale ed europeo.

Riguardo alle coppie omoaffettive l'Italia ha finora fallito. Abbiamo davanti una realtà, ancorché minoritaria - l'esistenza di unioni stabili tra persone dello stesso sesso - ma a differenza di tutto il resto d'Europa l'abbiamo ignorata. Abbiamo fatto finta che non esistesse. Abbiamo lasciato questa realtà nel vuoto legislativo, che è la peggiore delle condizioni proprio perché alimenta equivoci, abusi, distorsioni e problemi ai singoli e alle Istituzioni.(...)

giovedì 19 marzo 2015

Tunisi, Italia. I ricordi dell'Ammiraglio Fulvio Martini

"(...) Nel 1986-1987, in Nord Africa si era creata una situazione politico-diplomatica abbastanza complessa. La stampa non se ne occupò molto. Diede più spazio alle intemperanze di Gheddafi o ai tentativi di penetrazione sovietici nell'area.
Nel caso specifico, si era aperta una questione di successione al vertice della repubblica tunisina. 
La questione non era facilmente risolvibile: si trattava di procedere alla sostituzione del presidente Bourghiba. Bourghiba era stato il simbolo della resistenza contro i francesi, ma era un uomo di età molto avanzata e non era più nelle condizioni fisiche e mentali di guidare il suo paese. Ci furono dei disordini causati dai primi movimenti integralisti islamici, e la reazione di Bourghiba fu un po' troppo energica. Minacciò infatti di fucilare un certo numero di persone, e fu subito chiaro che una reazione del genere avrebbe portato a sovvertimenti suscettibili di pesanti riflessi negativi anche nei paesi vicini.
Al problema tunisino erano interessati non solo i due stati confinanti, ossia la Libia e l'Algeria, ma anche l'intera zona maghrebina e alcuni stati europei tra cui l'Italia. 
In quella pericolosa situazione Craxi e Andreotti, rispettivamente presidente del consiglio e ministro degli Esteri, si comportarono, a mio avviso, con grande abilità.
Su loro direttive, noi del Servizio facemmo la nostra parte, la più importante. Con la Tunisia - come con tutto il resto del Maghreb, a esclusione della Libia - avevamo eccellenti rapporti. Riuscimmo a concludere una prima transizione sui principali punti di contrasto, poi proponemmo una soluzione soddisfacente per tutti che fu accettata, e la successione di Bourghiba avvenne con un trasferimento di poteri tranquillo e pacifico.
Non ci fu una goccia di sangue; la pace nella regione fu assicurata. L'unica vittima fu un capo Servizio europeo che ci rimise la poltrona perché al suo governo non piacque la nostra soluzione. I contatti che il Sismi aveva avuto con elementi di tutto il Maghreb permisero un rafforzamento dei rapporti bilaterali. Ci furono accordi tra le varie intelligence, e il nostro Servizio portò avanti nella regione alcune iniziative per evitare un proliferare del terrorismo.
In quel periodo - parlo della metà degli anni '80 - era il terrorismo palestinese quello che ci dava le maggiori preoccupazioni. (...)
Nell'area avevo alcuni amici e non mi fu difficile consolidare vecchi rapporti e stabilirne di nuovi. Alcune mie mosse non furono sempre di generale gradimento, perché falciavano erba in giardini altrui (leggi: francesi), ma nel complesso il Maghreb ci accettò con simpatia e collaborò grandemente alla nostra sicurezza. 
Ciò mi permise, ad esempio, di allertare in anticipo i nostri organi di Polizia sull'operazione che Abu NIdal stava preparando in Libano contro l'Italia e che dette origine al massacro di Fiumicino (...)"

Ammiragio Fulvio Martini, Nome in codice Ulisse, Trent'anni di storia italiana nelle memorie di un protagonista dei Servizi segreti, edizioni BUR, pp.141-143

"(...) Da capo del Sismi, gliene capitarono un paio niente male. Quando gli fu affidato il compito di riportare gli algerini nel Club Med dei servizi segreti, ad esempio. «Andai a Parigi, per convincere i francesi che erano i più ostici. E mi trovai davanti un generale della Legione che aveva combattuto la campagna d' Algeria facendo saltare un braccio a uno dei capi della resistenza. Poi andai ad Algeri, e nella loro delegazione trovai quello senza il braccio. Quando vennero a Roma per il primo incontro e li vidi entrare nella sala, per un momento pensai che sarebbe finita a revolverate». Fu sempre lui, nel 1987, a organizzare il cambio della guardia a Tunisi: via Burghiba, presidente Ben Alì. «C' era una situazione incontrollabile, per via dei colpi di testa di Burghiba che voleva giustiziare un gruppo di fondamentalisti. Ne parlai col mio collega francese della Dgse, il generale Imbot. Troviamo una soluzione insieme, dissi. E quello: "Sono affari nostri, l' Impero non vi riguarda". Ah, sì? Beh, da italiano non la mandai giù. Misi al corrente Craxi, lui diede via libera e sostituimmo Burghiba. La mattina dopo Chirac si mangiò il fegato e Imbot pure. Per fare l' operazione avevamo utilizzato il piano francese, con ventiquattro ore d' anticipo e con un nostro candidato alla presidenza: Ben Alì»(...)"

lunedì 16 febbraio 2015

Incubo Libia: Ancora Guerra Senza Chiarezza?

Chi scrive non aveva alcun dubbio che il panorama libico sarebbe stato tragico per l'Italia (tutti i post recenti sulla Libia li trovate qui, per quelli del 2011 segnalo Guerra Senza Orizzonte e Etica dell'Intervento). Oggi ho l'impressione che si parli di intervento militare con la stessa estrema facilità (e poca consapevolezza) con cui nel 2011 si diceva che fosse necessario abbattere Gheddafi, senza saper bene cosa fare dopo.

Per questo è assolutamente necessario che - nel decidere di entrare in guerra - si chiariscano gli obiettivi dell'intervento, e si guardi con lucidità alla situazione sul terreno: a quel che si capisce - infatti - la dinamica rende complicato anche solo individuare il nemico (o "i nemici"?). 

Appare semplice dire "combattiamo contro l'Isis"; ma non si può entrare in una guerra civile e illudersi di combattere contro un solo nemico, sperando magari di avere una vittoria facile. Anzi, come altri conflitti "asimmetrici" che abbiamo visto nel recente passato, la guerra può non essere "risolutiva", può voler dire una quasi certa "non-vittoria", con alti prezzi in vite umane (e non solo).

E dunque la chiarezza strategica (mai facile per definizione in una guerra) vuol dire anche capire  e tentare di "prevedere" le diversi ipotesi di "compromesso d'uscita". Ovvero: come e quando fermarsi per accettare una non-vittoria magari simulando - e dichiarando - un successo ("Missione compiuta")?

Fino a che punto spingersi con i prezzi da pagare, con i morti da sopportare, i prigionieri, i compromessi inevitabili con gli alleati, o magari con una parte dei nemici, se si verificasse che è troppo difficile sconfiggerli? 

Come si può intuire, non sono cose di cui probabilmente si può discutere in qualche talk-show; ma purtroppo forse neanche troppo apertamente in Parlamento.

"Cappello" ONU, NATO o qualsiasi altro sia, è necessario che l'Italia tenga presenti questi elementi, e li esprima chiaramente, se non con la pubblica opinione, almeno con chi vorrà partecipare a questo intervento. Forse è impossibile avere tutte le risposte ora, ma è doveroso porsi nella giusta "disposizione d'animo", che non consente di cavarsela semplicemente aprendo un dibattito come quelli cui siamo abituati, molto dicotomici (Pace vs guerra) e poco concreti.

Un'ultima considerazione: una guerra di questo tipo può fare male - molto male - a una democrazia come quella italiana. Siamo già in un clima in cui qualsiasi discussione legislativa è fatta a colpi di "gufi e rosiconi" contro "golpisti"; è altissimo il rischio che un clima bellico - e non di una guerra-videogame come ci sono sembrate quelle del recente passato - possa portare ad accentuare i toni del dibattito, compromettendo il già non sano clima complessivo

Devono essere attivate tutte le "sentinelle democratiche" (a partire dalla nostra personale razionalità) che possano vigilare affinché la comunità civile non si distrugga in un eccesso di contrapposizione o - forse peggio - in una sorta di "unanimità bellica forzata" estesa a tutta la società. La discussione e la critica sono beni essenziali di una democrazia. 

E' bene che tutti i partiti, a partire da quelli di governo, e tutti i massmedia, si sforzino di conservare apertura mentale e coraggio del dissenso. 

Se la guerra in Libia si dovesse trasformare in una sorta di "guerra interna" avremmo perso tutti, al di là di qualsiasi risultato militare.

Francesco Maria Mariotti

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Di seguito rassegna stampa con le posizioni di Mimmo Candito, Romano Prodi, Vincenzo Camporini.


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Sento parole di guerra, per la Libia. Vedo politici che alzano al vento del consenso proclami di impegno militare, muscoli in rodaggio, campagne africane sul bel suol d'amore. Calma, calma. Nessuna spedizione militare è possibile se, prima, non si definisce un obiettivo politico, e se una strategia militare non abbia il supporto di una coerenza di forze in campo.


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Ritorno alla prima domanda. Le cancellerie occidentali cosa dovrebbero fare in questo momento secondo lei?

Occorre senza dubbio uno sforza per produrre un minimo risultato nel tentativo di fare sedere tutti gli interlocutori al tavolo e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale.


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"Nulla si può fare senza l'Onu, ma alle Nazioni Unite manca una guida" E sugli scenari della situazione in Libia, l'ex premier avverte: "Nulla si può fare senza l'Onu, ma l'Onu ha poche armi, e il problema di oggi è che nelle Nazioni Unite nessuna Potenza ha un ruolo catalizzatore, di guida". "In questo caso, però - prosegue il fondatore dell'Ulivo - siamo nella situazione ideale per l'intervento delle Nazioni Unite, perché tutte le grandi potenze hanno paura dell'Isis".  


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Come è stato possibile arrivare a tale scenario?

Perché siamo stupidi. Abbiamo promosso la caduta di Gheddafi, un dittatore odioso che tuttavia garantiva ordine in un’area dominata da sentimenti tribali. E abbiamo abbandonato a se stesso un territorio grande e abitato da appena 6 milioni di persone. Una caratteristica che ha consentito grandi opportunità di manovra a chi possiede sistemi d’arma moderni. Ecco la ragione delle operazioni militari eclatanti compiute di volta in volta dai gruppi che si contrappongono con ferocia.

lunedì 26 gennaio 2015

L'Europa (Forse) Sta Cambiando - Rassegna Stampa

Per carattere e per scetticismo innato nelle possibilità della politica, andrei cauto ad entusiasmarmi per la vittoria di Syriza in Grecia, e forse anche per il QE di Draghi; sicuramente sono segnali molto positivi ma tutt'altro che risolutivi. Ritorno alla politica contro la tecnocrazia? difficile crederlo possibile; il braccio della politica in Grecia si è rafforzato, ma per il momento di sole parole e consenso; la tensione con le autorità che devono sorvegliare il debito greco non si risolve né con i comizi né con i voti. E la torsione "di sinistra" di Syriza può sempre rischiare di alimentare prospettive ben più reazionarie (si veda il discreto successo di Alba dorata).

Comunque è stato importantissimo che si siano rese più "visibili" le sofferenze dei cittadini greci, e quindi la necessità urgente di riformulare il percorso di uscita dalla crisi. Se i politici - greci, ma anche nostri per quel che ci riguarda - eviteranno di farsi illusioni, si potrà fare un percorso utile e positivo per tutti. 

Le rivoluzioni annunciate sovente falliscono: meglio calibrare con attenzione obiettivi e reale potere; e forse sarebbe meglio cominciare a costruire una politica europea degna di questo nome. Di seguito alcuni articoli per approfondire la situazione in Grecia e cosa aspettarsi dalle manovre dello Zar Draghi.

Francesco Maria Mariotti

ps: prima di tutto, però, un articolo sul Presidente che verrà...
Vorremmo, poi, un Presidente che sappia servire in maniera privilegiata i più deboli: se è vero, come sostenevano don Loreno Milani e la sua Scuola di Barbiana, che “non c'è niente di più ingiusto che trattare i diseguali da eguali”, il Capo dello Stato dovrà essere attento alle disuguaglianze, vigile nel segnalarle, di stimolo nel superarle, perché cresca la distribuzione dei beni e dei servizi a vantaggio di tutti, e nessuno sia escluso dai diritti di cui da cittadino della Repubblica deve poter godere, da quello alla vita, alla casa e al lavoro, al diritto alla salute, allo studio e alla partecipazione alla vita politica e sociale del Paese.
di Bruno Forte - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/4ejE7Y

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GRECIA

Eppure, Tsipras non ha mai ricordato che senza l’Ue non sarebbe stato possibile ottenere oltre 240 miliardi di euro. Non ha mai ricordato che senza il supporto della Bce le banche elleniche sarebbero collassate sotto il peso della pressione dei mercati finanziari nella fase più severa della crisi. Ma soprattutto, non ha mai ricordati ai suoi elettori che rinegoziare i patti, o memorandum of understanding, sottoscritti con la troika significa uscire de facto dall’eurozona. Il motivo è semplice. Dato che ogni erogazione finanziaria deve essere il frutto di un patto fra il Paese e il prestatore, se essi vengono meno chi potrà mai finanziare, ai prezzi attuali, la Grecia sui mercati obbligazionari? Nessuno. Perché il concetto di premio per il rischio, quando si parla di bond governativi, è ben ricordato dagli investitori internazionali. Più un Paese è incerto, incapace di avere una prospettiva di lungo periodo e poco credibile, più dovrà pagare per collocare i propri bond. Ed è indubbio che sul mercato obbligazionario il cappello di protezione della troika ha giovato alla Grecia, dato che i rendimenti dei suoi titoli di Stato si sono ridotti in modo significativo dall’inizio della crisi a oggi. Tsipras però questo non lo rammenta di proposito. Quello che è certo è che se ne renderà conto in fretta. Più cresce l’incertezza legata al destino del Paese, più i mercati saranno sotto stress. E l’unica rete di protezione talmente forte da contrastare queste spinte è l’area euro. Ecco perché Tsipras dovrà negoziare con la troika, dopo averla attaccata a lungo. Potranno esserci delle concessioni, ma il pacchetto di misure strutturali da introdurre non muterà.

Alexis Tsipras non cambierà l’Europa. E nemmeno la Grecia. Ne sono convinti tanto i mercati finanziari quanto i policymaker europei. Nonostante gli annunci choc e gli attacchi diretti alle politiche comunitarie, Syriza non potrà far marcia indietro rispetto a quanto sottoscritto dal Paese con la troika composta da Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione Ue. Perché se così accade, Atene corre il rischio di ritornare al centro della crisi dell’eurozona. Senza le protezione europee, però.

Quei due milioni, così, non solo agitano lo spettro - a Berlino e in parte anche a Bruxelles - di un nuovo governo che getti a mare le imposizioni della troika e le politiche di austerità dettate, ma vengono già accolti dalla sinistra radicale in tutta Europa come il segno - anzi l’annuncio salvifico - di un cambiamento possibile. E del resto se un messaggio arriva dalla Grecia è quello che di troppa austerità si muore; o almeno muore politicamente chi governa, schiacciato ad esempio dal peso dei 300 mila cittadini che su una popolazione di 11 milioni di persone non possono più permettersi l’energia elettrica.
Germania in arrocco e Grecia in attacco, dunque. E il resto dell’Europa?​

È stato detto che la Grecia è troppo piccola perché la sua uscita dall’eurozona abbia effetti irreparabili sulle sorti dell’euro e dell’Unione Europea. Sarebbe forse vero se l’economia fosse soltanto cifre e la politica un teorema basato su fattori esclusivamente quantitativi. Ma la Grecia è anche altre cose che la buona politica non può ignorare. È una parte essenziale della nostra storia, della nostra cultura e di quella che, con parola abusata ma particolarmente adatta in questo caso, viene definita identità. Se l’Ue vuole essere molto più di una semplice alleanza, non è realistico pensare che i grandi Paesi, dagli Stati Uniti alla Cina, reagirebbero distrattamente all’abbandono di Atene. Penserebbero che l’Europa di Bruxelles e Strasburgo è soltanto una costruzione utilitaria e contingente, priva di qualsiasi motivazione ideale, pronta a sbarazzarsi del più vecchio dei suoi passeggeri se la barca s’imbatte in una tempesta. E da questa constatazione trarrebbero inevitabilmente conclusioni negative sull’autorità e sull’affidabilità del progetto europeo. 



Chi è Alexis Tsipras
Tsipras è nato ad Atene il 28 luglio del 1974, quattro giorni dopo la caduta della dittatura dei Colonnelli: ha una compagna, due figli, vive in periferia e si è laureato nel 2000 in ingegneria all’Università di Atene (il padre era un imprenditore edile vicino al Pasok). Tsipras ha iniziato a fare politica alla fine degli anni Ottanta con il movimento dei Giovani comunisti greci, durante l’università era diventato membro del sindacato degli studenti (riuscendo a vincere contro il governo la battaglia per il ritiro di una controversa riforma scolastica) e, dopo essersi allontanato dal partito comunista, nel 1999 era stato eletto segretario dell’area giovanile del partito della sinistra radicale, Synaspismós.


Un’ultima nota, per tornare da Atene a Roma. La vittoria di Syriza deve servire per costruire un’Europa più plurale, aperta, fondata sul lavoro che genera crescita e su una solidarietà fra popoli che fa di essi un solo popolo federato. Non può, non deve servire, a giustificare la mancanza d’impegno nel rendere sostenibile la finanza pubblica nazionale e nel mettere ordine in situazioni contabili, politiche e di distribuzione delle risorse grandemente sbilanciati e nel medio periodo non più sostenibili. Dobbiamo, insomma, negoziare con i tedeschi per un’Europa più equilibrata come se non ci fossero debolezze errori e lacune nazionali; ma al contempo dobbiamo combattere i disordini, la spesa pubblica inutile e le troppe tasse su chi lavora e produce che servono per mantenerla, le clientele e le corruzioni di casa nostra, come se non fosse l’Europa a chiedercelo, ma la premura per il nostro futuro. Che è poi la verità: ad Atene, come a Roma.

BCE 

Quello della Bce sarà un Qe differente da quelli osservati finora. Prima di tutto, come ha spiegato Goldman Sachs, per via del contesto. “Il Qe della Bce è diverso e non solo a causa della mancanza di unità dell’area euro. Tassi nominali e rendimenti a termine sono già molto più bassi rispetto agli Stati Uniti prima dei suoi programmi di Qe”, spiegano gli analisti della banca americana. Inoltre, “i tassi reali sono molto più bassi che in Giappone prima che iniziasse il passaggio al Qqe (Qualitative quantitative easing, ndr)”. Infine, continua Goldman Sachs, “la Bce si trova ad agire in un contesto con aspettative di mercato sull’inflazione decisamente diminuite in tutto il mondo e rafforzate dal calo del prezzo del petrolio”. Sotto un profilo operativo, conclude Goldman Sachs, il Qe nella versione di Draghi “può fornire un maggiore supporto se è in grado, da un lato, di restringere gli spread del credito sovrano nei Paesi periferici e, dall’altro, di convincere il mercato ad aumentare le aspettative di inflazione più a lungo termine”. Traduzione: deve convincere gli investitori sull’inversione di rotta nella zona euro e sul ripristino del corretto meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Un compito non facile.

Sul lato imprese sarà bene ricordare che non veniamo mica da anni in cui sia scarseggiata la liquidità, nei mercati. Anzi, era ed è abbondante. Qui scarseggia il mercato interno (vedi sopra, circa i consumatori) e scarseggia il credito. L’altro programma espansionista, sempre di marca Bce, è il Tltro, finalizzato a fornire liquidi da trasferire alle imprese. Ma da noi rischiano di fermarsi in banca, per debolezza sia delle banche (dal punto di vista patrimoniale) che dei clienti (dal punto di vista dell’affidabilità). Scarseggia anche la certezza del diritto e, tanto per dirne una, dopo mesi di discussioni sulla legislazione del lavoro, ancora oggi un imprenditore non sa in quale regime fiscale e regolamentare assumere. Quindi aspetta. Abbondano, invece, la pressione fiscale e la perversione burocratica. Se non si mette mano a queste cose gli investimenti non ci saranno, o non nella quantità e diffusione tali da lasciare intendere che la ripresa è una realtà, non uno slogan.

Com'è accaduto negli altri Paesi, questa forte iniezione di liquidità indurrà le banche a rivedere la composizione del loro attivo e i capitali privati a spostarsi su investimenti più rischiosi, principalmente azioni e obbligazioni ad alto rischio. In assenza di sorprese dalla Grecia, quindi, la reazione positiva dei mercati azionari dovrebbe continuare, così come la discesa del tasso di cambio. Ciò fa parte degli effetti voluti, e del meccanismo con cui il Qe si trasmette all'economia reale.
di Guido Tabellini - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/tI7Amq

Ma c'è un contesto storico di più ampio respito. Nel lungo percorso verso l'unificazione europea, l'azione di Draghi rappresenta una svolta equiparabile a quella di Alexander Hamilton, primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti che elaborò le fondamenta economiche del paese con la sua “triologia” scritta fra il 1790 a il 1793: a) sulla necessità di creare una Banca Centrale (che venne però oltre un secolo dopo); b) sul consolidamento del debito pubblico (dopo i forti indebitamenti per la guerra di Indipendenza dagli inglesi); e c) sulle manifatture, sull'importanza di “proteggerle per rafforzarle”. C'era anche un quarto rapporto, minore, una zecca autonoma.
di Mario Platero - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/Cp8Q8R

L’acquisto da parte della Bce e delle Banche centrali nazionali di titoli di istituzioni europee (Esm ed Eib) e di titoli di stato limitatamente al 20% del totale con solidarietà nel rischio condivisa è stato visto dai più come un vulnus all’unità del Sistema europeo di Banche centrali. Potrebbe però essere letto anche come una premessa per il varo di quegli eurobond senza i quali l’Eurozona non potrà mai fare una politica fiscale, di bilancio e di investimenti (pubblici) che è essenziale per l’integrazione sia politica che dell’economia reale.
di Alberto Quadrio Curzio - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/8Sw4t3

Tutto ciò premesso, ci sono altri effetti collaterali del QE della Bce da analizzare. Il primo è quello tradizionale di operazioni di questo tipo: quando una banca centrale compra debito pubblico domestico, su di esso incassa le cedole. Che accade a queste cedole? Che vanno a contribuire all’utile della banca centrale, che viene poi girato secondo statuto al Tesoro nazionale. Il fatto che la Bce abbia precisato, giovedì pomeriggio, che le cedole non potranno essere corrisposte immediatamente al Tesoro, non cambia la sostanza delle cose. Quell’utile di Banca d’Italia finirà sotto forma di “dividendo” al Tesoro, mediato assieme alle altre determinanti dell’utile della banca centrale. Salvare la forma per offuscare la sostanza. E qui, la considerazione sorge spontanea: confidiamo che la Banca d’Italia non andrà a beneficiare con questo utile da QE anche le banche private sue azioniste: sarebbe un assoluto non senso, oltre che una presa in giro.

Altra perla politica di Draghi è l’aver minimizzato i rischi della ridotta mutualizzazione dell’operazione affermando che, se mai vi fossero default, le singole banche centrali nazionali hanno comunque cuscinetti di capitale più che sufficienti per assorbire le perdite sui titoli di stato da esse acquistati. Ma un programma ben costruito non è necessariamente un programma efficace. Le forze deflazionistiche continuano a soffiare forte; il QE arriva comunque molto tardi; la crescita globale, con l’eccezione (sinora) degli Usa è in rallentamento; il sistema finanziario dell’Eurozona resta fortemente bancocentrico, e ciò attenua l’efficacia delle misure.

giovedì 8 gennaio 2015

La Guerra Strana Che Non Deve Travolgerci

Quanto è cambiata la società israeliana col terrorismo? «Siamo diventati più forti ed elastici e uniti». Zeruya Shalev, scrittrice israeliana.(intervista a Repubblica del 23 luglio 2005)

Quando andai in Israele, qualche anno fa, per un viaggio di conoscenza e solidarietà con quella società colpita dal terrorismo, un padre di famiglia (un italiano trasferitosi da qualche anno lì) ci sorprese con una battuta che poi scoprii essere un po' diffusa: "Per la verità, facciamo più morti noi sulle strade - con la nostra imperizia come automobilisti - che non il terrorismo con le stragi".
Era probabilmente il tentativo di esorcizzare la paura e l'angoscia, ma al tempo stesso diceva forse qualcosa di vero.

Naturalmente non si può sottovalutare quanto successo ieri a Parigi, ma è necessario mantenere la calma nel momento in cui si analizzano i fattori dell'evento. Questa è una guerra molto "strana", se proprio vogliamo chiamarla guerra e vedere un unico disegno che unisce tutti i punti. Bisogna fare attenzione, però, perché unendo punti troppo lontani fra loro rischiamo di vedere un Nemico Gigante e terrificante, quando magari sono tanti, piccoli, e non così forti.

Questo possibile errore di prospettiva - uno dei tanti che si rischiano in questa strana guerra "frammentata" e con più "scenari" -  può elevare l'allarme oltre il necessario e - soprattutto - far sbagliare le risposte. Che devono essere dure, sicuramente, ma precise. Il che significa - per esempio - che è sbagliato attaccare genericamente l'Islam, ma è altresì pericoloso - se le indagini confermeranno questa matrice - "rimuovere" la "connotazione" religiosa e fondamentalista, parlando semplicemente di "terrorismo" in modo troppo generico. 

Già in Afghanistan e in Iraq, e per certi aspetti in Libia, stiamo pagando i prezzi di un eccesso di azione e di un'analisi approssimativa; un comprensibile e necessario tentativo di "concretizzare" il nemico (magari facendolo incarnare in uno stato, o collegandolo a potenze considerate nemiche, fu il succo del tentativo "neocon") può portare a sbagliare mira, peso della reazione, azioni seguenti, e via così dicendo.

Ieri non c'è stato un nuovo 11 settembre. Sono state uccise 12 persone. Una tragedia infinita, perché infinita è ogni persona, ma limitata nei numeri. L'attacco simbolico è stato gravissimo, naturalmente, ma oggi lavoriamo e viviamo abbastanza normalmente. Sono stati correttamente attivati tutti i "sensori", e alzati i livelli di allarme; ma - per ora, e spero di non essere smentito - possiamo camminare abbastanza tranquillamente sulle nostre strade. Speriamo continui così. Ma se deve essere diverso, deve esserlo solo se strettamente necessarioe nella misura strettamente indispensabile. Per terroristi sparsi, almeno tali sembrano fino ad ora, non vale la pena - ed è totalmente inutile - attivare troppe difese; rischieremmo di soffocare senza guadagnarci nulla.

Soprattutto, non possiamo far decidere ai terroristi (quanti e quali che siano) come dobbiamo vivere la nostra vita, i nostri piaceri e i nostri affanni quotidiani. Certo, dobbiamo aver presente che non tutto è difendibile, che non tutto è prevedibile (troppo facile dire oggi che bisognava proteggere meglio la sede di quel giornale...). Dobbiamo essere duttili: forti ed elastici al tempo stesso, come diceva la scrittrice israeliana che ho richiamato all'inizio.

Pochi giorni dopo l'11 settembre, Tommaso Padoa Schioppa scrisse un articolo molto bello sul Corriere della Sera in cui invitava ad evitare "l'insidia di due tentazioni, due forme di evasione dalla realtà, ugualmente pericolose: l' indifferenza nel quotidiano e lo sconvolgimento del quotidiano.". Ve lo ripropongo qui sotto, perché mi pare che in questo difficile equilibrio ci sia la traccia giusta di come affrontare questa sfida, e forse tante altre.

"Non abbiate paura", disse un Papa anni fa, affrontando un gigante politico che terrorizzava il suo popolo. Ebbe ragione.

Non dobbiamo avere paura neanche oggi. E avremo ragione.

Francesco Maria Mariotti

Parte della risposta ai tragici fatti dell' 11 settembre dev' essere un intrepido e assorto ritorno al quotidiano operare, alla fiducia a scuola e in Borsa, alle normali conversazioni in casa e in ufficio. La capacità di liberarsi dalla minaccia del terrore che ha improvvisamente colpito il mondo dipenderà anche da come ciascuno, nel mondo, vivrà questo ritorno. Ciascuno nel mondo, perché miliardi di persone di tutte le età hanno visto le immagini del disastro, centinaia di milioni conoscono New York e ne hanno visitato le torri. In quello stesso martedì di settembre, nei minuti e nelle ore che seguirono l' attacco, in innumerevoli sedi pubbliche e private, dentro e fuori gli Stati Uniti, ci si riunì sgomenti, non sapendo che fare. Si decise che «il lavoro continua», business as usual. Per i più non era insensibilità, ma bisogno di una norma sicura, dunque di normalità. Lavoro, abitudini, normalità hanno subìto l' urto di eventi orridi e discriminanti che ognuno ricorderà per sempre. Sappiamo, stiamo poco per volta capendo, che quegli eventi porteranno cambiamenti anche nel vivere quotidiano. Né il prevalere del terrore né la sua sconfitta lascerebbero immutate le nostre abitudini. Tanto meno le lascerà immutate la lotta contro il terrore, di cui ora non conosciamo né i tempi né l' esito. Del vivere quotidiano, della normalità, l' attacco terroristico è stato ferita e tradimento. Normale era la giornata di lavoro cui si accingevano le migliaia di persone che sono morte. Normale era la vita in cui i terroristi si erano mimetizzati per anni in attesa del giorno dell' attacco. «Normali», si disse mesi fa, erano Omar ed Erika prima e dopo l' uccisione di mamma e fratello. Il quotidiano è fatto di abitudini lente a cambiare. In ciò sta il suo valore, perché in-corpora saggezza e civiltà sedimentate a lungo, entrate nelle fibre di ciascuno. Le abitudini sono e danno forza. Ai bambini danno fiducia; agli adulti libertà. Il lavoro è necessità e fatica; ma è anche sicurezza e riflessione. Nel ritorno al quotidiano vi sono consolazione e sostegno, ma anche difesa e riaffermazione della saggezza e della civiltà. Il ritorno al quotidiano diventerà una risposta intrepida se sapremo evitare l' insidia di due tentazioni, due forme di evasione dalla realtà, ugualmente pericolose: l' indifferenza nel quotidiano e lo sconvolgimento del quotidiano.(...)

Un gradino sopra si muovono cellule strutturate e con ramificazioni. Sono però categorie fluide, a volte si mescolano: possiamo avere due individui senza rapporti gerarchici con un movimento ma che sono disciplinati e con alle spalle un training. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a episodi diversi: a Bruxelles un militante ha impiegato un AK nell’assalto al museo ebraico, a Ottawa il terrorista era dotato di un fucile da caccia, stessa cosa nella presa d’ostaggi a Sydney e a New York un uomo affascinato dall’Isis si è lanciato con un’ascia contro la polizia. Ora c’è stata la sparatoria di Parigi, di livello superiore.

Quando nelle prossime ore molti di noi potrebbero essere tentati dall'intolleranza verso i “barbuti col caftano” che sempre di più incontriamo nelle nostre città, cerchiamo di ricordarci che anche il coraggioso Selvedan Baganovic è un “barbuto col caftano”, che però predica un Islam tollerante e pacifico. E chiediamoci quanti del miliardo e trecento milioni di musulmani che popolano il pianeta si sentono rappresentati dai sicari di Parigi o dai tagliagole di al Baghdadi o, meglio ancora, proviamo a chiederlo direttamente a loro: e probabilmente scopriremo che, nella lotta contro il terrorismo islamista, proprio la gran parte dei musulmani sono i nostri migliori e naturali alleati.
di Vittorio Emanuele Parsi - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/VRtlEL

Il risultato della strage sarà rendere più o meno frequenti gli episodi di autocensura? Il 7 gennaio è stata data una dimostrazione pratica di quello che può accadere a scherzare sulla religione. È possibile che con un moto d’orgoglio l’opinione pubblica mondiale si scuota di dosso le sue paure e decida di non accettare più limiti alla libertà di espressione. Ma è altrettanto possibile il contrario. Se per me è facile ignorare il timore per la mia incolumità, per altri colleghi – molto più in prima linea di me – non è così semplice. Il mondo non è fatto di eroi, ma di persone normali, con le loro debolezze ed incertezze che forse oggi più che ieri decideranno che è meglio non rischiare la vita per un disegno o per una critica corrosiva. A quel punto non ci vorrà molto (come ha notato Giovanni Fontana, sono bastate poche ore in alcuni casi) perché una grossa fetta di coloro che oggi scrivono #JeSuisCharlie comincino a chiedersi perché quello che non si può fare nei confronti dell’islam lo si può fare nei confronti del cristianesimo. Già oggi esistono molti musulmani e cristiani che condannano la violenza, ma allo stesso tempo sostengono la necessità di mettere limiti alla critica della religione. Non è impossibile immaginare in un futuro prossimo un politico che proponga di introdurre delle leggi contro il vilipendio della religione trovandosi così tra le mani tanto i voti degli estremisti islamici quanto di quelli cristiani. Sarebbe un mondo meno libero, che poi alla fine è esattamente quello che vogliono i terroristi.