venerdì 9 maggio 2014

"Voto Schulz" o "Voto Junker": Dichiarazioni Imprecise Perché...

"(...) Secondo un sondaggio diffuso dalla Reuters oltre il 60 per cento dei cittadini europei non è al corrente di cosa sta succedendo esattamente in vista delle elezioni europee, ed in particolare non ha ben idea di cosa sia questa sfida fra il socialista Schulz e il popolare Juncker per la presidenza della Commissione europea.
In senso assoluto, non è affatto una buona cosa. A ben vedere, però, ha almeno un vantaggio. Ed è che una metà abbondante dei cittadini non sarà delusa nel caso probabile in cui i due candidati ufficiali non arrivino a destinazione.
Possibile? Certo. Anzi, a Bruxelles non si trova un’anima disposta a scommettere sul fatto che il Martin il Tedesco o Jean-Claude il Lussemburghese prenderanno il posto di Barroso.
Ci sono molti motivi. Ma uno è potenzialmente dirimente. E conclusivo.
Posto che i conservatori inglesi non vogliono Juncker (non fanno parte del Ppe dunque, dicono, i britannici non lo hanno votato) e i laburisti non accettano Schulz (gli hanno impedito di far campagna sull’isola), è possibile ritenere che i leader Ue decidano a maggioranza qualificata (come i Trattati consentono loro) il nome del nuovo presidente della Commissione sfidando Londra e mettendola in un angolo nella simbolica Ypres e nel centenario della prima guerra mondiale? (...)"

mercoledì 7 maggio 2014

Cellulare Contro L'Analfabetismo (da laStampa.it)

(...) Non solo giochini e telefonate. Secondo il recente rapporto dell’Unesco “Reading in the mobile era”, la diffusione dei cellulari nei paesi in via di sviluppo potrebbe servire a combattere nientemeno che l’analfabetismo. Non pensate a lussuosi smartphone dallo schermo luccicante, anche gli apparecchi di base, quelli disponibili alla stragrande maggioranza della popolazione, potrebbero giocare un ruolo importante, andando a supplire alla mancanza di libri, laddove questi sono scarsamente presenti o troppo costosi.
 Il cellulare si trova invece ormai anche nei villaggi più sperduti dell’Africa: recenti stime delle Nazioni Unite davano a 6 miliardi il numero di dispositivi disponibili; molto di più, giusto per fare un paragone, del numero di toilette, fermo a 4,5 miliardi. I ricercatori hanno studiato le abitudini di lettura di più di 4.000 abitanti di 7 nazioni (Etiopia, Ghana, India, Kenya, Nigeria, Pakistan e Zimbabwe) tramite un sondaggio online effettuato attraverso l’applicazione World Mobile Reader (un software che dà accesso a un vasto catalogo di testi gratuiti, e che si può installare anche su cellulari datati), a cui sono seguite alcune interviste individuali.(...)

martedì 6 maggio 2014

Sicurezza Non E' Giustizia (su stadi, ordine pubblico, presunte trattative e simili)

Probabilmente ho già utilizzato questa citazione, tanto mi piace la scena del film. Ne "Le Invasioni barbariche", fortunato film di qualche anno fa, uno dei figli del protagonista tenta di procurarsi della droga per aiutare il padre morente a sopportare il dolore; viene raggiunto in macchina dal poliziotto che aveva contattato per avere informazioni e hanno un interessante colloquio sul mondo che si dipana davanti a loro. Cito un paio di battute a memoria, sicuramente sbagliando qualche dettaglio, ma spero mantenendo il senso.

Dopo aver visto una persona in cerca di droga, Il figlio dice al poliziotto: "Ma non li arrestate", e il poliziotto: "Ma la sua è una mania"... segue descrizione da parte del poliziotto dei "passaggi" di ruolo fra le varie etnie nel traffico di droga. E a questo punto il figlio: "Ma scusi, lei cosa fa in tutto questo?" E il poliziotto: "Faccio il mio mestiere, il guardiano della pace".

In questo scambio sembra ben tratteggiato la tensione fra una visione - passatemi l'aggettivo - "ingenua" della funzione degli operatori della sicurezza, e una che può apparire disincantata, forse addirittura cinica.

Eppure, a ben vedere, la visione del poliziotto risponde - come deve - a una logica di sicurezza, che - e qui forse è il nodo da osservare con più attenzione - non è la logica della giustizia.

Nell'idea di giustizia vogliamo vedere il "dare a ognuno il suo", il premio per chi fa bene, la punizione contro chi fa il male. Per la giustizia abbiamo i tribunali, abbiamo i giudici, abbiamo le sentenze. Qualcosa che inevitabilmente "astrae" anche dal contesto (almeno in parte), perché deve assicurare il diritto, in un certo senso - almeno idealmente - al di là di qualsiasi altra considerazione.

Non è possibile tutto ciò, nella logica della sicurezza e in particolare della sicurezza vista con la lente dell'ordine pubblico.

La logica della sicurezza e dell'ordine pubblico inevitabilmente è logica "politica", deve gestire alcune dinamiche collettive e deve quindi sempre fare un bilanciamento di costi e benefici; e non deve - appunto - ottenere il "giusto", ma un più banale "utile immediato", la tutela della tranquillità sociale.

Appunto, come si diceva nel film, gli operatori della sicurezza devono essere "guardiani della pace". Devono quindi arrestare tutti i criminali? ma questa è una mania, potremmo dire con il poliziotto del film...

E dunque, per andare alle cose di cui si discute in questi giorni, ammesso e non concesso che ci sia stata una qualche "trattativa" (io personalmente non credo ci sia stata, almeno intesa in un senso di deliberato accordo volontario, quando invece molto probabilmente c'è stato un "tira e molla" molto più banale, "improvvisato", legato a una situazione di tensione...); bene, ammesso e non concesso che ci sia stata questa "trattativa", cosa altro si doveva fare in quel momento?

Sottolineo "in quel momento", proprio perché prima ho specificato che oggetto della sicurezza è un "utile immediato" (i poliziotti in questo senso, in questo contesto di ordine pubblico, non sono come agenti dei servizi segreti che magari possono decidere di sacrificare un bene immediato per un bene superiore, o agenti che indagano su qualche reato, e che possono decidere di rinviare un arresto - o scelte simili - per motivi inerenti l'indagine, magari per arrivare a obiettivi più importanti; tutte queste sono situazioni che prevedono un lasso temporale disteso, situazioni che permettono - e richiedono - un ragionamento di medio o addirittura lungo periodo).

In quello stadio c'erano famiglie con bambini: era possibile non tenere in considerazione le richieste della tifoseria più accanita? Forse; ma con quali conseguenze immediate? era gestibile un'evacuazione dello stadio senza creare tensioni e coinvolgere i cittadini in una possibile guerriglia?

Lasciamo stare considerazioni sulle politiche che si potevano o si potrebbero adottare, o confronti con altri paesi. Questi sono discorsi "dall'alto". Stiamo "sul campo" (letteralmente, quasi, in questo caso), stiamo nella situazione concreta di quel momento. 

Oppure, se vogliamo fare un esperimento mentale per una situazione analoga, fate finta di essere a guida della polizia in una manifestazione in cui una parte del corteo comincia a rovesciare cassonetti e a danneggiare auto: è sempre consigliabile reagire? o non è inevitabile tener conto delle dinamiche del corteo, accettare qualche cassonetto rovesciato o bruciato, ma evitare scontri che possano coinvolgere più pesantemente anche altre persone nella "battaglia"?

Non so voi; io non ho una risposta secca e facile: se provate a darla, scommetto che non troverete la "risposta giusta", ma forse la "meno sbagliata possibile".

La sicurezza e l'ordine pubblico vivono di una perenne instabilità, di una totale "provvisorietà"; la scelta di un momento può essere sbagliata il momento successivo. Sorvegliare e garantire la pace non è un esercizio che possa accettare l'astrazione.

Prima di lasciarsi andare a retorica e vesti stracciate contro "la resa dello stato", perciò, pensiamo che molte famiglie sono tornate a casa incolumi, l'altra sera, nonostante l'aria grave che pesava sullo stadio. L'esito della serata poteva essere drammaticamente diverso. 

E' andata bene, forse, così. O almeno: è andata molto meno male di come si stava profilando all'inizio. Questa è la sicurezza, inevitabilmente cosa ingiusta e amara. Ma buona.

Francesco Maria Mariotti

lunedì 5 maggio 2014

Vita in provincia – Il Jobs Act che non vi fu (da Phastidio.net)

(...) Forse è arrivato il momento di fare un minimo di fact checking su questa storia del “Jobs Act di Obama”.

Intanto, diciamo che negli Stati Uniti ci sono stati due Jobs Act. Uno, che è quello che è effettivamente nato, è l’acronimo di Jumpstart Our Business Startups, ed è finalizzato a sostenere l’imprenditorialità e lo sviluppo della piccola e media impresa essenzialmente attraverso la semplificazione della regolamentazione federale nella raccolta di capitale. Le disposizioni di quel JOBS Act hanno permesso, tra le altre cose, lo sviluppo di forme di crowdfunding d’impresa limitando notevolmente gli adempimenti. Ad esempio, tramite piattaforma web, oggi le piccole imprese possono raccogliere sino ad un milione di dollari annui di capitale da piccoli investitori-donatori, sotto ovvie regole di protezione del risparmio stabilite dalla SEC.
Inoltre, quella legge prevede l’estensione del cosiddetto “mini-IPO offering“, che ora consente di raccogliere sino a 50 milioni di dollari di capitale (in luogo dei precedenti 5), in un contesto di adempimenti SEC semplificati. Da ultimo, è stato creato il cosiddetto IPO On-Ramp, che consente alle imprese giovani e ad alto tasso di crescita di attendere un periodo sino a 5 anni dopo la quotazione in borsa prima di mettersi in regola con le disposizioni SEC in materia di revisione contabile e di disclosure al mercato.
In estrema sintesi, questo JOBS Act (Jumpstart Our Business Stratups) è un provvedimento, convertito in legge con appoggio bipartisan, che consente alle PMI la raccolta di capitale con meno intralci burocratici, pur con vincoli di tutela del pubblico risparmio e degli investitori. Ora, la domanda è la seguente: per caso questo è il modello di JOBS Act a cui Renzi si ispira, da sempre? No, ad evidenza. Non esiste alcun atto legislativo dell’attuale governo che vada in direzione anche vagamente simile a questa.
Quindi, per forza di cose, il Jobs Act di cui parla Renzi anche quando gli chiedono l’ora deve essere l’American Jobs Act. Che era costituito da un paio di disegni di legge di iniziativa presidenziale (e stampo moderatamente keynesiano), presentati a settembre 2011 e volti a ridurre quella che all’epoca era una disoccupazione alta, persistente e con una inquietante componente di lungo periodo (all’italiana, in pratica). Tra le previsioni dei due bill di Obama, vi erano la riduzione dei contributi sociali per imprenditori e lavoratori a reddito medio-basso, lo sviluppo di un piano di ammodernamento infrastrutturale e di opere pubbliche (anche attraverso la creazione di una banca specializzata, a capitale misto, pubblico e privato), l’erogazione di somme per proteggere l’occupazione di insegnanti, poliziotti e vigili del fuoco che la recessione aveva espulso dal lavoro statale, ed anche la possibilità di sviluppare il crowdfundingper le PMI.
Di fatto, solo quest’ultima previsione è diventata legge, circa un anno dopo, dei sette disegni di legge in cui i due originari bills furono spacchettati, nel tentativo di agevolarne l’approvazione, superando il fuoco di sbarramento dei Repubblicani e le perplessità di parte dei Democratici. Quindi, per amor di sintesi, l’American Jobs Act non vide mai la luce. (...)

E le ragazze rapite in Nigeria? (da ilPost)

Nella notte tra lunedì 14 e martedì 15 aprile decine di militanti armati hanno fatto irruzione in un dormitorio di Chibok, nel nord-est della Nigeria, catturando e facendo sparire centinaia di ragazze tra i 15 e i 18 anni. I sequestratori sono arrivati sul posto con dei camion e si sono spacciati per soldati, dicendo di dover spostare le ragazze per motivi di sicurezza. Poi hanno ucciso un soldato e un agente di polizia, bruciato decine di case, rubato alcune scorte alimentari e caricato le donne sui camion scoperti. Alcune di loro sono riuscite a saltare dai veicoli in corsa e a tornare a casa, altre sono scappate nei giorni seguenti: in totale, una quarantina di loro è riuscita a salvarsi. Le ragazze ancora in mano ai sequestratori dovrebbero essere circa 190.
Si pensa che le ragazze siano tenute prigioniere nella foresta di Sambisa, nascondiglio dei militanti di Boko Haram, gruppo estremista islamico molto violento responsabile di tantissimi attentati in Nigeria. (...)

Boko Haram significa “L’educazione occidentale è proibita” (anche se il significato reale di “boko” è “falso”). Il vero nome del gruppo è Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad, che in arabo sta per “Popolo impegnato nella diffusione degli insegnamenti del Profeta e della Guerra santa”. L’organizzazione è stata fondata nel 2002 dal leader Ustaz Mohammed Yusuf nello stato del Borno, dove l’islamismo è molto radicato sin dalla presa britannica del Califfato di Sokoto nel 1903, nel nord povero della Nigeria ancora oggi a maggioranza musulmana – a differenza del sud cristiano e più agiato. Ustaz Mohammed Yusuf fu ucciso il 30 luglio 2009 in un carcere di Maiduguri dopo esser stato arrestato dalle forze di sicurezza nigeriane. Secondo la versione ufficiale sarebbe morto in un tentativo di fuga, ma successive indagini hanno smentito questa ricostruzione e diversi agenti sono stati incriminati per omicidio volontario.

Boko Haram ha ucciso almeno 2.300 persone dal 2010, secondo le stime giornalistiche e i rapporti di Amnesty International. Il suo obiettivo principale è l’applicazione della sharia nell’intera Nigeria, dove in realtà già vige dal 1999 in vari stati del nord del paese. L’organizzazione vieta ogni commistione con lo stile di vita occidentale, dalla cultura all’istruzione, fino ai jeans e alle t-shirt. Mohammed Yusuf diceva addirittura che la forma sferica della Terra era un falso assunto così come il darwinismo, perché tutto questo era contrario agli insegnamenti del Corano. Il gruppo esecra ogni interpretazione considerata “deviante” del Corano e infatti, come avvenuto in diversi attentati, non si limita ad attaccare le chiese ma anche moschee “troppo moderne”. Dopo la morte di Yusuf il gruppo si è diviso in tre diverse fazioni (una di queste pare avere profondi legami con al Qaida nel Maghreb islamico) e ha aumentato decisamente la portata dei suoi attacchi, nonostante il governo nigeriano dichiari regolarmente di “avere la situazione sotto controllo”.(...)

Diversi giornali internazionali si sono occupati della vicenda del rapimento delle studentesse. In molti hanno da subito criticato l’atteggiamento e le operazioni del governo nell’affrontare le ricerche. L’inviato della BBC Will Ross a Abuja, per esempio, dice che è davvero «sorprendente» che le ragazze non possano essere trovate dato che ci sono rapporti che testimoniano il loro spostamento, molto lento, in convogli di veicoli. Questo viene dunque interpretato come il segnale che ci sono parti nel nord-est della Nigeria completamente off limits per le forze armate nigeriane.

Charlotte Alter, giornalista del Time, si spinge oltre. Non solo rivolge delle critiche al governo ma anche ai media statunitensi e internazionali in genere, dicendo che hanno in qualche modo consentito al governo di «nascondere tutto sotto il tappeto ignorando la storia per settimane». Negli ultimi tempi i giornalisti e i lettori si sono appassionati alla ricerca del volo MH370, a quella dei superstiti della Sewol naufragata in Corea del Sud, addirittura alla ricerca dei candidati alla presidenza americana per il 2016, ma non a quella delle ragazze scomparse in Nigeria.

domenica 4 maggio 2014

Aggrappati all’Europa (di Davide Giacalone)

Segnalo questo interessante articolo di Davide Giacalone; la proposta di creare zone "europee" nelle quali gestire l'arrivo dei profughi mi pare molto interessante, l'unica che permetta una reale condivisione di questo drammatico problema a livello comunitario .

FMM

"(...) Tutto ciò conferma che non si troverà alcuna soluzione ragionevole se non si considererà la difesa delle frontiere un problema collettivo ed europeo. Il che non comporta, come si fa ora, che i paesi non direttamente esposti paghino un obolo (sempre insufficiente) a quelli che si trovano in prima linea, ma che l’intera faccenda diventi di competenza e giurisdizione europea. Siamo nel pieno di una campagna elettorale, sarebbe un tema da porsi. Sicuramente più interessante del modo dialettale e grossolano con cui sono state impostate le varie propagande. Qui ho già avuto modo d’illustrare quella che penso essere una via seria: si individuino zone extraterritoriali, quindi non italiane, spagnole, cipriote eccetera, dove valga un diritto europeo dell’immigrazione; si qualifichino in quel modo i centri d’accoglienza ove i migranti vengono immediatamente condotti; da qui parta lo smistamento, l’accoglienza e il respingimento, a seconda dei casi, a cura di autorità non nazionali, ma dell’Unione. Non solo diventerà un problema di tutti, ma unica sarà la dottrina da applicarsi, senza ipocrisie di buoni e cattivi, senza esposizione alle speculazioni propagandistiche ed elettorali. Sappiamo quanti ne possiamo accogliere, sappiamo fin dove ci conviene, sappiamo in quali casi siamo obbligati all’accoglienza e sappiamo, infine, che senza respingimenti e rimpatri efficienti, sicuri e tempestivi saremo travolti da una marea non arginabile. Lo sappiamo, ma non riusciamo a farlo.(...)"

giovedì 1 maggio 2014

Sul Caso Aldrovandi

Sul "caso Aldrovandi" mi sembra molto utile un articolo della Stampa che riscostruisce tutti le fasi della vicenda; segnalo inoltre - "rubandole" dalla pagina FB dell'on.Fiano - alcune dichiarazioni - molto importanti - dei segretari del Siap e del Siulp.
Infine una riflessione più complessiva di Gianni Cuperlo.

Al di là del singolo caso, è necessario tenere sempre presente che la difesa dei diritti di tutti - e quindi anche delle persone "fermate" o "arrestate" - è parte sostanziale della dignità della polizia e delle forze dell'ordine tutte. 

Ed è necessario che in questo paese - dove la domanda di sicurezza è giustamente molto alta - si mantenga una attenzione forte da un lato alle esigenze delle forze di polizia, che troppo spesso diventano una sorta di "parafulmine" delle tensioni sociali, dall'altro alle garanzie dei diritti di tutti, anche di chi trasgredisce le regole, o è sospettato in questo senso. 

Può sembrare banale, ma l'equilibrio perennemente instabile delle democrazie liberali (occhio all'aggettivo!) sta nel tenere conto - insieme - di queste esigenze.

FMM


La causa della morte 
È un tema molto dibattuto nel processo, poiché da esso dipende la responsabilità degli imputati, e ora viene nuovamente sollevato dal Sap. Nelle prime relazioni di servizio, i poliziotti attribuiscono la morte di Aldrovandi alla «assunzione di sostanze stupefacenti». Le sentenze hanno accolto la tesi del professor Gustavo Thiene, anatomopatologo di fama mondiale: morte dovuta ad asfissia da compressione toracica. Secondo i giudici, la pressione esercitata sul tronco di Aldrovandi dagli agenti determinò lo schiacciamento del cuore. I poliziotti obiettano: il consulente era stato nominato dalla famiglia Aldrovandi, dunque è di parte. E propongono una versione alternativa: morte dovuta a «excited delirium sindrome», sindrome da delirio eccitato. Ma secondo la Cassazione la consulenza del professor Thiene è attendibile e adeguatamente motivata (dalle foto risultano due ematomi sul ventricolo sinistro e le dichiarazioni degli operatori del 118 sono convergenti). Inoltre proviene da una riconosciuta autorità scientifica in materia di morti improvvise cardiache. Viceversa, la tesi dei medici nominati dai poliziotti secondo cui Aldrovandi morì da solo perché alterato (excited delirium), è stata smentita nel processo, sia con documenti sia con un confronto tra periti. 

Che altro dovevamo fare? 
Tutti gli imputati hanno lamentato che i giudici, censurando la loro condotta violenta, non ne hanno specificamente indicato una alternativa. Insomma: che altro avrebbero potuto fare gli agenti di fronte a un ragazzo violento e drogato? La Cassazione ribatte che la «condotta alternativa lecita che l’ordinamento si aspettava da funzionari della Polizia di Stato» è stata abbondantemente illustrata nelle sentenze (in tutto, un migliaio di pagine): dialogo, approccio contenitivo e di controllo (se del caso anche con l’uso di manganelli), prime cure sanitarie (la volante era dotata di defibrillatore e un agente aveva seguito un apposito corso di formazione). Invece i manganelli furono usati per colpire (tanto che due si ruppero); i numerosi colpi proseguirono nonostante le richieste di aiuto di Aldrovandi; la colluttazione non si fermò dopo aver reso il ragazzo «inoffensivo»; il 118 fu chiamato solo quando il ragazzo era morto; «il personale sanitario, una volta sopraggiunto, dovette insistere perché Aldrovandi, ormai esanime, ma ancora compresso a terra con il volto sul selciato, venisse liberato dalle manette e girato sul dorso». 


Aldrovandi:Tiani, Siap, polizia non spaccata ma unita e democratica(ANSA) - ROMA, 1 MAG - In merito alle polemiche sulla "polizia spaccata a seguito degli inopportuni applausi ai poliziotti condannati per il caso Aldrovandi riteniamo che la manipolazione politica su un tema cosi' delicato non rende un buon servizio alle istituzioni". Lo afferma in una dichiarazione Giuseppe Tiani, segretario del Siap. "I sindacati su posizioni diverse non vuol dire una polizia spaccata: istituzione e diritto di rappresentanza sono due cose diverse. La polizia e' unita e democratica all'interno della quale le diverse sensibilita' sindacali su temi delicati per i cittadini possono dare l'idea di un corpo lacerato. Ma questo - ha concluso Tiani - e' un errore di valutazione che noi respingiamo con forza e lavoriamo ogni giorno affinche' l'istituzione sia sempre compatta e al servizio del paese" e per questo "abbiamo sempre condannato e preso le distanze dagli eccessi nell'uso della forza che la legge ci concede".


CASO ALDROVANDI: ROMANO (SIULP), RISPETTO VITA IRRINUNCIABILE ='CONDIVIDO PAROLE ALFANO E PANSA, NOI PROFESSIONISTI DELLA GARANZIA DELLA LEGALITA''


Roma, 30 apr. (Adnkronos) - "Condivido le dichiarazioni del ministro Alfano e del capo della polizia, per i poliziotti il rispetto e la sacralita' della vita sono un elemento irrinunciabile per lo svolgimento del nostro lavoro". Felice Romano, segretario generale del Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori polizia), commenta cosi' gli applausi durante l'assemblea del Sap agli agenti condannati per l'omicidio Aldrovandi.

"Per noi la vita e' sacra anche quando ci troviamo di fronte a criminali efferati e persino quelli che hanno procurato stragi nel nostro Paese - spiega all'Adnkronos - Noi non siamo giudici ma poliziotti, professionisti della garanzia della legalita'. E ogni volta che si perde una vita umana vuol dire che tutta la collettivita' ha perso, che abbiamo fallito sia nella missione di educazione alla legalita' sia nel sistema di prevenzione e repressione che ogni democrazia deve avere".

"Per chi ha scelto di essere uomo dello Stato - rimarca il sindacalista - come me e come tutti i poliziotti e' una cosa devastante quando si perde una vita umana perche' c'e' oltre al lutto e al dolore dei familiari che hanno perso quella vita c'e' anche la devastazione di chi deve rispondere, prima ancora che ai familiari della vittima e alla giustizia, alla propria coscienza, ai propri figli e alla propria famiglia". Ecco perche' io voglio tranquillizzare i cittadini e i familiari delle vittime che per noi la sacralita' e il rispetto della vita e' irrinunciabile - prosegue Felice Romano - Cosi' come sono convinto che nei cittadini e' radicato e diffuso il rispetto dei tanti onesti servitori dello Stato che hanno sacrificato la propria vita a garanzia della democrazia, a difesa delle istituzioni e dei diritti umani".

Per noi le sentenze non si discutono, per noi che siamo uomini dello Stato le sentenze si rispettano e basta, anche quando non ci piacciono e nonostante sappiano che non sempre la verita' giudiziaria e' la verita' assoluta alla quale tutti ci dobbiamo attenere. Questo e' il limite - conclude il segretario del Siulp - che distingue lo Stato e i suoi rappresentanti dall'anti Stato e i suoi accoliti".





Bentrovati.


Pensavo di scrivere qualche riga sulla bozza di riforma della pubblica amministrazione presentata ieri dal governo. Magari lo farò più avanti, ma non mi riesce questa mattina (augurando prima di ogni cosa un buon Primo Maggio a tutti voi) di tacere sull'applauso di Rimini.

Credo abbia ragione Luigi Manconi: una parte della Polizia italiana è malata. Poi lo so benissimo anch'io che i tagli alla sicurezza hanno creato fino dentro gli apparati dello Stato sacche di disagio e difficoltà che bisogna affrontare con politiche e risorse. Ma questo non toglie che l'episodio dell'altro ieri parla di un problema diverso e di un potenziale fallimento dello Stato.

Il Sap radunato a Rimini non rappresenta la maggioranza dei lavoratori della polizia. Esistono di fatto due campi sindacali. Da una parte il Siulp, il Siap, il Silp-Cgil e l'Associazione nazionale dei funzionari di Polizia. Come ricorda oggi Carlo Bonini, queste sigle sono le interpreti della tradizione sindacale che prese corpo con la riforma della Polizia nel 1981 e la scelta di smilitarizzare il corpo. Dall'altra parte ci sono il Sap, il Consap e il Coisp: la rappresentanza sindacale di una destra che ha trovato nella politica, a partire dalla tragedia di Genova, una solida sponda.

Dietro c'è la cronaca di questi mesi e di questi anni. La ferita mai rimarginata tra l'attuale ministro degli Interni e gli apparati del Viminale dopo la gestione della vicenda Shalabayeva. Tutto vero.

Altrettanto vero, però, è che quell'applauso non ha solo calpestato il rispetto e la memoria di un ragazzo di diciott'anni, ma ancora una volta è stato il riflesso di una concezione distorta dello Stato di diritto che disprezza le sentenze e ne calpesta la legittimità. 

Pensare che un lavoro difficile, faticoso e prezioso per la comunità, un lavoro malpagato e pericoloso possa tradursi in un aggiramento delle leggi e dei principi stessi di assolvimento del compito sociale a cui poliziotti sono chiamati è un modo di ragionare incompatibile con la democrazia.

E d'altra parte proprio la smilitarizzazione della polizia e la possibilità di dare vita, anche in quel contesto, a sindacati di rappresentanza dei lavoratori è stato un modo per "riconciliare" (lo spiega bene Stefano Rodotà) le forze dell'ordine con i diritti della persona e le regole civili della convivenza.

Siamo davanti a una grande questione di principio, non allo sciagurato comportamento di un gruppo di estremisti. Conviene saperlo.

Buone cose e viva il Primo Maggio.


E' Veramente Il Nuovo Capitale? (Rassegna Stampa sul lavoro di Piketty)

Propongo in questo post una rassegna stampa sull'ultimo lavoro di Thomas Piketty, con articoli tratti da vari siti italiani e stranieri: tra gli altri Linkiesta, ilPost, ilfoglio, Dissent, leMonde, leFigaro, ForeignAffairs.


Non ho letto il saggio e ammetto che non so se riuscirò a leggerlo in futuro; quindi preferisco far parlare queste recensioni, senza prendere una posizione troppo netta.

Dal dibattito che sta prendendo piede, ho comunque l'impressione - almeno questo mi permetto di dirlo, visto che è un po' inevitabile "farsi un'idea" delle cose - che su questo lavoro si stiano creando aspettative un po' eccessive, in qualche modo autorizzate dal titolo dell'opera, evocativo di Karl Marx.

Temo che in questa dinamica si faccia presente un antico problema: la continua ricerca di un "paradigma" diverso, "altro" da qullo che la retorica vuole "imperante" del liberalismo/liberismo (che sarebbero da distinguere, ma nella retorica politica si ha difficoltà a farlo).

Il problema è che quando la politica cerca paradigmi "altri", il rischio è che crei più illusioni che reali - ed efficaci - politiche alternative. Speriamo non sia questo il caso.

Francesco Maria Mariotti 

In tanti hanno già riassunto il contenuto del Capitale, ma ecco una breve ripassata. Se i precedenti lavori di Piketty si erano concentrati sul profitto – quello che lavoratori e investitori guadagnano – il nuovo libro si concentra sulla ricchezza: quello che possediamo. Usando dati che vanno indietro fino al XVIII secolo, Piketty ha argomentato che quando in un paese la crescita economica rallenta, il profitto generato dalla ricchezza, piuttosto che quello generato dal lavoro, cresce esponenzialmente e aumenta la disuguaglianza. Questo è perché la rendita prodotta dalla ricchezza accumulata ha un valore medio costante di circa il 5 per cento. Se la crescita economica scende sotto quel valore, i ricchi diventano più ricchi. Nel corso del tempo, poi, quelli che ereditano grandi fortune si costruiscono posizioni dominanti nelle relazioni economiche e l’unica cosa che possiamo fare per reagire a questa situazione è votare per delle politiche di redistribuzione. (Qui, infatti, è dove Piketty propone la sua idea di una tassa mondiale sulla ricchezza, anche se forse gli americani, per ora, sarebbero felici anche solo con un aumento delle tassazione sulla rendita finanziaria).

Anche i critici gli concedono il merito di avere rivalutato il ruolo dell’economia politica e della politica economica, nonché di avere costruito un lavoro monumentale, infarcito di dati e frutto di quindici anni di ricerche empiriche, grazie a una squadra di oltre trenta economisti. Le sue previsioni catastrofiche, però, ancorché imbellettate con citazioni balzachiane, sono sembrate eccessive. Alcuni gli hanno rimproverato di essersi focalizzato sull’Occidente, dimenticando che negli ultimi trent’anni la globalizzazione ha consentito a centinaia di milioni di persone di uscire dall’indigenza. Secondo la Banca Mondiale, nel 1981 due uomini su cinque vivevano con meno di un dollaro al giorno, adesso la percentuale è scesa ad uno su sette Nel secondo Dopoguerra l’aspettativa di vita nei developing countries era di 42 anni, oggi è salita a 68 (anche se questi dati non risolvono la questione dell’ineguaglianza di reddito).
Quando dall’analisi si passa poi alla proposta politica, i programmi paiono difficilmente attuabili. Piketty parla dell’introduzione negli Stati Uniti di un’aliquota dell’ottanta per cento sui redditi superiori al milione di dollari (simile a quella lanciata, con grande insuccesso, dal presidente francese Hollande), che, a suo avviso, non solo non intaccherebbe la crescita, ma distribuirebbe più equamente i suoi frutti. Ora, se è vero che molti milionari americani, come Warren Buffet, si sono schierati a favore di alcune imposte, come quella di successione, per rendere meno diseguali le condizioni di partenza, le varie proposte dell’economista francese in materia di tassazione della ricchezza – tra cui un’imposizione a livello mondiale, progressiva, sul capitale – ridurrebbero gli incentivi ad investire, sostengono i critici. Piketty discute anche l’idea di una tassa europea sulla ricchezza, ma, al di là dei rischi di fuga dei capitali verso i paradisi fiscali, si è già visto quante e quali difficoltà ci siano nello stabilire regole comuni, anche a livello comunitario.

Est-ce que vous vous attendiez à des critiques aussi élogieuses dans ce pays, et à la limite plus élogieuses que celles que vous avez reçues en France, alors que les Etats-Unis ont plutôt la réputation d'être moins réceptifs au thème de l'inégalité ?
La réalité, c'est que les inégalités ont beaucoup plus augmenté aux Etats-Unis qu'en Europe au cours des trente ou quarante dernières années. De ce point de vue, ce n'est pas étonnant que le problème soit très présent dans le débat américain. Le retour des inégalités inquiète ici.
Mais les Etats-Unis ont toujours une relation beaucoup plus compliquée avec cette problématique que ce que l'on imagine parfois en Europe. C'est un pays qui a une tradition égalitaire très forte, qui s'est construit autour de cette question en opposition à une Europe elle-même confrontées à des inégalités de classe ou patrimoniales. Ensuite, il ne faut pas oublier que ce sont les Etats-Unis qui, il y a un siècle, ont inventé un système de fiscalité progressif sur les revenus justement parce qu'ils avaient peur de devenir aussi inégalitaire que l'Europe. 

James Kenneth Galbraith, économiste keynésien, se montre lui franchement critique dans un article paru dans la revue Dissent.
Ses propres travaux sur les inégalités, s'appuyant sur des données historiques et récentes, l'amènent à contester les prétentions de Thomas Piketty d'être "l'unique héritier de Simon Kuznets, le grand penseur des inégalités du milieu du siècle dernier" et que seule l'étude des registres fiscaux permet d'apprécier ce phénomène.
"Ce qui est faux, martèle James Kenneth Galbraith. En vingt ans de recherche, l'auteur de ces lignes s'est intéressé aux registres des salaires pour mesurer l'évolution des inégalités. Un article publié en 1999 avec Thomas Ferguson arrive aux mêmes conclusions que Thomas Piketty."
Il lui reproche surtout de ne pas bien définir le terme de capital. Le professeur à l'Ecole d'économie de Paris ne distinguerait pas les revenus du capital productif et ceux générés par des actifs financiers. James Kenneth Galbraith estime en effet que l’ennemi, c'est la finance, et ne voit pas comment on peut développer une théorie de la croissance, le projet de Thomas Piketty, à partir de données qui n'ont rien à voir avec le capital productif, nécessaires pour faire tourner la machine.

In sum, Capital in the Twenty-First Century is a weighty book, replete with good information on the flows of income, transfers of wealth, and the distribution of financial resources in some of the world’s wealthiest countries. Piketty rightly argues, from the beginning, that good economics must begin—or at least include—a meticulous examination of the facts. Yet he does not provide a very sound guide to policy. And despite its great ambitions, his book is not the accomplished work of high theory that its title, length, and reception (so far) suggest.


Sa thèse est simple. Après avoir analysé des statistiques portant sur trois siècles et plus de vingt pays, le professeur de l'École d'économie de Paris affirme que les inégalités s'accroissent au profit des seuls héritiers et riches détenteurs du capital. « Si les calculs de Thomas Piketty étaient justes, les 1 % des plus riches devraient posséder toutes les richesses disponibles d'ici 2016 », explique Jean- Philippe Delsol, administrateur délégué de l'Iref, qui démontre la fausse rigueur scientifiquede l'économiste pourfendeur d'un capitalisme mécaniquement producteur d'inégalités dans une note titrée « Capital, croissance et richesses : les tromperies statistiques de Thomas Piketty ».

« À la façon des auteurs marxistes, Thomas Piketty élève son discours à la prétention d'une démonstration scientifique, observe Jean-Philippe Delsol. Il poursuit les courbes comme Malthus au XVIIIe siècle ou le Club de Rome dans les années 1970 le faisaient pour prédire que le monde allait mourir de faim ! »
Contestant les formules mathématiques de l'économiste qui séduit la gauche française et américaine, l'administrateur délégué de l'Iref remarque que l'auteur du Capital au XXIe siècle, qui cite volontiers des écrivains comme Balzac ou Jane Austen, « oublie tout simplement que la science économique reste une science humaine faite de l'analyse des comportements mouvants des individus ».
Il dénonce la fausseté de ses calculs et souligne ses contradictions. D'un côté, l'économiste dénonce les rendements des fortunes les plus élevées. De l'autre, il condamne la retraite par capitalisation.


La prima è che Piketty vuol riportare il dibattito economico ai Tempi di David Ricardo, così atterrito della disparità di valore della terra di fronte all’effetto scarsità rappresentato dalla crescita della popolazione, da proporre mega imposte sulla proprietà: peccato che, all’inizio dell’Ottocento, non potesse prevedere i salti di produttività creati dalle tecnologie successive. Per fortuna, abbiamo tonnellate di evidenze che l’effetto scarsità rappresentato dalla finitezza delle risorse fisiche e della limitata dispersione dei mezzi finanziari non abbia affatto impedito la moltiplicazione dei redditi e del benessere.
La seconda è che Piketty mistifica ciò che avviene globalmente nel mondo, rispetto ai Paesi avanzati: se dagli anni Ottanta il pendolo nei Paesi Ocse è tornato dopo decenni a premiare i ricchi, nel resto del mondo centinaia di milioni di umani sono usciti dall’economia di mera sussistenza diventano consumatori globali. Scusate se è poco, visto che è il consumo la vera molla della crescita (Piketty sembra ignorarlo del tutto, ovviamente è un’ignoranza volontaria).
Terzo: leviamoci dalla testa che il problema italiano sia risolvibile con mega patrimoniali e tassazioni dei redditi ancora più elevate. Noi stiamo soffrendo per l’eccesso di imposte dirette, indirette e patrimoniali che crescono insieme, in questi anni. E quanto al premio dei patrimoni rispetto ai redditi, forse è il caso di rileggere i dati Bankitalia sul deprezzamento dei patrimoni immobiliari nel 2013, per nulla sostituiti dagli andamenti dei redditi da attività finanziarie.

A me questa sembra la solita solfa di Occupy Wall Street, il movimento stradaiolo di qualche tempo fa che piaceva alla gente che piace, il cui obiettivo è colpire l’1 per cento degli straricchi: un tipico caso di filantropia di massa, alimentato dai non poverissimi George Soros e compagni dell’Upper West Side di Manhattan, un problema sociale risolto da alcune cariche a cavallo nei parchi trasformati in tendopoli di primavera e dall’esito di tutte le bolle sociali, lo scoppio. Magari mi sbaglio e mi toccherà leggere Piketty per capire se l’evoluzione della vecchia tiritera contro l’economia di carta ha prodotto nuove analisi scientifiche, e se per combattere uno squilibrio che distrugge ricchezza sia davvero necessario sequestrare la ricchezza ai ricchi con un’imposta straordinaria sui patrimoni dell’80 per cento (il nouveau économiste non ama le mezze misure).
E’ molto più probabile che un cittadino francese riesca a guadagnare 50 mila franchi l’anno grazie ai redditi da capitale di una ricca ereditiera sposata per mera convenienza piuttosto che in ragione del proprio mestiere di avvocato (pur quotatissimo). Così almeno valeva nella Francia di inizio ’800, quella descritta in “Papà Goriot” di Honoré de Balzac, in cui il malizioso Vautrin suggerisce perciò al giovane Rastignac di scegliere oculatamente la propria sposa invece che puntare su una laurea in Legge a pieni voti. Il problema è che oggi è sufficiente cambiare la valuta di riferimento (da franchi a euro) e il ragionamento di Balzac regge alla perfezione. In occidente, infatti, sempre di più la ricchezza prevale sul reddito: questa la tesi principale di “Capital in the Twenty-First Century” (Belknap/Harvard University Press), il saggio dell’economista francese Thomas Piketty, appena tradotto in inglese e che sta facendo molto parlare di sé sulla pubblicistica anglosassone. “Un libro davvero superbo”, lo ha definito Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia, scrivendone lungamente sulla New York Review of Books. “Un libro straordinariamente importante”, ha scritto ieri un commentatore sicuramente meno a sinistra come Martin Wolf del Financial Times. Lawrence Summers, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, ha già annunciato di volerlo recensire. Anche perché la tesi di Summers sulla “stagnazione secolare” del mondo occidentale, che per ragioni strutturali rischia di dover rinunciare per sempre ai ritmi di crescita pre 2008, trova più che una pezza di appoggio nel lavoro di Piketty.


L’economista francese infatti, tra approfondite ricostruzioni storiche e gustosi riferimenti letterari, tra riletture del “Capitale” di Karl Marx e progetti utopici di imposte patrimoniali globali, affronta in maniera tutt’altro che superficiale il tema (popolarissimo) della disuguaglianza. Piketty parla di un ritorno alla Belle Epoque descrivendo l’inesorabile aumento dei redditi da capitale (largamente intesi, dalle rendite finanziarie a quelle immobiliari) rispetto ai redditi da lavoro, una tendenza in corso dagli anni 70 a oggi. (...)
Ben più ottimista sulle sorti dell’economia globale è invece Michael Mandelbaum, studioso della Johns Hopkins University e autore di “The Road to Global Prosperity” (Simon and Schuster). Sono quattro le principale ipotesi di studio suffragate nell’agile volume con riferimenti tanto all’attualità quanto alla storia. Primo, la promozione della crescita economica ha ormai sostituito la guerra e la conquista in cima ai pensieri di quasi tutti i leader politici mondiali. Secondo, la legittimità della politica dipende dalla capacità di assicurare prosperità ai cittadini. Terzo, si è definitivamente affermato un consensus globale attorno all’economia di mercato, le cui alternative si sono sgretolate alla prova della storia. Quarto, conterà sempre di più l’avanzamento della tecnologia che continuerà a promuovere l’integrazione economica globale. “Quella che troviamo nel libro – ha scritto il Wall Street Journal – è in ampia parte il punto di vista dell’establishment rispetto all’economia internazionale”. Non per questo meno rispettabile di altri punti di vista. Il “discredito” per le alternative che sono state presentate finora a “globalizzazione e libero mercato” è difficilmente discutibile. Anche se lo stesso Mandelbaum ammette che la strada per la prosperità, pur avendo una mèta certa, non sarà una passeggiata per tutti. E ancora una volta, a differenza che in passato, potrebbero essere gli occidentali a dover attendersi più sorprese.​
Tra i tanti dati che quell’oceano di simboli ha soffocato, uno è sfuggito, a quanto sembra, al dibattito pubblico. Strano, perché si tratta degli obiettivi di sviluppo del millennio (Millennium Development Goals), che rappresentano il fiore all’occhiello delle Nazioni Unite. Ebbene, l’Onu ha constatato di aver raggiunto con cinque anni di anticipo la meta fissata nel 2000, cioè dimezzare il numero di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno, quelle definite in estrema povertà: dal 1990 al 2010 sono passate dal 43 al 21 per cento, pari a circa un miliardo di donne e uomini, un settimo dell’intera popolazione mondiale. Non è finita, perché ancora un miliardo e 100 mila vivono in condizioni misere e l’Onu ha deciso di far scomparire del tutto questo abisso di degradazione umana entro il 2030. Forse accadrà anche prima, dipende. Da che cosa? Se il passato serve da esempio, la ferita che insanguina la nostra morale verrà curata da un nuovo energico, forsennato, sviluppo mondiale. Può darsi che non accada per i limiti e le contraddizioni che abbiamo visto in opera. Ma se è così allora saranno seri guai. Perché a cambiare le sorti di tanta parte dell’umanità è stato proprio il “capitalismo selvaggio”. Il contributo fondamentale è venuto dalla Cina dove 680 milioni di persone sono uscite dalla miseria tra il 1981 e il 2010 portando il tasso di estrema povertà di quel paese dall’84 al 10 per cento. Ora tocca all’India, all’Indonesia, al Brasile, alla Nigeria. Chi sostiene che la crisi del 2008 ha suonato la campana a morto, ignora che la recessione ha colpito l’Europa e gli Stati Uniti, il resto del mondo (pur con differenze importanti tra aree e nazioni) ha rallentato la sua corsa, ma non si è fermato. E noi non vediamo la riduzione della povertà su scala globale proprio perché non alziamo lo sguardo dall’impoverimento relativo, molto relativo, dell’occidente
Non tutto è avvenuto grazie allo spontaneo dispiegarsi delle forze produttive che tanto affascinava Marx. “Oggi sappiamo meglio come combattere la povertà”, ha scritto l’Economist citando politiche come la Bolsa familia in Brasile (un programma di incentivi decentralizzato), la riforma dello hukou (il sistema di registrazione delle famiglie che dà accesso al welfare) in Cina o i buoni carburante in Indonesia. Ciascun paese ha applicato schemi di trasferimento monetario e di sostegno per accelerare e meglio allocare la ricchezza prodotta. Ma la leva del cambiamento è stata senza dubbio la crescita anche se soloni dell’informazione continuano a sostenere il contrario. Sono ben accompagnati da premi Nobel e star dello show business, tuttavia non serve da attenuante, anzi. (...)

Un libro pubblicato lo scorso autunno in Francia sta mandando in sollucchero la sinistra e irrita la destra. E’ intitolato non senza una certa pompa “Il Capitale nel XXI secolo”, ed è stato scritto da Thomas Piketty, economista quarantenne che ha studiato all’Ena e al Massachusetts Institute of Technology, specializzato nell’analisi della diseguaglianza economica di lungo periodo. Socialista, scrive su Libération e ormai è un guru vero e proprio. E’ sua la proposta di una tassa mondiale sulla ricchezza ed è suo il “regno dell’un per cento” contro il quale si scagliava Occupy Wall Street. Tradotto in inglese, il volume irrompe sui media americani. Il Wall Street Journal lo fa recensire da Christopher DeMuth, l’uomo che ha rilanciato l’American Enterprise Institute, il covo della nuova destra. Il lavoro di Piketty, un migliaio di pagine anche se scritte in stile brillante e comprensibile a tutti, è frutto di 15 anni di ricerche sulla distribuzione della ricchezza nel corso di tre secoli, utilizzando i dati disponibili a cominciare dai documenti più antichi. Ha il merito di affrontare non solo il reddito, ma soprattutto i patrimoni, introducendo così nel dibattito un fattore chiave finora trascurato. DeMuth, nemico giurato del gauchisme, ne consiglia la lettura e lo prende sul serio, anche se ne confuta la tesi di fondo. 

La causa dell’ineguaglianza, secondo Piketty, è che il tasso di rendimento del capitale (in media 4-5 per cento l’anno) risulta più alto del tasso di crescita della produzione e del reddito nel lungo periodo. La ricchezza della quale si sono appropriati i capitalisti e i loro “funzionari”, per citare ancora Marx, resta la causa prima della diseguaglianza. Naturalmente non è sempre così, sono all’opera forze che puntano alla convergenza e forze contrarie. Più intenso è lo sviluppo, più si riduce lo squilibrio originario, quindi esistono cicli lunghi in cui le disparità sono minori (come negli anni dopo la Seconda guerra mondiale che i francesi chiamano i trenta gloriosi). Ma con la rivoluzione neoliberista s’è prodotta una frattura insanata, sostiene Piketty. E’ vero che proprio allora comincia il lungo ciclo della globalizzazione, i nuovi trenta gloriosi, però questa volta si accompagna a una inversione di tendenza in senso redistributivo. E, in ultima istanza, proprio l’aumento della diseguaglianza ha covato il crac del 2008 e lo ha reso più grave.
Ogni spiegazione monocausale di fenomeni complessi è destinata a essere smentita. La grande crisi come sappiamo non ha un solo padre. E più tempo passa più convince la tesi di chi la considera una grande trasformazione del capitalismo mondiale nella quale il patrimonio ereditario, vero bersaglio della critica di Piketty, diventa sempre meno importante, una resistenza retrograda alla rivoluzione economico-sociale che sta davanti ai nostri occhi, una ciambella per galleggiare.(...)
E’ passata sotto silenzio (in Italia, ma non sull’International New York Times) una indagine di Eurofond, il centro di ricerca della Commissione europea, secondo la quale in Europa mancano candidati qualificati per coprire i posti di lavoro nel settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Quest’anno ci sarà circa un milione di posti vacanti, nel 2011 erano appena 250 mila (e sono anni di recessione). I laureati nelle discipline della information technology sono centomila l’anno, dunque la forbice è destinata ad aprirsi. Il 40 per cento delle imprese ha registrato difficoltà a trovare lavoratori con la qualificazione adatta, nel 2008 la quota era del 37 per cento e nel 2005 del 35. Quando era cancelliere, Gerhard Schröder fece scalpore aprendo le porte della Germania a migliaia di ingegneri dall’India. O i bamboccioni della pasciuta, assistita, infiacchita Europa occidentale si danno da fare oppure non ci sono altre soluzioni.
Ora si parla di ripresa senza lavoro anche negli Stati Uniti ed è vero che il tasso di occupazione (ancor più rilevante rispetto a quello di disoccupazione) si è ridotto. Nel 2000 lavoravano 8,2 americani sui dieci nella fascia compresa tra i 25 e i 54 anni, oggi sono 7,6. La recessione è la responsabile principale, ma agiscono fattori di carattere strutturale, a cominciare dalla innovazione tecnologica per finire con le politiche assistenziali o le tasse che colpiscono i salari. E si apre il dibattito sulle politiche attive, dall’apprendistato all’addestramento dei lavoratori licenziati, che nel Nord Europa sono state molto efficaci. L’incredibile crollo dei disoccupati in Germania (giovani compresi) non si spiega solo con la ripresa e la maggiore flessibilità nell’impiego (come ovunque molti dei nuovi impieghi offrono contratti a termine), ma con il ruolo dell’agenzia del lavoro che assorbe chi esce dalla fabbrica, senza farlo uscire dal mercato. I posti sono vuoti per la sfasatura tra domanda e offerta, i neoliberisti hanno ragione. E la recessione, possiamo ignorarla? Replicano seccati i keynesiani. Certo che no, ma anch’essa è la confluenza di mutamenti strutturali esterni (i nuovi rapporti sul mercato mondiale) e interni (l’innovazione tecnologica o i cambiamenti sociali e generazionali). Sono proprio questi fattori a esasperare gli effetti della congiuntura.
Il frutto del lavoro imprenditoriale e manageriale – misurato come quota di nuova ricchezza sullo stock di patrimoni – è emerso nel XX secolo: l’imprenditore lascia un’eredità cospicua, così come il grande dirigente d’azienda. Anche queste eredità crescono per effetto del tasso di rendimento della ricchezza che è maggiore della crescita del reddito. E dunque, anche se in origine si aveva una ricchezza “da capitalista”, questa, per effetto delle eredità, diventa una ricchezza “da rentier”. La concentrazione della ricchezza sembra avere una natura permanente – un’idea non nuova, che richiama Pareto. La si lascia correre, oppure la si tassa di più per attenuare i suoi effetti? E, se la si tassa di più, quanto di più? La si tassa in modo lieve, oppure con intenti da confisca?
Piketty is best known for his collaborations during the past decade with his fellow French economist Emmanuel Saez, in which they used historical census data and archival tax records to demonstrate that present levels of income inequality in the United States resemble those of the era before World War II. Their revelations concerning the wealth concentrated among the richest one percent of Americans -- and, perhaps even more striking, among the richest 0.1 percent -- have provided statistical and intellectual ammunition to the left in recent years, especially during the debates sparked by the 2011 Occupy Wall Street protests and the 2012 U.S. presidential election.
In this book, Piketty keeps his focus on inequality but attempts something grander than a mere diagnosis of capitalism’s ill effects. The book presents a general theory of capitalism intended to answer a basic but profoundly important question. As Piketty puts it:
"Do the dynamics of private capital accumulation inevitably lead to the concentration of wealth in ever fewer hands, as Karl Marx believed in the nineteenth century? Or do the balancing forces of growth, competition, and technological progress lead in later stages of development to reduced inequality and greater harmony among the classes, as Simon Kuznets thought in the twentieth century?"

Thomas Piketty, professor at the Paris School of Economics, isn’t a household name, although that may change with the English-language publication of his magnificent, sweeping meditation on inequality, Capital in the Twenty-First Century. Yet his influence runs deep. It has become a commonplace to say that we are living in a second Gilded Age—or, as Piketty likes to put it, a second Belle Époque—defined by the incredible rise of the “one percent.” But it has only become a commonplace thanks to Piketty’s work. In particular, he and a few colleagues (notably Anthony Atkinson at Oxford and Emmanuel Saez at Berkeley) have pioneered statistical techniques that make it possible to track the concentration of income and wealth deep into the past—back to the early twentieth century for America and Britain, and all the way to the late eighteenth century for France.
The result has been a revolution in our understanding of long-term trends in inequality. Before this revolution, most discussions of economic disparity more or less ignored the very rich. Some economists (not to mention politicians) tried to shout down any mention of inequality at all: “Of the tendencies that are harmful to sound economics, the most seductive, and in my opinion the most poisonous, is to focus on questions of distribution,” declared Robert Lucas Jr. of the University of Chicago, the most influential macroeconomist of his generation, in 2004. But even those willing to discuss inequality generally focused on the gap between the poor or the working class and the merely well-off, not the truly rich—on college graduates whose wage gains outpaced those of less-educated workers, or on the comparative good fortune of the top fifth of the population compared with the bottom four fifths, not on the rapidly rising incomes of executives and bankers.

lunedì 28 aprile 2014

Le mille leggende sul Fiscal Compact (da Linkiesta)

Articolo molto interessante: è un po' lungo e complesso, ma merita; il concetto centrale è che nel nostro dibattito pubblico si sta parlando in modo molto impreciso del Fiscal compact.

Francesco Maria Mariotti

"(...) Il Fiscal Compact non obbliga affatto al pareggio di bilancio, inteso come deficit zero, e quindi entrate finali della pubblica amministrazione uguali alle uscite finali in ogni anno. Non lo fanno i regolamenti comunitari che costituiscono l’impianto normativo Ue sul coordinamento delle politiche di bilancio[1], né tantomeno lo fa la nostra Costituzione dopo la modifica dell’art.81 avvenuta nel 2012. Né, infine, lo fa l’ultimo tassello normativo, la legge attuativa 243/12.
Basta ad esempio leggere il Trattato (art.3) per comprendere innanzitutto che quello che viene chiamato “pareggio” non è pareggio. Il deficit (dopo vedremo quale) deve essere pari a quello che viene definito Obiettivo di Medio Termine (Mto, nell’acronimo inglese), fissato dal Regolamento UE n.1175/2011. Tale norma fissa il Mto allo 0,5% del Pil per i paesi con un rapporto debito/Pil superiore al 60% e all’1% per i paesi con un debito inferiore a tale soglia. Per l’Italia dunque il vincolo prescrive come limite inferiore un deficit allo 0,5% del Pil, non a zero. Si tratta di una differenza di quasi 8 miliardi di euro, non esattamente un’inezia.(...)"


venerdì 4 aprile 2014

Il Quantitative Easing Della BCE


A questo link trovate il testo della conferenza stampa di Mario Draghi


La Bce, per ora, spiega solo che deve pensarci ancora. Eurolandia, ha spiegato Draghi, è un sistema economico molto dipendente dalle banche e questo impone di disegnare bene il suo quantitative easing, che non potrà essere analogo a quello degli Stati Uniti. Negli Usa, gli acquisti di titoli finanziari ha un effetto diretto sull'economia reale perché la maggior parte dei finanziamenti alle imprese passa attraverso il mercato finanziario. Nell'Unione monetaria c'è invece il filtro delle banche, che ha reso utili a metà le maxi iniezioni di liquidità del 2011 e 2012. Non può essere un caso se, rispondendo a una domanda sulle specificità di un quantitative easing Bce, Draghi ha subito fatto riferimento all'Asset quality review, l'esame degli attivi delle banche.
 
di Riccardo Sorrentino - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/DiUe5
 
Le dichiarazioni degli ultimi giorni non devono però far pensare che l'uso del Qe sia imminente. Anzi tutto, il presidente della Bce, Mario Draghi, ha precisato ieri che l'uso della politica monetaria convenzionale, quindi il taglio dei tassi d'interesse, non è esaurito. Il che farebbe pensare che la Bce voglia battere questa strada prima di imbarcarsi in decisioni molto più controverse come il Qe. Non è un caso che alla vigilia del consiglio, due economisti tedeschi ortodossi, Michael Heise di Allianz, e Jörg Kraemer, di Commerzbank, siano intervenuti separatamente per contestare questa opzione. Non c'è dubbio che, nonostante il cambio di atteggiamento della Bundesbank (peraltro con molte condizioni e puntualizzazioni), il Qe resti politicamente esplosivo in Germania.
 
di Alessandro Merli - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/dmjec
 
C'è un'altra opzione: la Bce potrebbe attuare la politica monetaria ultra espansiva acquistando titoli pubblici a massima sicurezza (Tripla A), emessi da Paesi non appartenenti all'Unione monetaria (Australia, Canada, Norvegia, Svezia, Svizzera, Regno Unito). La manovra avrebbe un impatto fiscale nullo sui Paesi dell'Unione, ed in più avrebbe un effetto collaterale da molti gradito: spingere verso il basso il tasso di cambio dell'euro. L'espansione monetaria non avrebbe però l'impatto ravvicinato con le emittenti privati. Le due opzioni - titoli privati o titoli pubblici non Euro - potrebbero peraltro essere complementari, sommando i potenziali vantaggi.
 
di Donato Masciandaro - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/Dya0J