domenica 7 settembre 2014

L'Invincibile Debolezza Della Politica

Non so a chi fossero esattamente rivolte le parole del Presidente del Consiglio contro i "tecnici" che sarebbero cresciuti all'ombra della prima Repubblica.​ Ma è il caso di annotarle, insieme alle parole contro le élites che si riuniscono a Cernobbio, e quelle contro i professoroni e le parti sociali.

Forse sono parole di successo; successo facile; ma questo non toglie che possano assumere un significato inquietante, e che denotino più frustrazione che non vera capacità di leadership.

Frustazione che è la frustrazione della politica, italiana e non solo, angosciata - comprensibilmente - dalle difficoltà che incontra nel tentativo di riacquistare un'"autonomia" che non può più avere; questo non perché vi siano Tecnocrati Cattivi che complottano insieme ai Grandi Magnati della Finanza sulle rive di un lago, ma perché il mondo dopo il Muro si è svelato nella sua complessità, e si è reso (più) evidente che non puoi guidare la macchina-Stato senza relazionarti con le altre realtà. E se sbandi, puoi anche avere il 90% dei voti, ma prima o poi le altre vetture ti chiedono di accostare e di far guidare chi è più "competente". 

In quanto al desiderio di "saltare" le mediazioni sociali, c'è chi può giudicarla come la rivendicazione democratica dell'eguaglianza del voto dei cittadini. 
Legittimo pensarlo così, ma  - temo - falso.

La rete delle regole democratiche non vive d'aria, ma si "incarna" in una data società, in un dato tempo, in una data condizione di rapporti sociali, che non vengono "annullati" dal voto; certo, il voto eguale è un elemento essenziale della nostra comunità politica, per fortuna. Ma il giorno dopo il plebiscito, le rappresentanze sociali riprendono il loro "autonomo" (per quel che possibile) significato, e pretendono - inevitabilmente - di essere ascoltate dalla politica.

Dire che si possono "saltare" i corpi sociali, può significare quindi solo immaginare una società politica semplificata, ma falsa. E le rappresentanze sociali sarebbero comunque presenti, magari sotto aspetti peggiori (questo il rischio, per esempio, nella continua denigrazione dei sindacati confederali, certo bisognosi di profonda riforma: che - sconfitti loro - possano apparire al loro posto sindacalismi non regolati e poco inclini alla mediazione; altro che scomparsa del conflitto...).

Conviene accogliere con sano scetticismo, quindi, le "prove di forza verbali" della politica. 

Sarà lungo - e non semplice - il cammino che può portare una politica europea a rifarsi forte e autorevole; e non passerà per i bei discorsi, ma per arricchimento di "competenze" e capacità di costruire relazioni complesse, senza desiderio di abbattere avversari fantasiosi e troppo comodi.

Francesco Maria Mariotti

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domenica 31 agosto 2014

Bisogna prepararsi a una guerra in Europa? (ilPost)

(...) È possibile che queste siano tutte paranoie? Può darsi. E forse Putin è troppo debole per fare ciascuna di queste cose, e magari sta bluffando e gli oligarchi del suo paese lo fermeranno. Ma anche il “Mein Kampf” sembrò paranoico al pubblico tedesco e occidentale del 1933. Anche l’ordine di Stalin di «liquidare» tutte le classi e i gruppi sociali nell’Unione Sovietica ci sarebbe sembrato ugualmente folle al tempo, se solo avessimo potuto ascoltarlo.
Ma Stalin tenne fede alla sua parola e realizzò davvero quelle minacce: non perché fosse pazzo, ma perché seguì pedissequamente i suoi schemi mentali sino alla loro conclusione più logica – e anche perché non ci fu nessuno che lo fermò. Al momento, nessuno è ugualmente in grado di fermare Putin. È così paranoico, quindi, prepararsi ad una guerra devastante? O, viceversa, sarebbe da ingenui non farlo?

Il "miracolo" polacco

«Coniugare disciplina di bilancio e crescita è una sfida possibile, in Polonia lo abbiamo fatto, non c'è contraddizione, e cercheremo di raggiungere questo obiettivo anche in Europa. Avrò un atteggiamento audace e responsabile».
(Donald Tusk)


***

(30 novembre 2013) 

In un paese dove non c’è niente è difficile costruire cose inutili, quindi ogni soldo speso dal governo per costruire strade, ponti o aeroporti finiva per essere utile e ben speso. E di soldi in Polonia ne arrivarono molti, soprattutto da quando, nel 2004, entrò a far parte dell’Unione Europea. Nel 2007-2013 la Polonia è stata il più grande beneficiario di fondi europei e ha ricevuto circa 100 miliardi di euro.

Nel 2012 ha ospitato, insieme all’Ucraina, i campionati europei di calcio, ricevendo un’altra iniezione di denaro. In questi anni, scrive Bloomberg Businessweek, tutto è stato ricostruito e migliorato: strade, porti, aeroporti, ferrovie e stazioni. Il contrasto con l’epoca del comunismo è molto forte: «È difficile ricordare come andavano le cose una volta se guardiamo a come vanno oggi», ha detto un gestore di fondi di investimento polacco intervistato dal settimanale.
La legislazione che tutela il lavoro è estremamente flessibile, tanto che da quando è entrata in Europa la Polonia è stata più volte minacciata di sanzioni per non rispettare la normativa europea sulla tutela dei precari. In ogni caso, il tasso di occupazione – cioè la percentuale della popolazione in età lavorativa che ha un lavoro – è continuato ad aumentare negli ultimi 10 anni: dal 51 per cento del 2003 all’attuale 60 per cento (cinque punti percentuali in più di quello italiano). Il tasso di disoccupazione, dal record del 2003 quando raggiunse il 20 per cento, è sceso fino al 7 per cento del 2008. L’anno successivo cominciò la crisi finanziaria che, nonostante tutto, si è sentita anche in Polonia.
(21/01/2014)
Nel 1988 è stata emanata la prima legge sulla libertà economica, l’anno successivo si sono tenute le prime libere elezioni dopo la seconda guerra mondiale e nel 1990 ha preso avvio un processo di riforme radicali che avrebbe portato alla formazione di moderne strutture di economia di mercato. Grazie a queste trasformazioni l’economia polacca ha iniziato a recuperare terreno rispetto ai paesi occidentali, almeno per quanto riguarda il reddito pro capite. E lo ha fatto a un ritmo mai visto prima nella storia. Alcuni economisti ritengono, con pessimismo, che questa fase di successo economico stia pian piano volgendo al termine poiché il fervore riformista è scemato, gli stimoli connessi all’entrata della Polonia nell’Ue si stanno indebolendo e lo sviluppo economico registrato sinora si fondava in larga misura sul ricorso al debito estero. Il noto editorialista Krzysztof Rybiński, ex vicepresidente della Banca nazionale polacca, dichiara che la Polonia sta andando incontro a un «decennio sprecato». Queste opinioni, però, sono in netta minoranza. Sicuramente la Polonia affronterà degli anni difficili perché dal punto di vista finanziario e commerciale è strettamente legata all’Eurozona, la quale si trova nel bel mezzo di complesse trasformazioni strutturali che incidono sulla sua crescita economica.

Ma i successi degli ultimi vent’anni non sembrano sul punto di svanire: la Polonia dovrebbe infatti continuare a recuperare terreno rispetto all’Occidente (...)

martedì 26 agosto 2014

Il problema del lavoro (Gianni Cuperlo)

La riflessione di Gianni Cuperlo - che trovate integrale su Facebook -  è interessante; anche se il problema dell'Italia è che il mix di interventi di cui ha bisogno è complesso; e quindi . diciamo così - i due diversi "approcci" alla crisi di cui parla Cuperlo vanno forse calibrati, e non si escludono reciprocamente. 


FMM 


"(...) Ci sono due modi per aggredire la creazione di lavoro. Uno è insistere sul fatto che le economie uscite meglio dalla crisi in termini di occupazione sono state quelle con più flessibilità (come quella tedesca, si dice sempre). L'altro mette in risalto un aspetto diverso. E cioè che non è bastata l'azione sulla flessibilità del mercato del lavoro a rendere più competitive alcune economie. La verità è che sono serviti investimenti pubblici e privati senza i quali non sarebbe aumentata la produttività, e dunque la crescita sarebbe stata semplicemente impossibile.
Sono proprio due modi di approcciare la crisi.
Il primo ha tra i suoi seguaci una lunga schiera di analisti ed esponenti della politica (da Ichino, Alesina, Giavazzi alla destra di Forza Italia e Ncd). Il secondo comincia a farsi largo anche sul piano teorico come dimostrano i saggi (spesso citati qui sopra) di Mariana Mazzucato o Thomas Piketty (a proposito, ma Bompiani si spiccia a mandare in libreria la traduzione?).
Ora, per la verità anche l'uso disinvolto del modello tedesco merita qualche osservazione. È vero che in questi anni i salari in Germania sono stati tenuti a freno (e la cosa non è stata priva di conseguenze sul versante della domanda interna) ma quella è stata la conseguenza di un accordo tra capitale e lavoro per preservare i livelli occupazionali durante l'unificazione del paese nei primi anni ’90.
Quell'accordo peraltro prevedeva di mantenere i livelli occupazionali, ma insieme a una riduzione dell'orario di lavoro (35 ore) e a investimenti in infrastrutture, ricerca e innovazione. Sono questi investimenti che hanno consentito alla Germania di distanziare altri paesi sul versante della produttività. Il vero disastro con il quale misurarsi non è, dunque, il costo del lavoro, ma la produttività.(...)"


lunedì 25 agosto 2014

Mario Draghi e l'Europa irriformabile (da Linkiesta.it)

(...) Nessuno dei quattro grandi paesi che adottano l’euro è davvero a posto, nessuno può alzare il ditino o indossare l’aureola del santo. Ma chi è in grado di convincerli a seguire la retta via? È questo il dilemma che Draghi ha posto indirettamente, ma con chiarezza. E si è scontrato contro un muro, perché nessuno oggi ha il potere di farlo, certo non la Ue che è ridotta sempre più a un club di nazioni chiassose e litigiose, ma nemmeno la Bce che pure è l’unica istituzione federale dotata di veri strumenti d’intervento. I cambiamenti principali finora sono stati compiuti sotto la pressione degli eventi, davanti a rischi drammatici come la crisi bancaria del 2008, il crack della Grecia nel 2010 o il collasso dell’euro nel 2012. E sono comunque rimasti cambiamenti a metà, accettati di mal grado dalla Germania che pure vanta il proprio europeismo federalista.

Draghi ha chiesto un’ulteriore cessione di sovranità e vuole un patto per le riforme da accompagnare al patto fiscale. Se si vuole dare all’euro una intelaiatura più solida è un passaggio inevitabile. Ma oggi non c’è consenso né tra i paesi del sud né in quelli del nord Europa. Dunque, la politica economica europea è in un cul de sac. La Bce alla fine sarà costretta a fare come la Fed se arriverà davvero una nuova tempesta finanziaria. Ma senza dietro un paracadute politico, nessuno può garantire che sia davvero efficace. Draghi lo sa e lo ha detto. Anche la sua diventerà una predica inutile?

Il rischio è ancor più forte se si passa alla riforma delle riforme, quella del sistema finanziario dove è cominciato il grande crack. Qui i passi sono stati ben più timidi di quelli compiuti dalle politiche fiscali dei governi. I grandi protagonisti, le megabanche, i supermarket della moneta, i fondi di investimento, hanno continuato ad assumere rischi come se nulla fosse e poco è cambiato del loro comportamento. Sono migliorati gli strumenti di controllo, anche se non a sufficienza, ma sono sempre interventi ex post, nulla che possa in alcun modo prevenire lo scoppio a catena di nuove bolle e una crisi sistemica. (...)

FRANCESCO, CACCIARI E LA GUERRA GIUSTA (da Treccani.it)

(...) Al contrario, secondo Galli della Loggia, le guerre sono tutte inutili stragi, ma hanno quasi sempre «il notevole effetto di cambiare il mondo». Saremmo dunque non solo di fronte a un grave errore di prospettiva storica, ma anche a una criminalizzazione della guerra in quanto tale. Nel nome di un’ideologia oggi dominante «intrisa di individualismo e di umanitarismo, molto cosmopolita e razionalista, molto politicamente corretta».
L’intero ragionamento appare in verità improntato alla contrapposizione, un po’ consunta, tra la visione irenica della realtà e quella del primato della realpolitik sempre e comunque. Galli della Loggia ha ragione quando critica la de-storicizzazione della Prima Guerra Mondiale, ma è evidente che il discorso andrebbe esteso alla più generale perdita di interesse nella nostra società per lo studio scientifico del passato (e per la storiografia nel senso alto del termine), nel nome di una memoria individuale o comunitaria depurata di ogni capacità critica, volta a sostenere rivendicazioni identitarie e/o politicamente corrette. In questo modo il passato, sia esso l’Impero romano o l’indipendenza dell’India, diviene unicamente una cava di materiali inerti cui attingere per giustificare qualunque cosa, persino le peggiori fandonie. Contro le quali non vi sono più anticorpi culturali e civili che possono venire solo da una formazione scolastica degna di questo nome. Complice anche il fatto che gli studiosi accademici faticano a trovare la via per una divulgazione del sapere storico che non si limiti a scimmiottare le mode giornalistiche. Se sottraiamo la guerra da una seria discussione e analisi scientifica, in primo luogo storica, in grado di decostruirla facendo piazza pulita di incrostazioni retoriche e propagandistiche (di cui anche la storiografia porta molte responsabilità), essa finisce per restare prigioniera di due interpretazioni ugualmente manichee: la guerra come male assoluto o come male necessario (talora auspicabile). Si tratta tuttavia di un binario morto, poiché l’opzione morale soccombe storicamente di fronte a quella politica.     È evidente che siamo di fronte a un tema, il rapporto fra gli esseri umani e la guerra, fra i più complessi della storia della nostra specie. È soprattutto con l’avvento del Cristianesimo che il problema ha assunto la dimensione etica e religiosa che ancor oggi viviamo: (...)

La Libia chiede un intervento internazionale per ristabilire la sicurezza (da ilfoglio.it)

In occasione del vertice in corso al Cairo tra i paesi del Nord Africa sulla crisi libica, l'ambasciatore di Tripoli ha richiesto l'intervento internazionale per proteggere i pozzi petroliferi e gli aeroporti del paese. La richiesta è seguita all'attacco lanciato con missili Grad all'aeroporto di Labraq, nell'est del paese e uno dei pochi ancora funzionanti dopo la conquista da parte degli islamisti di quello di Tripoli, avvenuta tre giorni fa. L'ambasciatore Mohammed Jibril ha detto, a margine della conferenza, che "esistono diverse forme di intervento che la comunità internazionale potrebbe adottare" in Libia. La Conferenza ha finito per appoggiare la posizione (più cauta) dell'Egitto e che prevede il disarmo delle milizie, il sostegno al Parlamento eletto all'inizio dell'estate e la ricostruzione delle istituzioni pubbliche.

Fra gli organizzatori dell'incontro in corso al Cairo, l'Egitto e l'Algeria erano quelli maggiormente coinvolti dalla grave crisi in cui versa la Libia dal giorno della deposizione di Muhammar Gheddafi. Gli algerini, in particolare, sono i maggiori indiziati riguaardo ai misteriosi raid aerei che in questi giorni sono stati condotti contro gli islamisti del clan di Misurata. (...)

lunedì 18 agosto 2014

Per Uscire Dalla Crisi

Tracce di un percorso di uscita dalla crisi.

1.creazione di un ministero economia federale europeo

2. Emissione eurobond subordinati a un programma di riforme comuni agli stati nazionali

3.mix di investimenti pubblici e privati su programmi definiti a livello comunitario

4.temporaneo Qe da parte Bce al fine di dare tempo agli stati di fare riforme

5.creazione area libero scambio con Stati Uniti

6.accordi multilaterali su argomenti definiti fra Usa, Europa e Cina, comprensivi di una comune politica monetaria

venerdì 1 agosto 2014

La Resa Dei Conti

L'illusione di non dover fare i conti con i limiti finanziari del Paese, e con le evidenti difficoltà economiche del momento, è - finalmente - finita.

Il Presidente del Consiglio aveva detto che gli 80 euro erano "più che coperti"; aveva suonato la tromba della battaglia con l'Europa per avere più "flessibilità"; ha continuato a negare la necessità di una manovra in autunno.

Forse la manovra si potrà evitare, ma le tensioni di oggi intorno alla spending review e alle possibili dimissioni di Cottarelli indicano che questo Governo sembra non rendersi conto degli sforzi che siamo chiamati a fare, Europa o non Europa, per rimanere in equilibrio dal punto di vista finanziario.

Basta con continui annunci, basta con riforme istituzionali di dubbia rilevanza. Ora è necessario difendere i risparmi degli italiani e i conti pubblici del Paese. Se questo Governo non è in grado di farlo, è necessario cambiare, e in fretta.

FMM

(...) Se la campagna del Senato va a buon fine, il governo la utilizzerà per dire: abbiamo cominciato a cambiare l’Italia, adesso non rompeteci troppo l’anima sui conti. Se si dovesse impantanare in guerra di trincea, la utilizzerà per dire: c’impediscono di cambiare l’Italia, meglio tornare alle urne. Nel primo caso ci sarà il tempo per cambiare la legge elettorale, magari usando anche il dialogo con i pentastellati. Nel secondo si accetterà di votare (sempre che il Colle copra l’operazione con lo stesso partecipe trasposto con cui copre i ludi senatoriali) con un sistema meno certo nel risultato, puntando a gruppi parlamentari più direttamente e personalmente controllabili. In ambedue i casi l’obiettivo è quello di non far precedere il voto da un assestamento dei conti, che non gioverebbe alla credibilità e popolarità di Renzi. Questo il panorama tattico. Ma poi c’è la sostanza, coriacea assai.
Intanto perché il cambiamento del Senato non si tradurrà in una più veloce a corriva attività legislativa, se non passando prima per le urne. Ciò per l’inaggirabile motivo che anche in caso di cambiamento costituzionale non è che il Senato sparisca all’istante, ma occorre che sia sciolto quello presente. Poi perché ignorare l’aggiustamento dei conti ci porterà ad avere un debito ancora più alto, quindi a veder crescere la massa tumorale che ci soffoca. La tanto reclamata e declamata elasticità non giova minimamente né all’economia reale né al tenore di vita dei cittadini, aiuta i governi a non prendere atto dei propri insuccessi. Vale per tutti, non solo per l’Italia. Noi, però, siamo i più esposti, proprio perché intestatari del debito più potenzialmente esplosivo.(...)


E’ dalla trincea delle banche che s’ode, finalmente, qualche colpo sensato contro la piega negativa presa dall’Europa economica. Nulla a che vedere con la geremiade sui parametri o con la biascicata litania sulla flessibilità, che sono cose per politici orecchianti. Anzi, all’opposto, Mario Draghi ribadisce quel che è oramai assodato: i trattati si rispettano tutti e senza deroga alcuna, i conti devono tornare, il rigore nel redigerli non ha alternative. Punto. Non è quello il fronte su cui combattere, se non per perdere. E mentre il conformismo editoriale si agita e concentra su quel che non è né utile né possibile, è significativo registrare la convergenza fra il presidente della Banca centrale europea e il presidente dell’Associazione bancaria italiana su un punto che è determinante. Se la cosa non fosse divenuta quasi un insulto (il che, a sua volta, è vilipendio della ragione), verrebbe da dire: finalmente due voci politiche, senza piagnistei contabili.
Draghi non ha chiesto maggiori poteri per la Bce, ma maggiori poteri per i governi. Fate attenzione, è decisivo: non si esce dalla crisi solo usando la cassetta degli attrezzi finanziari, si devono coordinare le politiche relative alle riforme del mercato interno europeo, denominate “strutturali”. Detto in modo diverso: non serve cedere altra sovranità monetaria, perché quella è oramai andata tutta, serve cedere sovranità politica, a favore di qualche cosa che somigli a un governo europeo. Ed è la cosa più insidiosa fin qui sostenuta, per la centralità imperiale germanica. Non si devono invitare i tedeschi a curarsi di più gli affari loro, come erroneamente è stato recentemente fatto da Matteo Renzi, ma a mettere maggiormente in comune gli affari di tutti. Il che, naturalmente, esclude che qualcuno pensi di fare il furbo (che poi è uno stupido) sui propri conti nazionali.(...)


(...) Quindi: se la richiesta di tagliare 17+10 miliardi, entro la fine dell’anno, è da considerarsi totalmente alternativa all’imporre nuove tasse e imposte, che la si saluti con soddisfazione; se è un modo per coprire altra spesa corrente, in un gioco dilapidante delle tre carte, che la si avversi con determinazione, perché porta dritto a più alta pressione fiscale. Posto che, come mettevamo in evidenza giusto ieri, dall’interno del governo si manifestano linee diverse e incompatibili fra loro, forse varrebbe la pena di farne oggetto di un dibattito parlamentare. Perché si può anche conservare l’immunità dalle inchieste giudiziarie (e si dovrebbe farlo senza ipocrisie), ma nessuno sarà immune dall’avere taciuto il rischio che corrono i conti di un Paese in cui la spesa è variabile indipendente dalla (de)crescita.


Come che sia, attendiamo fiduciosi. Sapendo che le “clausole di salvaguardia” esistono e lottano assieme a noi, o più propriamente contro di noi. Ulteriore nota a margine: Padoan, con grande onestà intellettuale, informa che al momento gli 80 euro sono disponibili solo per il 2014 ma che impegno solenne, suo e del governo, è quello di rendere permanente tale aumento. Lungi da noi l’idea di dubitare della parola di Padoan (di quella di Renzi si, ma è altro discorso), ma Padoan non controlla tutte le leve, e di conseguenza non ha potere sugli esiti.


Niente di nuovo sotto il sole. O forse sì: cresce il rischio che, per manifesta disperazione, qualcuno decida di attaccare frontalmente il risparmio degli italiani, non pago di quanto fatto finora con patrimoniali immobiliari e mobiliari, e con l’inasprimento della tassazione sui redditi di capitale diversi da quelli provenienti da debito pubblico

giovedì 31 luglio 2014

Qualche Precisazione Su Israele e Palestina

Il mio "appello" è stato condiviso - con maggiore o minore adesione - da diversi amici su Facebook; in una delle discussioni da esso scaturite, ho provato a precisare ulteriormente il mio pensiero, tentando di spiegare meglio il senso del mio discorso; approfitto quindi per condividere anche questa parte di ragionamento:

1) Israele ha già fatto diverse guerre contro Hamas, più o meno con le stesse dinamiche di quella attuale. E ora siamo di nuovo allo stesso punto. Israele - per dirla in breve - sembra vincere la guerra militare, ma il problema  poi sembra rimanere tale e quale;

2) la tattica militare di Israele - assolutamente comprensibile da alcuni punti di vista, si badi - sta di fatto portando Israele su un metaforico (ma neanche tanto) "banco degli imputati" di fatto nascondendo le giuste ragioni che hanno portato all'intervento. Per dirla come ho scritto in un altro commento in questo blog, puoi avere ottime ragioni per entrare in guerra ma se colpisci scuole e ospedali, è inevitabile che il sangue che non sei riuscito ad evitare (anche se magari la maggiore responsabilità è di Hamas che usa "scudi umani") occulti le tue pur ottime ragioni;

3) in breve, come altre volte e in altre zone, la guerra fatta senza politica crea danni eccessivi e alla fine porta chi la fa a una sconfitta politica;

4) la mia proposta è che Israele freni l'attività militare che ora di fatto appare senza visione, e ponga il mondo di fronte alle sue responsabilità, dicendo:"Io mi fermo, ma ora insieme poniamo e risolviamo il problema dei terroristi di Gaza; ora gestiamo la transizione a una Palestina democratica che accetti Israele". Per far questo - per far vedere che Gerusalemme non cerca la guerra per la guerra - è necessario che la tregua sia effettiva per qualche giorno. Solo così secondo me Israele può "sganciarsi" dalla trappola in cui si sta infilando.

Preciso ulteriormente che non ho dubbi sulle ottime ragioni di Israele contro Hamas. Ma è un fatto che ora Israele sta mettendo in imbarazzo anche i suoi migliori amici (vd. la rabbia di Obama e Kerry); magari ottiene di fatto un periodo di tranquillità, ma rischia di compromettere le possibilità di costruire un percorso più profondo, che è ormai ineludibile.

Questo percorso pù profondo probabilmente -purtroppo, dico io, ma la politica estera è dura da digerire - passa anche per una qualche trattativa con l'odioso Hamas. O comunque con chi sia in grado di mantenere la parola su un qualche "accordo". 

Ulteriore precisazione, che mi pare inutile, ma in queste discussioni bisogna dire tutto: non mi fido per niente di Hamas, ma i nemici - e quindi gli interlocutori a una trattativa - non si scelgono. 

E la trattativa probabilmente potrebbe essere fallimentare; ma per guadagnare la legittimazione a un eventuale nuova guerra Israele deve prima mostrare tutta la "apertura" possibile anche verso il terribile nemico. Perché non si possa dire che non si è fatto tutto il possibile (e purtroppo con questo governo, temo che di Israele si possa dire che "non ha fatto tutto il possibile")

Il mio ragionamento quindi non era un voler dire "Israele ha torto marcio", o - forse peggio - "Hamas non ha responsabilità". Il mio ragionamento era un allarme per la mancanza di orizzonte che sembra contrassegnare la guerra di Israele, e che condanna Gerusalemme all'isolamento.

Piaccia o no, stante anche il sistema di comunicazione di massa che segue questa guerra e che inevitabilmente sovraespone qualsiasi azione di guerra, stante l'attuale "sbilanciamento di percezione" che sembra non vedere le gravi responsabilità di Hamas nel lancio di missili; stante tutto questo: Israele deve fare una mossa diversa, inaspettata, capace di parlare a tutto il mondo, una mossa - mi vien da dire - di "non-violenza", di tregua unilaterale, che dica "noi non cerchiamo la guerra per la guerra". 

Oggi purtroppo il mondo vede un'Israele "incastrata" nell'ansia di fare una cosa teoricamente giusta, drammaticamente sbagliata nella pratica. Israele deve "sbloccarsi". 

Sorprenda il mondo, coltivi la forza della politica. Allora sì, l'eventuale uso dei bombaradamenti avrà - forse - un senso. Ma soprattutto, Israele avrà un futuro.

mercoledì 30 luglio 2014

Israele Ha Molte Ragioni, Ma Ora si Fermi

Anche solo per pochi giorni. Anche solo per "tattica".
Anche solo per "interesse" a non finire nell' abisso della condanna internazionale.

Anche solo per non alimentare la rabbia dei nemici e la stanchezza degli amici che potrebbero arrendersi prima o poi, e rassegnarsi al fatto che i governi di Israele si suicidano mostrandosi stupidi nella prosecuzione di scelte teoricamente giuste ma scellerate dal punto di vista operativo.

Israele si fermi. Permetta qualche giorno di respiro.
Se Hamas continuerà il lancio dei razzi, il mondo capirà l'eventuale ripresa dell'operazione dell'esercito.

Israele ha moltissime ragioni. Moltissime, avendo di fronte il terrorismo fondamentalista di Hamas e i suoi continui attacchi, con missili o con attentati eseguiti attraverso i tunnel che ora giustamente si tenta di distruggere.

Quindi Israele ha moltissime ragioni. Ma ora Israele si fermi.

Perché la sensazione che sta dando anche chi lo ama, non è né di sicurezza né di coraggio. Ma è quello di una scelta senza futuro. Senza futuro.

Israele si fermi!

Francesco Maria Mariotti

venerdì 11 luglio 2014

Ancora Guerra In Medio Oriente

Difficile ragionare freddamente su quanto succede in Medio Oriente; prevale la stanchezza, e forse lo scetticismo, verso quella che sembra essere una sorta di "guerra eterna" con qualche momento di pausa. 

Ma forse in questo frangente così drammatico possiamo provare a vedere alcuni segni di speranza realistica.

L'atteggiamento dei genitori dei tre ragazzi israeliani uccisi, che hanno solidarizzato con la famiglia del ragazzo palestinese, per esempio; la netta e dura reazione del Governo israeliano contro l'orribile omicidio del ragazzo palestinese, e il coraggio di incriminare i suoi assassini come "terroristi"; le manifestazioni che si sono svolte contro le degenerazioni della violenza.

Tutto questo può voler dire per Israele iniziare un cammino, una riflessione profonda - e dura - sulla necessità di fermare a tutti i costi l'estremismo interno e sui rischi connessi al perdurare di una situazione di stallo nei rapporti con il "mai nato" stato palestinese.

E proprio questo sembra essere il punto dolente, la questione che rimane irresolubile "unilateralmente": con chi discutere? Lo stato palestinese non nascerà fino a quando le forze che vogliono governarlo (che si chiamino Hamas o Fatah, o altro nome) non saranno in grado di stabilire un'unica legge, e un monopolio della forza.

Le diverse reazioni nella galassia palestinese rispetto all'orrore del rapimento e uccisione dei tre giovani israeliani è stato il segno più grave di questa non-unità, e della incapacità (prima ancora della non-volontà) di voler contrastare nettamente qualsiasi violenza.

La possibilità di essere Stato è una condizione politica che i palestinesi devono giocarsi in un conflitto interno, per decidere chi governerà i territori, attuali e futuri. Non c'è pace senza una linea di comando certa; non c'è tregua che tenga, non c'è speranza.

Questa guerra possa essere un inizio, e non solo l'ennesima tragedia.

Francesco Maria

***

(...) Diversi sono gli equilibri geopolitici, nuove sono le minacce, e non esistono più mediatori credibili. Per questo, se la guerra terrestre alla fine ci sarà, avrà tutto l’impeto di una guerra «nuova», non di una semplice ripetizione del dramma. E fermarla sarà molto più difficile (...)​
Ai capi di Hamas, che è sempre stata un ombrello di diverse organizzazioni estremiste, restano soltanto gli aiuti finanziari dal Qatar. Si vede in queste ore che malgrado il suo isolamento ha ricevuto missili più moderni e a più lunga gittata, provenienti forse dall’Iran, ma di sicuro non attraverso la vecchia rotta siriana in fiamme da tre anni. L’Egitto è diventato nemico, Damasco lotta per sopravvivere, Hezbollah è impegnato a sostenere Assad, con i tagliagole dell’Isis si potrebbe parlare ma il loro Califfato non è ancora maturo. Davvero stupisce che Hamas abbia tentato un governo di unione con il frustrato Mahmoud Abbas e la Cisgiordania, che le divisioni interne si siano moltiplicate e che la violenza sia riesplosa, prima con il sequestro e l’uccisione dei tre studenti israeliani cui ha fatto da contraltare l’orrendo assassinio di un adolescente palestinese, poi con la ripresa dei lanci di razzi e missili contro Israele?

E poi c’è Israele, appunto. Irritato per l’atteggiamento occidentale verso l’Iran. Disorientato e anche impaurito dagli sconvolgimenti che rischiano di creare roccaforti jihadiste in Siria e in Iraq mentre anche la Giordania è vicina all’esplosione. Deciso ad escludere ogni dialogo con un governo palestinese che comprendesse Hamas (la cui leadership, è giusto ricordarlo, continua a rifiutare ogni riconoscimento dello Stato ebraico). Tentato in definitiva di dare il colpo di grazia al nemico in difficoltà, ma più insicuro di altre volte in un contesto regionale che non lo favorisce. 

Troppe debolezze perché non ci sia una guerra.



​Ma la preoccupazione del governo israeliano, secondo alcuni esperti, è quella del vuoto. Il vuoto creato in questi anni dall’instabilità nata nella regione dal disfarsi delle rivolte arabe – nel Sinai egiziano, nella Siria della guerra civile – è stato riempito e sfruttato da movimenti estremisti islamici. La Striscia di Gaza è dal 2007 controllata da Hamas e da gruppi palestinesi che hanno costruito un arsenale. “Se Israele colpisce mortalmente Hamas, chi riempirà il vuoto governativo? – ha scritto Nahum Barnea sul quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth – Gaza rischia di trasformarsi in anarchia come la Somalia o rifugio per organizzazioni terroristiche affiliate ad al Qaida. In altre parole, Hamas è male, ma non il male peggiore”. L’editorialista israeliano non è il solo a chiedersi se Netanyahu sia di fronte a un “dilemma”, come scrive il Daily Telegraph: indebolire il gruppo di Gaza perché spara razzi sulle città israeliane o evitare il vuoto di potere? C’è Abu Mazen, certo, ma non ha un potere politico abbastanza solido da riempire una pericolosa assenza di governo​
Siamo alla terza operazione, quella iniziata lunedì. Israele è determinata. Vuole infliggere un durissimo colpo al movimento islamico. Questa volta, però, Hamas, è più isolata. Il Governo di unità formato in giugno con l'Anp dopo otto anni di crisi, è finora un'entità solo sulla carta. Hamas, peraltro, non può più contare sui Fratelli musulmani, sunniti anche loro ma dichiarati fuori legge in Egitto. Da quando si è schierata con i ribelli siriani, i suoi solidi rapporti con alleati strategici come l'Iran, la Siria di Bashar al Assad e gli Hezbollah libanesi (tutte forze sciite) si sono raffreddati. Hamas ha compreso che i raid israeliani, e le inevitabili vittime civili palestinesi, serviranno a ricompattare la popolazione
di Roberto Bongiorni - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/uTcNA1
La crisi scoppiata tra Israele e Hamas in seguito al ritrovamento dei corpi di tre giovani coloni e all’uccisione di un giovane palestinese non accenna a placarsi. La spirale di violenze si è rapidamente estesa dalla Cisgiordania a Gaza, dove le forze di sicurezza israeliane hanno risposto duramente al lancio di oltre 200 razzi delle fazioni palestinesi più estremiste con l’operazione Protective Edge, che da lunedì a oggi ha causato 53 vittime e circa 500 feriti tra gli abitanti della Striscia. In questo contesto di violenza crescente, l’eterogeneo esecutivo di Netanyahu, alla ricerca di una linea, ha minacciato un intervento di terra a Gaza, mobilitando 40 mila riservisti. L’Autorità palestinese di Abu Mazen sembra sempre più debole e marginalizzata, mentre la tensione continua a salire anche in Cisgiordania e a Gerusalemme, dove sta lentamente tornando lo spettro del terrorismo e di una nuova Intifada. Il riacuirsi della crisi israelo-palestinese ha però nuove e ancor più inquietanti incognite rispetto al passato, soprattutto perché si inserisce in un quadro regionale estremamente instabile. (...)

Nel campo palestinese, il riflesso dello tsunami regionale ha una conseguenza strategica: entrambe le sue leadership storiche sono in agonia. Per questo hanno dovuto inventare un improbabile “governo” di unità nazionale. Abu Mazen si era ridotto a fare il poliziotto per conto di Netanyahu, venendo per ciò remunerato e vezzeggiato da europei e americani. Ma la pax cisgiordana degli ultimi anni, culminata nel record del 2012 (zero morti israeliani in Giudea e Samaria), è stata minata dal recente assassinio di tre ragazzi israeliani e dalle rappresaglie che ne sono seguite.

In questa vicenda è venuta in piena luce la crisi di Hamas, che ha perso il controllo di centinaia di gruppuscoli jihadisti o financo “lupi solitari” che agiscono in proprio ma sono in grado di condizionare le agende altrui, Israele incluso. L’atroce uccisione di Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel è stata subito attribuita da Netanyahu a Hamas. Quanto meno, è una semplificazione.

A compiere quel crimine sono probabilmente stati alcuni killer della tribù dei Qawasameh, basata a Hebron, che si dedica da tempo a compiere attentati per screditare la leadership di Hamas ogni volta che questa cerca di costruirsi una qualche legittimità internazionale. Una scheggia, non un referente militare della peraltro divisa leadership di Gaza.

La rappresaglia contro la Striscia non potrà dunque portare a risultati duraturi, perché i mille clan jihadisti non sono bersaglio da missile. Favorirà, al contrario, la radicalizzazione di altri giovani palestinesi. Spirale infinita, ma non uguale a se stessa. A ogni giro di provocazione e rappresaglia, il gioco di violenze e controviolenze diventa più rischioso. La crisi potrà essere sedata, magari a lungo. Non risolta.

domenica 29 giugno 2014

No A Riforme Improvvisate!

Siamo persone di diversa estrazione politica, e firmiamo assieme questo appello perché siamo preoccupate per le modalità con cui l'attuale Governo e la maggioranza del Parlamento stanno impostando le riforme istituzionali.

Sgombriamo il dubbio da una questione: nessuno mette in discussione la possibilità di migliorare la Costituzione italiana; non è con la retorica della "Costituzione più bella del mondo" che si fanno gli interessi del Paese e delle future generazioni, anche sul lungo periodo; in diversi punti la Costituzione può - e forse deve - essere migliorata.

Ma l'approssimazione con cui si sta conducendo la riforma del Senato è deleteria: l'ultima polemica di questi giorni - riguardante l'immunità per i nuovi senatori - al di là del merito della questione è indice di un percorso non curato, non consapevole delle diverse implicazioni di ogni singola scelta costituzionale, che deve essere attentamente vagliata dal punto di vista "sistemico".

Siamo passati in pochi mesi da un Senato che doveva rappresentare i Sindaci, a uno che dovrebbe rappresentare le Regioni, come se fosse la stessa cosa. Senza entrare nel merito di quale possa essere la scelta eventualmente migliore, ci rendiamo conto che stiamo facendo una opzione di sistema piuttosto improvvisata?


Si tenga anche conto - nel valutare il tutto - della discutibile ipotesi di riforma della legge elettorale, che incide - indirettamente - sul funzionamento delle istituzioni democratiche del nostro Paese. Si può e si deve trovare un altro modo di cambiare il nostro Stato. (...)

sabato 28 giugno 2014

Due Colpi Di Pistola, Cento Anni Fa (lettura del saggio di E.Gentile sulla Grande Guerra)

Nel centenario della prima guerra mondiale può essere utile prendere in mano uno dei tanti saggi usciti in libreria per "celebrare" storicamente l'evento. E' un testo agevole e veloce da leggere, quello di Emilio Gentile, professore emerito di Roma LaSapienza (Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine del mondo, Storia illustrata della Grande Guerra, Ed. Laterza, pp.228+XII), e in questo senso è consigliabile per chi - come tanti di noi, immagino - non ha moltissimo tempo per studiare e approfondire su testi più corposi e densi. 

Il saggio di Gentile, a partire dall'utilizzo intelligente e ricco di immagini, rappresenta un'immersione in quello che può apparirci realmente come un altro mondo, ad uno sguardo disattento, ma che mentre scorriamo le pagine capiamo essere "nostro", rappresentare concretamente quelle "radici" del "secolo breve" che abbiamo vissuto in parte, e che ancora in realtà sembra condizionare il nostro cammino.

Mentre scrivo penso allo sguardo perso di una donna che tiene per mano un bambino, in una fotografia (n.22, pp.54-55) di profughi belgi ad Anversa, in fuga dall'occupazione tedesca. Noi oggi vediamo altri visi, altri popoli che fuggono; ieri eravamo noi; e forse lo siamo stati anche di recente (penso alla guerra in ex Jugoslavia); non ci rendiamo veramente più conto di quale sia stata la forza di chi ha costruito l'Europa unita per evitare che dovessimo andare spersi, con un sacco di biancheria e cose, come l'uomo con la bicicletta (chissà, forse il marito della donna?). E dietro altri e altre, tanti. Sempre troppi. 
L'avrei messo nella copertina, quel viso bello e disperato. Ma queste son cose di sentimenti, e le mettiamo - per ora - da parte. 

Per suggerire una traccia di lettura, possiamo partire dalla interessante e rapida descrizione dell'attentato all'arciduca Francesco Ferdinando (prologo, pp.3-8), indicativo comunque di quanto il "caso" (il fato, qualcuno direbbe) ha parte nella cosiddetta Grande Storia (Princip aveva rinunciato, in un primo momento, pensando ad un fallimento del complotto che aveva organizzato con i compagni dell'associazione nazionalista "Giovane Bosnia"; poi un fatale errore dell'autista dell'arciduca riporta l'attentatore al suo disegno). 

Ed è ben spiegata - anche se inevitabilmente poco approfondita, essendo un saggio divulgativo - la dinamica che porta un'Europa teoricamente già molto interconnessa ("La preservazione della pace, nella centenaria tradizione del "concerto europeo", appariva ancora possibile in un continente dove gli Stati (...) erano monarchie legate fra di loro da vincoli di parentela.", p.33) a scivolare in una guerra tragica e spaventosa; dinamiche anche difficili da comprendere; o meglio: il "ragionamento" di ogni singolo Stato viene ben spiegato da Gentile, ma - con quel "senno di poi" che ci oscura a volte la comprensione della storia - restiamo basiti a vedere come non si sia riusciti a "frenare", a tentare un'altra strada. Difficile giudicare, ma anche impossibile non giudicare.

E' importante notare - per tentare di comprendere - come la percezione della guerra fosse molto diversa da quella che abbiamo noi, che in qualche modo abbiamo "introiettato" proprio la durissima lezione di due guerre mondiali (e forse ora le abbiamo "rimosse", ma sarebbe un discorso lungo...): "C'era un altro motivo che fece accettare come inevitabile una guerra evitabile: la convinzione che la guerra fosse un fenomeno ricorrente nella vita dell'umanità.(...) In effetti, nonostante i propositi e le dichiarazioni a favore della pace, i governanti che diedero inizio al conflitto europeo condividevano una concezione etica della guerra, elaborata nel corso dell'Ottocento e largamente diffusa nella cultura, sia nei paesi democratici che nei paesi autoritari (...)" (p.37).

Capire questo nodo "etico" è fondamentale io credo, sia per comprendere, appunto, come si sia potuto andare verso il vuoto senza frenare. Ma anche - e forse soprattutto - per capire se anche noi stiamo percorrendo un sentiero simile, magari senza accorgercene (anche se è sempre un'illusione che la storia possa essere maestra di vita, forse sono anche altre le dinamiche che in ultimo governano gli uomini, animali cosiddetti "razionali"...).

Molto interessante, con lo sguardo rivolto anche all'oggi, è il richiamo del contrasto fra la concezione della guerra "classica", come primato della "virtù eroica" degli uomini che la combattevano, e l'impatto delle nuove armi e della potenza di nuove tecnologie di battaglia ("il primato spettava non alla potenza delle armi bensì alla forza del carattere dei combattenti, alla loro disciplina, alla loro energia morale, alla loro volontà e determinazione di distruggere il nemico", p.19). 

In questo senso la figura di Cadorna ci appare simbolica di un mondo che non capisce la sua fine, che non la vede; e per il quale perciò la sconfitta è inevitabile, nella resa dei conti con la realtà (pp.88 e ss; e poi pp.137 e ss. su Caporetto). Questa "distonia" forse dice qualcosa anche di noi? per esempio: forse c'è ancora la dialettica "guerra tecnologica"/"guerra d'onore" in un mondo di guerre asimmetriche, globalizzate ma al tempo stesso molto localistiche?

Nel sesto capitolo - "La nuova guerra", pp.91-115, Gentile esamina tutti gli aspetti che irrompono in un'Europa che si apre tragicamente al nuovo secolo, con nuove tecnologie belliche, appunto, ma anche - paradosso della modernità, che emancipa mentre distrugge - chiamando le donne in "prima linea" nel lavoro (pp.101 e ss, stupenda la foto 49 di p.102, raffigurante donne operaie in una fabbrica di armamenti): la società - come sempre? - viene costretta a "superare" i suoi valori mentre li declama nella retorica ufficiale ("Nello stesso tempo, tuttavia, la propaganda patriottica continuava ad esaltare l'immagine tradizionale della donna(...)", p.104).

La Grande Guerra è stata anche la prova generale di tutto quello che abbiamo visto nel XX secolo: la ricerca del nemico interno (pp.106-109, dove viene ricordato anche il genocidio armeno), la demonizzazione del nemico quasi come in una guerra di religione (pp.109-115); il fenomeno della militarizzazione della politica, che è fondamento per il fascismo venturo: "Ciò che caratterizzò queste aggregazioni paramilitari nazionaliste fu l'adozione del cameratismo delle trincee come esperienza vissuta di una nuova identità comunitaria, assunta a modello di una coesione nazionale, fondata sul mito della Grande Guerra come fattore di rigenerazione della politica e della società" (p.185).

E infine, anche la cessazione delle ostilità, come il loro inizio, sembra arrivare inaspettata ("La fine imprevista" è il titolo del capitolo dedicato alle fasi ultime del conflitto, pp.149-156).

Si riemerge perciò dalla lettura di questo libro con più interrogativi di quanti si avevano in principio; si è intimoriti dal fatto che un continente che celebrava la prosperità si sia "suicidato" in una avventura senza ritorno: perché è avvenuto? possiamo rispondere? 

Dovremmo rispondere, in teoria; ma non riusciamo totalmente. 

Nella conclusione di questo bel saggio (che forse ha l'unico limite di non avere un apparato di note che potrebbe aiutare, in alcuni punti), Gentile  riporta le considerazioni di John Keegan, a cui lascio idealmente la parola per chiudere, perché ci dicono un po' di questo senso di smarrimento, di fronte a tanto orrore, mischiato - nel fango - a tanto coraggio:

"(...) "tutta la prima guerra mondiale è misteriosa. Sono misteriose sia le sue origini che il suo svolgimento"(...) "Come riuscirono milioni di anonimi, miserabili senza distinzione, uniformemente privati di qualsiasi briciolo di gloria che rende tradizionalmente tollerabile la vita di un uomo sotto le armi, a trovare la determinazione per sostenere la lotta e credere nei suoi scopi? Che lo fecero è una delle verità inconfutabili della grande guerra.(...) Uomini che la trincea avvicinò fino alla massima intimità arrivarono a legami di mutua dipendenza e di sacrificio di sé, più forti che in qualsiasi amicizia nel tempo di pace o di periodi più fortunati. Questo è l'ultimo mistero della prima guerra mondiale. Se riusciamo a capire il suo amore, insieme al suo odio, saremo più vicini alla comprensione del mistero della vita umana" (...)" (pp.217-218)

mercoledì 25 giugno 2014

Il Nodo E' Il Debito (da ilSole24Ore)

(...) La Bundesbank ha già lanciato l'allarme e chiesto di «rafforzare» anziché «allentare» le regole di bilancio. Renzi e Hollande dovrebbero stanare Sigmar Gabriel, capo dell'Spd, e farlo uscire dall'ambiguità. Fu Gabriel, dopo il vertice dei partiti a Parigi, ad annunciare la strategia di dilazione dei tempi in cambio di riforme di cui si discute fin dal 2013 sulle ceneri della proposta degli «accordi contrattuali» cara alla cancelliera. A ben vedere la distanza tra le parti non è grande. Infatti, come è noto ai lettori di questo giornale, i margini di allentamento dei vincoli del deficit non hanno mai messo in discussione il tetto del 3% sopra il quale scatta inesorabile una procedura di infrazione che irrigidisce le politiche di bilancio. La dilazione riguarda invece i tempi di rientro del debito. Si tratta di evitare la riduzione automatica annuale di un ventesimo dell'eccesso di debito che dovrebbe scattare dal prossimo anno. Una riduzione più graduale del debito implica anche un deficit più vicino al 3% che allo zero, giustificabile dai molti caveat inclusi nei trattati. (...)
 
di Carlo Bastasin - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/bPbZb2

Aborto, Il Dovere Di Informare

Il medico ha il dovere di informare. Di garantire alla paziente che richiede un aborto tutti i certificati necessari, di dare i consigli adeguati. Non solo: è tenuto alla prescrizione dei contraccettivi, pure "post-coitali". Insomma: se per legge può rifiutarsi secondo coscienza di operare un'interruzione volontaria di gravidanza, non può sottrarsi al suo compito di cura all'interno dei consultori familiari. Lo ha messo nero su bianco, per la prima volta, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, in un decreto da lui firmato sulla riorganizzazione dei servizi medici per la salute della donna.

Argentina Contro I Creditori

(...) Nella pagina a pagamento del governo (pubblicata domenica anche su New York Times, Washington Post e Wall Street Journal) si spiega però che questi “fondi avvoltoio” «non sono creditori originari» ma hanno «acquistato a prezzi stracciati titoli in default dopo il concambio, all’unico scopo di agire legalmente contro il paese e al fine di ottenere un guadagno strabiliante»: il fondo NML di Singer nel 2008 per esempio ha pagato 48,7 milioni di dollari per l’acquisto di titoli dichiarati in default e la sentenza della Corte suprema gli riconosce oggi un guadagno del 1.608 per cento (pari a 832 milioni di dollari).
Il comunicato si conclude con la speranza di negoziazioni «eque ed equilibrate». Per questo il governo argentino ha chiesto la sospensione della sentenza, in modo da poter rispettare la scadenza del 30 giugno per i pagamenti pattuiti con la maggior parte dei creditori e si è detto disponibile a cercare un nuovo accordo. Il giudice che aveva condannato a pagare il 100 per cento del debito ai fondi americani ha dunque nominato l’avvocato Daniel Pollack a «special master», incaricandolo cioè di condurre un nuovo negoziato tra le parti.(...)

Il Disordine Che Ignoriamo (dal Corriere.it)

(...) A ben vedere è proprio l’Isis il simbolo più rivelatore dei nuovi tempi. Sunniti come tutti i qaedisti ma scomunicati dalla vecchia Al Qaeda per eccesso di crudeltà (e ce ne vuole...), gli uomini dell’Isis vogliono ridisegnare quei confini che britannici e francesi imposero quasi un secolo fa con la ben nota lungimiranza delle potenze coloniali. Non soltanto per far nascere il loro Califfato, ma per affermare una dinamica eversiva e rigidamente settaria che è già la regola nella Siria che gronda sangue, che allarma già gli sciiti iraniani e ottiene invece una tacita comprensione dai sunniti sauditi. Davvero crediamo che la grande guerra inter-islamica non ci riguardi, e non riguardi il prezzo o le forniture di greggio? Che la mattanza siriana possa continuare a piacimento, che non possano saltare all’improvviso il Libano e la Giordania, che domani in Afghanistan non possa andare come oggi in Iraq, magari trascinando nella mischia anche il Pakistan e la sua atomica? E le molte centinaia, forse le migliaia di giovani europei che vanno a combattere con l’Isis e poi rientrano nei nostri tranquilli rifugi europei addestrati e fanatizzati, anonimi fino a quando decideranno di colpire? (...)
 

sabato 21 giugno 2014

Una Riforma Semplice Del Bicameralismo

Sarò banale, ma secondo me si superebbe il bicameralismo perfetto in modo migliore e più semplice se: 

1) si dimezzassero sia i deputati che i senatori senza cambiare altro nei sistemi di elezione;

2) si desse "primazia" alla Camera, assegnando ad essa la prima e la eventuale terza - ed ultima! - lettura della legge, lasciando al Senato la possibilità di una sola seconda lettura eventualmente modificativa (oppure confermativa, a quel punto non si procederebbe alla terza lettura).

I risparmi sarebbero garantiti, chissà forse anche maggiori e ci sarebbe una miglior efficienza, anche meglio visibile e comprensibile da tutti i cittadini. 

Mi sbaglio?

Francesco Maria

mercoledì 18 giugno 2014

Che fare In Iraq?

New York. Che fare? La più rivoluzionaria delle domande rimbalza nei corridoi dell’Amministrazione Obama a proposito della lacerante situazione in Iraq, figlia legittima di anni di traccheggiamenti nell’adiacente ginepraio siriano. Di fronte alle crisi internazionali di questi anni, la Casa Bianca ha insistito fino allo sfinimento sull’efficacia dello “smart power” e la varietà degli strumenti a disposizione del governo – dai droni alla diplomazia fino agli aiuti economici e al sostegno militare alle popolazioni ribelli – secondo l’idea obamiana che “non tutti i problemi hanno una soluzione militare”, ma l’avanzata repentina dei terroristi dell’Isis in Iraq restringe il ventaglio delle opzioni americane a tre alternative, nessuna delle quali è particolarmente desiderabile per Washington. La prima opzione è un intervento militare diretto; la seconda è una scivolosa alleanza di natura tattica con l’Iran nel nome del comune nemico sunnita; la terza è non fare nulla, un classico della politica estera obamiana.(...)
 
(...) Le colpe degli Usa Senza alcun dubbio gli Stati Uniti e i loro alleati hanno le loro colpe. La scellerata gestione del sistema iracheno nei mesi seguiti alla sconfitta di Saddam Hussein ha avuto un peso determinante nel fallimento del progetto di “nuovo Iraq” sorto in ambito neo-con. La terra dei due fiumi sarebbe dovuta divenire un faro di speranza, democrazia e stabilità nel cuore di una regione che – nonostante i molti alleati di Washington – era ottenebrata da autoritarismi, sperequazioni e violazioni quotidiane dei diritti umani più basilari. Essa sarebbe dovuta essere esempio e monito al tempo stesso, oltre che un alleato eccezionale dal punto di vista economico, politico e di sicurezza. Nel giro di pochi mesi, però, questo scenario è collassato sotto il peso di scelte errate, destinate a segnare l’Iraq per anni a venire: scioglimento delle forze armate, processo di de-baathificazione, passaggio immediato a un’economia di mercato e articolazione degli interessi della popolazione irachena su basi etno-settarie su tutte. Tali misure furono associate alla Coalition provisional authority di Paul Bremer III, ma gli errori americani furono più legati alla scarsa conoscenza degli equilibri locali e alla inadeguatezza dei preparativi per il “post-Saddam” che alle responsabilità – seppur importanti – di una singola persona o istituzione. Eppure, al momento del loro ritiro nel dicembre 2011 (una scelta frutto più dell’intransigenza della dirigenza irachena che dell’effettiva volontà di disengagement americana) gli Stati Uniti erano riusciti con gran dispendio di risorse ed energie a lasciare un Iraq, se non completamente pacificato, quantomeno non minacciato da un’insurrezione su ampia scala, con i resti dello milizie qaediste in fuga od operanti nell’ombra a Mosul e dintorni.
La responsabilità di al-Maliki Nel giro di pochi mesi, però, nonostante le rassicurazioni fornite a Washington, Nuri al-Maliki – il premier sciita alla guida del Paese dal 2006 – impresse una svolta significativa alla propria linea politica, dando il via ad una lotta senza esclusione di colpi contro le forze di opposizione, soprattutto quelle in quota arabo-sunnita. A farne le spese fu, nel dicembre del 2011, l’ex vice-presidente iracheno Tariq al-Hashimi, accusato di essere il mandante di una serie di attentati terroristici e condannato in contumacia, in seguito alla sua fuga in Kurdistan e da lì in Turchia e Arabia Saudita. Esattamente un anno più tardi, a cadere nella tela del primo ministro fu Rafi al-Issawi, allora ministro delle Finanze, che – a differenza di al-Hashimi – non sembrava altrettanto coinvolto nel bagno di sangue che aveva travolto il Paese tra il 2005 e il 2008. L’arresto di al-Issawi rappresentò la classica goccia che fece traboccare il vaso. (...)