martedì 15 novembre 2011

Libia: un'altra "missione incompiuta"?


E' veramente finita la guerra in Libia? Temo di no; temo che quanto si era detto - su quella che pareva essere una guerra senza orizzonte  - si stia rivelando vero, anche se non troppo pubblicizzato. Naturalmente tutti speriamo che il Cnt sappia conquistare un effettivo monopolio della forza nel paese, ma al momento attuale tale obbiettivo sembra ben lontano dall'essere raggiunto, tanto che dallo stesso governo libico è arrivata la richiesta alla NATO di rimanere almeno fino alla fine dell'anno. 

E' inevitabile che oggi la nostra attenzione sia rivolta all'emergenza economica, ma è il caso di riflettere su una politica estera - europea ed occidentale - che sembra sempre più in difficoltà nel discernere le informazioni, nel valutare le alleanze, nel definire i propri obbiettivi di medio e lungo periodo. 

Altrimenti le "guerre incompiute" rischiano di diventare un peso - politico, economico, e anche morale - molto rilevante per il nostro futuro.

Francesco Maria


(...)La spallata decisiva l’avevano data le tribù scese dalle montagne che circondano la piana di Tripoli, il Jebel. Una su tutte, tra le 140 che si dividono la Libia, i Wershifanna, che da allora controllano Al Maya. Al Zawiyah era passata invece alla cellula locale degli insorti, integrata nel Cnt, il Consiglio nazionale transitorio che ha sostituito al potere Gheddafi. Milizie, da riorganizzare secondo gli intenti del Cnt in un’armata nazionale regolare, destinate ad assicurare l’ordine, fermare saccheggi e vendette che ancora continuano, come ieri hanno notato «con preoccupazione» i ministri degli Esteri dell’Unione europea. Un lavoro duro, sporco e pieno di «incidenti». Ma ieri ad Al Maya c’è stata una battaglia in grande stile, a colpi di cannone, razzi anticarro e kalashnikov. Le milizie del Cnt hanno avuto la peggio. In tutto, sette morti.(...) La Libia è un bazar a cielo aperto con centinaia di depositi e caserme da riprendere prima che siano spolpate, tanto che il presidente del Cnt, Mustafa Abdel Jalil, ha auspicato che la missione della Nato continui «almeno fino alla fine dell’anno».(...)




Rapporto Einaudi (Sole 24 Ore)

(...) Il professor Deaglio ha illustrato alla stampa il Rapporto con il pensiero rivolto al presidente del Consiglio incaricato Mario Monti, affermando che il compito che attende il nuovo Governo sarà tutt'altro che facile e soprattutto che non basterà tagliare, ma bisognerà dare all'economia «anche un po' di ricostituente». Le risorse andranno trovate stando attenti a non colpire né i consumi, né gli investimenti: «Per esempio ci sono prodotti finanziari che non hanno contenuti italiani, come gli hedge fund», ha detto Deaglio, secondo cui «La strada per la ripresa dovrebbe passare anche attraverso il prelievo sui patrimoni» (...) di Piero Fornara - Il Sole 24 Ore

Bce inerte in nome del dogma teutonico (Sole 24 Ore)

(...) Di certo la Bce è rimasta l'unica banca a non voler stampar moneta, dopo che la troppo disinvolta politica monetaria della Fed ha costretto Giappone, Svizzera e Inghilterra a imitarla. Di certo la Bce è rimasta l'unica banca a sostenere di fatto la propria valuta, indebolendo la competitività di gran parte dei Paesi membri, già schiacciati da una crisi finanziaria senza precedenti e da un forte rallentamento economico (...). di Walter Riolfi - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/Q8PU1

venerdì 11 novembre 2011

"Stato e mercato oltre la crisi" (Mario Monti)

Nel giorno in cui Mario Monti inizia la sua attività di Senatore segnalo nuovamente uno degli articoli che l'ex Commissario UE ha scritto per il Corriere, perché mi pare il più denso di segnali di cui tenere conto per quella operazione di ricostruzione di cui ha bisogno questo paese, al di là degli estremismi intellettuali di chi sogna un ritorno allo Stato eccessivamente regolatore e/o salvatore di imprese, e quello opposto di chi vede un mercato totalmente libero, totalmente autoregolamentato, e "disincarnato" dalle comunità in cui si muove, ambedue visioni quanto mai pericolose, oggi. Con Mario Monti dobbiamo tentare di difendere (in Italia sarebbe meglio dire "di implementare realmente") un'economia sociale di mercato, che tenga insieme libertà di impresa e difesa della dignità della persona, anche dal punto di vista dei suoi diritti sociali, oggi inevitabilmente a rischio.

Francesco Maria Mariotti

(ps: grassetto e corsivo sono miei)
(...) Ma, nella ricerca di nuove configurazioni nell'economia sociale di mercato, sarebbe pericoloso lasciarsi guidare semplicemente dall'insofferenza verso la disciplina imposta dalle regole del bilancio pubblico o da quelle del mercato. Soprattutto, converrà tenere ben presenti tre considerazioni. In Italia, anche per il ritardato avvicinamento alla cultura del mercato, vi sono ambiti in cui il quantum di «mercato» è ancora insufficiente: o perché non è ancora stato introdotto mentre sarebbe opportuno farlo, oppure perché mercato vi è, ma insufficientemente concorrenziale o non adeguatamente vigilato. Nei confronti internazionali l'Italia è di solito tra i Paesi i cui mercati — per modalità di regolamentazione, funzionalità ed efficienza -—sono considerati ampiamente perfettibili. Nel valutare l'opportunità di un ruolo maggiore per il «pubblico», sarà necessario sostenere gli sforzi, che sono in corso, per accrescere l'impegno e l'efficienza nelle pubbliche amministrazioni ma senza dimenticare che, tuttora, la funzionalità che le caratterizza non brilla, nei confronti internazionali, per capacità di contribuire alla crescita e alla competitività del paese.

E andrà tenuto presente che «pubblico» non deve significare discrezionale e arbitrario. Sarebbe questo il modo migliore per far cadere ulteriormente l'attrattività dell'Italia come luogo di investimento da parte delle imprese internazionali. Soprattutto, è essenziale evitare che un maggiore «volontarismo» dei pubblici poteri, in sé lodevole, si traduca in interventi tali da creare una confusione dei ruoli tra Stato e mercato, tra politica e imprese. Fu proprio tale confusione di ruoli, soprattutto negli anni ’70 e ’80, a ledere il potenziale di crescita dell'economia italiana, a sprofondarla negli squilibri finanziari, a mettere in dubbio la sua capacità di far parte pienamente dell'Europa.

giovedì 10 novembre 2011

Salvare l'Italia, Rifondare l'Europa

Dobbiamo mantenere calma e lucidità anche se in questo momento è difficile.
Questo paese può risalire la china e risollevarsi, ma non deve perdere tempo.

Si era già scritto della necessità di un governo Monti e oggi ancora più forte lo voglio dire, anche per sostenere idealmente con la mia debolissima voce di cittadino il Presidente Napolitano.

Le misure urgenti che verranno messe in atto - patrimoniale (o prestito forzoso), vendita di beni pubblici, innalzamento dell'età pensionabile, o simili - potranno costare molto, e sarà giusto discutere di tutto (in tempi molto rapidi, rapidissimi), ma sarà un costo infinitamente minore di quello che potrebbe essere il disastro di un default.

Ed è soprattutto necessario saper raccontare di nuovo e coinvolgere ancora il paese in una prospettiva, classica ma sempre giovine, che è stato l'orizzonte principale per l'Italia dal dopoguerra ad oggi: l'Europa, nostra nuova Patria e - come ha detto Barroso - possibile nuova potenza emergente, se ci sarà la volontà politica.

L'Europa può essere salvata dall'Italia, se l'Italia si salva da sola, dicendo a tutto il mondo che questo paese ha la dignità per decidere in autonomia il proprio futuro e questo continente può rifondarsi, più unito e più forte, offrendo ancora al mondo il meglio di quel compromesso sociale che ha reso in anni passati l'Europa un vero faro di libertà, benessere, eguaglianza, solidarietà, giustizia

Mario Monti - di cui di seguito vi presento una scelta di articoli apparsi in questi anni sul Corriere della Sera - è l'uomo giusto per cominciare a raccontare una nuova Italia al mondo, una nuova Italia che risorge, unita alle altre nazioni europee.

Francesco Maria Mariotti


(...) Ma, nella ricerca di nuove configurazioni nell'economia sociale di mercato, sarebbe pericoloso lasciarsi guidare semplicemente dall'insofferenza verso la disciplina imposta dalle regole del bilancio pubblico o da quelle del mercato. Soprattutto, converrà tenere ben presenti tre considerazioni. In Italia, anche per il ritardato avvicinamento alla cultura del mercato, vi sono ambiti in cui il quantum di «mercato» è ancora insufficiente: o perché non è ancora stato introdotto mentre sarebbe opportuno farlo, oppure perché mercato vi è, ma insufficientemente concorrenziale o non adeguatamente vigilato. Nei confronti internazionali l'Italia è di solito tra i Paesi i cui mercati — per modalità di regolamentazione, funzionalità ed efficienza -—sono considerati ampiamente perfettibili. Nel valutare l'opportunità di un ruolo maggiore per il «pubblico», sarà necessario sostenere gli sforzi, che sono in corso, per accrescere l'impegno e l'efficienza nelle pubbliche amministrazioni ma senza dimenticare che, tuttora, la funzionalità che le caratterizza non brilla, nei confronti internazionali, per capacità di contribuire alla crescita e alla competitività del paese.

E andrà tenuto presente che «pubblico» non deve significare discrezionale e arbitrario. Sarebbe questo il modo migliore per far cadere ulteriormente l'attrattività dell'Italia come luogo di investimento da parte delle imprese internazionali. Soprattutto, è essenziale evitare che un maggiore «volontarismo» dei pubblici poteri, in sé lodevole, si traduca in interventi tali da creare una confusione dei ruoli tra Stato e mercato, tra politica e imprese. Fu proprio tale confusione di ruoli, soprattutto negli anni ’70 e ’80, a ledere il potenziale di crescita dell'economia italiana, a sprofondarla negli squilibri finanziari, a mettere in dubbio la sua capacità di far parte pienamente dell'Europa.


(...) «Possiamo limitare le conseguenze economiche e sociali della crisi mondiale per l'Italia, e creare anzi le premesse di un migliore futuro, se facciamo leva sui punti di forza e sulle più vive energie di cui disponiamo ». L'auspicio del Presidente Giorgio Napolitano trova fondamento nelle prove che l'Italia ha saputo dare in passato di fronte a gravi crisi: la terribile eredità della seconda guerra mondiale e in seguito il terrorismo, come ricorda Napolitano, ma anche, negli anni Novanta, le crisi della lira prima dell'approdo nell'euro.

Si è spesso notato che il nostro Paese riesce a dare il meglio solo in condizioni di emergenza, quando non è più possibile rinviare decisioni impopolari. Nei casi citati, si trattava però di emergenze specificamente italiane. Sapremo dare prova della stessa capacità di reazione ora che l'Italia è afflitta da una crisi grave, ma non specificamente italiana?(...)
«Dobbiamo considerare la crisi come grande prova e occasione per aprire al Paese nuove prospettive di sviluppo», ha indicato il Presidente Napolitano. Alla stessa ora, il Presidente Nicolas Sarkozy rivolgeva ai francesi parole molto simili: «Dalla crisi nascerà un mondo nuovo, al quale dobbiamo prepararci lavorando di più, investendo di più. Non aspettatevi che io fermi le riforme strutturali intraprese all'interno della Francia, esse sono vitali per il nostro avvenire, per diventare più competitivi ».

L'Italia affronta la crisi con una duplice pesante eredità, di cui il governo è ben consapevole: l'alto debito pubblico e riforme strutturali non ancora sufficienti. Il debito pubblico consiglia prudenza, ma oggi sarebbe imprudente non prendere misure espansive, reversibili nel tempo, adeguate alla gravità della crisi. Una simultanea accelerazione delle riforme strutturali, meglio se sostenuta da un impegno bipartisan e dall'adesione delle forze sociali, sarebbe ben colta dai mercati ed eviterebbe che il temporaneo maggiore disavanzo renda più gravoso il rifinanziamento del debito.

In questo modo, la durata e la profondità della crisi sarebbero minori. E l'economia italiana ne uscirebbe più moderna, meglio attrezzata per le sfide della competitività mondiale.


(...)Non si può avere un’unione monetaria senza una robusta unione economica.

L'euro non può prosperare se è «sospeso» su un'economia nella quale l'integrazione è incompleta e anzi rischia la disintegrazione, sotto la spinta dei nazionalismi economici e dell'affermarsi, in molti Paesi, di partiti ostili all’integrazione. Per assorbire gli shock che colpiscono i singoli Paesi, l'Eurozona deve avere un vero mercato unico, con alta mobilità delle risorse. Per l'Ue nel suo insieme, tale obiettivo è altrettanto importante. Oggi la crescita non può essere spinta né dai bilanci pubblici (che hanno urgenza di risanamento), né dalla politica monetaria (confidiamo anzi che la Bce riesca a evitare che gli acquisti di titoli di Stato, ora contemplati data l'emergenza ma contrari ai principi dell'unione monetaria, portino all'inflazione).(...)


Ciò che il Trattato inve­ce chiarisce bene, è che il presidente «assicura la pre­parazione e la continuità dei lavori del Consiglio eu­ropeo, in cooperazione con il presidente della Commissione» e «si ado­pera per facilitare la coesio­ne e il consenso in seno al Consiglio europeo». E' au­spicabile che il presidente sia una figura riconoscibi­le e carismatica, ma ciò che determinerà il suo con­tributo al successo dell'Eu­ropa sarà soprattutto la sua capacità di guidare un lavoro di squadra e di dare nuovo impulso, in piena cooperazione con il presi­dente della Commissione, al metodo comunitario.


E' l'ora di un Prestito forzoso?

Dobbiamo tentare di essere lucidi, anche se è difficile in queste ore. Andare subito a elezioni è inutile: è l'ora di un governo tecnico di solidarietà nazionale e le mosse di Napolitano sembrano andare in questo senso.


Per fare cosa? Una misura di emergenza potrebbe essere quella del prestito forzoso, che in qualche modo - anche se il senso dell'iniziativa voleva essere diverso - è stata anticipata dall'appello di un cittadino apparso sul Corriere della Sera nei giorni scorsi.


Una mobilitazione volontaria può essere un'idea anche molto bella, ma probabilmente poco efficace.


Il momento drammatico richiede rapidità e certezza di "risultato".
Una patrimoniale? Si può anche fare un prelievo straordinario "classico" "una tantum", ma sono da tenere in conto molte controindicazioni; e per una riforma fiscale più complessiva sarebbe meglio non agire sotto emergenza.


A questo punto io personalmente accetterei anche un prelievo sui conti correnti, come fece Giuliano Amato nel 1992, ma forse la proposta del prestito forzoso, non certo rivolto a tutti, (dettagli nell'articolo qui riportato, apparso sul Corriere della Sera del 7 settembre scorso), può essere più accettabile.

(i grassetti nell'articolo sono miei, FMM)

(...) Occorre alleggerire la pressione sui titoli di Stato per dare sufficiente spazio e tempo al programma di riforme per la crescita. Come fare? Un elemento di sovranità nazionale che gli Stati possono ancora mobilitare è la tassazione. Partiamo quindi dal dibattito su una possibile patrimoniale in aggiunta alla manovra corrente, una misura difficile da introdurre sul piano sia politico che tecnico. La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è molto concentrata: circa il 50% in mano al 10% più ricco. Tale potrebbe essere la base imponibile di una patrimoniale. Di recente si è già parlato della possibilità di un intervento proattivo della parte più facoltosa del Paese, pronta a contribuire al risanamento economico e finanziario del Paese stesso. Tuttavia sarebbe rischioso procedere ad una riforma fiscale sotto la pressione del breve termine. Una patrimoniale sarebbe certo una misura di equità, ma andrebbe strutturata rispettando l' insieme del sistema fiscale per essere nel contempo giusta ed efficiente. Se tutti i Paesi europei modificassero la fiscalità sotto la pressione delle circostanze, senza coordinamento, ne nascerebbe una acerrima concorrenza fiscale. Come sfruttare questo elemento di sovranità, e ridare forza al Paese sui mercati, evitando però gli svantaggi di una nuova imposta? Tramite un prestito forzoso. Proponiamo quindi di introdurre un prestito forzoso decennale, nella forma di una sottoscrizione ad una o più emissioni dedicate di titoli di Stato. A parità di gettito, tale proposta, implicando la restituzione del patrimonio a scadenza dei titoli, sarebbe più accettabile per gli interessati e anche più equa, in quanto i titoli vengono sottoscritti dai contribuenti più abbienti, ad un tasso di interesse basso, simile a quello pagato sui titoli tedeschi. Già in Francia il prestito forzoso è stato utilizzato con successo, ad esempio dal governo Mauroy, per facilitare, nei primi anni Ottanta, il rimborso del debito estero.(...)

lunedì 7 novembre 2011

"Per l'Italia un lavoro solidale di tutte le parti sociali" (Bernabè sul Corriere)


L'intervista che Franco Bernabè ha rilasciato oggi al Corriere è molto interessante, per due motivi:

1. si segnala ancora una volta la necessità di un ripensamento in tempi strettissimi del ruolo della BCE, ormai punto necessario di un "rottura" dell'ordinamento costituzionale europeo, che costringa i governi europei a dare una soluzione politica alla crisi finanziaria: una Banca, una Europa.

2. è motivo di riflessione la difesa del metodo della concertazione: sono necessarie riforme radicali dell'ordinamento economico e politico italiano, ma questo paese deve costruirle con un percorso il più possibile unitario; non è possibile aprire in questo momento una fase di conflitto. La politica deve saper ridefinire un nuovo patto sociale; un patto, comunque; quindi non la vittoria di una parte del paese contro l'altra, non il prevalere di una generazione contro l'altra. I veri riformatori non gridano contro parti della società, ma costruiscono.

Soprattutto su questo punto è il caso di riflettere, in un momento in cui ogni cittadino rischia di convivere con la paura: è necessario che la politica ritrovi la capacità di raccontare il senso del nostro stare assieme. 

Può sembrare paradossale, ma oggi i tecnici e i grand commis sembrano più consapevoli dei politici della necessità di dire parole di unione e non di divisione. 

Francesco Maria


(...) «La crescita non viene da ricette miracolose. Non dalla vendita delle caserme, dalla patrimoniale o dalla soppressione dell`articolo 18. C`è una domanda interna da salvaguardare. E la ripresa non verrà nemmeno dalla ricerca di una contrapposizione tra sedicenti riformisti e presunti conservatori. Verrà da un vasto numero di riforme strutturali, dal duro lavoro giorno per giorno, e dalla condivisione di questa fatica tra le persone e ì ceti sociali che il governo deve favorire dando anzitutto esempi di serietà e poi costruendo l`unità del Paese. Giusto per capirci in Telecom gli accordi li ho fatti anche con la Cgil. E sono buoni accordi: riduzione dei costi e difesa del potere d`acquisto delle persone»



Meglio la concertazione di Ciampi delle sfide di Marchionne? 
«Ciampi ha salvato l`Italia e l`ha portata nell`euro. L`Italia non ha bisogno di contrapposizioni ideologiche ma di un lavoro solidale di tutte le forze sociali» (...)

Come mai il Giappone, che un debito pari al doppio del Pii e una crescita inferiore a quella italiana, vive sereno? 
«Perché il risparmio giapponese, elevatissimo, è investito nei titoli del proprio Paese e tutti sanno che, ove occorresse, la Bank of Japan stamperà tanti yen quanti servono a battere la speculazione. Lo stesso possono fare la Federal Reserve e la Bank of England. La Bce no».

I Trattati lo impediscono.
«È così, ma Roosevelt diceva che quando la casa del vicino brucia non gli chiedi un deposito cauzionale sull`idrante ma corri a spegnere l`incendio se non vuoi che bruci anche la tua. I Trattati andranno interpretati in attesa di aggiornarli»


Facile a dirsi. Ma che fare? 
«Ci vuole un governo credibile almeno sul medio periodo, perché la crescita avrà bisogno di tempo, e capace di negoziare autorevolmente con gli altri Paesi per convincere la Germania che è necessario avere un vero prestatore di ultima istanza che assicuri la necessaria liquidità ai debiti pubblici» (...)

domenica 6 novembre 2011

"Il nostro compito non è quello di rimediare agli errori della politica" (laStampa)


(...)Cosa pensa dell’acquisto di bond?
«Dovrebbe essere limitato nella quantità e nel tempo e avere come unico obiettivo quello di garantire il pieno meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Ma se osserviamo che i nostri interventi vengono minati dai mancati sforzi dei governi nazionali, dobbiamo porci il problema degli incentivi».
Vuol dire che smetterete di comprare titoli se l’Italia non riuscirà a fare le riforme che ha promesso alla Ue? «Se il board della Bce arriva alla conclusione che le condizioni che lo hanno spinto a prendere una decisione non esistono più, è libero di cambiare questa decisione in qualsiasi momento. È il contenuto perenne delle nostre discussioni». (...)
Cosa pensa della situazione italiana?
«Ogni Paese ha una responsabilità. Finché molte decisioni economiche vengono prese esclusivamente a livello nazionale, si arriva regolarmente a effetti di contagio. Questa consapevolezza non è ancora abbastanza diffusa. Si continuano a prendere decisioni guardando solo all’elettorato, anche se gli effetti riguardano anche i non elettori, dentro e fuori il Paese». (...)
La Bce può diventare un “prestatore di ultima istanza”? «Non siamo affamati di potere e non vogliamo mandati ulteriori. Siamo molto soddisfatti con il compito che ci è stato attribuito dal Trattati. E siamo orgogliosi, come dice Trichet, di soddisfarlo. La nostra preoccupazione, tuttavia, è che il nostro compito venga aggravato se altri settori della politica, sui quali non abbiamo il controllo, non si attengono alle loro responsabilità. Il nostro compito non è quello di rimediare agli errori della politica». (...)
In Italia si parla molto del caso Bini Smaghi. Lei cosa ne pensa?
«Ha un mandato di otto anni. Non c'è scritto nel Trattato che se uno viene da uno specifico ministero del Tesoro ha il diritto a un posto nel direttorio Bce. Lo spirito dei Trattati è che ognuno di noi dovrebbe lasciare il passaporto nel guardaroba, quando partecipa alle riunioni». (...)

sabato 5 novembre 2011

PER AIUTARE GENOVA E LA LIGURIA


Raccolta fondi del Corriere e del Tg La7


Dopo l'alluvione che ha colpito Genova e le zone limitrofe, la raccolta fondi «Un aiuto subito» promossa dal Corriere della Sera e dal Tg La7 viene estesa al capoluogo ligure e ai paesi interessati dal nubifragio. A oggi la raccolta per il Levante ligure e la Lunigiana ha superato quota 3 milioni di euro. Fino al 28 novembre si può donare tramite sms (da due euro ciascuno) da tutti i cellulari o da rete fissa tramite il «numero solidale» 45500 fino al 28 novembre.

I versamenti si possono effettuare sul c/c IT80O0306905061100000000567 «Un aiuto subito » aperto presso la Banca Intesa Sanpaolo, filiale di Roma, viale Lina Cavalieri 236.
26 ottobre 2011(ultima modifica: 05 novembre 2011 06:38)

Il punto di non ritorno (Mario Calabresi - la Stampa)


In altri tempi Silvio Berlusconi tornando dalla Costa Azzurra si sarebbe fermato a Genova, in altri tempi avrebbe speso un poco del suo tempo per mostrare attenzione verso una regione in cui le acque hanno ucciso 16 persone in meno di una settimana. Il nostro premier ogni giorno di più mostra di aver perso il contatto non solo con l’Italia ma anche con la realtà.(...) Se la barriera costruita intorno alle nostre emissioni ancora regge è solo grazie ai continui acquisti della Banca centrale europea guidata da Mario Draghi. Ma se i nostri partner, a partire da Francia e Germania, lanciassero il segnale che non si possono continuare a spendere i denari di tutti per tenere a galla l’Italia allora il disastro sarebbe assicurato.(...) Per questo è diventato obbligatorio chiedersi come Berlusconi speri di salvarsi e di salvarci, cosa possa ancora fare per cercare di far cambiare rotta agli eventi. Siamo vicini al punto di non ritorno, al momento in cui il cambio di governo sarà dettato da eventi esterni, possono essere questi i mercati o i partner europei, oppure da una drammatica votazione parlamentare su provvedimenti economici. Nessuno si merita una situazione e un finale di questo tipo, non l’Italia e nemmeno Berlusconi.E’ ancora in condizione di scegliere lui i tempi e i modi per un passo indietro, sarebbe un gesto sensato verso il Paese, verso la sua maggioranza e i suoi elettori. Per farlo però dovrebbe aprire gli occhi e guardare a quanto è cambiato lo scenario che lo circonda, scoprirebbe che la crisi stringe l’Italia e l’Europa, che gli italiani hanno bisogno di normalità e tranquillità e sono sfiniti dalle prove di forza, dai giochi di Palazzo e dalle battute.

venerdì 4 novembre 2011

Un banchiere per la crescita (dal Sole 24 Ore)

(...) Il taglio dei tassi non risolverà i problemi dell'economia dell'eurozona, però indica che la Bce è pronta ad agire rapidamente, e probabilmente, anche se Draghi non lo ha voluto confermare, a questo ribasso ne seguirà un altro. E non risolverà la crisi del debito sovrano: per questo, Draghi ha rimandato la palla nel campo dei governi, come aveva sempre fatto da governatore della Banca d'Italia. L'accoppiata risanamento dei conti/riforme strutturali, ripetuta ieri a Francoforte anche dal suo successore in Via Nazionale, Ignazio Visco, continua a essere il suo mantra. È così che si abbassano gli spread, non con gli interventi della Banca centrale sul mercato dei titoli di Stato. Sui quali Draghi non ha offerto risposte diverse da quelle di Trichet. (...) di Alessandro Merli - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/mvQL0


Leggere anche: "Un americano a Francoforte"



(...) Una Bce che con Draghi nonostante le lodi del modello Bundesbank approda sulle sponde del credito facile? Per rendersi conto che non sarà così è sufficiente la lettura dell'ultimo rapporto - dieci giorni fa - del Financial Stability Board , che Draghi guida da alcuni anni e al cui vertice il G-20 di Cannes nomina ora il suo successore. Il rapporto, l'ultimo licenziato da Draghi, dà il colpo di grazia alla teoria cara un tempo a Greenspan e Bernanke del savings glut, dell'eccesso di risparmio, e indica fornendo cifre e passaggi raggelanti che il vero problema è stato ed è quello dell'eccesso di credito non regolato, in uno shadow banking che arriva ormai a controllare, e senza regole, il 30% del sistema finanziario globale, derivati esclusi. Tassi più bassi, ora, e regole più alte. di Mario Margiocco - Il Sole 24 Ore - leggi su http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-11-04/americano-francoforte-063641.shtml?uuid=AarNOaIE 

giovedì 3 novembre 2011

BCE In Azione - Un Nuovo Inizio?

Nel suo libro Lombard Street, Walter Bagehot ha citato Jeremiah Harman, il governatore della Banca d'Inghilterra durante la crisi degli anni 1825-1826: «Abbiamo dato a prestito... con tutti i mezzi possibili e in modalità mai adottate prima; abbiamo accettato azioni come garanzie, abbiamo comprato dei buoni del Tesoro, abbiamo dato anticipi sui buoni del Tesoro, non solo abbiamo scontato direttamente, ma abbiamo anche dato degli anticipi enormi sui depositi di cambiali, in breve, in ogni modo compatibile con la sicurezza della Banca, e siamo stati più che generosi in molti casi. Vedendo lo stato spaventoso in cui versava il pubblico, abbiamo dato tutta l'assistenza in nostro potere...». Lo statuto della Banca d'Inghilterra non conferiva l'autorità legale necessaria a intraprendere queste operazioni per la stabilità finanziaria proprie di un prestatore di ultima istanza. Ma la Banca le fece comunque. di J. Bradford DeLong * - http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-11-03/convinta-stessa-063929.shtml?uuid=Aapc2GIE&fromSearch 

L'ottima mossa odierna di Mario Draghi è l'inizio di un percorso di aggiornamento dell'azione della BCE? Lo vorremmo, perché l'emergenza lo impone, ma non può essere la sola BCE a fare passi avanti, pena uno squilibrio non accettabile. Se cambiasse nei fatti il ruolo dell'Eurotower di Francoforte, anche Bruxelles, e tutte le capitali europee naturalmente, dovrebbero prendere atto della "rottura dell'ordine costituzionale europeo", e della necessità di un nuovo inizio.

Francesco Maria

Europa, l'Emergenza e il Futuro


Segnalo il Manifesto per l'Europa, pubblicato dal Sole24Ore, seguito da una lettera di Carlo Azeglio Ciampi: è un tentativo di riassumere le riforme necessarie per costruire una Europa politica che possa sanare la zoppìa della nostra costituzione continentale.

In questo momento di tensione, però, questi progetti, anche se ambiziosi e giusti, potrebbero non bastare, non essere abbastanza veloci: nell'emergenza - quasi bellica, oserei dire, viste anche le tensioni fra gli stessi paesi europei - potrebbero essere necessarie manovre totalmente straordinarie, fatte senza aspettare le riforme dei Trattati e la formale estensione del mandato della BCE (già ipotizzate nel punto 2 del Manifesto). 

Mi pare vadano in questa direzione i suggerimenti di Martin Wolf a Mario Draghi che ho già riportato in altro post, ma che ripropongo.

I governi europei sanciscano i principi di fondo di questa nuova costituzione politica e "coprano" politicamente l'azione del nuovo Presidente della BCE, se sarà necessaria.

Per quanto possa sembrare paradossale, non possiamo che salvarci da soli, come Italiani; ma non possiamo più salvarci da soli, come Europei. E dobbiamo andare oltre il "normale" mercato, per salvare il mercato, il nostro lavoro, i nostri risparmi, le nostre libertà. 

Oggi forse nell'assurdità del caso Grecia e nell'angoscia del caso Italia muore un fantasma di Europa; e - forse, speriamo - può sorgere realmente l'Europa politica, nostra nuova patria.

Francesco Maria


(...) Muoversi speditamente verso un vero Governo dell'economia, decidendo in fretta se scegliere la strada di un supercommissario europeo, appena intrapresa dall'Esecutivo Ue di José Manuel Barroso, o di un ministro delle Finanze europeo, proposta dal presidente uscente della Bce, Jean-Claude Trichet. Uno strumento efficace per sostenere la crescita, convogliando risorse verso infrastrutture che possono stimolare la competitività, è quello degli Euro project bond, ovvero obbligazioni comuni finalizzate al finanziamento di grandi progetti. Per dissipare i dubbi del mercato appaiono poi preziosi gli Euro union bond, (...)

di Daniele Bellasio e Enrico Brivio - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/hsLXd

(...) La missione di una sola moneta per nazioni che nel Novecento erano nemiche in armi e ora si ritrovano sotto l'unico mantello dell'Euro, moneta forse "visionaria", ma proprio per questo più forte perchè fondata sulla storia di popoli antichi e sul futuro di un continente destinato, si spera il più presto possibile, a guarire l'attuale zoppìa politica. È, questo, l'unico vero male dell'Europa: la mancanza di una vera leadership unitaria, di una vera politica economica comune che, certo, nessun vertice bilaterale potrà sanare in modo serio e duraturo. Uno squilibrio destinato, prima o poi – con la persuasione della ragione politica o con la forza brutale mostrata finora dai mercati finanziari - ad essere superato (...) di Carlo Azeglio Ciampi - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/WInpG

(..) Qualsiasi sforzo da parte della Bce per trasformarsi in quel prestatore di ultima istanza di cui gli Stati membri hanno bisogno scatenerà un fuoco di fila di proteste. Diranno che la Banca centrale potrebbe rimetterci, che si rischia di aggravare l'azzardo morale e di scatenare l'inflazione. Per la prima di queste obiezioni, la risposta corretta è: e allora? Lo scopo di una Banca centrale è quello di stabilizzare l'economia di un Paese, non di fare soldi; anzi, ci sono molte più probabilità di perdere soldi con interventi titubanti che con interventi energici ed efficaci. (...) di Martin Wolf - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/2L6lo

lunedì 31 ottobre 2011

Le mosse di Draghi, le responsabilità dell'Italia


Con le notizie di questi giorni, si deve dire, innanzitutto, che per noi italiani è ora di cambiare governo. E' ora di un governo tecnico di unità nazionaleLo si è già detto da queste parti, lo si ripete: inutili nuove elezioni, soprattutto perché si rischia di perdere tempo, con l'aggravante di ritrovarci con Camere ancora immobili.

Sarà però anche l'ora di mosse straordinarie e poco ortodosse a livello europeo, come quelle che ha suggerito pochi giorni fa Martin Wolf a Mario Draghi nell'articolo che segnalo più sotto? Forse sì, ma allora i governi d'Europa dovrebbero cedere parte della loro sovranità fiscale in maniera tangibile, evidente, irrevocabile: come minimo, un Ministro delle Finanze europeo, come da tempo viene proposto

E una mossa come quella qui suggerita non può diventare la scusa per evitare di ridurre il nostro debito; e non può diventare LA regola del comportamento BCE, a meno che non si strutturi una politica europea complessiva, che non sia solo la guida di un Direttorio Franco-Tedesco, che rischia alla lunga di creare un rigetto nazionalista nella cittadinanza di altri paesi.


Francesco Maria 

Caro Mario, congratulazioni e condoglianze: la prossima settimana Lei assumerà uno degli incarichi più importanti delle Banche centrali nel mondo, ma dovrà anche accollarsi una responsabilità pesantissima. Solo la Bce ha il potere di spegnere l'incendio che divampa nella zona euro.(...) Qualsiasi sforzo da parte della Bce per trasformarsi in quel prestatore di ultima istanza di cui gli Stati membri hanno bisogno scatenerà un fuoco di fila di proteste. Diranno che la Banca centrale potrebbe rimetterci, che si rischia di aggravare l'azzardo morale e di scatenare l'inflazione.(...) L'espansione della base monetaria non determina automaticamente un'espansione dell'offerta complessiva di moneta, come lei sa bene. Anzi, nel corso della crisi che stiamo vivendo, base monetaria e offerta di moneta hanno seguito strade differenti in tutte le grandi economie. È questo che significa una crisi finanziaria. (...) Se l'Eurozona vuole avere qualche speranza di aggiustamento con crescita, le cose devono cambiare, e subito. L'Eurozona rischia un'ondata di crisi bancarie e dei conti pubblici. Il Fondo europeo per la stabilità finanziaria non è in grado di fare da argine, solo la Bce può farlo. È l'unica istituzione comune a tutta l'Eurozona, e in quanto tale ne ha il dovere. Ne ha anche il potere. Mi dispiace, Mario, ma Lei dovrà scegliere fra accontentare i falchi della moneta e salvare l'Eurozona. Scelga la seconda opzione, spieghi perché fa questa scelta e si ricordi: la fortuna aiuta gli audaci.
Suo Martin
  

venerdì 28 ottobre 2011

Donne In Guerra


(...) «Dobbiamo perquisire le donne sotto i burqa, entrare nelle case e nelle camere dove si trovano per cercare nascondigli di armi, e interrogarle per ottenere informazioni sui taleban». Poiché in Afghanistan il 71 per cento della popolazione è composto da donne e bambini, ciò significa che le due donne commando assegnate a ogni unità delle truppe speciali partecipano a pieno titolo ad azioni e perquisizioni, affrontandone i rischi conseguenti. Ashley White faceva parte del secondo gruppo di donne combattenti ed era stata assegnata a un «Support Team» di due donne aggregato a un’unità di 12 Rangers. Sabato notte era appena entrata in un villaggio nei pressi di Kandahar quando l’esplosione di un ordigno-trappola lasciato dai taleban l’ha uccisa, assieme a due compagni. (...) Maurizio Molinari racconta della prima donna soldato Usa morta in combattimento, in Afghanistan


Per quanto si possa declinare pienamente la parità uomo - donna, il limite della guerra risulta in qualche modo insuperabile, difficile da accettare in tutto e per tutto. Anche se forse è sbagliato, poiché è forte - e violenta - la donna come l'uomo, e non dobbiamo rimuovere questo aspetto, anche se può andare in conflitto con le nostre visioni. 


Eppure, diciamo così, fa effetto, scusate l'espressione semplice. 
Come può essere bello vedere la donna in divisa, tenere insieme forza, eleganza, anche sensualità, tanto può essere orribile pensarla distrutta da una bomba, violentata da un nemico, sfregiata nella sua femminilità. La differenza con l'uomo c'è, mi pare impossibile negarlo.


Nessuna nostalgia di separazioni, ma quasi un monito, un segnale, un po' imperscrutabile. 
O forse nettissimo: ormai non c'è più limite. Forse non c'è mai stato, e semplicemente oggi lo si vede in maniera dannatamente più chiara, e non possiamo più nasconderci nelle forme della separatezza per poter custodire la grazia femminile. 


Che c'è, però, ed è distinta, è cosa "altra" dallo stile maschile, ed è cosa "altra" forse anche dalla donna che la incarna. 
E' segno del divino, da sempre.


Onore al soldato Ashley White, morta combattendo.

giovedì 20 ottobre 2011

“CRESCITA, CAPITALE UMANO, ISTRUZIONE”, Un intervento di Ignazio Visco dal sito di Banca d'Italia


INTERVENTO DEL VICE DIRETTORE GENERALE DOTT. IGNAZIO VISCO A GENOVA ALLA CERIMONIA DI INAUGURAZIONE DELL’ANNO ACCADEMICO 2007/2008 DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI (16-02-2008)

Quando si considerano, però, non tanto le fluttuazioni cicliche intorno al potenziale di reddito che un'economia può generare ma piuttosto la crescita economica e i livelli di benessere ad essa associati, occorre guardare alle tendenze di fondo, in ultima analisi alla crescita della produttività del lavoro. E nel nostro Paese da troppo tempo essa è particolarmente bassa, il progresso tecnologico è modesto, e l'utilizzo nei processi di produzione dell'innovazione altrove prodotta è insufficiente. Poiché non vi sono ricette magiche che consentano di innalzare in poco tempo e in misura significativa il tasso di crescita potenziale della nostra economia, occorre procedere su molti fronti, con fatica, con pazienza, con perseveranza, rimuovendo inefficienze e vincoli dovuti a regolamentazioni obsolete, ad amministrazioni arretrate o alla difesa di interessi particolari. Soprattutto, occorre fare uno sforzo massiccio sul fronte dell'istruzione, nella scuola secondaria come nelle università. Occorre renderla moderna, adeguata al nostro tempo, con maggiore attenzione alle discipline scientifiche e tecniche, eppure non tralasciando la nostra grande tradizione culturale ma trasmettendola con originalità alle nuove generazioni. Ci vorrà tempo e impegno. Ma da qui si deve partire.
Testo integrale in pdf: 
http://www.bancaditalia.it/interventi/intaltri_mdir/visco_1602/visco_16_2_08.pdf

Lezioni dalla Crisi (da: AspenInstitute)

(...) C'è però anche un'altra lezione che la crisi ci ha insegnato, e che stiamo forse imparando. Una volta stabiliti in questo modo i principi, i parametri e le regole dell'azione comune (in questo caso, il sempre più stretto coordinamento delle politiche fiscali), la sua implementazione – che comprende monitoraggio e sorveglianza, early warning e, se necessario, imposizione di misure correttive o addirittura punitive – non può e non deve essere lasciata al livello intergovernativo.
L'inizio del non rispetto delle regole dell'Unione monetaria risale, come ci ricorda spesso Mario Monti, al Consiglio ECOFIN del 2003 che decise di accantonare le raccomandazioni della Commissione sul deficit eccessivo di Germania e Francia, creando un precedente che avrebbe poi fatto scuola. Il vincolo dell'unanimità, che pone problemi già a livello di presa delle decisioni (come nel caso della Slovacchia nei giorni scorsi), ne crea ancora di più a livello di enforcement. E i tempi di maturazione delle crisi sono comunque tali da richiedere una rapidità di (re)azione che i meccanismi politici e le disposizioni legali attuali rendono quasi impossibile: non è un caso che l'istituzione rivelatasi più efficace nella gestione della crisi - anche a costo di forzare il proprio mandato e svolgere funzioni di supplenza - sia stata la BCE, cioè la più tecnocratica e "a-politica" delle istituzioni UE.
Non è insomma un caso che, dopo la fase di politicizzazione intergovernativa dell'ultimo anno e mezzo, si stiano moltiplicando le richieste di un rilancio delle istanze 'neutrali' e dei poteri sovranazionali. (...)

giovedì 13 ottobre 2011

"Salvando noi stessi contribuiremo in modo decisivo alla salvezza dell’Europa." (Mario Draghi)



(...) L’Italia, che in età giolittiana si era inserita nella prima globalizzazione, restò al margine anche del tenue sviluppo di un’Europa soffocata dal protezionismo. Le velleità, purtroppo ricorrenti, del poter fare da soli furono negli anni Trenta duramente smentite dai fatti, soprattutto nel nostro paese, preda della demagogia autarchica.
Le classi dirigenti postbelliche appresero questa lezione. In condizioni economiche e sociali tra le più difficili mai affrontate dal paese, impegnarono con decisione l’Italia nel processo di integrazione internazionale ed europea. La loro lungimiranza e il loro coraggio politico rappresentano, insieme alla riconquistata democrazia, uno dei pilastri su cui si è fondata la mirabile crescita economica e civile della nazione.
Restare oggi fedeli alla scelta dei nostri padri, rafforzare la nostra posizione in Europa, significa imprimere un forte impulso alla crescita, ridurre drasticamente il debito pubblico.
Gli interventi realizzati nella scorsa estate avviano la finanza pubblica italiana lungo un sentiero di maggiore sostenibilità. Ma ciò non basta. Senza aggredire alla radice il problema della crescita lo stesso risanamento della finanza pubblica è a repentaglio. Abbiamo più volte indicato gli interventi necessari in ambiti essenziali per la crescita come la giustizia civile, il sistema formativo, la concorrenza, soprattutto nel settore dei servizi e delle professioni, le infrastrutture, la spesa pubblica, il mercato del lavoro, il sistema di protezione sociale.(...)
Possiamo pensare che un sistema sociale, un’imprenditoria, una manodopera che furono i protagonisti della lunga fase di crescita impetuosa e poi ancora attraverso i difficilissimi anni Settanta e i cambiamenti del contesto esterno nel decennio successivo abbiano consumata tutta la loro forza ?
Il paese è ancora ricco di imprese di successo, anche in comparti chiave come la robotica e la meccanica; non mancano nella società indicazioni di una vitalità tutt’altro che spenta.(...)
Perché è tanto difficile realizzare interventi in grado di invertire il trend negativo degli ultimi anni?
La storia ci può soccorrere nelle risposte.
Nella Venezia del Seicento o nell’Amsterdam del Settecento, società ancora ricche, a una lunga stagione di grande dinamismo era seguito l’affievolirsi dell’impegno a competere, a innovare. Gli sforzi prima diretti al perseguimento della crescita furono indirizzati alla difesa dei piccoli o grandi privilegi acquisiti da gruppi sociali organizzati. In un’economia che ristagna, si rafforzano sempre i meccanismi di difesa e di promozione degli interessi particolaristici. Si formano robuste coalizioni distributive, più dotate di poteri di veto che di capacità realizzativa. Il rafforzamento di tali coalizioni rende a sua volta sempre più difficile realizzare misure innovative a
favore della crescita. E’ compito insostituibile della politica trovare il modo di rompere questo circolo vizioso prima che questo renda impossibili, per veti incrociati e cristallizzati, le misure necessarie per la crescita.
E’ importante che tutti ci convinciamo che la salvezza e il rilancio dell’economia italiana possono venire solo dagli italiani. Una nostra tentazione atavica, ricordata da Alessandro Manzoni, è di attendere che un esercito d’oltralpe risolva i nostri problemi.("Quante volte sull'Alpe spiasti l'apparir d'un amico stendardo! "A. Manzoni, “Marzo 1821”)
Come in altri momenti della nostra storia, oggi non è così. E’ importante che tutti i cittadini ne siano consapevoli. Sarebbe una tragica illusione pensare che interventi risolutori possano giungere da fuori. Spettano a noi. Per due ragioni. La prima è che il risanamento della finanza pubblica e il rilancio della crescita non sono una imposizione esterna, sono problemi che vanno risolti
soprattutto a beneficio dell’Italia. E’ un dovere verso i giovani e verso noi stessi. La seconda ragione è che la cooperazione europea, mai come oggi indispensabile, si basa giustamente sull’assunto che ciascun membro faccia la propria parte. Solo i paesi che
si assumono le proprie responsabilità – quelle dell’Italia sono oggi particolarmente rilevanti – e che mantengono con rigore gli impegni presi sono partner credibili, a maggior ragione nella fase di ulteriore integrazione e condivisione di doveri che si
prospetta per l’Unione Europea.(...)
L’Italia deve oggi saper ritrovare quella condivisione di valori comuni che, messi in sordina gli interessi di fazione, è essenziale per mobilitare le energie capaci di realizzare in anni non lontani, una rigogliosa crescita economica e di offrire credibili speranze alle nuove generazioni.
Nell’anno in cui celebriamo i 150 anni dell’Italia ricordiamo il Risorgimento dei nostri bisnonni nell’Ottocento e l’unità di intenti che nel dopoguerra ci consentì di assicurare il progresso del paese con la Costituzione repubblicana, con la promulgazione delle leggi volte a garantire i fondamentali diritti sociali e civili dei cittadini, con la sconfitta del terrorismo. In quei momenti cruciali si manifestò la concordia di fondo del paese, al di là del necessario e duro confronto politico.
Abbiamo oggi bisogno della stessa ispirazione, della stessa intelligenza.
Salvando noi stessi contribuiremo in modo decisivo alla salvezza dell’Europa.


"Siano rispettati i diritti di tutti"


Città del Vaticano (AsiaNews) – In Egitto siano rispettati i diritti di tutti, in particolare delle minoranze. E’ l’appello lanciato oggi da Benedetto XVI che, al termine dell’udienza genrale si è detto “profondamente rattristato dagli episodi di violenza che sono stati commessi al Cairo domenica scorsa” e ha espresso il proprio sostegno “agli sforzi delle autorità egiziane, civili e religiose, in favore di una società nella quale siano rispettati i diritti umani di tutti, e, in particolare, delle minoranze, a beneficio dell'unità nazionale”. Il Papa si è detto vicino al “dolore delle famiglie delle vittime e dell'intero popolo egiziano, lacerato dai tentativi di minare la coesistenza pacifica fra le sue comunità, che è invece essenziale salvaguardare, soprattutto in questo momento di transizione”. “Esorto i fedeli – ha concluso - a pregare affinché quella società goda di una vera pace, basata sulla giustizia, sul rispetto della libertà e della dignità di ogni cittadino”.

In precedenza, il Papa nel discorso per l’udienza generale aveva evidenziato come la nostra storia anche se segnata da “dolori, incertezze, momenti di crisi” è “una storia di salvezza”, perché nella nostra storia e nella nostra vita “Dio è già presente”. E’ l’insegnamento che Benedetto XVI trae dalla lettura del Salmo 126, del quale ha parlato oggi, continuando nella illustrazione di tali preghiere.

Benedetto XVI ha così parlato di una preghiera “dalle note festose, che nella gioia canta le meraviglie di Dio”: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi”. E’ il ricordo della “esperienza esaltante della salvezza”, “quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion”. Si parte da una situazione di sofferenza e di bisogno nella quale Dio opera la salvezza e “riporta” la situazione come era prima, anzi in meglio.

E’ quanto accade al popolo di Israele tornando in patria dall’esilio babilonese. Era la fine della deportazione in terra straniera.(...)

http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-in-Egitto-siano-rispettati-i-diritti-di-tutti,-in-particolare-delle-minoranze-22887.html

Rassegna stampa: l'accordo Israele - Hamas per la liberazione di Gilad Shalit


(...) Dunque, la mera cronaca ci dimostra che nei fatti Israele ha spesso trattato con i terroristi per riportare a casa dei soldati rapiti, vivi o morti. Anche se questo significava rafforzare i suoi nemici e cedere ad accordi sbilanciati. Resta da chiedersi il perché. La spiegazione forse è più semplice di quanto non si potrebbe pensare. In un Paese dove le amministrazioni, il governo e i sindacati godono di una stima bassa, l’esercito non è visto come un’istituzione, ma come il cuore della società, senza distinzione tra destra e sinistra.
Tutti in Israele hanno qualcuno nell’esercito: un figlio, una figlia, un marito riservista, o tutte e tre le cose. Per tutti, dai soldati alle loro famiglie, è fondamentale sapere che il governo farebbe qualsiasi cosa per riportarli a casa, vivi o morti. Il governo non ha scelta: se abbandonasse i propri soldati, anche per una causa teoricamente giusta come non cedere ai ricatti, crollerebbe l’intero sistema.
La determinazione a non abbandonare mai i soldati, vivi o morti, è la forza del sistema-Israele e insieme una debolezza che i suoi nemici sanno sfruttare.