domenica 18 dicembre 2011

Riforma del lavoro? Sì, ma l'Europa deve Crescere


A proposito dell'intervista di oggi a Elsa Fornero: ho dei dubbi sulla necessità di toccare l'art.18 (si può costruire un nuovo modello di contratto senza toccarlo, a mio avviso), ma è comunque molto interessante e completa. In ogni caso rimane il fatto che senza crescita a livello continentale possiamo fare le migliori riforme del lavoro, ma avremo sempre troppa disoccupazione. L'outplacement di cui si parla in varie proposte funziona se ci sono aziende nelle quali i licenziati possono essere ricollocati. Ma se non c'è crescita, non ci saranno aziende in grado di riassorbire il personale licenziato (Si leggano in questo senso le riflessioni di Dario Di Vico sul caso Electrolux). Per questo c'è il rischio che una ottima soluzione teorica si trasformi in una situazione squilibrata, qui e ora
In questo senso c'è necessità di soluzioni a livello sistemico che il governo Monti non può fare da solo: tutta l'Europa deve muoversi.
FMM

(...) Come se ne esce? 

«Penso che un ciclo di vita che funzioni è quello che permetta ai giovani di entrare nel mercato del lavoro con un contratto vero, non precario. Ma un contratto che riconosca che sei all'inizio della vita lavorativa e quindi hai bisogno di formazione, e dove parti con una retribuzione bassa che poi salirà in relazione alla produttività. Insomma, io vedrei bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto».

I sindacati non ci stanno a toccare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. 

«Sono abbastanza anziana per ricordare quello che disse una volta il leader della Cgil, Luciano Lama: "Non voglio vincere contro mia figlia". Noi, purtroppo, in un certo senso abbiamo vinto contro i nostri figli. Ora non voglio dire che ci sia una ricetta unica precostituita, ma anche che non ci sono totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte». 

Monti ha detto che le nuove regole si applicheranno solo ai futuri assunti. 

«Certamente penso ci voglia maggiore gradualità nell'introduzione delle nuove regole rispetto a quanto abbiamo fatto sulle pensioni». (...)

Ricordi Di Beniamino Andreatta


E allora vale la pena di rievocare alcuni di quei "progetti" che al contrario andarono a buon fine. Come quando provò a scardinare un assoluto tabù, in quel lontano 1981. Lo fece in «splendida solitudine» in una compagine governativa in cui la cultura della stabilità finanziaria era non proprio ai primi posti. E fu una decisione storica, quella che condusse a esentare la Banca d'Italia dall'"obbligo" di acquistare i titoli del Tesoro non collocati sul mercato. Decisione assunta di concerto con il governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, storica perché si riuscì a interrompere il circuito perverso del finanziamento monetario del disavanzo, causa primaria di quella pesante spirale inflazionistica che da anni attanagliava l'economia. Viaggiavamo a ritmi di inflazione del 20% con il deficit al 10 per cento. di Dino Pesole - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/Hqnt5
 
Fu un economista dello sviluppo, e anche un protagonista della storia dell'università italiana, da Trento ad Arcavacata che fondò, con Paolo Sylos Labini, nel 1972, nella convinzione che un campus di ispirazione anglosassone in quel di Cosenza potesse giocare un ruolo importante nello sviluppo del Mezzogiorno. Se di illusione si trattò, fu un'illusione riformista, modernizzatrice, meridionalista. Ne vide le contraddizioni, non si pentì di averla nutrita. Fu keynesiano, ma, come scrisse Edmondo Berselli, di un keynesismo almeno in Italia singolare, fondato su una forte inclinazione sociale, certo, ma anche sull'accettazione piena del mercato e della competizione. Fu cattolico e democristiano, consigliere economico di Aldo Moro negli anni del primo centrosinistra (1963-1968), a lungo parlamentare della Dc, una quantità di volte ministro. Ma fu un cattolico e un democristiano sui generis . Pronto a difendere anche con durezza e con un filo di superbia intellettuale la Dc, e assieme a fustigarne le pratiche correntizie e clientelari; e soprattutto, da ministro del Tesoro, a resistere a tutte le pressioni e a imporre, nel 1981, lo scioglimento e la liquidazione del Banco Ambrosiano. (...) Fu uomo della sinistra dc. Ma anche, caso non frequentissimo, profondamente e irriducibilmente anticomunista. Così anticomunista da candidarsi nei primi Ottanta, ovviamente senza fortuna, a sindaco di Bologna propugnando, del tutto controcorrente, una linea di accentuata austerità.(...)
 
Ora è qui per presentare una raccolta dei discorsi parlamentari di  Andreatta: qual è il loro tratto distintivo?
«Emerge la libertà di un pensiero estremamente originale, la forza personale nel sostenere idee e posizioni che da un lato mostravano un grande rispetto per il Parlamento, ma dall’altro sfidavano molto spesso il comune sentire dei singoli parlamentari. Andreatta aveva un modo di  interloquire sempre originale e coraggioso e tuttavia sempre fedele alla  linea presa. Il suo rispetto per il Parlamento era straordinario. Prendeva  sul serio ogni grande decisione ma anche i piccoli problemi che le Camere  dovevano affrontare, con spirito sempre illuminista e con, allo stesso  tempo una feroce razionalità e una fantasia senza freni».
 
Da presidente della commissione Bilancio del Senato Andreatta inisteva  sulla necessità di intervenire sul debito pubblico, argomento piuttosto  attuale oggi…
«Era capace di leggere in anticipo gli eventi e precederli con proposte motivate, anche se era provocatorio rispetto al pensiero dominante. Ha martellato durante tutti gli anni 80 sulla necessità di un assalto al debito pubblico, sull’abbattimento del deficit come condizione per la crescita, sul fatto che la severità vada richiesta al governo centrale come ai governi locali. Ricordo anche sue frasi tuonanti contro le promesse fiscali irrealizzabili, sull’errore di pensare, com’era allora convinzione nel Paese, che con l’inflazione si ungano le ruote del sistema. Diceva che ogni mancato aggiustamento oggi obbliga a una dura recessione domani».
 
Che peso ebbe il suo insegnamento nel rapporto costruito con l’Europa e  nell’entrata nell’Euro?
«Enorme, se si pensa che è stato proprio il suo martellare per quindici anni su questi temi che ha preparato l’opinione pubblica fino all’adesione all’Euro. A cominciare dal fatto, come diceva, che non possiamo avvicinarci all’Europa usando la svalutazione competitiva, uno strumento che distrugge l’anima di un Paese. Insisteva sull’europeismo senza compromessi ma aveva anche un’attenzione analitica per gli interessi del Paese».
 
Andreatta è stato ministro della Difesa del suo primo governo, durante il quale l’Italia ha portato avanti la missione Alba, in Albania: come si conciliava questo con i suoi valori religiosi?
«Quella denominata Alba è stata una grande missione di pace che ha in pochi mesi ricostruito uno Stato che stava candendo nella guerra civile. Nessuno pensava che un compito così importante e difficile potesse essere portato a termine in quattro mesi».
 

martedì 13 dicembre 2011

E' importante dire i nomi (David Bidussa su Linkiesta)


E' importante dire i nomi. Amb, Diop, Sougou, Mbenghe, Moustapha erano e sono persone


“ e io darò nella mia casa e nelle mie mura forza e rinomanza, meglio di figli e di figlie; darò a ciascuno una rinomanza eterna (un memoriale e un nome) che non perirà” (Isaia, Cap. 56, verso 5)
Amb Modou 40 anni e Diop Mor 54 anni sono morti oggi a Firenze uccisi dall’odio, dalla rabbia di chi si sente in diritto di disporre della vita altrui in nome della propria.
Con loro in piazza Dalmazia è stato colpito un altro senegalese, Moustapha Dieng, 34 anni, Sougou Mor 32 anni, e Mbenghe Cheike, 42 anni, tutti colpiti da Gianluca Casseri, che poi si è tolto la vita.
Gran parte deli notiziari continuano in queste ore a parlare di due senegalesi uccisi e altri feriti.
Altri, anche in nome della solidarietà parlano di “due fratelli uccisi”.

Nessuna di queste due procedure mi piace e non la trovo né condivisibile, né accettabile.
Certo nessuno usa termini ambigui, ma è importante ripetere i loro nomi, fissarli nella memoria.
E’ importante dare alle persone un nome. Dare un nome significa riconoscere loro non solo il diritto al ricordo, ma anche che hanno avuto una vita, che questa per quanto stentata, difficile, forse anche malinconica era fatta di scelte, di storie, di amori, di rinunce, di tristezze. Un breve di emozioni e i sensazioni, di ricordi, di relazioni.
Se si afferma il principio quantitiativo del numero,  anziché imporsi il criterio del nome, allora il primo passaggio verso la svalutazione della vita degli altri è già compiuto e il viaggio verso l’indifferenza è già iniziato.


sabato 10 dicembre 2011

Eutanasia Democratica? (Vita, Morte e Malattia di fronte alla Crisi)


A volte ho l'impressione che non stiamo facendo i conti fino in fondo con quello che può significare essere più poveri, oggi. O, per meglio dire, cosa possa significare rivedere la priorità su cui abbiamo costruito le nostre società. Un breve ma significativo passaggio dell'intervista di Massimo Gaggi a David Brooks ci aiuta a vederlo meglio, a toccarlo con mano. 
Senza sviluppo come sostieni il welfare? Lei di recente ha affrontato il tema, assai delicato, dell`elevato costo delle cure per i malati terminali. Pensa che quelle che fino a ieri chiamavamo le «società del benessere» taglieranno anche qui? 
«Ci eravamo illusi di poter sconfiggere il cancro, ma queste malattie si sono rivelate più complesse del previsto. Più che guarigioni, otteniamo un prolungamento dell`esistenza, grazie a cure assidue. I. dati su quello che si spende negli ultimi sei mesi di vita di questi pazienti sono spaventosi. Ci sono interi Paesi che rischiano la bancarotta per questo. Gli Usa sono uno dei candidati. Da noi l`anziano a reddito medio durante la sua vita lavorativa versa 145 mila dollari per il Medicare e ottiene cure e servizi per 435 mila dollari. La differenza la pagheranno figli e nipoti. È insostenibile. Credo che dovremo riflettere e cambiare i nostri convincimenti morali sul momento estremo della vita: darci nuove regole etiche basate non solo sulla massimizzazione dei giorni di vita biologica. Conta anche la qualità della vita, il modo in cui la si lascia. Quando ho scritto l`editoriale al quale lei fa riferimento, ho avuto moltissime lettere, anche da malati terminali e dai loro congiunti. E quelli che volevano prolungare a tutti i costi la vita, anche di pochi giorni, erano quasi sempre i parenti, non i pazienti». (Da "Il Corriere della Sera" di venerdì 9 dicembre 2011, intervista di M.Gaggi a David Brooks)
Rivedere le nostre priorità potrebbe voler dire di fatto che arriveremo a decidere chi vive e chi muore? Naturalmente Brooks non dice così: parla più attentamente di far prevalere la qualità della vita rispetto alla "massimizzazione dei giorni di vita biologica". 
E forse tutti noi abbiamo pensato - ed è stato anche un tema su cui ci siamo confrontati nel recente passato - "se succede a me; se arrivo a un certo punto, fermatevi con la cura"; forse tutti noi, rispetto alla possibilità di pesare sui nostri cari, ha pensato "se succede a me, se il risultato non è certo, se costa troppo, non andiamo avanti". Assolutamente legittimo, umanissimo, indiscutibile il pensiero personale, e la discussione intima di un nucleo familiare. 
Rimane però un velo di inquietudine, un timore grande, quando questo discorso diventa il nodo di un possibile "ripensamento" delle politiche pubbliche. Se la decisione personale diventa "facilitata" dallo Stato; se in qualche modo dovesse apparire all'orizzonte un (implicito?) "incentivo a non curare"; quale la distanza di una riflessione serena su costi e benefici pubblici della Sanità da una sottile azione di "persuasione alla morte"?
Quanto siamo distanti da una politica - democratica, si badi - dell'eutanasia? Lo dico senza voler alzare la voce, senza gridare allo scandalo, senza voler fare moralismi. Ma il problema va posto.
In generale - anche in connessione con l'allungamento della età lavorativa - sembra venire a cadere la possibilità di una vita serena nella vecchiaia:  e troppo oggi si parla di politiche per i giovani ma ancora pochissimo di politiche per gli anziani, per esempio sul lato del lavoro (quando il combinato disposto di alcuni cambiamenti necessari  - riforma delle pensioni e possibile riforma flessibilizzante del lavoro - può portare a un numero alto di disoccupati in età avanzata...)
Da questo e da altri punti di vista occorre tentare un ragionamento lungo, che ci porti anche a ipotizzare soluzioni nuove e originali; penso che ritorni necessario pensare - come ho già accennato in passato - alla possibilità che il disoccupato venga impiegato in attività pubbliche e collettive, staccandolo da una possibile situazione di emarginazione sociale.
Un ricordo: anni fa un'amica che era stata in Israele mi raccontò di un kibbutz - di cui non ricordo il nome - dove venivano fatti lavorare - anche solo un minimo ("inutile" e "improduttivo"), ma venivano fatti lavorare - due anziani signori, molto avanti con l'età e quasi inabili. 
Venivano fatti lavorare, perché facessero pienamente parte della comunità.
E' una possibilità da pensare e su cui riflettere, su cui fare i necessari calcoli, perché purtroppo i calcoli che propone con lucidità David Brooks li dobbiamo fare.
Ma dobbiamo riflettere, sapendo che nel nostro orizzonte c'è anche l'ombra di una soluzione inquietante. 
Non arrendiamoci.


Francesco Maria Mariotti

giovedì 8 dicembre 2011

Prodi: "Francesi e tedeschi devono smetterla di fare i maestrini" (laStampa)


(...) Oltretutto l'esibito consolato Merkel-Sarkozy oramai è un effetto ottico, che malcela la perdita di potere della Francia: la parità tra i due è un ricordo?
«Della debolezza della Francia si parla da qualche tempo nelle analisi dei circoli ristretti, ma quasi nessuno lo dice a viso aperto. Oramai quella a due è una costruzione artificiale. Lo dico avendo una alternativa nella testa. Mi attendevo che in questa situazione la Francia facesse la Francia, si rendesse conto della grande responsabilità verso altri Paesi, come l'Italia, la Spagna...»

Per fare un fronte anti-tedesco?
«Ma no, ci mancherebbe altro. La Francia avrebbe dovuto spingere per il ritorno ad una politica europea corale, ma questo non è nello spirito dell'attuale presidente francese».

Qualcuno sussurra che a breve potrebbe realizzarsi una paradossale convergenza di interessi tra diversi, tra Germania e Italia: fantapolitica?
«E su quale scambio si baserebbe questo nuovo asse? Noi, certo, ci siamo adeguati, perché nella vita ogni tanto capisci che se non vuoi morire, devi farti un'operazione. L'Italia si sta mettendo in sicurezza grazie ad un pacchetto pesante ma necessario. Ma la Germania è pronta a cambiare politica? In questo momento la Germania non mi sembra che voglia fare asse con nessuno».(...)

mercoledì 7 dicembre 2011

Serve un freno al potere delle agenzie, di Mario Deaglio (laStampa)

(...) Complotto o non complotto, è giunto il momento di finirla. Se vogliono che l’Europa abbia un futuro, i leader di Francia e Germania che stanno preparando il vertice dell’8-9 dicembre, nel quale sarà progettato, forse con apposite nuove istituzioni, il continente di qui a dieci-vent’anni, non possono permettere che qualcuno li faccia danzare come burattini. Eppure, in questo momento, pressoché tutto il continente è costretto a fare manovre di bilancio sicuramente necessarie ma che avrebbero potuto essere più diluite nel tempo, evitando disagi e sofferenze, sostanzialmente perché lo impongono Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch.

Un’Europa essenzialmente fondata sulla moneta e sui mercati - visto che ha rinunciato a basarsi sui valori - non può nascere se non si sottopongono non solo la moneta ma anche i mercati, a cominciare da quelli finanziari, a regole severe. Le agenzie di rating dovrebbero essere costrette alla periodicità delle analisi e alla regolarità degli annunci e le loro valutazioni dovrebbero limitarsi a parametri finanziari; e qualora non rispettassero queste regole potrebbero essere multate e dovrebbe essere loro impedito di agire. La funzione di valutazione dei titoli potrebbe anche essere affidata a enti pubblici internazionali, come il Fondo Monetario, proprio perché si tratta soprattutto di una funzione pubblica.

Occorre muoversi rapidamente in questa direzione per evitare che il mercato mangi se stesso. Dopo essersi mangiato l’Europa.

martedì 6 dicembre 2011

"Le proteste sono giustificate, ma i cittadini italiani capiranno" (Mario Monti)

«Ho invitato tutti a considerare che questa operazione di rigore, equità e crescita chiedeva sacrifici. Ma l'alternativa non era quella di andare avanti come niente fosse ma quella di correre il rischio che lo Stato non potesse pagare stipendi e pensioni. Le proteste sono giustificate, ma i cittadini italiani capiranno»(...) «I mercati sono una bestia feroce e oggi sono imbizzarriti: noi li dobbiamo domare. Lavoriamo per i cittadini e non per i mercati, ma dobbiamo tenerne conto perchè il loro funzionamento è essenziale senza però doversi inginocchiare». Dopo una manovra che ha permesso al paese di «non deragliare dai binari» occorre che anche «le politiche economiche europee facciano i loro progressi. L'area dell'euro, insomma, deve essere ripensata rapidamente. La Ue spalanchi gli occhi, i mercati spalanchino gli occhi per guardare a quello che ha fatto l'Italia. E lo ha fatto per se stessa oltre che per le esigenze europee» ridando al paese «titolo per partecipare da protagonista e non da osservatore ai vertici internazionali» (...) «Il mio Governo è in una situazione in cui deve fare, rispetto al mondo politico parlamentare, un equilibrismo. Ma lo faccio molto volentieri e credo ci riusciremo. Metà del parlamento vuole una continuità rispetto al governo Berlusconi, l'altra metà una discontinuità». Sul fronte della continuità, Monti assicura il rispetto degli «impegni che il presidente Berlusconi ha preso, molto responsabilmente, nei confronti dell'Ue; la discontinuità cerchiamo di metterla nel dare più accento sociale e nel tirare fuori l'Italia da questo guaio».(...) http://www.corriere.it/politica/11_dicembre_06/monti-porta-porta_d88181a2-2042-11e1-9592-9a10bb86870a.shtml

La conferenza stampa di Monti: una piccola rivoluzione...


Perché la conferenza stampa di Monti è stato un momento importante, anche al di là dei contenuti. Alcune riflessioni che mi paiono di grande interesse.

FMM

(...) Mi chiedo perché la politica non abbia mai saputo parlare in questo modo agli italiani. Monti con parole essenziali ha fornito ieri una spiegazione dicendo che lui e il suo governo, a differenza di chi l’ha preceduto, non hanno alcun interesse elettorale da difendere mentre i partiti guardano a ciò che può turbare il proprio elettorato. Tuttavia la differenza non è questa. Guai se immaginassimo che è in grado di governare solo chi rinuncia a rappresentare una parte ovvero che risponde a un elettorato. Quel che separa i governi di ieri da quelli di oggi è la sincerità. La politica di ieri aveva bisogno di creare santi e mostri, di rappresentazione camuffate della realtà. Questi invece dicono pane al pane e vino al vino. È questo bagno di verità che può cambiare la politica italiana se i suoi leader, quando toccherà a loro riprendere la guida del governo, sapranno mostrarsi altrettanto sinceri, disinteressati, temporanei.(...) Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/mambo/monti-continui-dire-la-verita-ed-eviti-porta-porta#ixzz1ffPu9X6a

La conferenza stampa di ieri sui contenuti della manovra è destinata a diventare uno dei momenti più importanti della storia recente delle nostre istituzioni. Oltre ad aver presentato riforme e provvedimenti di una certa entità, l’incontro di ieri ha anche mostrato un sensibile cambiamento nel modo di fare comunicazione rispetto al governo del fu PresdelCons. Gli interventi dei ministri sono stati tutti estremamente concreti, con una particolare attenzione per il dettaglio e la precisione, perché i giornalisti presenti capissero bene senso e forma delle misure, come ha dimostrato Piero Giarda quando è arrivato il suo turno. Quando ha preso la parola, il ministro per i Rapporti con il Parlamento e per l’Attuazione del programma ha sorpreso i giornalisti mettendosi a fare una specie di fact-checking di quanto avevano detto i suoi colleghi, correggendo i loro errori e ricordando le cose che avevano trascurato nella loro esposizione. Una pratica inusuale che ha contribuito a dare autenticità all’intera conferenza stampa, oltre che a dare un senso all’incarico di Giarda, in passato ricoperto da personaggi con comportamenti ben più astratti e fumosi. http://www.ilpost.it/2011/12/05/il-fact-check-del-ministro-giarda/

Va detto che Monti ha saputo rivolgersi agli italiani con il linguaggio alto e drammatico adeguato alla circostanza. Mai come stavolta si è avuta l'esatta percezione del «governo del presidente», forte della sua relazione speciale con il Quirinale, e dunque dei mutamenti intervenuti sulla scena pubblica. Sempre rispettoso verso il Parlamento, il premier si è riferito ai partiti (anzi, alla «politica») con il tono di un benevolo Lord Protettore che ha il diritto di non essere disturbato nel suo lavoro, perché grazie a lui le stesse forze politiche potranno ritrovare in futuro un rapporto positivo con i cittadini. di Stefano Folli - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/sk4Ne

domenica 4 dicembre 2011

Preparare il futuro

Ascoltando la conferenza stampa del Governo la prima sensazione è stata di orgoglio ed entusiasmo per decisioni dure, ma inevitabili, e per i cambiamenti che vengono annunciati (stupenda la proposta di Monti di "consultazione trasparente con tutti i cittadini" attraverso un Libro Verde con successiva apertura a proposte, suggerimenti, correzioni, e infine decisione); ma per il Paese, per tutti noi, sarà dura: dobbiamo spiegare bene tutte le decisioni, ascoltando il disagio e il legittimo dissenso che si formeranno, inevitabilmente.


Dobbiamo unire il Paese, che è fatto anche da coloro che - legittimamente - protesteranno. 


Quale dunque il ruolo delle forze politiche? Soprattutto quello di cominciare a costruire - appoggiandosi sull'azione del governo - una prospettiva, un futuro. L'orizzonte che deve spiegare - insieme al governo Monti, ma ben oltre il governo Monti - il senso di questi sacrifici. 


Tutta l'Europa deve essere però coinvolta in un processo di rinnovamento; altrimenti, se i cittadini percepiranno un'Italia debole e magari la sensazione di un eccesso di tutela da parte di altri Stati (Germania e Francia che "ridono" di noi, per dirla con una brutta immagine che abbiamo visto nelle settimane scorse), il rischio di un "rinculo" nazionalista e antieuropeo potrebbe esserci. 


Per questo il governo Monti dovrebbe essere accompagnato da una collaborazione attenta e vigile - e anche critica, laddove necessario, naturalmente - di tutte le forze politiche, che dovrebbero aprire tavoli permanenti di consultazioni con le forze "sorelle" in Europa. 
A destra come a sinistra. Dobbiamo salvare l'Italia, rifondare l'Europa.


Un'ambizione minore vorrebbe dire una tragica sconfitta per tutti.

sabato 3 dicembre 2011

Giusto tifare per Monti, ma è necessario discutere

Da discutere l'articolo di Menichini che appare sul quotidiano Europa. Io sono per il governo Monti da sempre  - come sa chi segue questo blog - e anche io direi tranquillamente "Vai Monti" per la fiducia che ho in questa squadra. Però politica è andare anche a vedere le cose, discuterle, far vedere che si cambiano nel momento in cui ci sono criticità. 
Le giornate da lunedì in avanti saranno decisive anche per far apparire non "automatico" tutto il processo; far comunque percepire una condivisione. Altrimenti il rischio è che il consenso di cui attualmente gode questo premier si raffreddi, e che il disagio sociale non trovi interlocutori istituzionali, con rischio di conflittualità sociale altissima.
La via della coesione sociale è strettissima, ma è da percorrere senza dubbi.

Eppur l'Europa si muove (dal Sole24Ore)


"(...) Il terzo appuntamento è la riunione di giovedì a Francoforte del consiglio della Banca centrale europea, dove si dovrebbe decidere un altro taglio dei tassi d'interesse e nuove misure di liquidità a favore delle banche. Draghi ha fatto capire che dopo, ma solo dopo, il completamento di un accordo sulle nuove regole fiscali ("fiscal compact"), la Bce potrebbe essere anche disponibile a muoversi più massicciamente sui mercati acquistando titoli dei Paesi in difficoltà, a partire da Italia e Spagna (...)" 
analisi di Alessandro Merli - Il Sole 24 Ore


"(...) Il vertice decisivo, quello dell'8 e 9 dicembre, preceduto dall'incontro tra Merkel e Sarkozy lunedì prossimo, dovrebbe concludersi non, come al solito, con proposte che dovranno poi essere attuate nei mesi a venire e soprattutto non con soluzioni ultratecniche di ingegneria finanziaria. Ma con una chiara proposta politica nata da un grande compromesso tra gli stati membri. Nel raggiungimento di questo compromesso un ruolo decisivo può giocarlo un paese come l'Italia (...)"
Perché Sarkozy non poteva dire di più (Bellasio sul Sole 24Ore)


"(...)Merkel ha ribadito che la Banca centrale europea ha natura e funzioni differenti rispetto agli altri analoghi istituti, ma ha anche aggiunto - e la sottolineatura è di rilievo, visto che è fatta in tedesco - che «il lavoro della Bce è assicurare la stabilità finanziaria ed è ciò che sta facendo in questo momento». Non solo, dunque, controllo dell'inflazione, tema fondamentale per la Germania, ma anche qualcosa di più, di molto di più: la garanzia della stabilità finanziaria. Non siamo ancora allo «stampiamo moneta» (della Federal reserve), ma (...)"
Merkel apre a una BCE più forte, di Daniele Bellasio - Il Sole 24 Ore

venerdì 2 dicembre 2011

“In Egitto abbiamo e vogliamo la Shari’a” (da Linkiesta)

(...) El Nour è un partito nato recentemente, subito dopo la rivoluzione di gennaio «politicamente esistiamo da poco, ma da sempre come movimento religioso. Siamo musulmani molto vicini ai testi fondanti dell’islam: il Corano e la Sunna. Ci distinguiamo dai Fratelli musulmani perché loro accettano di buon grado l’interpretazione dei testi sacri (Fatwa), noi no. Quando ci sono i testi non c’è bisogno né di interpretazioni né di consigli».
I salafiti vogliono l’applicazione della Shari’a, la legge islamica e pensano che in Egitto ci sarà la migliore applicazione della legge islamica «le elezioni dimostrano chiaramente che il popolo egiziano vuole l’Islam: hanno votato per l’Islam. Vogliono più religione, questo emerge in modo netto dalle consultazioni elettorali». Gli esempi di applicazione della legge islamica provenienti dagli altri paesi non convincono i salafiti: «In Turchia - spiega Nabil Kadry Ahmed - hanno perso i valori basati sulla morale. Hanno anteposto al sentimento religioso una maggiore libertà economica nella vita di tutti i giorni. In Arabia Saudita, all’altro estremo, i cittadini sono religiosi ma chiedono maggiori diritti. Non applicano la legge islamica in modo puro e onesto, ci sono troppi interessi economici legati alle banche». Dunque ogni paese ha un approccio diverso alla Shari’a, e l’applicazione migliore, secondo i salafiti egiziani, sarà proprio in Egitto.(...)

giovedì 1 dicembre 2011

Una Sveglia per l'Europa (dal Sole24Ore)

(...) La Bce può essere fedele al suo mandato sancito dal Trattato, mantenere la sua indipendenza dalla politica – soprattutto quella germanocentrica – e operare per tutelare anche il regolare funzionamento dei mercati, annunciando una politica di stabilizzazione dei rendimenti dei titoli sovrani dei Paesi membri dell'Unione, che fino a prova contraria sono oggi tutti illiquidi, non insolventi. Tale politica sarebbe tanto più efficace quanto più credibile fosse l'annuncio. Da questo punto di vista, il coordinamento delle maggiori banche centrali potrebbe anche compiere un inedito salto di qualità. Se ciascuna banca centrale lo trovasse compatibile con il proprio mandato, l'acquisto di titoli europei potrebbe essere effettuato anche da altri. (...) di Donato Masciandaro - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/cqxNr

lunedì 28 novembre 2011

Essere incompleto non significa essere dannoso (a proposito dell'Euro - dalla Stampa)


(...) Per i Paesi dell’area dell’euro, la Bce può effettuare interventi, temporanei ma massicci, diretti soprattutto ad attenuare il disordine arrecato dalla violenza della speculazione. Ad essa devono però subentrare presto meccanismi basati sulla solidarietà fiscale fra i Paesi dell’eurozona. Il coinvolgimento del Fmi, con un’ulteriore rete di protezione, nel caso le altre risultassero insufficienti, può essere prezioso. Volendo scoraggiare la speculazione più miope è bene assicurare la disponibilità di somme anche molto superiori a quanto è ragionevolmente necessario per aiutare un Paese che sta provvedendo a rimediare ai suoi guai. Anche perché l’eccesso di drammatizzazione è una caratteristica di certe fasi delle crisi finanziarie, soprattutto quando le misure di aggiustamento e riforma esitano ad arrivare e incontrano inizialmente ostacoli politico-sociali, prima che, insieme ai loro costi, vengano capiti bene i loro benefici.


Eccesso di drammatizzazione è anche il continuo parlare di fine dell’euro, senza saper bene di che cosa si parla e senza capire che non risolverebbe nulla e danneggerebbe tutti. E’ vero che l’euro è incompleto senza una maggiore integrazione politico-economica dell’area dove circola. Ma essere incompleto non significa essere dannoso: aver adottato l’euro significa aver rinunciato a pasticciare con le monete per affrontare problemi reali, di inefficienza, squilibrio e carenza di competitività. L’euro ha nascosto per qualche tempo questi problemi, ma ora li rende più evidenti proprio perché impedisce di curarli con la droga della moneta. E rendendoli più evidenti ci stimola a curarli con serietà. Infatti l’Europa, nel correggere i guai che hanno condotto alla crisi mondiale, è più impegnata degli Usa, dove l’uso della droga monetaria non trova limiti.

Nel caso italiano è importante non rassegnarci troppo alla drammatizzazione. (...)


sabato 26 novembre 2011

La Bce intervenga con più forza sui mercati (dal Corriere della Sera)

Lucrezia Reichlin spiega molto bene oggi sul Corriere come un intervento più forte della BCE a tutela dei titoli dei Paesi in crisi di liquidità sia difficile, ma non necessariamente in contraddizione con la missione originaria dell'Eurotower: il sentiero è strettissimo, ma va percorso, nell'attesa - ma dobbiamo fare in fretta! - che l'Europa si dia una costituzione politica ed economica più forte.

FMM


(...) È lecito chiedersi se questo non sia in contraddizione con il principio della politica monetaria unica. La risposta non è semplice. Da un lato una banca centrale non deve agire in modo da illudere il mercato che non ci sia rischio Paese quando questo c'è: una tale politica ucciderebbe ogni incentivo per i governi a mettere in atto il risanamento del bilancio. Dall'altro, per perseguire la stabilità dei prezzi in tutti i Paesi, la banca centrale deve far sì che il meccanismo di trasmissione dal tasso a breve ai tassi effettivi sia omogeneo. Se il fattore rischio riflettesse un reale problema di solvibilità per alcuni Stati, la Bce si troverebbe a far fronte ad un dilemma. Ma se quest'ultimo fosse distorto in quanto causato da un attacco speculativo dei mercati alla cui origine c'è un problema di liquidità e non di solvibilità, il da farsi è chiaro. Francoforte deve intervenire per adempiere al suo mandato di stabilità dei prezzi, cioè non per salvare gli Stati, ma per far funzionare la politica monetaria. 
In pratica è difficile distinguere tra solvibilità e liquidità, ma la posta in gioco è troppo alta per poter peccare per il timore di sbagliare. Per ragioni di politica monetaria e per adempiere al suo mandato la Bce dovrebbe darsi un obbiettivo quantitativo sugli spread e programmare gli interventi di acquisto di titoli di Stato e le operazioni di liquidità alle banche necessarie per raggiungere questo obbiettivo. L'annuncio di tale obbiettivo avrebbe un effetto rassicurante per i mercati e darebbe lo spazio ai nuovi governi dell'Europa per mettere in atto le riforme strutturali necessarie a navigare verso una rotta più virtuosa nel lungo periodo. Farlo non significa rinnegare il mandato, ma, al contrario, perseguirlo.

venerdì 25 novembre 2011

Chloe e le ragazzine sfruttate dalle gang criminali (dal Corriere della Sera)

Chloe e le ragazzine sfruttate dalle gang criminali

A sedici anni Chloe si è buttata giù da un ponte, decisa a morire per sfuggire al suo aguzzino: un giovane pakistano che l’aveva stuprata e costretta alla prostituzione. La ragazzina, che vive a Leeds in Gran Bretagna, aveva provato a chiedere aiuto alla scuola e alla polizia ma nessuno l’aveva ascoltata. La sua storia è finita l’altro giorno sulla prima pagina del Times per denunciare la crescente presenza di bande criminali di asiatici, prevalentemente di origine pakistana, che vanno a caccia di ragazzine per venderle al miglior offerente. L’allarme è tale che il governo ha deciso di varare un piano d’azione a livello nazionale per arginare il fenomeno. (...)


http://lepersoneeladignita.corriere.it/

giovedì 24 novembre 2011

Lo Strappo Per l'Europa


Ormai la guerra all'euro non risparmia neanche la Germania. Non basteranno gli Eurobond a salvarci, anche se possono essere un primo passo; anche perché Eurobond è una formula che ha molteplici possibilità di realizzazione; senza un coordinamento politico chiaro, senza regole definite, titoli di debito pubblico europeo non aiutano a cambiare il segno rosso dell'economia comunitaria. Anzi, per certi aspetti, potrebbero svelare con più durezza i limiti della nostra "moneta senza Stato".

A questo punto non rimane che lo "strappo costituzionale" della BCE, di cui si è già parlato in precedenti post e a cui si riferiscono Giavazzi e Alesina sul Corriere di oggi; ma la responsabilità di questa decisione non può essere lasciata al solo Mario Draghi.

Lo si è già detto: i leader europei devono fornire l'avvallo politico, e ci deve essere un impegno, perché questo "vulnus" non diventi la Grande Scusa per affossare i tentativi di razionalizzazione della spesa, comunque necessari e non alternativi a un'idea forte di rilancio dell'economia europea.

Per questo il maggior cordinamento fiscale chiesto da Berlino è comunque importantissimo.

Il tempo che rimane è pero poco: per dirla con il titolo del Sole24Ore di qualche giorno fa, Fate Presto! Facciamo Presto!

Francesco Maria Mariotti

(...) A questo punto c'è un solo modo per salvare l'euro: un intervento forte della Bce. È una soluzione molto problematica, cui si è giunti a causa dell'irresponsabilità di governo dopo governo in parecchi Paesi europei, compreso il nostro. Ma a questo punto non vi è altra soluzione. Intervenire sui flussi, ad esempio cominciando a emettere eurobond, cioè titoli garantiti dall'Ue, anche se fosse possibile agirebbe troppo lentamente. 



Bisogna intervenire sugli stock: agire sui flussi non basta più. La Bce può acquistare quantità illimitate di titoli riducendo la volatilità e riportando i rendimenti ai livelli pre-crisi. Non di tutti i Paesi, solo di quelli, come Italia e Spagna, che non sono insolventi. In realtà basterebbe che la Bce annunciasse l'intenzione di stabilizzare i rendimenti a un determinato livello: di acquisti veri e propri ne dovrebbe fare pochi.

Molti dicono che questo è il peccato originale dell'euro: non avere una banca centrale che si comporta come la Federal Reserve americana. Ma la differenza è che la Fed non compra i titoli emessi dagli Stati (dal Texas, o dalla California), solo quelli del governo federale. Non solo, ma la grande maggioranza degli Stati americani ha un vincolo di bilancio in pareggio. Titoli federali in Europa non esistono perché non esiste un ministro del Tesoro dell'Eurozona e i Paesi europei possono emettere debito a piacimento, senza tener conto dei costi per l'Unione nel suo complesso. 

L'Ue, attraverso la Commissione, ha poteri esecutivi in due sole aree: la politica della concorrenza e quella monetaria. In ogni altra area le decisioni richiedono l'accordo dei governi. Per salvare l'euro occorre estendere i poteri esecutivi dell'Ue alla politica di bilancio, non alle singole misure o al mix fra spesa e imposte, che deve rimanere prerogativa dei parlamenti nazionali, ma ai conti pubblici aggregati: evoluzione del debito e saldi di bilancio. Certo, è una rivoluzione, e ci rendiamo conto che è necessario cambiare i trattati europei, ma a questo punto è la sola via per salvare l'euro e i 60 anni che abbiamo dedicato a costruire l'Europa.



(...) L’alternativa a un break-up della moneta unica che avrebbe costi enormi per tutti, Germania inclusa, è quindi uno “scambio” preciso: disciplina di bilancio da parte dei paesi in debito o in deficit; accettazione tedesca della solidarietà fiscale, attraverso un ruolo attivo della BCE come garante ultima dei debiti europei e attraverso strumenti come gli Eurobonds. Visti i vincoli di politica interna della Germania, l’intervento della Banca centrale europea sui mercati dei titoli di Stato avverrà nei fatti: l’unica intesa possibile è un’intesa pragmatica – già anticipata dalle prime mosse di Mario Draghi.
Come è accaduto altre volte in passato, l’Italia si trova in posizione-chiave negli equilibri europei. Non solo perché la riforma di una delle principali economie dell’euro è cruciale per la credibilità del fronte dei “debitori”. Ma anche perché Mario Monti ha l’autorevolezza personale per mettere sul tavolo un trade-off del genere. Va aggiunta una nota importante. L’inclinazione italiana non è di trasformare la coppia asimmetrica “Merkozy”  in un triangolo “Merkomonti”: è di recuperare, attraverso la leadership delle economie principali, il peso delle istituzioni comuni - che garantiscono tutti. (...)



(...) Ci sono forti pressioni sulla Bce perché compri più bond sovrani.

Veniamo ai fatti: la Bce è stata ed è un elemento essenziale di stabilizzazione. È intervenuta in modo massiccio e lo fa ancora sui mercati dei titoli, svolgendo una funzione che a stretto rigore è fuori dal suo mandato. Inoltre sta fornendo liquidità illimitata al sistema dei pagamenti e al mercato monetario e bancario. Li sta, di fatto, tendendo in piedi. Ci vorrebbe invece un Fondo monetario europeo che desse soldi ai Paesi in cambio di determinate condizionalità».


Infatti Draghi ha invitato i governi a completare l’Efsf.
«Draghi ha ragione. Ma per essere efficace il fondo salva-Stati deve avere un ammontare di risorse credibile: questo può calmare i mercati. È successo con Lehman Brothers, può funzionare anche qui. Invece l’equivoco è: se ci mettiamo i soldi, qualcuno ne approfitta. Ma l’obiettivo è salvare l’euro!». (...)

martedì 22 novembre 2011

Educazione Civica e Servizio Civile - Per Una Nuova Cittadinanza


La riflessione di Napolitano ci pone - come sempre, negli ultimi tempi - di fronte alle emergenze di questo periodo: quella su cui ci ha richiamato oggi - l'immigrazione e i diritti di cittadinanza dei nati in Italia da non italiani - è lo stimolo per definire anche in termini non improvvisati cosa vogliamo come futuro e ambizione del nostro Paese.
Per questo però il discorso sul diritto di essere italiano per chi nasce in Italia è punto necessario ma non sufficiente per definire in prospettiva la nostra(le nostre) identità comunitaria(e), come Italia e come Europa.
Solo per dare i titoli di un discorso che andrebbe ampliato: educazione civica e servizio civile (obbligatorio? forse, se necessario...).
Non sto parlando qui- in realtà- dei soli immigrati.
Oggi, anche per combattere al meglio la battaglia economica di questa crisi ("la necessità di forze nuove" è uno dei motivi che Napolitano propone come giustificazione dello ius soli) dobbiamo trovare il modo di ridefinire il nostro collante nazionale - e di qui la necessità di riprendere una programma leggero ma innovativo di educazione civica; ma soprattutto, anche di fronte ai dati che ci dicono di un numero impressionante di giovani che sono completamente inattivi (non in  formazione, senza lavoro, e non in ricerca di lavoro) è forse inevitabile - anche se dal punto di vista liberale rappresenta un grave azzardo - che la mano pubblica rientri in campo per stimolare  uno sforzo collettivo di azione e riqualificazione dei cittadini.
So che così si rischia - e io lo sento come un gravissimo rischio - di "mettere in divisa" (di Protezione Civile, ma pur sempre divisa) di un gran numero di persone, con tutte le tentazioni che ne possono derivare. Ma l'alternativa, dato che la ripresa economica si farà aspettare a lungo, è di avere un numero consistente di cittadini fermi, bloccati (non per colpa, né per demerito) nel definire un proprio orizzonte, e dunque sempre più facilmente bersaglio di solitudine, demagogia, populismo.
Dagli ospedali ai territori da rimettere in sesto (Liguria docet), dalle nuove povertà e solitudini alla sicurezza contro la microcriminalità: i cittadini italiani -  e quelli europei, pensando a un programma continentale di occupazione dei cittadini UE, con scambi ad hoc - possono esser chiamati a dare il loro apporto al bene della comunità, nel frattempo imparando (o re-imparando) un lavoro.
Sto parlando dei nati qui (indipendentemente dalla nazionalità dei loro genitori), ma non solo.
Sto parlando dei giovani, ma non solo.
Perché la cittadinanza non è un diritto definito una volta per tutte, ma è una costruzione, a maggior ragione la cittadinanza europea.
E' un "artificio", quindi, e come tale è sovente da rinsaldare e ridefinire.
Francesco Maria Mariotti

domenica 20 novembre 2011

Appello

Dal Circolo Rosselli ricevo e segnalo l'appello di Pia Locatelli.

Si possono avere dubbi - e io ne ho molti, da tempo - sulla cosiddetta primavera araba, ma a maggior ragione in questo momento l'arresto di una candidata appare un atto molto grave, contro il quale è necessario attivarsi a livello diplomatico e di organismi internazionali.


PSI Lombardia: appello dal Cairo di Pia Locatelli per la liberazi...: Pia Locatelli president socialist international women asks for immediate release of Bouthaina Kamel

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sabato 19 novembre 2011

Un'Italia più forte in un'Europa più forte


Interessante riflessione di Marco Campione, che cita Stefano Menichini; da integrare con il timore che un "eccesso di appoggio" - che personalmente condividerei - può lasciare senza una risposta - soprattutto in vista del dopo governo - i malumori e le difficoltà che parti del paese proveranno per la durezza delle misure . 

Il rischio che nasca un "populismo di risposta" alle misure che il governo Monti sarà costretto a fare è grande (ne parlava De Rita in questi giorni; e dobbiamo pensare alle incognite di voti politici in Francia e in Germania). Il ruolo delle forze politiche democratiche - anche del Pdl, se deciderà di "superare" il suo fondatore, creandosi un orizzonte di futuro - è quello di far capire come le decisioni di Monti possono essere la base del futuro di tutti.

Confido che anche il professor Monti sia consapevole di questa difficoltà di "prospettiva": in questo senso è fondamentale riconquistare un posto in un'Europa via via più solida (Eurobond, nuovo ruolo BCE, nuove modalità di governo: si veda il Manifesto del Sole24Ore di cui si è già detto).

L'Italia deve diventare visibilmente e tangibilmente più forte in una Europa che si rinnova.

venerdì 18 novembre 2011

L'Europa siamo noi (il discorso di Monti al Senato)


Ciò che occorre fare per ricominciare a crescere è noto da tempo. Gli studi dei migliori centri di ricerca italiani avevano individuato le misure necessarie molto prima che esse venissero recepite nei documenti che in questi mesi abbiamo ricevuto dalle istituzioni europee. Non c'è nessuna originalità europea nell'aver individuato ciò che l'Italia deve fare per crescere di più. È un problema del sistema italiano riuscire a decidere e poi ad attuare quanto noi italiani sapevamo bene fosse necessario per la nostra crescita. Non vediamo i vincoli europei come imposizioni. Anzitutto permettetemi di dire, e me lo sentirete affermare spesso, che non c'è un loro e un noi. L'Europa siamo noi. (...)
Equità significa chiedersi quale sia l'effetto delle riforme non solo sulle componenti relativamente forti della società, quelle che hanno la forza di associarsi, ma anche sui giovani e sulle donne. Dobbiamo renderci conto che, se falliremo e se non troveremo la necessaria unità di intenti, la spontanea evoluzione della crisi finanziaria ci sottoporrà tutti, ma soprattutto le fasce più deboli della popolazione, a condizioni ben più dure. La crisi che stiamo vivendo è internazionale; questo è ovvio, ma conviene ripeterlo ogni volta, anche ad evitare demonizzazioni. È internazionale, lo sto dicendo a tutti. Ma l'Italia ne ha risentito in maniera particolare. (...)
Per questo il programma che vi sottopongo oggi si compone di due parti, che hanno obiettivi ed orizzonti temporali diversi. Da un lato, vi è una serie di provvedimenti per affrontare l'emergenza, assicurare la sostenibilità della finanza pubblica, restituire fiducia nelle capacità del nostro Paese di reagire e sostenere una crescita duratura ed equilibrata. Dall'altro lato, si tratta di delineare con iniziative concrete un progetto per modernizzare le strutture economiche e sociali, in modo da ampliare le opportunità per le imprese, i giovani, le donne e tutti i cittadini, in un quadro di ritrovata coesione sociale e territoriale. (...)
È necessario colmare il fossato che si è creato tra le garanzie e i vantaggi offerti dal ricorso ai contratti a termine e ai contratti a tempo indeterminato, superando i rischi e le incertezze che scoraggiano le imprese a ricorrere a questi ultimi. Tenendo conto dei vincoli di bilancio occorre avviare una riforma sistematica degli ammortizzatori sociali, volta a garantire a ogni lavoratore che non sarà privo di copertura rispetto ai rischi di perdita temporanea del posto di lavoro. Abbiamo da affrontare una crisi, abbiamo da affrontare delle trasformazioni strutturali, ma è nostro dovere cercare di evitare le angosce che accompagnano questi processi. (...)

Perché no alla tassazione di genere (laVoce)


Segnalo questo articolo della Voce:

http://www.lavoce.info/dossier/pagina2976.html

mercoledì 16 novembre 2011

Superare la Paura, Andare Verso il Futuro


Aria di entusiasmo attorno al tentativo di Monti.
Siamo un grande Paese, e questo nuovo Governo ci costringerà a non dimenticarlo.

Potremo e dovremo discutere di tutto, valuteremo tutto con attenzione. 

Le divisioni non sono un dramma, naturalmente: il conflitto sociale non deve fare paura, soprattutto se si svolge dentro un orizzonte di coesione comune

Il cambio di passo che - anche grazie a questo Governo - possiamo fare è già evidente.

Sarà difficilissimo, non dimentichiamolo. Ma forse per la prima volta dopo tanto tempo abbiamo di nuovo un obbiettivo comune, al di là anche della destra e della sinistra. E ci divideremo, quando necessariamente ci divideremo, su cose concrete e chiare. 

Sarà per tutti una sfida, un andare verso il futuro. 

La lotta comune del popolo italiano, la lotta dei cittadini italiani che combattono contro il declino economico, sociale e politico del Paese.

Non è esaltante? Non è già superare l'ansia che ci stava soffocando?

Francesco Maria Mariotti