domenica 15 dicembre 2013

La Morte di Giuliana Dal Pozzo

(...) Poi l'intuizione nel 1988 del Telefono Rosa, un'associazione di volontarie per le donne vittime della violenza tra le pareti domestiche e sui luoghi di lavoro. Sull'argomento pubblicò anche un libro, Così fragile, così violento (Editori Riuniti) in cui la violenza degli uomini veniva raccontata dalle donne. Era allora, più di oggi, una violenza 'sommersa', di cui non si trovava traccia nei verbali degli operatori sanitari o delle forze dell'ordine. C'erano in una stanza cinque volontarie con un quaderno e una penna ad alternarsi nell'ascolto di donne che chiamavano chiedendo aiuto da tutta Italia. Nasceva così una nuova forma di servizio sociale, prima ancora di promuovere convegni, iniziative, campagne di comunicazione dove oggi lavorano decine di volontarie, avvocate penaliste e civiliste, psicologhe, mediatrici culturali di diversa nazionalità.(...)

venerdì 13 dicembre 2013

Nessuna Tolleranza

(....) Per quello che riguarda l’ordine pubblico, noi chiediamo al governo di usare tolleranza zero, verso chi si è reso o si renderà responsabile degli atti violenti di cui abbiamo parlato, di identificare e denunciare coloro i quali hanno minacciato i cittadini nei giorni scorsi e ancora in questi, di togliere, senza più porre tempo in mezzo, i blocchi stradali che sono ancora operanti. Di identificare e denunciare chi si sia reso responsabile dell’organizzazione materiale e logistica di una così vasta rete di eventi contemporanei e di trasferimenti di persone. Chiediamo anche un contributo di conoscenza. Noi vogliamo conoscere i nomi e le organizzazioni che sono state dietro questi inaccettabili eventi. Vogliamo sapere chi c’era oltre ai legittimi manifestanti, quali gruppi, sigle, tendenze politiche. Certo la politica deve dare risposte, puntuali, rapide, significative; ma nessun lassismo, nessun attendismo, rispetto ai violenti, cambierà di un millimetro la drammatica crisi sociale che attraversiamo. La soluzione di quei problemi si trova qua dentro, in Parlamento, o non si trova; conosciamo già le scorciatoie violente della storia, e non siamo disponibili a ripeterne gli errori. Nessun ritardo per le risposte politiche dunque, ma nessuna tolleranza per la violenza, i ricatti e le squadracce che hanno messo a soqquadro per il paese.


Da tre giorni le principali città italiane, ma soprattutto Torino, sono ostaggio di una confusa rivolta. Confusa, perché raccoglie un effettivo forte disagio sociale, ma pure un trasversale ribellismo dai molti e anche ambigui colori. Confusa, perché gli obbiettivi o sono così vaghi o sono così irrealistici da apparire puri pretesti.
Pretesti per sfogare una protesta destinata a non avere risultati concreti. Confusa, perché invece di colpire i presunti «nemici del popolo», la classe politica, nazionale e locale, colpisce il popolo. Quello dei pendolari, costretti a raddoppiare la fatica di una già durissima giornata; quello dei commercianti, obbligati dalle minacce dei rivoltosi a rinunciare ai pur magri incassi prenatalizi; quello della gente comune, costretta a complicati e, in alcuni casi, perigliosi pellegrinaggi tra serrande sbarrate. Una rivolta, invece, chiarissima nel dimostrare una realtà ormai emersa in molti casi, ma mai in maniera cosi evidente: l’assenza dello Stato.

mercoledì 11 dicembre 2013

Reagire Con Forza All'Aggressione Reazionaria

Mantenere la calma in queste ore di confusione è doveroso, ma non deve significare sottovalutare cosa sta succedendo. C'è infatti un limite scritto nella sabbia, quindi difficilmente individuabile a priori, fra la tolleranza paziente del forte e la colpevole viltà del debole. 

Io temo che questo limite stiamo rischiando di passare, nel continuare a definire "comprensibili" le ragioni della protesta cosiddetta "dei forconi" e nel non reagire a metodi di protesta sempre più inaccettabili (da notare comunque che contro questi metodi violenti i cittadini comiciano a mobilitarsi, per esempio a Torino).
 
Questo paese, e in particolare le forze progressiste - a furia di gridare "al fascista" per motivi inutili o risibili - sembra aver perso la voce di fronte a quella che appare sempre di più un'aggressione reazionaria alle istituzioni democratiche.
 
Non c'è ragione che tenga, quando si minaccia chi non partecipa allo sciopero, come sta accadendo in varie parti del Paese. Il disordine che sembra segnare l'organizzazione di queste manifestazioni - e che rende più difficile la gestione da parte delle forze dell'ordine - dovrebbe anche far riflettere coloro che attaccano a pie' sospinto i sindacati confederali, che garantiscono con la loro presenza e azione la legalità degli scioperi.
 
E a chi si fa comprensibilmente toccare dai nodi reali - che ci sono, naturalmente, e segnano la vita di molte persone che manifestano - va detto chiaramente che la povertà non è mai stata - nel migliore pensiero sociale di ogni parte politica - giustificazione per ribellismi che non fanno che nuocere a qualsiasi vera ipotesi di riforma di questo Paese.
 
Non c'è molto da dire: lo Stato, il Governo, e anche questo Parlamento sono pienamente legittimati a reagire a un'aggressione grave e senza giustificazioni.  Mantenere la calma si deve e si può: ma se la pazienza rischia di sembrare viltà, non va atteso oltre.

Si sgomberino in tutti i modi possibili - con l'uso legittimo della forza che lo Stato può e deve utilizzare - le strade e le piazze di questo Paese e si ponga fine a queste inutili, dannose e pericolose forme di protesta.
 
Francesco Maria Mariotti
 
***​
 
Vita difficile per i commercianti torinesi che, nonostante le proteste in corso, in questi giorni hanno cercato di tenere aperti i negozi. Minacce, intimidazioni e insulti da parte dei manifestanti, che spesso si sono fatti prendere la mano. Come testimonia il video pubblicato ieri da Repubblica: l'episodio risale al primo pomeriggio di lunedì, nella centralissima via Garibaldi, a poca distanza da piazza Castello. Le immagini parlano da sè, ma l'HuffPost ha raggiunto Alessandro, uno dei due store manager (il ragazzo rasato sulla destra dello schermo) del negozio di abbigliamento.

Come si sono svolti i fatti?
"Quando il corteo si è sciolto, un gruppetto di persone assortite è entrato nel nostro negozio urlando e intimando a tutti di uscire. Ho cercato di calmarli, dicendo che avrei chiuso e chiedendo che mi dessero il tempo di far uscire i clienti. Ho tirato giù mezza serranda per far capire che li avrei accontentati, anche se malvolentieri. Abbiamo messo in sicurezza il personale e fatto uscire la clientela. Il mio collega Luca (è il ragazzo con i pantaloni gialli) è rimasto fuori. Allora ho fatto il giro dal portone del cortile per non lasciarlo da solo.

Si è trattato solo di qualche parola (non si sentono neanche tutte). Il problema è che loro sostenevano dei diritti sacrosanti, le loro motivazioni non le discuto assolutamente, però per difenderle hanno calpestato quello che, secondo me, è un diritto più importante: la libertà di scelta. Il nostro è solo uno dei tanti episodi. Abbiamo negozi anche nei centri commerciali e lì sono avvenuti fatti ancora più gravi di quello che è successo a noi. In alcuni casi hanno addirittura malmenato e minacciato in malo modo le commesse".

Perso il lavoro, una donna di ventotto anni si riorganizza l’esistenza e apre un negozio tutto suo, tra sacrifici e paure di non farcela. Poi arriva la settimana dei forconi e le cedo la parola: «Sono d’accordo con il motivo della protesta, ma non con il modo. Io non posso e non voglio chiudere. E non voglio che qualcuno mi obblighi a pensarla diversamente. Che io sia nel giusto o nel torto, potrò avere il mio pensiero? Oggi sono stata accerchiata da una ventina di uomini davanti al mio negozio: mi hanno spintonata e fatta cadere, mi hanno urlato che dovevo morire: “Ammazzate quella coniglia!” Quando mi sono rialzata e mi hanno detto “chiudi o ti spacchiamo tutto”, ho capito che la mia libertà di scelta era svanita. Le gambe mi tremavano e come una mamma con il suo bambino ho fatto la scelta più sicura. Ho chiuso le serrande. E chi veramente dovrebbe essere il bersaglio della protesta sarà a bere un cappuccino con i soldi pubblici».
Chissà se esiste, per l’umanità evoluta (?) del ventunesimo secolo, la possibilità di esprimere l’esasperazione senza la prevaricazione e la rabbia senza la violenza vigliacca che si accanisce contro i più deboli. L’unica alternativa plausibile l’hanno offerta domenica scorsa i tre milioni di votanti delle primarie democratiche, firmando l’ennesima cambiale in bianco alla classe dirigente. Ma è stata l’ultima. Se i politici non la onoreranno in fretta, prendendo consapevolezza dell’emergenza e rinunciando ai loro riti lenti e bizantini, come sempre nella storia l’ignavia della democrazia avrà prodotto i forconi su cui si isseranno le prossime dittature.

Si apre il terzo giorno della protesta dei Forconi e il prefetto di Torino ha ottenuto rinforzi per contrastare manifestazioni - parole sue - «uniche nel loro genere perché basate su azioni sporadiche e presidii improvvisi in diversi punti». Una città storicamente abituata a convivere con forme radicali di conflitto ieri è parsa alla mercé di manifestanti che potevano interrompere a loro piacimento qualsiasi servizio pubblico e intimidire i commercianti. Il tutto in un vuoto pneumatico, nel quale assenti la politica e le forze sociali, troppo lento nell’agire il ministro dell’Interno, il peso del confronto - persino psicologico - è stato caricato sui poliziotti. Nessuno sottovaluta ampiezza e profondità del malessere che attraversa la società e che mette in difficoltà le frange più deboli del lavoro autonomo, come i camionisti con un solo Tir o gli ambulanti, ma si ha l’impressione che le loro rivendicazioni servano come foglia di fico ai veri capi della rivolta. Sul campo è nato con il logo dei Forconi un attore sociale e politico trasversale, il cui retroterra non è chiaro e che ha aggregato di tutto, persino gli ultrà del calcio.
Un mondo politico costantemente alla ricerca di un copione da recitare non aspettava altro che strumentalizzare la protesta


Chi sono i “forconi”
Il “movimento dei forconi” è molto eterogeneo e difficile da definire con precisione. La componente principale, che ha dato origine all’iniziativa un paio di anni fa nel sud Italia, è costituita dagli autotrasportatori, cui nel tempo si sono aggiunti gruppi più o meno organizzati di agricoltori, operai, venditori dei mercati e perfino ultras delle tifoserie di calcio. La maggior parte fa riferimento a partiti e movimenti politici di estrema destra, a partire da Forza Nuova, che negli ultimi giorni ha dato il proprio sostegno alle iniziative di protesta in giro per l’Italia.

Nel caso di Torino, come racconta oggi sul Corriere della Sera Marco Imarisio, alla protesta si sono aggiunti studenti delle scuole superiori e delle università, alcune organizzazioni sindacali e militanti della sinistra antagonista. I termini e le modalità della protesta in questo caso sono ben distinti, anche se c’è il riconoscimento della capacità dei “forconi” di avere attirato l’attenzione sulla loro protesta.

Che cosa chiedono
La composizione eterogenea del “movimento dei forconi” si riflette anche sulla natura delle richieste rivolte alle istituzioni. I motivi della protesta e ciò che viene chiesto alla politica e alle amministrazioni non è del tutto chiaro. C’è di sicuro un generico “basta” applicato praticamente a tutto: ai politici viene chiesto indistintamente di lasciare i loro incarichi, al governo di dimettersi, alle amministrazioni locali di non pagare più consiglieri e assessori, a Equitalia di non effettuare più riscossioni e allo Stato in generale di non tassare più la popolazione. Manca un interlocutore unico e per questo motivo le istituzioni faticano a organizzare la loro risposta alle proteste, che hanno causato grandi disagi negli ultimi giorni.


Le parole scandite a questo giornale dal segretario del Siulp Felice Romano - "Abbiamo giurato fedeltà alla Repubblica e ai suoi cittadini, non a coloro che rappresentano temporaneamente le istituzioni. Che forse sono troppo affaccendati nelle loro questioni personali per comprendere cosa sta davvero succedendo" - sono inquietantipericolose e mi auguro che vengano quanto prima smentite innanzitutto perché solo nelle vere democrazie i politici si trovano temporaneamente ma legittimamente a rappresentare le istituzioni, altrimenti ci troveremmo in dei regimi.
E' indubbio che le forze dell'ordine di questo Paese stiano pagando, e non da un giorno, un prezzo altissimo alla crisi: uomini e donne in divisa che sono quotidianamente impegnati in contesti sempre più difficili, dall'ordine pubblico alle indagini contro la criminalità organizzata, hanno subito tagli lineari per miliardi di euro e un blocco degli stipendi che li sta impoverendo e mettendo, psicologicamente, a durissima prova.(...)

sabato 7 dicembre 2013

Rischio Italia? Crisi Oltre Il Livello Di Guardia?

Chiusi i seggi delle primarie Pd, che sembrano attrarre attenzione oltre il loro reale valore politico, e indipendentemente da chi vincerà, è urgente per tutti volgere lo sguardo alle tensioni del Paese: si annunciano giorni difficili, sia a livello nazionale che internazionale (vd. articoli che seguono). In un momento in cui l'accordo storico del WTO potrebbe far ben sperare nelle prospettive per la crescita mondiale, l'Italia sembra non essere ancora pronta per rimettersi in piedi.

La combinazione di instabilità politica - dovuta in parte alla ecessiva sopravvalutazione degli effetti della sentenza della Corte costituzionale (è segno innegabile di crisi del pensiero politico, se si dipende troppo dalle regole), in parte al già citato eccesso di attenzone alle primarie del Pd - e proteste contro la crisi economica - su cui paiono volersi innestare movimenti interessati allo sfascio - può essere fatale per la nostra democrazia.

Paradossalmente i momenti di "uscita" da una crisi possono essere i più rischiosi: perché si percepisce il cambiamento, ci si muove disordinatamente per tentare di coglierlo, ma magari si perde l'occasione (o non si è capaci di gestire il momento), e la scossa impressa alla comunità - causa perdita dell'equilbrio - diventa una caduta più rovinosa. E il progresso visto in nuce diventa reazione violenta. Per questo è sempre negativo - e alfine reazionario - predicare una rivoluzione senza avere gli strumenti per porla in essere. 

Non è per amore di stabilità fine a se stessa, che personalmente preferisco per i prossimi mesi questo governo (anche se sono evidenti tutti i suoi limiti), ma perché la partita che vede coinvolto il nostro Paese anche in Europa (si legga Cingolani su Linkiesta, forse un po' troppo sbilanciato sul passato, ma interessante) è di fondamentale importanza. 

In una fase storica in cui l'antieuropeismo sta diventando uno slogan troppo facile, la politica non deve diventare la cassa di risonanza del malumore, ma la guida concreta di un cambiamento di strategia. E questo non avviene a colpi di slogan (tanto il manifestante urlerà sempre più forte del politico di governo), ma con piccoli passi, purché tangibili.

Nei prossimi giorni potranno certo esserci incidenti, anche gravi; ma se Presidenza della Repubblica, Governo (che è nel pieno dei suoi poteri), Parlamento (che non è delegittimato), partiti e rappresentanze sociali responsabili, forze dell'ordine e d'intelligence sapranno coordinarsi pur nella diversità dei ruoli, l'inevitabile tensione potrà essere gestita. 
Abbiamo superato momenti ben peggiori: non prevalga la paura.

Francesco Maria Mariotti

(...) Questo non vuol dire che la storia si ripeta. Rispetto a due anni fa oggi esistono strumenti come il meccanismo salva stati che rappresenta senza dubbio un passo avanti rispetto alla lettera del trattato. Non è gratis, gli aiuti vengono concessi a dure condizioni, ma alla fin fine sono le stesse della lettera inviata dalla Bce il 5 agosto 2011 a Italia e Spagna senza che fosse accompagnata da nessun assegno. Inoltre, oggi la congiuntura migliora, anche se troppo lentamente, come ha ricordato giovedì scorso Mario Draghi. Il presidente della Bce sostiene di avere ancora una intera santabarbara a disposizione per soffocare ogni ulteriore attacco all’euro. Tuttavia ha glissato sulle domande a proposito dell’unione bancaria e delle operazioni per rafforzare le banche (compresa quella italiana). Conosce bene le insidie delle prossime settimane e incrocia le dita perché il consiglio europeo non si chiuda, come sembra probabile, rinviando di altri sei mesi tutte le questioni calde. Se sarà così, allora davvero c’è da aspettarsi che l’area euro torni a ballare. Incombe sempre, del resto, la sentenza dell’alta corte tedesca sulle Omt, le Outright monetary transactions, in sostanza l’acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario, un altro strumento per spegnere i fuochi della speculazione. (...)

La parola d’ordine? «Demolire il sistema. Polentoni e terroni, destra e sinistra saranno con noi, in piazza, a partire da domenica notte, e andremo avanti fino a quando questa classe politica fatta di cialtroni e delinquenti non andrà a casa». 
Mariano Ferro é uno dei leader storici del movimento dei «Forconi», che nel 2012 paralizzò la Sicilia. «Tre giorni fa dissi al prefetto di Catania che l’Italia stava per diventare una nuova Grecia. E il prefetto mi rispose: “Lo so”. Vedrete quello che succederá...». Minaccioso come lo può essere l’Etna di questi giorni con le sue eruzioni, il leader dei Forconi disegna scenari apocalittici a partire dalle prossime ore. A partire da domani notte, con presidi e blocchi di strade, autostrade, ferrovie e porti in tutto il Paese, dalla Sicilia al Nord, da Torino a Verona a Modica e Pozzallo. (...)

Una protesta capillare che rischia di degenerare. È questo il timore degli analisti del Viminale alla vigilia della manifestazione organizzata dagli autotrasportatori e dal «movimento dei forconi», alla quale potrebbero aderire pure i Cobas. Sono oltre trenta i presidi già pianificati da domani sera nelle strade e nelle piazze di tutta Italia. Ma il vero pericolo riguarda i blocchi stradali e ferroviari per paralizzare completamente la circolazione in alcune regioni, prima fra tutte la Sicilia, proprio come accaduto lo scorso anno. Perché i segnali captati negli ultimi giorni parlano di possibili infiltrazioni dei gruppi di estrema destra, determinati a compiere «azioni di resistenza passiva». Ma anche di una mobilitazione «non governata dalle principali sigle sindacali di categoria che dunque potrebbe gravi conseguenze». (...)


Rischio Libia

Libia/Nella piu' assoluta indifferenza continuano in Libia agguati e attentati. Particolarmente difficile la situazione a Bengasi dove si verificano omicidi quotidiani, spesso i target sono ufficiali e militari. Giovedi' e' stato invece assassinato un giovane professore americano che insegnava chimica nella scuola internazionale. 

Lo hanno freddato mentre faceva jogging. Forse una vendetta per la cattura da parte degli Usa dell'esponente integralista Al Libi. Pochi giorni fa il "portavoce" (un americano convertito) di Al Qaeda aveva invitato sul web a colpire i cittadini Usa.




(...) mentre faceva jogging da solo, è stato ucciso Ronnie Smith, un professore statunitense di chimica che insegnava nella International School di Bengasi, città da cui partì la rivolta anti-Gheddafi del 2011 ma che oggi è diventata il simbolo dell'instabilità del paese.

Smith era uno dei pochissimi stranieri che sono ancora rimasti a Bengasi e in tutta la Cirenaica: dopo la morte dell'ambasciatore Stevens, la presenza occidentale a Bengasi è stata ridotta al minimo, anche il console italiano Guido De Sanctis venne fatto partire dopo un attentato contro la sua auto blindata.  L'ultimo a partire il console malese, richiamato alla Valletta dopo che perfino a lui, considerato da tutti "un libico" erano arrivate minacce di morte.

Originario del Texas, 33 anni, sposato e con un figlio piccolo, Smith era arrivato a Bengasi alla fine del 2012, per insegnare chimica alla Scuola internazionale. Su Internet, nelle loro bacheche, i ragazzi della scuola lo ricordano come un uomo generoso, che aveva offerto tutto se stesso alla causa del popolo, dei giovani libici.

Ma Bengasi ormai è una città in cui la sicurezza è sfuggita di mano a tutti perché nessuno controlla il potere e le forze di polizia. Solo oggi sono stati assassinati 3 militari, ieri altri 2, nella notte un terzo è sfuggito a un attentato. (...)




(ANSA) - TRIPOLI, 4 DIC - L'assemblea nazionale libica ha votato per far diventare la legge islamica (sharia) la base di tutte le leggi e delle istituzioni statali del Paese, con una decisione che potrà avere un impatto fra l'altro sulla normativa finanziaria. (...)

II Primo Accordo del WTO - The Bali Package

La mattina di sabato 7 dicembre i ministri dei 159 paesi membri del WTO (l’Organizzazione mondiale del commercio) hanno raggiunto nell’isola di Bali, in Indonesia, il primo accordo complessivo di riforma del commercio mondiale nei quasi 20 anni di storia dell’organizzazione. Le regole dell’accordo, approvate all’unanimità, prevedono una serie di facilitazioni alla circolazione delle merci nel mondo e, secondo alcune stime, potrebbero portare nei prossimi anni a un aumento del valore del commercio mondiale fino a mille miliardi di dollari. Ma più ancora del contenuto, l’accordo è importante per quello che significa per il WTO e per il percorso complicato con cui si è arrivati a firmarlo. (...)


Sono tre i capitoli fondamentali su cui si basa l'accordo raggiunto dal Wto a Bali: uno dedicato ai paesi meno avanzati, i più poveri, detto dello sviluppo; un capitolo agricolo, richiesto dall'India e da altri paesi in via di sviluppo; infine un capitolo sulle facilitazioni al commercio, che stava particolarmente a cuore all'Unione Europea e agli USA. Si tratta del primo accordo commerciale multilaterale raggiunto dall'Organizzazione Mondiale del Commercio, dalla sua fondazione nel 1994. Ecco in sintesi i tre filoni principali dell'accordo. (...)

Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/qkHzt

The WTO’s Bali Ministerial Conference concluded a day later than scheduled on 7 December 2013 with agreement on a package of issues designed to streamline trade, allow developing countries more options for providing food security, boost least developed countries’ trade and help development more generally.

L'eredità di Mandela. Quel neo-capitalismo cauto (da ilSole24Ore.it)

(...) Le cose cambiarono alla fine di gennaio 1992, quando Mandela e F.W.de Klerk furono invitati al World Economic Forum di Davos, accolti come rock star dal capitalismo occidentale. «Ragazzi, dobbiamo scegliere - disse Mandela al vertice dell'Anc una volta tornato a Johannesburg -. O ci teniamo le nazionalizzazioni e non otteniamo gli investimenti. O rinunciamo al nostro atteggiamento e ci teniamo gli investimenti». Passarono altri quattro mesi. Poi l'Anc diffuse un opuscolo di 45 pagine: «Pronti a governare», era il titolo. Per la prima volta sparivano le nazionalizzazioni. L'alleanza con il Partito comunista e il Cosatu, il grande sindacato, restavano e sono ancora oggi fondamentali. Ma l'African National Congress entrava con cautela nel capitalismo. (...)
 
Da quando ha lasciato la presidenza, Madiba non ha mai usato la sua credibilità per interferire nel lavoro dei successori. Ma ora la sua morte lascia un vuoto morale in cui la gestione di Zuma risplende per mediocrità. Il personaggio più diffuso di questa stagione è il "tenderpreneur", il funzionario pubblico Anc che offre contratti e appalti solo all'imprenditore iscritto all'Anc o suo importante finanziatore. Quest'assenza di distinzione fra politica e affari, una specie di socialismo di ritorno malato, mina l'economia più delle illusioni della Nazione Arcobaleno (...)
 
con articoli di Ugo Tramballi e Stefano Biolchini - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/4hYug

venerdì 6 dicembre 2013

Nelson Mandela: i molti volti della storia di un uomo

E' morto Nelson Mandela. Di seguito il richiamo ad alcuni articoli commemorativi apparsi in queste ore, con alcune sottolineature (i grassetti sono miei) che credo siano importanti da fare, per rendere meglio tutta la complessità di una grande figura storica, che sarebbe errato semplificare in "eroe della non-violenza", e con uno sguardo anche sul lato personale, sempre terribilmente difficile per chi dedica la propria vita alla battaglia politica. In questo senso, segnalo in particolare l'ultimo articolo - del 2005 - in cui si ricorda il coraggio di parlare pubblicamente della morte del figlio per Aids, in un paese che aveva molte difficoltà ad affrontare la questione.

FMM

Nelson Rolihlahla Mandela nasce nella tribù Thembu il 18 luglio 1918. Studia nelle scuole riservate agli studenti neri e si laurea in giurisprudenza. Nel 1944 diventa membro dell'Anc (African National Congress) ed inizia a condurre campagne non violente contro l'odioso regime segregazionista dell'Apartheid. Con il suo amico e avvocato Oliver Tombo da vita allo studio legale che assiste gratuitamente molti neri disagiati. Nel 1960 la svolta che segna per sempre la sua vita: Il regime di Pretoria, nel massacro di Shaperville, elimina molti militanti dell'ANC. L'African National Congress è dichiarato fuorilegge e a Mandela, sfuggito alla strage, non resta che darsi alla macchia dando vita ad un'organizzazione militarista con lo scopo di mettere alle corde il regime con azioni di guerriglia e sabotaggi

di Stefano Biolchini - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/Sp4Jd

Dopo numerose manifestazioni di protesta e duri scontri in piazza, tra cui il massacro di Sharpeville in cui 69 neri vennero uccisi dalla polizia, nel 1960 il National Party mise fuori legge l’ANC: Mandela, che era vicepresidente nazionale del movimento, entrò in clandestinità e abbandonò la lotta non violenta, appoggiando una campagna di attentati e sabotaggi. Nel 1961, infatti, fu tra i fondatori del braccio armato dell’ANC, la Umkhonto we Sizwe (“lancia della nazione”, abbreviato in MK): in quegli anni i suoi modelli erano le lotte armate di Castro e di Mao. I giornali, visto il suo ruolo di spicco nell’organizzazione e la sua latitanza, lo chiamavano “la primula nera”.


La madre lo spinge a studiare. A 21 anni entra all’università per neri di Fort Hare, fondata da missionari scozzesi. Studia inglese, antropologia e legge. Adora ballare. Quando però il capo villaggio decide per lui nozze combinate, scappa con un amico a Johannesburg, procurandosi i soldi del viaggio vendendo un paio di mucche del capo. Vive nella township di Alexandra, studia a lume di candela. Nel ’43 si laurea per corrispondenza a Fort Hare, conosce Evelyn. Si sposano nel ’44. Nelson ha 26 anni. Studia da avvocato alla Wits, unico nero della classe. Abita a Soweto. Negli anni successivi il Sudafrica dei bianchi e del nuovo Partito Nazionale costruisce i muri dell’apartheid: no ai matrimoni misti, sì alla divisione razziale (Population Act) e alla segregazione dei neri in zone apposite (Group Areas Act). Mandela è eletto capo dei giovani dell’African National Congress (Anc). Con l’amico Oliver Tambo apre uno studio legale. Primo vero arresto nel 1956, in seguito alla Freedom Charter: detenuto (in attesa di processo) con altri 155 al Vecchio Forte. Esce dopo due settimane e trova la casa vuota: Evelyn, che non sopporta il suo impegno politico (e la latitanza familiare), se n’è andata con i figli (e le tende). Nella sua vita entra Winnie, che lui ha intravisto alla fermata dell’autobus.(...) 
Ritorna l’11 febbraio 1990: libero, senza condizioni, dopo più di 10 mila giorni di prigionia. Comincia la sua terza vita: Mandela il riconciliatore. «I bianchi sono nostri concittadini, chi rifiuta l’apartheid sarà accolto nella lotta comune per un Sudafrica democratico e non razziale». 

Nel ’92 Nelson si separa da Winnie, la donna più amata l’ha tradito con altri, è diventata un’estranea. (...)


«Non chiamatemi, chiamo io». Così disse ridendo Nelson Mandela l' estate scorsa a Johannesburg, il giorno in cui convocò i giornalisti per annunciare la decisione di abbandonare la vita pubblica. Era di buon umore Tata, papà, come lo chiamano i collaboratori. Ha scherzato: «Quando ho detto a un amico che volevo andare in pensione, mi ha risposto brusco: "Tata, ma tu sei già in pensione" (Mandela ha lasciato la politica attiva nel ' 99). D' accordo, vorrà dire che oggi annuncio che mi pensiono dalla pensione». Poi la preghiera: «Don' t call me, I' ll call. Nessuno mi darà dell' egoista se alla fine della mia vita vorrò passare un po' di tempo con la mia famiglia e con me stesso». Ha chiamato lui. Ieri. Ha convocato una conferenza stampa nel giardino della sua casa a Houghton, verde quartiere residenziale di Johannesburg. Accanto a lui la terza moglie, Graca Machel, la figlia Makaziwe, alcuni nipoti. «Vi ho chiamato per annunciare che mio figlio è morto di Aids». Così, con otto parole, il superpensionato Rolihlahla Nelson Mandela, premio Nobel per la pace nel ' 94, tata di tutti i sudafricani e un po' anche del tempo nostro, a 86 anni è tornato alla politica attiva. In Sudafrica, nessuna confessione privata può avere un' eco pubblica più forte: un padre, il padre della patria, tata, che dice: «Mio figlio Makgatho, 54 anni, l' unico maschio che mi era rimasto, è morto di Aids». Non è solo il dolore vuoto e pulito di un uomo che ha già sofferto la perdita di un figlio: Mandela era dietro le sbarre di Robben Island nel 1969, quando apprese che Madiba Thembekile era morto in un incidente stradale. Dopo 27 anni in galera scrisse nell' autobiografia «Un lungo cammino verso la libertà»: «Cosa si può dire di una tragedia simile? Non ho parole per esprimere il dolore, il vuoto che sentii». Questa volta il dolore privato si riempie di un messaggio politico, nel Sudafrica del 2005 dove l' Aids è ancora un tabù. «Parliamo dell' Hiv-Aids, non nascondiamolo - ha detto Tata nel giardino di casa -. Questo è l' unico modo per farla apparire una malattia normale come la tubercolosi, come il cancro. L' unico modo è uscire allo scoperto, dire che qualcuno è morto per l' Hiv-Aids: così la gente smetterà di considerarlo qualcosa di straordinario». Mandela parla di Hiv-Aids, unisce in una sola parola il virus e la malattia. Lo fa di proposito. E' quella coppia mortale che ha ucciso il figlio Makgatho, avvocato d' affari, e un anno prima di lui la moglie Zondi. Nel mondo è un dato risaputo. In Sudafrica no. Fino all' anno scorso il delfino di Mandela, l' attuale presidente Thabo Mbeki, metteva in dubbio il legame tra l' Hiv e l' Aids, mentre la sua ministra della Sanità per molto tempo ha consigliato di curare il malanno con le erbe della savana, al limite con i limoni. 



Bce, tassi fermi allo 0,25%. Draghi: resteranno su questi livelli o più in basso ancora a lungo (da ilSole24Ore.it)

Incalzato dalle domande, Draghi ha confermato che nella riunione odierna c'è stata una «breve discussione» in merito all'ipotesi di tassi negativi applicati sui depositi che le banche lasciano presso l'Eurotower. Parziale frenata anche sulla prospettiva di nuovi prestiti a lungo termine alle banche (Ltro): «Se oggi dovessimo varare nuove misure del genere, vorremmo essere sicuri che vengano utilizzate per l'economia» reale, ha sottolineato il presidente della Bce. Nel complesso, tuttavia, «il messaggio di oggi è che siamo pronti e capaci di agire», anche se «non si è discusso di uno specifico strumento». 

di Maximilian Cellino - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/HvBEx

Eni in pole position in Iran dopo l'accordo sul nucleare (da HuffingtonPost.it)

Il Cane a sei zampe potrebbe essere la prima compagnia petrolifera occidentale ad approfittare dell'accordo sul nucleare iraniano raggiunto alla fine di novembre. Oggi a Vienna, al termine del vertice dell'Opec che si è tenuto nella città austriaca, l'ad di Eni Paolo Scaroni ha incontrato il ministro iraniano del Petrolio Bijan Zanganeh per parlare dei progetti che il gruppo ha intenzione di cantierizzare nel Paese, una volta che verranno allentate le sanzioni internazionali scoccate un anno fa contro la nazione mediorientale. Proprio ieri Teheran ha mostrato interesse per sette colossi del settore petrolifero invitandoli a investire in Iran.(...)

giovedì 5 dicembre 2013

La Tragedia Di Prato, Il Futuro Di Una Comunità

Trasformare la tragedia in opportunità dovrebbe essere il senso della politica. Quanto successo a Prato non meraviglia, ci dice di un percorso che non può essere portato avanti solo sul fronte della repressione, anche se non devono esserci timidezze su questo versante.

Viene infatti da domandarsi: si conoscono i nomi di chi guida la mafia cinese in Italia? E' possibile accordarsi con la Cina per rimpatri immediati di chi si verificasse essere responsabile di queste forme di schiavitù? Stiamo facendo veramente tutto il possibile a livello di persecuzione legale dei capi perché questa mafia non si radichi irreparabilmente nella nostra società?

La partita più importante è quella però che la comunità cinese - le nuove generazioni soprattutto - dovrà giocare con se stessa, sfidandosi all'integrazione nella legalità. La democrazia italiana può crescere solo se si usano sapientemente durezza e incentivazione politica, inclusione e esclusione.

Perché comunque cittadinanza non è - forse non può essere - totale apertura; né ovviamente chiusura impaurita.

La posta in palio è costruire una comunità che può vincere la scommessa del futuro, facendo giustizia dell'orrore esplicito di questi giorni, e dei tanti piccoli orrori silenziosi che l'hanno preceduto e lo seguiranno.


FMM

(...) Da un lato una comunità cinese paludata con la tendenza a vivere di regole impenetrabili, dall’altro l’emorragia di un distretto ormai lontano dai fasti che ne fecero uno dei miti fondativi della Terza Italia. Ma un conto sono i cinesi di Prato, un altro i cinesi di Cina. La difficoltà del nostro tessile non è dovuta alla presenza cinese in città. Confondere i piani serve solo da alibi per coprire un sistema industriale spesso incapace di tenere il passo dell’innovazione. Dal distretto non sono mai emersi gli emuli di Benetton, Tod’s o Zegna, ossia brand capaci di imporsi sui mercati con propri prodotti. Un gran lavoro per il mondo della moda ma poco distintivo e riconosciuto. Questo è un punto importante, troppo spesso nascosto sotto l’alibi dell’invasione cinese.(...)
Claudio Bettazzi, attuale presidente della Cna di Prato, è titolare di un laboratorio per filati da guglieria e lavora gomito a gomito con Wang. Sua moglie è impiegata proprio in un’azienda cinese. Anche suo figlio ha amici cinesi così come alle feste di paese, intorno a Prato, spuntano le prime coppie miste. Certo preoccupano gli abusi e la criminalità interna alla comunità, ma c’è un pezzo di seconda generazione che si sta integrando. Nel frattempo cominciano a intuirsi i vantaggi commerciali di una presenza così radicata. A Prato arrivano parenti cinesi facoltosi che comprano agli Outlet, gustano il buon vino, alloggiano negli alberghi della zona. Nessuno fa il francescano ma solo così si sviluppano occasioni di business. La stessa veglia funebre dell’altra sera, con mille cinesi che hanno reso omaggio ai loro caduti, è un fatto nuovo e sintomatico che va consolidato. È come fossero usciti all’improvviso dall’ombra dei laboratori, si sono fatti visibili alla comunità locale, dicendo di voler rispettare le leggi italiane. Siamo solo all’inizio di un lungo percorso, ma se si riusciranno a fare passi avanti sulla trasparenza, le regole, l’integrazione e le vere ragioni di una crisi di sistema del nostro tessile, senza accampare facili scuse, forse il rogo non sarà successo invano.


Per non andare tanto distante riavvolgiamo il nastro allo scorso anno. 7 dicembre 2012, commissione parlamentare antimafia. A parlare davanti ai commissari è l’allora prefetto di Firenze Luigi Varratta: «All'interno della mafia cinese – afferma - sono state distinte tre tipologie criminali. Rilevante è quella delle triadi, che opera nel settore dello sfruttamento dei clandestini, del gioco d'azzardo, della prostituzione e dei centri di benessere. Qualche giorno fa è stata condotta a Firenze un'operazione congiunta, tra Forze dell'ordine, Inps, Inail, Asl e Direzione provinciale del lavoro, su 11 centri di benessere gestiti da cinesi. Per due centri è stata sospesa l'attività per mancanza di autorizzazione. Va detto che non è stata notata presenza di clandestini; le irregolarità più importanti rilevate riguardano l'aspetto fiscale e l'assunzione di lavoratori in nero. A parte queste attività, il settore nel quale la criminalità gialla è più permeata è quello della contraffazione, in virtù del fatto che il tessile e la pelletteria sono molto floridi in Toscana. Stesso scenario troviamo anche Prato, Pistoia e nel Valdarno fiorentino. Dagli elementi che abbiamo sulla presenza della criminalità cinese si può forse dire che questa criminalità, che tra quelle straniere è quella che rappresenta il maggior pericolo per la sicurezza e per la legalità del territorio non solo fiorentino, ma toscano in generale, potrebbe diventare la quarta o quinta mafia».



(...) La storia della Chinatown in riva al Bisenzio è rimasta per troppo tempo sotto traccia, sono stati compiuti errori macroscopici dalle amministrazioni locali e dalle autorità nazionali quando si sono chiusi tutte e due gli occhi mentre nasceva un distretto parallelo del tessile-abbigliamento, un agglomerato industriale che ha via via fatto dell’illegalità il modello di business vincente.
Sia chiaro, il declino di Prato e della sua straordinaria storia di imprenditoria dei tessuti non è avvenuto per esclusiva colpa dei cinesi (i nuovi arrivati si sono posizionati con il loro “pronto moda” a valle delle manifatture locali) ma è nato comunque qualcosa di storto. Abbiamo permesso che nel cuore della civilissima Toscana in centinaia di laboratori clandestiniimprenditori cinesi senza scrupolo obbligassero i loro connazionali più deboli e ricattabili a lavorare come schiavi.
A dormire accanto alle macchine da cucire, ad allattare i bambini rubando il tempo alla produzione. Grazie a questo tipo di sfruttamento il distretto cinese di Prato si è rivelato negli anni una straordinaria macchina da soldiche ha venduto sui mercati di mezza Europa quantità incredibili di un made in Italy griffato di lavoro illegale, intimidazione ed evasione fiscale.
Se è questa la storia che c’è dietro il rogo di Prato è necessario chiedersi cosa fare, come conciliare la convivenza con le comunità cinesi con il pieno rispetto della nostra civiltà e dei diritti elementari del lavoro. Non possiamo tollerare zone franche ma in parallelo dobbiamo essere capaci di costruire un dialogo che veda protagoniste le autorità dei due Paesi e passi, però, anche dentro la società civile.(...)

mercoledì 4 dicembre 2013

Francia, Malata d'Europa?

Certo, questa non è una gara nella quale la seconda e la terza economia dell'euro bramino arrivare prime. Ma visto che insieme Francia e Italia fanno ben oltre un terzo del Pil dell'eurozona, il loro stato di salute è inevitabilmente un problema collettivo oltre che nazionale, lo spartiacque tra una crescita europea robusta e una ripresa anemica, come l'attuale. «Nell'ultimo biennio l'Italia è migliorata, la Francia no ma siccome la Francia fa parte del nucleo duro dell'euro non è esposta alla speculazione, perché tutti sanno che sarebbe aiutata dai tedeschi molto più facilmente dell'Italia» spiega Schmieding con brutale franchezza.
 
di Adriana Cerretelli - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/WI95E

Francia e Italia si stanno sforzando di trovare soluzioni più equilibrate rispetto alle linee guida in stile Troika (Commissione Ue, Bce, Fondo monetario). Parigi ha respinto con decisione le tesi delle agenzie di rating e il presidente Hollande ha confermato che non devierà dalle scelte di sovvenzionamento pubblico dei livelli occupazionali. Ma senza importanti e mirate operazioni di spending review (a cui il governo Letta sta lavorando, obbiettivo tagli per 32 miliardi) che vadano a incidere sul cosiddetto cuneo fiscale sarà molto difficile - dati gli alti livelli di debito e la bassa crescita - evitare una lunga e dolorosa fase di svalutazione interna e imponente disoccupazione strutturale. 

di Alberto Annicchiarico - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/uLz3k

La risposta è semplice: è una questione politica. Il peccato della Francia non è un debito eccessivo, una crescita economica particolarmente scarsa, una produttività scadente (dal 2000 a oggi è stata più o meno uguale a quella tedesca), una crescita insoddisfacente dell'occupazione (come sopra) o altro del genere. Il suo peccato è aver rimesso in ordine i conti pubblici alzando le tasse invece che tagliando lo Stato sociale, cosa che il Governo di Parigi è contrario a fare. Non c'è nessun dato che dimostri che si tratta di una politica disastrosa (e infatti i mercati dei titoli di Stato non sembrano preoccupati): ma a che servono i dati? 

di Paul Krugman - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/yzP6T

Tre i punti critici della Francia, secondo gli economisti del Lisbon Council: e’ uno dei paesi in cui la spesa pubblica in rapporto al pil e’ piu’ elevata; conduce politiche eccessivamente orientate all’interno con il risultato che la quota di esportazione continua a declinare; la competitivita’ e’ indebolita da un aumento eccessivo dei costi del lavoro e da norme restrittive che rendono “piu’ difficile assumere e licenziare rispetto a qualsiasi altro paese dell’Eurozona con l’eccezione della Slovenia”. Di piu’: secondo il Lisbon Council in Francia pesa enormemente “un’avversione alle riforme e le sue politiche rappresentano un rischio per tutti”

martedì 3 dicembre 2013

Accordo con l'Iran: Nuova Monaco o Compromesso Positivo?

Segnalo ​due articoli de ilFoglio sugli accordi di Ginevra fra 5+1 e Iran. Il paragone con gli accordi di Monaco del 1938 è richiamato troppo spesso, nella discussione pubblica, per essere un punto di confronto utilizzabile concretamente. 

Di fatto l'argomento - anche laddove sia fondato - rischia di essere una sorta di "al lupo, al lupo", che dopo reiterazioni continue diventa incapace di colpire e convincere; uno di quei richiami storici troppo distanti e differenti per essere pregnanti. 

Detto ciò, non possono essere sottovalutate le preoccupazioni che nel primo articolo vengono sottolineate. Come spesso in politica estera, le ragioni concrete, misurabili - e sagge, il più delle volte - della diplomazia non bastano - né possono bastare - ad esaurire lo scenario. 

Come già scritto, la posta in palio con la questione nucleare non è infatti "solo" la possibilità di una guerra nucleare (improbabile), ma il potere dell'Iran all'interno della scacchiera medioorientale, e più ancora la stabilità del regime fondamentalista. 

Ecco perché se da una parte è giusto non eccedere in allarmismi che rischiano di essere involontariamente retorici e quindi dannosi, sarebbe assai rischioso - non solo per israele, ma per tutto il mondo - non vedere la partita più complessiva che si gioca con questo accordo, al di là di questo accordo.

FMM

Quando Adolf Hitler si sedette nel 1938 alla Conferenza di Monaco con Neville Chamberlain, Benito Mussolini ed Edouard Daladier aveva dalla sua un non piccolo vantaggio: per dirla sbrigativamente, sui Sudeti aveva ragione lui. Da qui bisogna partire quando si maneggia – spesso incautamente – il parallelo tra il patto di Monaco e accordi come quello siglato a Ginevra tra i 5+1 e l’Iran sul programma nucleare di Teheran. Il parallelo è opportuno, a patto che non si ragioni in termini geopolitici, dentro le regole che valgono nella diplomazia occidentale da Vestfalia in poi. Dentro quello schema, invece, ragionò e agì Chamberlain, che non coglieva per nulla – non da solo – il punto focale di quella trattativa, che non era affatto la ragione o no che i tedeschi dei Sudeti avevano di voler essere distaccati dalla Cecoslovacchia e essere inglobati nel Reich tedesco. Su questo punto, come si è detto, i tedeschi dei Sudeti avevano ragione, perché i cechi e gli slovacchi li trattavano come cittadini di seconda categoria e il loro irredentismo pangermanico era giustificato. Anche l’Iran oggi ha tutte le ragioni di aspirare al nucleare civile e anche a pretendere di raffinare l’uranio da solo: l’errore dei 5+1 a Ginevra è oggi, appunto, di ritenere che il punto focale della trattativa sia questo e che quindi l’ambito della discussione sia soltanto quello di imporre agli iraniani di aderire ai protocolli e alle ispezioni dell’Agenzia atomica dell’Onu (Aiea), come previsto dal Trattato di non proliferazione nucleare. Se così fosse, nulla quaestio, si tratta soltanto di discutere dei risultati – in questo ristretto ambito – che avrà la futura road map.(...)

Punto primo, il paragone storico con Monaco 1938 è il grido d’allarme più abusato del repertorio ma non ci aiuta a capire nemmeno un grammo in più di cosa sta succedendo davvero. Stiamo parlando di Israele, che è uno stato sovrano e anche la potenza militare più avanzata di tutto il medio oriente, e stiamo parlando di armi atomiche, di Repubblica islamica iraniana e di sanzioni internazionali che colpiscono soprattutto il mercato del greggio. Queste cose nel 1938 non esistevano e oggi si dovrebbe poterne parlare senza per forza essere costretti a passare di nuovo dai Sudeti. Se poi andiamo a vedere nello specifico, l’accordo di Monaco fu firmato dalle grandi potenze il 30 settembre e il giorno dopo le truppe naziste entrarono marciando in Cecoslovacchia provocando la fuga di almeno centomila persone – tra loro molti ebrei e oppositori politici degli hitleriani. Il pre-accordo di Ginevra è stato raggiunto domenica scorsa e l’effetto è questo: da gennaio ci saranno ottomila centrifughe in funzione in Iran invece che diciannovemila. Si vede la differenza tra i due?

Punto secondo, questo non è l’accordo con l’Iran. E’ un pre-accordo. Nulla è stato deciso. Si è trattato di un patto preliminare tra le potenze mondiali e l’Iran per rallentare il programma atomico da una parte e alleggerire di poco le sanzioni dall’altra e andare in questo modo ai negoziati reali che cominceranno fra sei mesi. Le decisioni che contano saranno prese allora. Qual era l’alternativa a questo pre-accordo di Ginevra? Erano due: non fare ancora nulla oppure fare la guerra.(...)

Putin ha fatto male i conti (da Presseurop - Financial Times)

Negli ultimi dieci anni nessun avvenimento ha spaventato il Cremlino più della "rivoluzione arancione" ucraina nel 2004. Adesso quello di Vladimir Putin pare trasformarsi in un incubo ricorrente, dato che i dimostranti sono tornati a riempire la piazza dell'Indipendenza di Kiev chiedendo a gran voce che il loro paese si avvicini all’Ue e prenda le distanze dalla Russia.
Le dimostrazioni in Ucraina sono un’umiliazione e al tempo stesso un pericolo per Putin. Mentre elogia i profondi legami culturali e storici esistenti tra Ucraina e Russia, il presidente russo scopre che decine di migliaia di ucraini preferiscono affrontare le rigide temperature e i manganelli delle forze dell’ordine che entrare un po’ di più nella sfera di influenza della Russia.
Se la folla in tumulto riuscisse ancora una volta a minacciare di rovesciare un governo ucraino corrotto e dispotico, la lezione politica per la Russia sarebbe molto chiara. Dopo tutto sono trascorsi meno di due anni da quando i manifestanti si sono riversati per le strade di Mosca per protestare contro la seconda nomina di Putin, ribattezzando il suo partito Russia Unita “il partito dei corrotti e dei ladri”.(...)

La polizia islandese ha ucciso un uomo, per la prima volta (da ilPost.it)

Lunedì 2 dicembre la polizia islandese ha ucciso un uomo durante un’operazione a Reykjavík, la capitale dell’Islanda. Come ha confermato il capo della polizia, Haraldur Johannessen, si tratta di un fatto «senza precedenti»: il primo omicidio provocato direttamente dagli spari di un poliziotto in tutta la storia del paese.

La polizia ha ricostruito l’accaduto durante una conferenza stampa a Reykjavík. Nelle prime ore di lunedì un gruppo di agenti – tra i 15 e i 20 – si è appostato fuori dalla casa di un uomo di 59 anni, ricercato per dei motivi che non sono stati resi noti. L’uomo si è accorto dei poliziotti e ha sparato verso gli agenti, che prima hanno lanciato gas lacrimogeni dalle finestre e poi sono entrati nell’abitazione. L’uomo ha continuato a sparare ferendo due poliziotti, uno alla faccia e uno a una mano. Gli agenti hanno risposto al fuoco ferendo gravemente l’uomo, che è morto poco dopo in ospedale.(...)

Perché gli accordi di Bali sono importanti (da ilPost.it)

(...) Dal 1990 a oggi, per effetto della vituperata globalizzazione, oltre un miliardo persone è uscito dalla povertà; nei paesi emergenti una classe media di centinaia di milioni di famiglie insegue i propri desideri e le proprie aspirazioni. Guardiamo da noi: oltre un terzo del nostro prodotto interno dipende dalle esportazioni. Non fosse stata per la loro crescita, costante, che dipende sia dalla bravura delle nostre aziende che dalla domanda internazionale, la crisi degli ultimi anni sarebbe stata molto più nera: dall’export dipendono anche le speranze di una vera ripresa.

Ecco perché la conferenza ministeriale del WTO che si apre oggi qui a Bali, in Indonesia, è così importante. Perché dalle evoluzioni delle regole del commercio internazionale dipendono sia gli equilibri geo-politici, sia le opportunità di crescita da noi, in patria. Il WTO funziona come un tribunale, 159 paesi aderiscono alle sue regole. Allo stesso tempo ha il compito di guidare negoziati per aumentare gli scambi, negoziati che da oltre dieci anni non compiono passi sostanziali a parte aumentare il numero dei membri. Nello stallo, sono iniziate trattative complementari tra gruppi più piccoli di paesi, tra cui spicca quella tra USA e UE. Se le conclusioni di Bali fossero modeste o irrisorie, questi nuovi negoziati da complementari diverrebbero alternativi, segnando nuovi equilibri geo-politici, oltre che economici.(...)

I numeri di uno studio del Peterson (autorevole think tank di Washington) parlano chiaro: un accordo a Bali vale oltre 34 milioni di posti di lavoro che corrispondono a reddito aggiuntivo per 2,4 migliaia di miliardi di dollari, di cui il 45 per cento per i paesi sviluppati e il 55 per cento per i paesi in via di sviluppo. Abbastanza per giustificare l’impegno di questi giorni.

domenica 1 dicembre 2013

Rischio Ucraina: L'Europa Batta Un Colpo

Ci sono momenti in cui le comprensibili attenzioni diplomatiche devono far posto a posizioni nette, e in questo senso l'Unione Europea dovrebbe dare segno di "accorgersi" di quanto sta succedendo in Ucraina.

Sia chiaro: come in tutte le contrapposizioni di questo tipo, è facile che all'interno delle manifestazioni filo-UE  non tutti i gruppi di attivisti siano presentabili; e può darsi che sia giusto tentare una mediazione. 

Epperò c'è il rischio che a furia di troppa diplomazia, l'Unione europea si incastri nelle sue paure e appaia troppo prudente.

La sfida ucraina forse è da prendere in altro modo, perché quando i paesi della nostra Comunità riusciranno a dire qualcosa di univoco e forte sulla politica, oltre che sull'economia, anche buona parte della percezione della crisi potrebbe essere sconfitta. 

Il mondo deve sapere che Europa non significa solo "ordine economico", ma soprattutto libertà. Ed è per quella libertà - di pensiero, di azione, di fede - che si tenta di fare "ordine" nell'economia. 

In un momento in cui gli USA forse stanno diventando troppo timidi, anche senza l'uso delle armi si può mostrare che esistono alternative ai soffocanti "liberi mercati" russo e cinese.

Speriamo di non perdere l'occasione.

FMM

Il presidente ucraino, Viktor Ianukovich, ha detto che farà tutto il possibile per avvicinare il Paese all’Unione europea. Ma la protesta non si ferma. A Kiev e in altre città dell’Ucraina migliaia di persone stanno protestando da dieci giorni contro la decisione del governo di congelare la firma di un accordo di associazione con l’Ue. E oggi almeno 20 mila sono scesi in piazza a Kiev: manifestazioni e scontri con la polizia davanti al palazzo dell’amministrazione presidenziale ucraina: lo riferisce la tv pubblica ucraina, citata da Itar-Tass. Uditi anche colpi d’arma da fuoco dalla vicina via Bankovskaya, l’area è avvolta dal fumo dei lacrimogeni. Secondo la Reuters, i manifestanti pro Ue hanno usato un trattore per sfondare le linee di polizia. Sono intervenuti i Berkut, le teste di cuoio, per sgomberare le migliaia di manifestanti che presidiavano via Bankovskaya, dove si trova la sede presidenziale: cariche e manganellate per tutti, compresi alcuni giornalisti, ai quali sono state distrutte le telecamere. (...)


Più di 100.000 manifestanti ucraini favorevoli all’Unione europea in piazza a Kiev, sfidando il divieto del governo che ha proibito i cortei in centro. Gli attivisti del partito nazionalista di opposizione hanno occupato il municipio di Kiev e contemporaneamente hanno proclamato lo sciopero generale. In mattinata gli attivisti si sono radunati nel parco Taras Shevchenk e poi hanno marciato verso Piazza dell’Indipendenza, dove hanno abbattuto le transenne erette attorno a un albero di Natale per scoraggiare gli assembramenti.



“La firma degli accordi di Vilnius rappresenta per noi quello che la caduta del muro ha rappresentato per la Germania 24 anni fa” ha dichiarato l’ambasciatore ucraino presso l’Unione europea (Ue) Konstantyn Yelisieiev, chiarendo però che l’accordo non intende rappresentare un pericolo per gli interessi commerciali di Mosca.



Questi toni europeistici assunti dalla dirigenza ucraina cominciano però ad attenuarsi e, stando alle dichiarazioni del primo ministro Mychola Azarov: la priorità sarebbe la normalizzazione delle relazioni commerciali con Mosca. Un passo indietro è stato fatto anche dal presidente Viktor Yanukovich che ha citato delle stime per cui l’adeguamento agli standard europei costerebbe all’Ucraina tra i 9 e i 45 miliardi di euro. Ora il paese non può permetterseli.

In un primo momento anche Bruxelles ha tentennato, lasciando trasparire la disponibilità ad aspettare il 2014, quando Yanukovich sarà alle prese con le imminenti elezioni presidenziali.

Al contrario Varsavia, è rimasta il grande sponsor della svolta europea di Kiev, invitando il presidente ucraino a firmare subito l’accordo perché se da un lato rischia di perdere il treno degli investimenti provenienti dalla Russia, dall’altro può salire al volo su quello europeo.

Tuttavia recentemente, l’Ue ha fatto capire di puntare a concludere l’atteso accordo di associazione. Lo dimostrano le dichiarazioni della cancelliera tedesca Angela Merkel che ha ventilato la prospettiva di “concrete opportunità e reale solidarietà” per il governo di Kiev. A farle eco quelle del ministro Emma Bonino che ha ribadito la disponibilità dell’Unione perfino alla “convocazione di un Consiglio affari esteri alla vigilia del vertice di Vilnius”.