sabato 26 ottobre 2013

Non tutti Gli Snowden Vengono Per Nuocere (Forse...)

Lo scandalo Datagate, come bel argomentava il pezzo di Venturini sul Corriere, sa di grande ipocrisia. Già scritto, e riprendo solo per accorciare l'argomentazione:  "L'indagine dei dati web (...) è un'arma potentissima di prevenzione a cui probabilmente è impossibile rinunciare (come è impossibile rinunciare alla bomba atomica, in campo più strettamente militare, in un certo senso)". 

Ora, al netto dei grandi proclami, inevitabili per "salvare la faccia", sarebbe necessario capire cosa si intende quando si propone di "regolamentare" l'attività di spionaggio fra gli alleati, che sempre c'è stata e sempre ci sarà. Difficile pensare che possa esserci un galateo pienamente condiviso, perché inevitabilmente lo stato che avrà a disposizione più tecnologia farà in modo di utilizzarla; e non c'è "giudice terzo" che possa decidere il contrario, e soprattutto imporlo. 

Forse è anche il caso di non dimenticare che abbiamo "scoperto" (si fa per dire) che gli Stati Uniti ci spiano, ma rischiamo di dimenticarci che il gioco viene portato avanti anche da paesi che non sono propriamente alleati, e che hanno interessi in netto contrasto con i nostri. E in quesi paesi non è permessa una libera discussione sull'intelligence.

Proviamo a girare la cosa in positivo, anche perché non si può fare altro. Lo scandalo potrebbe portare inaspettati benefici, se i gruppi dirigenti (non solo politici) dei paesi coinvolti sapranno giocare queste carte: (1) sensibilizzare l'opinione pubblica, renderla un po' più "disincantata" (ma non cinica) sull'argomento spionaggio può servire a far capire che se si vuole competere in questo campo, bisogna fare investimenti di lungo periodo, e scommettere su tecnologie e fattore umano. Vogliamo "difenderci"? bene, allora dobbiamo pagare. (2) Condivisione delle strategie di intelligence fra paesi alleati; non potrà probabilmente mai essere una condivisione totale, come si diceva. Però la situazione di crisi - e la relativa debolezza degli Stati Uniti (forse neanche la più grave di questo periodo) - possono aiutare a trovare non un "galateo", ma obiettivi condivisi, e percorsi che si ostacolino il meno possibile (perché un po' fra alleati ci si deve ostacolare, è inevitabile...)

Se l'opinione pubblica maturerà un giudizio più complesso su quale deve essere l'impegno dei paesi europei nelle attività di sicurezza; e se paesi europei e Stati Uniti troveranno il modo di ridefinire le loro comuni priorità d'azione (non per chiedere "permesso?" quando è impossibile, ma per agire più coordinati e decisi contro i veri nemici) allora forse tutta questa confusione potrebbe non essere stata vana.

Francesco Maria Mariotti

martedì 22 ottobre 2013

Apologia Disincantata (da ilfoglio.it)

Consiglio caldamente un bell'articolo comparso sul Foglio.it, e di cui riporto alcuni stralci. Dice bene, secondo me, molti dubbi che possono venire (alzo la mano per primo) seguendo papa Bergoglio. E risponde bene a queste perplessità, segnalando anche la confusione con cui spesso viene frainteso questo papa (forse un po' anche per responsabilità sua); si legga per esempio il brano sulla differenza - essenziale - fra solidarietà e carità cristiana, e l'ironia con il quale l'articolista sottolinea la "riabilitazione" della teologia della liberazione, ora che "non conta più nulla".
Una riflessione utile, e bella. 

Buona lettura!

Francesco Maria Mariotti

Non sono mai stato tanto inseguito da un Papa come negli ultimi sette mesi. E’ ovunque, in tutte le salse, in tutti i menu, cattolici e laici senza distinzione. Senza distinzione, purtroppo: noi cattolici – bestemmio in chiesa, mi rendo conto – dovremmo parlarne di meno, dovremmo sottrarci alla papolatria mediatica imperante, e in ogni caso non dovremmo ricondurre tutto a lui ma semmai fare di lui un punto di partenza per arrivare al nocciolo della questione, per dirla con quel vecchio cattolicastro di Graham Greene. (...)

Rispunterebbe così, con Bergoglio, lo spettro del “soggettivismo modernista”, la “morale dell’intenzione”, insomma un cristianesimo dove “la fede è tutto, la dottrina niente”, “una posizione del cuore, un flatus evangelico in presa diretta con il Signore”.
Certo, se il cuore di cui parla Bergoglio fosse quello dei romantici e dei loro epigoni sanremesi; se l’amore che ci raccomanda fosse quello cantato prima dai trovatori e poi su su fino a Wagner, cioè una figura narcisistica e fondamentalmente gnostica (De Rougemont docet); se la misericordia con cui ci martella un giorno sì e l’altro pure fosse un affare puramente sentimentale, emotivo, Ferrara avrebbe ragione. Credo però che il lessico bergogliano sia schiettamente biblico. E la Scrittura ha giocato e gioca un ruolo fondamentale nella vita di quest’uomo non perché sia un prete, e quindi fa parte del corredo, ma perché c’è stato un momento in cui l’ha ripresa in mano e in controluce vi ha riletto la sua vita (succede in tutte le grandi storie di fede, da Francesco d’Assisi a Ignazio di Loyola).
Ebbene, per la Scrittura cuore è sinonimo di libertà, è il luogo della scelta, dei ricordi e anche delle idee  (...)
Anche su “soggettivismo” e “protestantizzazione”, che pure qualche membro del Sacro collegio gli imputa sottovoce, ci andrei piano. Mi pare che il ruolo della chiesa nell’esperienza credente non venga affatto sminuita nella sua predicazione, tutt’altro. Basterebbe rileggere, anzi riguardare e risentire perché mimica e timbrica sono fondamentali, le sue ultime catechesi del mercoledì in Piazza San Pietro in cui ha commentato gli articoli del Credo che riguardano la chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”. Altro che “presa diretta con il Signore”: extra ecclesia nulla salus! Con Bergoglio la dottrina non è in discussione – o meglio lo è come sempre perché, con buona pace di qualche giapponese ancora asserragliato nella foresta, lo sviluppo del dogma è un dogma – e tantomeno è in pericolo la tradizione. Diciamolo una buona volta: tradizione non è l’enorme monolite sospeso nell’aria che dipingono ossessivamente certi cattolici un po’ surrealisti e molto lefebvriani, un’entità fuori dal tempo, ma una cosa viva che passa di mano in mano, “quasi per manus traditae” come recita il Concilio di Trento (Trento, dico), di generazione in generazione.
Insomma, il lessico bergogliano non va preso sotto gamba né frainteso. Certo, a volte è lui che non aiuta. Quando lo sento parlare di solidarietà mi viene il prurito perché è una parola totalmente sputtanata. Lui invece la usa in continuazione, il 22 settembre a Cagliari ha sostenuto che solidarietà “rischia di essere cancellata dal dizionario perché è una parola che dà fastidio, dà fastidio!”. A me pare esattamente il contrario: è un termine innocuo, a buon mercato, sulla bocca e nel portafoglio di tutti. Chi è così iena da rifiutare l’obolo per una buona causa? Chi oggi non fa solidarietà? Persino quando ricarichi il cellulare c’è un’opzione per devolvere automaticamente un euro in beneficenza! Un’aberrazione, a pensarci bene: il farsi prossimo del buon samaritano di evangelica memoria, gesto personale e concreto, si perverte in tic anonimo e irriflesso, si istituzionalizza e perde sapore. Ecco perché non mi è piaciuto quando ha raccomandato ai suoi di accontentarsi di un’auto piccola, cosa intelligente peraltro, pensando a “quanti bambini muoiono di fame”. Ma come, già non riesco a farmi carico di chi ho intorno e devo pure sentirmi in colpa per chi non ho mai visto e mai conoscerò? Sindrome di Lampedusa: rispondere sempre e di chiunque. Invece no. A meno che io non sia pazzo, posso essere responsabile soltanto di ciò per cui posso fare qualcosa davvero, concretamente, qui e oggi. Non è affatto la solidarietà che rischia di scomparire ma il farsi prossimo, la carità di evangelica memoria. Ci è rimasto il surrogato, ma non è la stessa cosa. (...)
Il problema è che, come scrive Paolo Prodi, la chiesa ha smarrito da un pezzo la vocazione profetica e ha preferito buttarsi sulla mistica, le visioni, le apparizioni. “Dopo il Concilio Vaticano II non abbiamo avuto, salvo alcune eccezioni, lo sviluppo della profezia che pure sembrava implicito nelle grandi intuizioni di Papa Giovanni XXIII e nelle deliberazioni conciliari sulla chiesa e il mondo moderno”. Si è scelta un’altra strada, quella dell’utopia, la via orizzontale dei movimenti ecclesiali di base e della Teologia della liberazione che ben presto “si trasformò in ideologia della rivoluzione”. E adesso si danno pure la pena di riabilitarla, quando non conta più nulla: la solita operazione di recupero fuori tempo massimo di cui sono specialisti i Sacri palazzi. (...)
 Il vero discrimine è questo, tra fraternità e confraternite; tra chi cerca il Signore, etero gay o trans che sia, e chi si trastulla col potere. Colui che giudica i cuori, in ogni caso, abita al piano di sopra. Bergoglio non ha bisogno di atteggiarsi a “omofilo” perché non è mai stato omofobo. E’ un uomo risolto, che sta bene nella sua pelle, è evidente. Ci sta tanto bene che si prende il lusso di dialogare con chi vuole, anche con i patriarchi dell’opinione pubblica. (...)

A Dispetto Della Legge 40

(...) ROMA - Per la prima volta la diagnosi preimpianto verrà eseguita su una coppia fertile in una struttura pubblica, a dispetto della legge 40 sulla fecondazione assistita. La Asl Roma A, a seguito della sentenza del Tribunale di Roma che le ha intimato di effettuare la diagnosi genetica preimpianto (PGD) su una coppia fertile affetta da fibrosi cistica, ha stabilito che l’intervento sarà effettuato direttamente in una propria struttura, l’unità operativa di fisiopatologia della riproduzione del centro Sant’Anna, diretta dal professor Antonio Colicchia. È la prima volta in Italia che una struttura pubblica è chiamata ad erogare la prestazione di diagnosi genetica su un embrione prima del suo inserimento nell’utero.

LUNGA BATTAGLIA LEGALE - Il presidente della commissione Politiche e sociali del consiglio regionale del Lazio, Rodolfo Lena, ha seguito con attenzione la lunga battaglia legale di Rosetta Costa e Walter Pavan, informata nella giornata di ieri dallo stesso professore Colicchia della decisione assunta dalla Asl. «Si apre così - spiega Lena - una nuova strada per tante coppie, con l’ulteriore buona notizia costituita dal fatto che il Sistema sanitario regionale farà certamente da calmiere rispetto ai costi molto elevati della diagnosi genetica preimpianto. Come istituzione non possiamo che supportare questi esempi di eccellenza nati in senso a una nostra Asl, grazie ad investimenti strategici e alla valorizzazione delle professionalità».(...)

Chi è Karnit Flug?

È Karnit Flug il nuovo governatore della Banca centrale d’Israele. Già vice del predecessore Stanley Fischer, e facente funzione dopo le dimissioni di quest’ultimo lo scorso giugno, Flug è stata scelta dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal ministro delle Finanze Yair Lapid, dopo una saga durata 112 giorni e l’evaporazione delle candidature di tre economisti di punta (...) Nel frattempo, Flug, nata in Polonia nel 1955, emigrata in Israele con la famiglia a tre anni, laurea all’Università ebraica di Gerusalemme, dottorato alla Columbia di New York, esperienze al Fondo monetario internazionale e all’Inter-American Development Bank, teneva il timone e aspettava. Pur con la sponsorizzazione di Fischer infatti, non riscuoteva la simpatia del premier Netanyahu. Che però alla fine si è reso conto di avere davvero in casa migliore delle soluzioni possibili, dopo mesi di incertezza e frustrazione che rischiavano di irritare i mercati. L’intero processo di nomina è stato fortemente criticato da Lapid, che lo ha definito orribile e sbagliato. Cosa aspettarsi ora da Flug? Scelte in linea con quelle del suo predecessore, una politica monetaria espansiva per favorire la crescita, trasparenza e fissazione di obiettivi quantitativi da perseguire. Tra le preoccupazioni maggiori in questo momento, quella di contrastare la debolezza del dollaro rispetto allo shekel, in particolare per quanto riguarda le esportazioni, paventando società costrette a pagare i dipendenti con la costosa moneta israeliana, ricevendo pagamenti nella valuta dello zio Sam. Fenomeno che, senza correre ai ripari, Flug ritiene possa comportare la perdita di posti di lavoro. È stata proprio la lucidità dei ragionamenti dell’economista su questi temi, esposta nel corso di una delle riunioni estive, a convincere Netanyahu alla svolta. Anche se alcuni fanno notare come anche la recente scelta del presidente degli Stati Uniti Barack Obama di nominare alla guida della Federal Reserve proprio una donna, Janet Yellen, pure lei vice del precedente governatore Ben Bernanke, non sia certo passata inosservata a Gerusalemme. -
 

sabato 19 ottobre 2013

Pensioni Dignitose. Il Rischioso Welfare Del Futuro

Accennavo giusto un anno fa al fatto che la rifiorma previdenziale era un "argomento che comunque fra qualche anno probabilmente dovremo riprendere in mano per capire se il valore delle nostre pensioni basterà a garantirci un'esistenza dignitosa". Non ero affatto originale (quasi mai lo sono), e in realtà il problema è come al solito che il dibattito Riforma Fornero-sì/Riforma Fornero-no nascondeva molti aspetti di lunga durata per i quali in ogni caso - come per tutte le vere riforme, che non sono decaloghi intoccabili (neanche il Decalogo "vero" - diciamo così - lo è, d'altro canto...) - si sarebbe dovuto ripensare ancora al meccanismo che tutela le persone in età non più lavorativa. 

Oggi quindi le dichiarazioni del ministro Giovannini non devono stupire, e devono piuttosto obbligarci a iniziare un ripensamento ulteriore su come intendiamo costruire il welfare futuro. Basterà rafforzare la parte privata della previdenza? E' dubbio, anche perché la parte privata si deve finanziare sottraendo soldi oggi a già magri stipendi. Riprendere un rafforzamento pubblico? Dipende da molti fattori, ma il rischio è di ritornare a distorsioni come le abbiamo vissute con il modello retributivo. 

La partita del welfare si gioca perciò anche su "come vogliamo vivere" la nostra vecchiaia, sul fatto che forse in futuro dovremo incentivare l'avvicinamento delle persone, il fatto che facciano rete. La coabitazione fra anziani soli, per esempio, incentivata per ridurre le spese. La creazione di quartieri "ad hoc" con la possibilità di gestire servizi in modo integrato, abbassandone i costi. Cose che già in parte vengono ipotizzate e forse anche sperimentate, ma che ancora faticano a prendere piede come consapevolezza pubblica. 

Richiamo in punta di piedi, perché temo molto la connessione delle cose (ma c'è, questa connessione purtroppo), il fatto che dobbiamo guardare con realismo il terribile problema del costo della sanità, che potrebbe portarci in futuro alla tentazione - grave - di un ripensamento dell'universalità del diritto alla salute, almeno inteso nel senso che debba essere sempre garantita a tutti e a tutte - indipendentemente da età e situazione personale - una cura. La china è molto scivolosa, e dobbiamo lottare perché il diritto alla salute sia sempre garantito, ma non è affatto scontato che possiamo vincere questa partita. 

La battaglia per un welfare per tutti è ancora dunque al centro dell'agenda politica europea e occidentale. Forse - approfittando del fatto che anche nei paesi che si stanno rafforzando economicamente questo tema sta diventando rilevante (vedi i conflitti in Brasile) - sta arrivando il momento di porre la questione al centro dell'agenda - mondo.

Francesco Maria Mariotti

I Rischi del Rifiuto dell'Arabia Saudita

L'Arabia Saudita rinuncia al seggio nel Consiglio di Sicurezza. La notizia è al tempo stesso interessante ed inquietante. Perché in questi anni l'ONU di fatto è stata superata su molti dossier (vedi la guerra contro l'Iraq di George Bush junior), ma in qualche modo la comunità internazionale tentava di tornare in quel luogo di discussione, per quanto debole e bistrattato. 

Insomma, una delegittimazione de facto, che però tentava sempre di salvare le apparenze, salvare il fatto che l'ONU dovesse rimanere - alla fine dei giochi, magari, ma comunque in qualche modo presente - il luogo deputato in cui discutere le cose del mondo, almeno le principali. In questo senso il rifiuto di Riyad rischia di essere un precedente pericoloso, scivoloso. Utilizzabile anche da altri stati. 

Il rischio è a due facce, pero; perché vale anche per l'Arabia Saudita che potrebbe - se non gioca bene questa carta, anche mediatica - mettersi in un angolo: acquisire visibilità per poco, ma poi non avere forza politica (che è cosa diversa dalla forza economica, che c'è, e con la quale Riyad sta giocando pesantemente per esempio sulla piazza egiziana) per far fruttare questa posizione. In ogni caso, un problema del quale il mondo - e gli Stati Uniti, il cui operato è sempre più discutibile, da questo punto di vista - deve occuparsi.

FMM

Mentre la prima positiva tornata di colloqui sul nucleare iraniano comincia a far credere all’occidente che un accordo con Teheran sia davvero possibile, Riad sbatte la porta in faccia all’Onu rinunciando al seggio appena ottenuto al Consiglio di Sicurezza in polemica con la politica internazionale sulla Siria a suo dire fallimentare. 

Il regno saudita non ha mai fatto mistero di aver mal digerito l’intesa tra Mosca e Washinton sulla distruzione delle armi chimiche di Assad, convinto che si tratti di un escamotage russo per regalare tempo al regime contro cui si battono i ribelli armati in gran parte proprio da Riad. Il nuovo corso inaugurato dal neoeletto presidente Rohani poi, ha moltiplicato i motivi di apprensione allineando sempre più la posizione di re Abdullah a quella israeliana, una comunanza d’interessi e strategie che si estende dall’Egitto (entrambi i paesi guardano con favore al golpe militare che ha deposto Morsi), a Gaza (dove Hamas non è benvisto da nessuno dei due), fino ovviamente all’Iran, di cui l’Arabia Saudita teme le mire espansionistiche nella regione almeno quanto Israele contrasta le ambizioni nucleari. 

Adesso, a sorpresa, il gran rifiuto.(...)

Contro il negazionismo, per la libertà della ricerca storica (2007)

[riproposto sul sito di Wu Ming foundation]
Il Ministro della Giustizia Mastella, secondo quanto anticipato dai media, proporrà un disegno di legge che dovrebbe prevedere la condanna, e anche la reclusione, per chi neghi l’esistenza storica della Shoah. Il governo Prodi dovrebbe presentare questo progetto di legge il giorno della memoria.
Come storici e come cittadini siamo sinceramente preoccupati che si cerchi di affrontare e risolvere un problema culturale e sociale certamente rilevante (il negazionismo e il suo possibile diffondersi soprattutto tra i giovani) attraverso la pratica giudiziaria e la minaccia di reclusione e condanna. Proprio negli ultimi tempi, il negazionismo è stato troppo spesso al centro dell’attenzione dei media, moltiplicandone inevitabilmente e in modo controproducente l’eco.
Sostituire a una necessaria battaglia culturale, a una pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia della legge, ci sembra particolarmente pericoloso per diversi ordini di motivi:
1) si offre ai negazionisti, com’è già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della libertà d’espressione, le cui posizioni ci si rifiuterebbe di contestare e smontare sanzionandole penalmente.
2) si stabilisce una verità di Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato opposto sperato. Ogni verità imposta dall’autorità statale (l’“antifascismo” nella DDR, il socialismo nei regimi comunisti, il negazionismo del genocidio armeno in Turchia, l’inesistenza di piazza Tiananmen in Cina) non può che minare la fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale.
3) si accentua l’idea, assai discussa anche tra gli storici, della “unicità della Shoah”, non in quanto evento singolare, ma in quanto incommensurabile e non confrontabile con ogni altro evento storico, ponendolo di fatto al di fuori della storia o al vertice di una presunta classifica dei mali assoluti del mondo contemporaneo.(...)

giovedì 17 ottobre 2013

Eccessi Di Polemica Con Il Quirinale

Un breve pensiero sugli eccessi di polemica nei confronti del Quirinale che sembrano segnare questi giorni. L'impressione è che vi siano settori del Paese sempre più insofferenti verso la figura di Giorgio Napolitano, vista - a torto - come garante di un sistema partitico "senza se e senza ma"; del "vecchio" contro il "nuovo" (Renzi e Grillo). 

Da una parte, è sicuramente vero che Napolitano - come già in altre fasi della storia della Repubblica - non ama gli avventurismi e i movimentismi (e ha molte ragioni dalla sua); d'altro canto si ha la percezione di politici in cerca di visibilità e consenso che molto facilmente si esprimono contro il passato, come se tutto fosse stato un errore, senza guardare al contesto e alla storia complicata della nostra democrazia. 

Si può non essere d'accordo con Napolitano su molte cose, ma per dimostrare a lui e al Paese che ci sono soluzioni diverse per i problemi, bisogna anche saperlo spiegare al di là di facili slogan. E mostrarsi capaci di tenere il Paese unito, non giocare a dividerlo su slogan. 

Molto meglio di me - e con meno "antipatia" nei confronti di alcuni dei suddetti politici - lo dice Menichini su Europa; vi invito a leggerlo.

FMM

(...) Con Bersani, tanti pensano che quel novembre 2011 sia l’origine di tutti i loro guai successivi. Non accorgendosi forse che, nella situazione italiana di allora, se si fosse andati alle elezioni molto del lavoro sporco svolto dai tecnici sarebbe toccato comunque al Pd. E soprattutto che Napolitano, avendo un polso del paese evidentemente migliore di quello dei partiti, fin da allora implorava affinché questi ultimi utilizzassero il tempo della transizione per ridarsi decoro agli occhi dei cittadini, sui temi del costo e del funzionamento della politica.
È colpa del Quirinale se, a due anni di distanza, siamo ancora a caro amico su finanziamento pubblico, legge elettorale, bicameralismo, con le conseguenze viste a febbraio nel voto a Grillo? (...) 
Dopo questi anni dovrebbe essere chiaro che fra le molte persone e istituzioni d’Italia che meritano una rottamazione non figura la presidenza della repubblica.
Rivendicare il diritto al dissenso verso il Colle fa sorridere. Siamo negli anni di Santanché e Grillo, Sallusti e Travaglio, Ingroia e Bossi: sai che originalità, dissentire dal Quirinale.
Quanto al messaggio sulle carceri, si tratta di un documento argomentato e frutto di un’oggettiva condizione di rischio per l’Italia (oltre che di umiliazione per persone che, come i giovani citati a Bari, hanno anch’essi nomi e cognomi).
Sulle carceri come sulla riforma elettorale, e in generale sulle modalità d’uscita dallo stallo italiano, la forza da mettere in campo non è quella del dissenso verbale: è quella della soluzione politica alternativa praticabile. Praticabile al punto di poterla imporre, se necessario, anche contro il parere del capo dello stato.
(...) La leadership di Renzi si misurerà – e anche sul Colle sapranno misurarla – se e quando avrà spianato la strada a una riforma elettorale possibile, anche a costo di una prova di forza con la destra a patto che la prova di forza serva all’obiettivo e non solo a mandare per aria larghe intese, governo e legislatura. Col bel risultato che presto Renzi ci riporterebbe sì a votare. Ma col Porcellum: proprio come fece Bersani, e probabilmente con lo stesso risultato.

L'ENI Si Muove Per L'Ambientalista Italiano

Segnalo questa notizia perché - indipendentemente dal merito della questione - mi pare importante il gesto; sembra anche l'ammissione esplicita di qualcosa che generalmente viene detto come "battuta" ("Il nostro vero Ministero degli Esteri? L'ENI"). Nell'incastro di visibilità e responsabilità che le multinazionali spesso si trovano ad "abitare", questo gesto di Scaroni ci dice anche - lo si sapeva già, ma è appunto reso un po' più esplicito - di una politica estera che non è fatta solo di feluche e soldati, ma anche - e soprattutto, in alcuni casi - di relazioni economiche; di contatti espliciti o impliciti. Di "nuovi" protagonisti. O meglio, di "nuove luci" che mettono tutto apparentemente più in vista. Apparentemente.

FMM

Per Cristian D’Alessandro, l’attivista di Greenpeace ancora in carcere nell’artico russo, si è mossa anche l’Eni, la compagnia petrolifera italiana che con la Russia intrattiene da decenni rilevanti rapporti d’affari. L’amministratore delegato del Cane a sei zampe, Paolo Scaroni, ha raccolto l’invito dei parlamentari Pd, Sel e Sc (Anzaldi, De Petris e Molea) che nei giorni scorsi avevano chiesto il suo intervento. E mercoledì ha scritto al suo omologo di Gazprom, Alexey Miller, che ha incontrato proprio di recente a Parigi (leggi la lettera in inglese).
Gli ambientalisti di Greenpeace sono stati arrestati proprio per la loro azione dimostrativa nelle vicinanze di una piattaforma in mare della compagnia di Stato moscovita.(...)

mercoledì 16 ottobre 2013

Contro Il Negazionismo, No Al Reato Di Negazionismo

No, il reato di negazionismo non serve. Non serve alla memoria, e rischia di far apparire verità storiche come "verità di Stato", da non discutere. Verità "eccessivamente tutelate", in un certo senso, tolte al dibattito fra storici e cittadini per essere poste in uno "spazio sacro", che non può esistere - in realtà - in una società che si vorrebbe laica (e che forse lo è sempre meno, ma per strade molto "imprevedibili"). Verità che quindi appariranno - anche (e forse soprattutto) ai giovani - più fragili, non più forti. 

Come si può essere credibili difensori della libertà, se si costruiscono "tabù storici" attraverso la legge?

Inoltre, il reato di negazionismo, per quanto comprensibile qui e ora, può essere un pericoloso "precedente" a cui in futuro potrebbero appellarsi gruppi di pressione che volessero tutelare le loro "verità storiche" attraverso lo strumento della legge. Il rischio di una storia "lottizzata" è forte (e forse lo vediamo già con le diverse ricorrenze della memoria che abbiamo istituito nel nostro paese).

Combattere il negazionismo della Shoah è un dovere democratico. Ma la battaglia deve essere giocata nel campo delle opinioni e del dibattito storico, con le armi proprie del libero confronto democratico. 

Francesco Maria Mariotti

Le riforme non più rinviabili (da laStampa.it)

Il vero difetto della via prescelta per modificare la Costituzione è, ancora una volta, la tentazione di una complessiva «grande riforma», che appare invece chiaramente impossibile per le troppe contrapposizioni e per la stessa modesta elaborazione culturale dinanzi agli attuali enormi nuovi problemi. Ma piuttosto che fallire ancora una volta, ci deve essere lo spazio per approvare le più pressanti riforme istituzionali, su cui – almeno in apparenza - esiste un vasto consenso: ed è ovvio che si pensi alla trasformazione delle due Camere, ad una razionalizzazione del sistema di governo e di legislazione, ad una sostanziosa modernizzazione del sistema regionale e di amministrazione locale (oltre ovviamente alla nuova legge elettorale). Anche queste riforme esigono però grande impegno di progettazione e di scrittura: ma allora non si comprende davvero il senso delle troppe diffidenti contrapposizioni, dal momento che dovrebbe essere a tutti chiaro che riforme del genere, se fatte bene, possono largamente sbloccare il nostro sistema istituzionale.

domenica 13 ottobre 2013

Caos Libico: Il Manico Rotto E Lo Strofinaccio

"Quando occorre tenere in mano una caffettiera bollente, è meglio non rompere il manico finché non si è sicuri di averne un altro altrettanto comodo e pratico e comunque finché non si abbia a portata di mano uno strofinaccio" (W.Churchill, febbraio 1944)
A volte il pensiero politico non deve fare sforzi di profondità; la frase di Churchill - se non vado errato pronunciata con riferimento al problema se mantenere o meno la monarchia in Italia - dice tutto di quella che è la regola aurea della politica estera: non deve prevalere la "giustizia" a tutti costi, ma l'ordine e la stabilità il più possibile. Certo, con questa motivazione, si richia di giustificare l'ingiustificabile, ma è un dato di fatto che il pericolo più grave, il danno più pesante, per la politica non è una dittatura feroce, ma la guerra civile, l'implosione di una collettività
In Libia - lo si è già detto troppe volte, da queste e da altre parti - si è sottovalutata la complessità di una scenario che non poteva che peggiorare, tolto Gheddafi. Quindi nessuna meraviglia su quanto successo nei giorni scorsi, con il sequestro-lampo del primo ministro. 
Piuttosto, è il caso di ricordare che l'Italia - oltre che per gli ovvi problemi di vicinanza e di immigrazione - deve preoccuparsi di questa vicenda perché è chiamata a curare in primissima linea il disarmo delle fazioni libiche: per continuare a usare i termini di Churchill, siamo chiamati in un certo senso a essere lo "strofinaccio" della situazione. Ancora troppo poco si sa dei dettagli di questo impegno, ma certo sarebbe il caso di valutarne pienamente costi e benefici, e capire quanto potrebbe durare. 
La speranza è che comunque da questo immenso male possa nascerne del bene, anche per noi: chissà, magari gli "accenni nazionali" che alcune milizie stanno utilizzando per giustificare il loro operato - vd. articolo de Linkiesta - può essere un seme di coesione da sfruttare per cercare di ricostruire una comunità statuale. E forse il nostro impegno - se saremo capaci di sfruttarlo al meglio - potrà diventare un punto importante di forza e di nuova penetrazione del nostro paese nel continente africano. Ne avremmo di che guadagnarci. 
Un pensiero a tutte le donne e tutti gli uomini che già ora - segretamente o pubblicamente  - stanno operando in quel paese, per il nostro interesse.
Francesco Maria Mariotti
Non si può negare che le milizie abbiano giocato un ruolo fondamentale nella lotta contro Muammar Gheddafi. Queste brigate sono state protagoniste della presa di Tripoli nel 2011 e mantengono ancora un vasto controllo territoriale. Ufficialmente la Libia ha un corpo di polizia nazionale e un esercito. Ciò nonostante, a seguito della disintegrazione dell’apparato di sicurezza messo in piedi dal colonnello, le brigate armate sono emerse come unico sistema di polizia e di esercito funzionante all’interno del paese. In alcune zone del Paese le qataib pattugliano le strade, arrestano (e a volte detengono) presunti criminali, organizzano posti di blocco per il controllo dei documenti, e spesso dirigono persino il traffico. Un ufficiale di polizia da noi intervistato nel corso della nostra ultima visita in Libia ci rivelò di non lavorare da mesi, di avere un’uniforme piegata nel cassetto: le milizie erano ormai la nuova polizia.
Le brigate costituiscono un panorama differenziato e complesso. Alcune qataib professano un’agenda religiosa e auspicano una stretta applicazione della legge islamica nella Libia del futuro, mentre altre si presentano solo come corpi di protezione nazionale senza connotazioni politiche o religiose. Alcune milizie hanno giurato fedeltà al governo libico e si descrivono come una «polizia provvisoria», in attesa che il Paese possa tornare ad avere delle forze dell’ordine regolari e operative. Le milizie hanno una gerarchia interna che spesso rispecchia quella dell’esercito regolare, ma nella maggior parte dei casi le brigate non hanno centri di addestramento o dinamiche di appartenenza ben precise. Molte qataib appaiono come organizzazioni informali. Le loro sedi sembrano spesso dei «centri sociali» armati: baracche o case dove i ragazzi vanno a passare il tempo. Ciò nonostante le recenti vicende di Bengasi testimoniano la pericolosità di alcune di queste organizzazioni. Il governo libico sta valutando diverse soluzioni al problema delle milizie. Tra le proposte un tentativo di regolarizzare alcune delle brigate offrendo addestramento per coloro che vogliono unirsi alla polizia o all’esercito.

Ma in tutti questi paesi non abbiamo assistito a rivoluzioni, cioè a un avvicendamento, traumatico, ma per certi versi fisiologico, dei detentori del potere, in forme modellate da una maturazione di principi democratici: quanto è avvenuto, a mio parere, si può più semplicemente ricondurre alla categoria della rivolta, come quella di Masaniello, che si esaurisce in una fiammata di indignazione popolare per poi ricadere in forme già note di vario dispotismo, così come è accaduto e sta accadendo in Egitto, dove i Fratelli Musulmani, che avevano con grande abilità raccolto i frutti della cacciata di Mubarak, hanno dato palese evidenza della loro incapacità di governo e del loro concetto strumentale di democrazia, facendo ripiombare il paese in una situazione pre rivolta, con il problema addizionale che gli orologi della storia non si possono mai riportare indietro e che ai problemi del passato si sommano le instabilità del presente.
Stamane è stata diffusa una foto del premier in maniche di camicia sotto custodia di due uomini in borghese, esponenti con ogni probabilità di qualche milizia. Vedremo se nelle prossime ore seguiranno altri eventi che potrebbero portare a una sorta di golpe o se si tratta di un'azione intimidatoria di breve durata. Il Governo libico aveva formalmente protestato con Washington, ma l'opinione della maggioranza del Parlamento e delle fazioni armate è che Zeidan sapesse del sequestro Al Libbi e non avesse fatto nulla per impedire l'operazione
di Alberto Negri con un'analisi di Roberto Bongiorni - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/TrFJD

Questo era il fronte politico, a cui tuttavia si pensava fosse possibile porre rimedio distribuendo la grande ricchezza energetica di cui dispone la Libia, il paese che vanta le maggiori riserve di greggio dell'Africa. Ma da alcuni mesi anche l'industria petrolifera è stata inghiottita dal caos. Travolta da una valanga di scioperi che ha investito la Cirenaica, dove si trovano i maggiori giacimenti di greggio e gas, la produzione petrolifera ha accusato un crollo verticale: in pochi mesi è scesa da punte di 1,5 milioni di barili al giorno (mbg), vale a dire ai livelli precedenti la rivoluzione, a meno di 150mila barili. Da tre settimane la produzione si è ripresa, ma non ha ancora raggiunto il 50% dei livelli di inizio anno. Una pessima notizia per l'Italia, che acquista dalla Libia quasi un quarto delle sue importazioni di greggio. Alla lunga il danno economico per le compagnie energetiche internazionali è ingente.
di Roberto Bongiorni - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/8huc2​

Meno evidenti sono le infiltrazioni dei radicali islamici e delle formazioni terroristiche legate ad Al Qaeda nella galassia di queste milizie, alcune delle quali sono entrate addirittura a far parte delle formazioni regolari e delle forze di sicurezza governative. Alcune truppe della Cirenaica (per e-sempio la milizia dei “martiri di Derna”) sono state inglobate nell’esercito libico senza che abban-donassero una visione islamista della società. Il network di Al Qaeda è stato più attento degli occi-dentali e delle forze della Nato: ha atteso il momento giusto, dettato dalle fragili condizioni di sicu-rezza e ora sta investendo sul paese con lo scopo di trasformare in un nuovo Af-Pak la vasta area cha va dalla Cirenaica al Fezzan sino al Sahel. Il governo centrale è accusato dai jihadisti locali e internazionali di aver tradito la rivoluzione e di aver svenduto il paese all’occidente. Alcuni video-proclami degli ultimi anni di Al-Zawahiri e Abu Yahya al Libi già facevano precludere all’interesse per la Libia, soprattutto, come preventivato e purtroppo verificatosi, all’impegno militare occidentale non fosse corrisposto un altrettanto impegno civile e politico nella ricostruzione del paese.
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Il problema è semplice: la ribellione contro Gheddafi fu condotta da una miriade di milizie e gruppi armati, rispecchiante il complesso mosaico tribale della Libia. Collassata laJamahiriyya, ossia il regime costruito da Gheddafi (e non a caso basato su forti autonomie locali), le nuove autorità libiche non sono riuscite a riportare sotto il proprio controllo questi numerosi gruppi, rimasti in vita e in armi. I piani per il reinserimento dei miliziani, che prevedono tra l'altro il loro impiego al servizio dello Stato, non si sono rivelati un successo, come dimostrato dal caso Zeidan, soprattutto perché non si è stati in grado di sciogliere i gruppi pre-esistenti.
Di fatto, la Libia pullula ora di tante "compagnie di ventura", costituite per lo più su base tribale, che agiscono per conto proprio o vendono i propri servizi a enti e uffici dello Stato. I sequestratori del Primo ministro sono alle dipendenze del ministero dell'Interno per garantire la sicurezza a Tripoli.
Tutto ciò impone una riflessione su come le grandi potenze gestirono la crisi libica nel 2011.

Abolire La Bossi-Fini? Non Ora

Si discute se cambiare o abolire la Bossi-Fini. Probabilmente la riflessione è opportuna e necessaria, ma non è il caso - a mio avviso - di portare avanti in questo momento l'azione di riforma. Cambiare? Forse, ma non ora. 

Ora è necessario unire il Paese nella risposta all'emergenza, magari "sterilizzando" le ricadute più pesanti e inaccettabili del reato di immigrazione (per es. l'accusa di favoreggiamento a chi soccorre i caduti in mare), reato che peraltro - se non erro - non è neanche inserito in quella legge, ma era l'oggetto di un provvedimento successivo; la discussione sulle norme per l'immigrazione deve essere fatta in un altro momento, con maggiore cognizione di tutti i fattori in campo; facendo "rete" e "integrazione" fra le varie legislazioni europee, evitando di dare un segnale di "instabilità legislativa" ai nostri cittadini. 

Ora dobbiamo avere il massimo consenso sulle necessarie azioni di emergenza. E per avere il massimo di consenso è il caso di "congelare" la discussione sulla legislazione.

Ora soccorriamo le donne e gli uomini che fuggono dal bisogno e dalle torture; ora evitiamo le ricadute più pesanti della legislazione. Poi affronteremo con attenzione le riflessioni legislative necessarie.

FMM

Chi E' Janet Yellen?

Janet Yellen differisce in molti aspetti dallo stereotipo del banchiere centrale. Innanzitutto, nelle apparenze. Non da duro banchiere con il sigaro, ma da nonna dolce che prepara la torta di mele per i nipotini. Ma la sua apparenza non deve trarre in inganno. Cresciuta professionalmente in un mondo tradizionalmente maschile (e un po' maschilista) come quello degli economisti, Yellen è una lady di ferro che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Un mio collega – tra i più aggressivi in un'università famosa per la sua aggressività - mi ha confessato di essere stato umiliato intellettualmente da Janet Yellen in una conversazione sulla disoccupazione. Lei ne sapeva molto più di lui e, con gentilezza ma determinazione, gli ha spiegato come le sue conclusioni erano sbagliate perché non era abbastanza al corrente dei fatti.
 
Questa fiducia nelle proprie capacità intellettuali, unita ad una apertura a idee diverse, sarà cruciale nei mesi a venire. La Fed deve sottrarre l'enorme liquidità che ha immesso nel sistema durante e dopo la crisi. Deve farlo abbastanza lentamente da non interrompere la fragile espansione americana, ma non così lentamente da creare pressioni inflazionistiche. Una manovra di queste proporzioni non ha precedenti e quindi esempi a cui rifarsi. Le pressioni da entrambi i lati saranno fortissime. Da qui l'importanza di un leader sicuro di sé, ma non arrogante, che riesca a creare un consenso all'interno della Fed e del Paese, senza lasciarsi traviare dalle varie pressioni. C'è bisogno di un leader che proietti al Paese e al mondo un'immagine di competenza e sicurezza. Penso che Janet Yellen possa essere questo leader.
 
Janet Yellen differisce dallo stereotipo dei banchieri centrali anche nella sostanza: non solo ha un cervello, ma anche un cuore. Per lei il tasso di disoccupazione non è solo un'altra statistica, è una tragedia umana. Per questo sul fronte inflazionistico è sempre stata considerata una colomba. E in un certo senso questo è vero. Se deve errare in una direzione nell'uscire dal quantitative easing, Yellen errerà nella direzione di un'uscita troppo lenta, non una troppo veloce. Ma sarebbe sbagliato considerarla alla pari di Krugman una sostenitrice di una politica monetaria ultra accomodante. Nel 1996 si scontrò con l'allora presidente della Fed Allan Greenspan perché sosteneva un rialzo dei tassi di interesse per controbattere pressioni inflazionistiche. Greenspan non la ascoltò, favorendo così la bolla internet.
 
di Luigi Zingales - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/5Du3b
 
(...) La Yellen, fino a ieri vice presidente della banca centrale americana, è sposata con il premio Nobel George Akerlof e ha un figlio che fa il professore di economia. Da quando Bernanke aveva fatto intendere che era pronto a lasciare l’incarico, e Obama non aveva fatto nulla per trattenerlo, lei era naturalmente entrata nella “short list” dei candidati. Le voci di corridoio, però, dicevano che il capo della Casa Bianca era più incline a scegliere Larry Summers, il suo ex consigliere economico, ex ministro del Tesoro nell’amministrazione Clinton, ed ex presidente dell’università di Harvard. Summers dava più sicurezza ad Obama, insieme alla garanzia di essere un falco, incline ad interrompere progressivamente gli stimoli all’economia varati da Bernanke per fare fronte alla crisi iniziata nel 2008.
Intorno al nome di Summers, però, si era costruita in fretta una coalizione di oppositori, che andava da un folto gruppo di senatori come la rappresentante del Massachusetts Elizabeth Warren, fino al premio Nobel per l’economia Stiglitz. Il motivo era che queste persone dell’ala liberal democratica consideravano Summers troppo vicino alle banche e al mondo della finanza, che dopo la crisi aveva aiutato, invece di far pagare loro il prezzo degli errori commessi. Con Larry, invece, si era schierato tutto il clan Clinton, incluso l’ex segretario al Tesoro Rubin.
La pressione degli oppositori è cresciuta, fino a quando tre senatori della Commissione che avrebbe dovuto approvare la nomina hanno annunciato che avrebbero votato contro. A quel punto Summers si è arreso, aprendo la strada alla Yellen. (...)


La nomina alla guida della Federal Reserve fa di Janet Yellen, 67 anni, attuale numero due di Ben Bernanke, la donna più potente del pianeta. La svolta è epocale: è la prima volta nei cento anni di storia della Banca centrale americana (il compleanno cade nel 2014) che si affida tanto potere nelle mani di una donna. Perché il presidente della Federal Reserve, con le sue decisioni di politica monetaria, è il faro che guida l’economia e i mercati non solo americani ma di tutto il mondo. L’ investitura di Yellen provoca anche un’altra circostanza eccezionale: la guida e la sorveglianza dei mercati Usa dal prossimo febbraio sarà declinata tutta al femminile, visto che anche il numero uno della Sec, l’autorità di controllo dei mercati americani, è una donna, Mary Jo White, 65 anni.

Pronti a un pizzico di ottimismo in Borsa? Oggi è possibile perché almeno un tormentone si è chiuso a Washington: sarà Janet Jellen, 67 anni, la numero due di Ben Bernanke. la nuova guida della Federal Reserve, la Banca Centrale americana. Barack Obama darà l'annuncio formale questa sera ora italiana, ma la decisione finale dopo mille tergiversazioni e un'epica battaglia con Larry Summers è presa. di Mario Platero con un commento di Luigi Zingales - Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/SB24O

Janet L. Yellen took office as Vice Chair of the Board of Governors of the Federal Reserve System on October 4, 2010, for a four-year term ending October 4, 2014. Dr. Yellen simultaneously began a 14-year term as a member of the Board that will expire January 31, 2024.

Dubbi Sull'Amnistia

Segnalo di seguito l'intervento dell'Avv.Luciano Belli Paci di Milano a proposito dell'ipotesi di amnistia che sta suscitando molti dubbi (anche se tale proposta non esaurisce il messaggio di Napolitano sulla giustizia). Anni fa ho fatto attività di volontariato in carcere, per cui ne conosco abbastanza bene gli orrori, e non c'è dubbio che l'emergenza esiste. Ma le risposte devono essere strutturali, non episodiche. Il problema per me non è "educativo"; il problema è che se non si mettono in atto operazioni più profonde (a partire dal non mettere in galera chi è ancora in attesa di giudizio, per esempio) un'amnistia non serve; e rischia di far crescere la paura e il senso di insicurezza dei cittadini.

FMM


Il problema delle condizioni disumane nelle quali vivono gli ospiti delle carceri italiane è drammatico e richiede, da tempo, interventi anche emergenziali.

Molte cose si potrebbero fare: allargare magari temporaneamente i requisiti per l’applicazione delle pene alternative ai detenuti meno pericolosi, adibire a carcere temporaneo qualche ex caserma, depenalizzare alcune
fattispecie (immigrazione clandestina, droghe leggere, reati colposi, violazioni privacy, ecc.) , costruire nuove carceri.  Le ultime due si devono fare in ogni caso e rappresentano le uniche soluzioni “strutturali” al problema, che altrimenti è destinato a ripresentarsi ciclicamente e ad intervalli sempre più brevi.

L’amnistia e l’indulto – così come in altri campi i condoni, le sanatorie, ecc. – sono invece falsi rimedi che producono danni profondi nel tessuto sociale e civile del nostro Paese.

L’Italia non è solo un paese di santi, poeti e navigatori.  Molto più numerosi di questi sono gli evasori fiscali, i truffatori, i mafiosi/camorristi/ndranghetisti, gli autori di abusi edilizi, gli inquinatori, i violentatori, i rapinatori, i corrotti e i corruttori, i ladri, ecc. ecc. ecc.

L’Italia funziona male perché l’illegalità è diffusa, è capillare, non suscita spesso riprovazione, ma trova comprensione, spesso consenso, perfino ammirazione.

L’effetto dei provvedimenti collettivi di clemenza in un paese fatto così sono devastanti.

Il furbo si conferma nell’idea di essere davvero furbo; l’imputato si convince dell’opportunità di affrontare sempre e comunque tutti i gradi di giudizio nella speranza di giovarsi dell’amnistia che verrà; la polizia e la magistratura vedono frustrati sforzi enormi grazie ai quali hanno fatto funzionare una macchina farraginosa che pare costruita apposta per favorire i delinquenti; la vecchietta vede tornare davanti all’ufficio postale il guappo che poco tempo fa le ha scippato la pensione …

A me personalmente che l’amnistia possa giovare a Berlusconi interessa fino a un certo punto.  Quel che mi “frega”, caro Presidente Napolitano, è che produce guasti profondi all’Italia.  Produce un debito di civiltà, non meno opprimente del debito pubblico.

Come è possibile che anche le forze politiche della nostra area non se ne rendano conto ?


lunedì 7 ottobre 2013

Libia, Terra Senza Legge (da ilGiornale)

(...) La paralisi d'intere zone del paese causata dagli scontri tra milizie rivali, le infiltrazioni di Al Qaida arrivata a minacciare i pozzi petroliferi, l'emergere di signori della guerra decisi a riscuotere tasse di «protezione» sempre più ingenti sulle risorse sotto il loro controllo mettono a rischio anche i gasdotti essenziali per il nostro fabbisogno. Il caos libico, l'impotenza e la mancanza d'autorità dei governi del dopo Gheddafi sono anche la causa della nuova ondata di sbarchi sulle nostre coste. Misurata, il porto da dove è salpato il barcone naufragato a Lampedusa, è da due anni il capoluogo di una regione dove il governo non controlla né polizia, né esercito, né autorità portuali. Banchine e approdi sono nelle mani di chi paga le milizie locali o se ne garantisce il controllo con la forza delle armi. Lo stesso vale sia per Tripoli, dove le milizie si contendono il controllo delle varie zone della città, sia per Bengasi, sia per gli altri porti. Da luglio Brega e Ras Lanuf, due terminali essenziali per le esportazioni del greggio, sono alla mercé di Ibrahim al-Jathran, un ex-galeotto 33 enne tirato fuori di galera alla caduta di Gheddafi e messo alla testa di una milizia pagata, in teoria, per garantire la protezione delle installazioni petrolifere governative. Una milizia usata ora da Jahtran per occupare i terminali, ricattare il governo e farsi riconoscere il controllo di una buona fetta della Cirenaica. Risultato: blocco delle forniture, perdite per oltre cinque miliardi di dollari e una situazione di anarchia in cui si rischia la guerra civile.
In un simile frangente immaginare d'arginare la minaccia di Al Qaida, contrastare i signori della guerra e fermare i contrabbandieri di esseri umani implorando l'intervento dell'impotente governo centrale di Tripoli è pura utopia. E tra le nebbie dell'utopia emerge sempre più concreto il profilo di una Libia nel caos. Una Libia da cui non pomperemo più greggio, ma solo disordine, pericoli e insicurezza. Una Libia molto simile alla Somalia, ma distante, stavolta, meno di 400 chilometri dalle nostre coste.

giovedì 3 ottobre 2013

Iran, ucciso il capo della cyberwar

WASHINGTON - Due colpi al cuore. Il cadavere abbandonato in un’area boscosa a Karay, a nord ovest di Teheran. Una vittima eccellente: Mojtaba Ahmadi, capo del dipartimento di cyberwar in Iran. La notizia apparsa sul sito Alborz, vicino ai pasdaran, è stata rilanciata dal quotidiano Daily Telegraph. Ahmadi era uscito sabato scorso per recarsi al lavoro, ma in ufficio non c’è mai arrivato. Probabilmente è stato intercettato dai killer e poi eliminato, quindi il suo corpo è stato abbandonato nelle campagne di Karay.

UCCISO COME GLI SCIENZIATI - Per la polizia i responsabili dell’omicidio sarebbero due persone a bordo di una moto. I guardiani della rivoluzione hanno messo in guardia sul lanciarsi in speculazioni su una eventuale pista “politica”, però non sarebbe una sorpresa se l’omicidio fosse opera di oppositori del regime o di un servizio segreto avversario. Prima di Ahmadi, a partire dal 2007, sono stati uccisi 5 scienziati legati ai programmi militari iraniani, in particolare quelli dei settori nucleare e missilistico. Azioni attribuite al Mossad. Il modus operandi, con i sicari in moto, ricorda quello usato negli attacchi precedenti, anche se in quelle occasioni furono usate delle bombe magnetiche.

http://www.corriere.it/esteri/13_ottobre_03/iran-ucciso-capo-cyberwar-ipotesi-oppositori-o-servizi-stranieri-9cfa8c1c-2bb4-11e3-93f8-300eb3d838ac.shtml

Draghi: pronti a nuove misure straordinarie

La Bce manterrà la sua politica monetaria accomodante «tutto il tempo necessario». Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, nel corso di una conferenza stampa a Parigi dopo che il direttivo ha lasciato invariati i tassi allo 0,5%. Draghi ha assicurato che la Banca centrale europea è pronta a prendere in considerazione tutti gli strumenti a sua disposizione contro una ancora fragile crescita della zona Euro. «Siamo pronti a prendere in considerazione tutti gli strumenti a nostra disposizione», e la Bce, ha sottolineato, manterrà la sua politica monetaria accomodante «il tempo necessario». Draghi non ha escluso nuovi Ltro
 

Saper Cogliere l'Attimo (Il Discorso di Enrico Letta Al Senato)

Signor Presidente, onorevoli senatori, nella vita delle Nazioni l’errore di non saper cogliere l’attimo può essere irreparabile. Sono le parole di Luigi Einaudi quelle che richiamo qui oggi: le richiamo qui in Parlamento, davanti al Paese, davanti a tutti voi, per venire subito al cuore della questione. L’Italia corre un rischio che potrebbe essere fatale, irrimediabile. Sventare questo rischio, cogliere o non cogliere l’attimo, dipende da noi, dipende dalle scelte che assumeremo in quest’Aula, dipende da un sì o da un no.
C’è un monito, un monito più recente, ugualmente solenne, che voglio qui ricordare. Poco più di cinque mesi fa il Presidente, cui va una volta ancora la mia, la nostra, profonda gratitudine, per quanto ha fatto e sta facendo per l’Italia, il presidente Giorgio Napolitano invitava le Camere riunite ad offrire una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di volontà di dare risposte vere ai problemi del Paese. Invitava tutti coloro che lo avevano appena eletto una seconda volta alla Presidenza della Repubblica – fatto unico nella nostra storia – a uno scatto di dignità, di attaccamento alle istituzioni, di amore per l’Italia.
Quel monito fu accolto, anche allora, da un appassionato plauso della maggioranza dei presenti di queste Aule. Quel monito ha avuto come seguito nei mesi successivi l’impegno, con tutte le forze e la massima determinazione possibile, del Governo per costruire soluzioni tangibili ai problemi veri delle persone, per provare ad alimentare una rinnovata fiducia nella politica, nella sua capacità di riformare l’Italia e anche, problema più serio, di riformare se stessa, per restituire al mondo l’immagine di un Paese giovane, dinamico, affidabile.(...)

mercoledì 2 ottobre 2013

Da Cinque Quattordici: La Possibile Frammentazione del Medio Oriente (da laStampa.it)

Quale sarà dunque la natura del Medioriente quando il vento della primavera araba si sarà calmato? La giornalista Robin Wright, autrice del volume “Rock the Casbah: Rage and Rebellion Across the Islamic World” e analista del United States Institute of Peace and the Wilson Center, abbozza sul New York Times una mappa ipotetica in cui, al termine del terremoto in corso, da cinque paesi (Siria, Libia, Yemen, Iraq, Arabia Saudita) ne verrebbero fuori quattordici. Senza calcolare la possibilità di città Stato tipo Misurata. Ecco grossomodo le sue linee guida.

Giorgio Napolitano: La Mia Europa (da laStampa.it)

Dal dialogo emerge la concezione che Napolitano ha dell’Europa come vincolo virtuoso ed esterno da usare come contravveleno agli italici notori e deplorevoli vizi, storiche libertà di disavanzo di bilancio comprese. Ma al filone di pensiero che scende per li rami da Ciampi e Andreatta il Presidente aggiunge che, avendo la Ue abbracciato i valori dell’economia sociale di mercato (anche qui, Berlino über alles), occorre adesso porre rimedio all’«allarmante acuirsi di fenomeni di diseguaglianza e disagio sociali, di povertà e di esclusione dal lavoro dei giovani». E riconosce, per sintetizzare con un po’ di brutalità, che il Welfare - i «diritti acquisiti dai cittadini» che altri Paesi e perfino la Cina sembrano voler adesso considerare - è il cuore, la forma stessa della democrazia europea. Eppure quell’«impianto» va rivisto, «affermando nuove priorità nell’intervento dei poteri pubblici e nell’azione sociale», ma non «con tagli indiscriminati della spesa pubblica, anche quando bisogna ridurre sostanzialmente i debiti sovrani».

domenica 29 settembre 2013

La Conferenza di Monaco, 75 anni fa (ilPost)

(...) Gli incontri cominciarono subito e alle discussioni non partecipò alcuna delegazione cecoslovacca, anche se alcuni membri del governo erano presenti in città. Fu una condizione imposta da Hitler a cui né Chamberlain né Daladier si opposero. Le discussioni andarono avanti tutto il giorno sulla base del cosiddetto “piano italiano”, che in realtà era stato preparato dal ministero degli esteri tedesco.
In sostanza l’unica cosa ad essere discussa fu quanta parte della Cecoslovacchia avrebbe dovuto essere annessa alla Germania nazista. A ora di cena, mentre i delegati italiani e tedeschi partecipavano a una festa voluta da Hitler, Chamberlain e Daladier incontrarono i cecoslovacchi e gli chiesero di accettare l’accordo o sarebbero stati lasciati soli ad opporsi alla Germania.
All’una e trenta di notte del 30 settembre l’accordo di Monaco venne firmato dalle quattro grandi potenze. La Germania otteneva quasi tutti i territori che aveva chiesto, una striscia lungo il confine occidentale del paese. Altri pezzi di Cecoslovacchia sarebbero stati annessi dalla Polonia e dall’Ungheria. Una commissione internazionale si sarebbe occupata di determinare altre eventuali questioni territoriali.(...)